• In studio, infilato tra libri di scuola e non, c’è di sicuro Un altare per la madre, premio Strega nel 1978, uscito in queste settimane in Iran, col titolo Immortalidade. Ne è autore lo scrittore padovano Ferdinando Camon, novant’anni tra qualche mese, di cui ho letto l’intevista ieri sul Gazzettino a firma di Edoardo Pittalis. Confesso che del breve romanzo, considerato il suo capolavoro, ricordo assai poco e mi riprometto di riprenderlo in mano. Piuttosto mi ha incuriosito la frase: “Mi sento un personaggio aggirato dalla storia” che sul momento pensavo contenesse un errore riferito alla parola aggirato, che avrebbe potuto essere raggirato. Invece no, lo scrittore – che è anche poeta – intende dire che la civiltà contadina da lui descritta non esiste più. “È un bene o è un male? Certo è un evento inevitabile”. Nelle sue parole è palpabile la nostalgia per alcuni grandi valori che sono stati accantonati o dimenticati, preoccupato “che i figli dei miei figli vivano in una civiltà che non è figlia della mia”. Il tono diventa più conciliante quando gli viene chiesto Cosa vuole dire fare lo scrittore. Risponde da scrittore: “Miro a fare libri il cui pregio deve essere la scrittura, la qualità letteraria. La scrittura ha dato senso alla mia vita”. E qui gli do perfettamente ragione. Anche per me scrivere è vitale, non saprei fare altro con lo stesso entusiasmo. La condizione di “pensionata creativa” che mi attribuisco mi consente di coltivare un hobby che è anche una medicina, come precisavo al mio stimato professore di Liceo Armando Contro che scherzando me la attribuiva come una malattia. Comunicare, esprimersi in qualunque modalità è un ponte verso gli altri e un segno tangibile del nostro passaggio.
Categoria: Tempo
Evviva la noia!
Terza domenica di Luglio: caldo, com’è normale che sia in questa stagione. Esco presto e faccio una puntatina al bar, contando di leggere IL CORRIERE, che infatti è a mia disposizione, meno attenzionato dai clienti rispetto ai quotidiani locali. A me sta bene, perché così posso scorrere le pagine in tranquillità. Di domenica, c’è l’inserto Corriere SALUTE che un tempo era staccato ed anzi raccoglievo. L’articolo odierno, di Elena Meli e Danilo di Diodoro ha un titolo in controtendenza, accattivante: E adesso concediamoci pure un po’ di “sana noia”. In tempo di corsa alla vacanza lo trovo azzeccato. Premesso che c’è chi non se la può permettere, per motivi economici, di salute, di obblighi familiari, eccetera, trovo illuminante che sull’argomento si fossero già espressi gli antichi. Anche Greci ed Egizi andavano in vacanza, ma per motivi diversi dai nostri, generalmente a scopo religioso o per assistere a eventi sportivi, un mix tra sacro e profano che radunava folle da ogni parte della Grecia. Gli antichi Romani hanno inventato le ferie. Con l’estate, i nobili lasciavano Roma per andare in villeggiatura nelle loro splendide ville al mare. In epoca moderna, il primo stato a ideare un periodo di ferie pagate esteso a tutti i lavoratori fu la Francia, con una legge approvata nel 1925, ma promulgata il 20 giugno 1936. In Italia, durante il periodo fascista la Carta del Lavoro del 1927 sanciva un “periodo di riposo feriale retribuito(art.17) dopo un anno di ininterrotto servizio”. Una indubbia conquista che però non entra nel merito di come trascorrere questo periodo. Il concetto di “sana noia” mi sembra un utile consiglio per staccare dalla quotidianità zeppa di impegni, stress e dipendenze varie. La noia può essere fonte di creatività e cambiamento. Per Lev Tolstoj la noia è “il desiderio di desideri”. Per Paolo Crepet, una grande possibilità. Conosco persone super attive, cui farebbe bene annoiarsi un poco e riflettere sulla frase di Blaise Pascal: “Tutto i guai dell’uomo derivano dal non saper stare fermo in una stanza”. Quindi annoiarsi può essere una risorsa. Ovviamente da riempire bene.
“C’è un libro sempre aperto…”
Mi piace annaffiare il giardino di sera. Lo trovo rilassante e anche divertente osservare gli schizzi d’acqua quando giro la doccia della pompa gialla e blu (non a caso dei miei colori preferiti; altre due sono verdi). Dev’essere per il mio trascorso di bambina obbligata a crescere in fretta, per fare da babysitter alla sorellina minore. Avevo otto anni e smisi presto di giocare con le bambole, che non mi piacevano poi tanto. Tornando all’oggi, devo dire che mentre annaffio di qua e di là, è piacevole imbattermi in un nuovo fiore, oppure frutto. È il caso delle prugne che sono belle a vedersi e anche buone, se maturate a sufficienza, che per me significa morbide al tatto, senza zone dure. Ovvio che non sono state trattate. Tra la siepe di fottinie, da anni si è stabilito un susino selvatico con i rami carichi di piccole drupe gialle, che sarà una soddisfazione gustare tra qualche giorno.Sotto il ciliegio giapponese stanno per sbocciare tre gladioli che tengo d’occhio. A rigore, i fiori e i frutti del mio scoperto fanno assomigliare il mio giardino somigliante al brolo di una volta, nell’accezione di orto, frutteto, boschetto. Infatti la parte a sud dove ci sono il melo e l’albicocco la chiamo ‘boschetto”. Piace molto anche a Fiocco, il mio gatto rosso che spesso si riposa sopra il bidone del compost. A proposito, ho destinato un’area del blog a fiori e frutti, non necessariamente di casa mia. A Jean Jacques Rosseau è attribuita la frase che condivido: “C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura”. Non ho difficoltà a riconoscere che sono proprio loro, le creature vegetali belle e buone a rendere la mia casa la dimora giusta per me.
A Bassano per infortunio tablet
Viaggetto imprevisto a Bassano, in giorno di mercato. Ieri sera il tablet è sgusciato fuori dalla custodia, è caduto sul pavimento alla veneziana e… si è acciaccato! Nello specifico la videata si è come rivestita di una tendina celeste che mi complica lettura e scrittura. Ho telefonato immediatamente al Phone World Riparazione di Zhou Jie in via Jacopo Vittorelli, dove il problema è stato identificato: rottura del monitor. Una bella rottura aggiungo io, che da vari mesi non metto più piede nella città dei miei studi superiori. Detto, fatto. Parto prestino da casa, per trovare parcheggio, non scontato di giovedì, sebbene i negozi aprano abbondantemente dopo le ore nove. Mi colpiscono le calzature dei pedoni sull’acciottolato tipo sanpietrino: scarpe da ginnastica, sandali con la zeppa, tacchi a spillo e perfino stivali sulle cosce. Siamo in città. Al guinzaglio passano anche un paio di barboncini. Nella piazza sottostante ci sarà più movimento, dato che là si concentrano le bancarelle. Faccio un salto, in attesa che il negozio apra. Vorrei andare in biblioteca, come ai vecchi tempi, ma temo di perdere il turno per la ‘visita’ al mio tablet. Conosco piuttosto bene l’area, percorsa con meno trasporto da studente liceale. In un quarto d’ora compero due paia di pantaloni di lino e un prendisole di cotone da commercianti cinesi, per una modica cifra, il che mi mette di buonumore. Cerco il furgone del cibo cotto da asporto, ma deve essere in ferie. Chiedo informazioni per acquistare un Ibiscus al signore che vende piante: vorrebbe vendermi l’ultimo a prezzo stracciato, ma rifiuto perché lo vorrei grandino, per sostituire l’Olivagno che mi è morto. Torno sui miei passi e una graziosa signorina apre il negozio e accoglie la mia richiesta di riparare il tablet infortunato. Lei si consulta con il tecnico planato nel retrobottega, per sapere se si può fare. Ovviamente non capisco una parola di cinese, ma lei ha compreso il mio dilemma: per scrivere il post e postarlo ho bisogno del tablet. Il salvataggio sarà effettuato domani, quando arriverà il monitor appena ordinato. Poteva andarmi peggio, non mi resta che aspettare. Ritorno alla macchina con la mia spesa veloce. Mangerei un gelato da passeggio, se la gelateria fosse aperta, ma non lo è ancora. Lungo il viale alberato dove ho parcheggiato, è tutto un frinire di cicale.
“Era il tempo delle more…”
Mentre raccolgo le more di rovo cadute dal cespuglio in zona orto, mi torna in mente la canzone Era il tempo delle more (1971) interpretata da Mino Reitano che tanto piaceva a mia madre. Riconosco che la voce è melodiosa ed il testo è piacevole, ma in questo caso mi interessa il titolo per l’evidenza ai frutti di bosco che mi ritrovo in casa. La pianta è selvatica e non abbisogna di cure particolari, salvo contenerne i rami che si allungano in diverse direzioni. Il frutto maturo, la mora – da non confondere con quella di gelso – è squisito. Peccato che duri poco, perciò va consumato subito, oppure trasformato in confettura, come il suo ‘cugino” lampone. Finora non ho mai fatto la marmellata di more, per via dei semini che andrebbero tolti. Piuttosto farei il succo di more, se la produzione domestica dovesse essere esagerata. Il tempo della raccolta è tra luglio e agosto, quando “fiordalisi e papaveri con gli occhi in su guardano il cielo blu”, come canta Reitano in un passaggio. Come tutti i frutti viola, le more di rovo spiccano per la presenza di antiossidanti, nello specifico antociani che rendono questo piccolo frutto detox, con benefici per la circolazione e tutto il sistema cardiocircolatorio. Il decotto di foglie di rovo è un efficace astringente: si può usare come lozione per il viso o per gargarismi contro le affezioni della bocca. La medicina popolare usa l’infuso di rovo per la cura del diabete, ma io mi limiterei a usarlo per la pulizia del viso. Dal momento che non sono attratta dai prodotti cosmetici, credo che proverò con il decotto. Ho già sperimentato i benefici per i capelli di quello con la salvia, pianta aromatica prediletta. Dal momento che ho la materia prima in casa, mi applicherò a fare qualche esperimento salutare.
Meglio tardi che mai
Meglio tardi che mai Scambio intergenerazionale, un esperimento francese molto interessante che favorisce l’incontro tra studenti universitari e anziani autosufficienti. In cambio dell’alloggio, lo studente offre ore di compagnia e aiuto nelle attività quotidiane alla persona anziana, con reciproco beneficio. Per un alloggio privato a Parigi nella città universitaria, il costo va da 400 a 800 euro mensili. Ne consegue che l’alloggio in cambio di servizi è diventata la scelta migliore non solo per motivi economici, ma anche per lo scambio generazionale. Non ho esperienza diretta di quello che succede qua in Italia, ma so delle contestazioni studentesche per il problema degli alloggi. A Cesena, Manuel condivideva l’appartamento con altri studenti che è quello che fa ora, da Ingegnere elettronico a Sydney con un ragazzo giapponese. Io ho frequentato – dovrei usare il passato remoto, ma non mi viene facile – la Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova da pendolare. Per un certo periodo, approfittai dell’ospitalità di una vecchietta che viveva da sola per studiare, esperienza rivelatasi più utile dello studio in gruppo. Credo dipenda anche dal carattere, cercare la soluzione più congeniale. Nel mio caso, sono sempre stati attrattivi gli anziani, suppongo perché non ho potuto godermi i nonni. Adesso che sono anziana e non ancora nonna, non escludo di mettere a disposizione, per un periodo breve il mio appartamentino a una persona che ne avesse bisogno. In futuro potrei trasferirmici io, perché più gestibile e comodo di quello principale in cui vivo. A conti fatti, anche cinquant’anni fa, la formula dello scambio intergenerazionale funzionava benissimo. Se viene regolamentata, evviva! Meglio tardi che mai! A proposito, dobbiamo il proverbio appena citato allo storico e scrittore latino Tito Livio, nato a Padova, cui è dedicato il Palazzo Liviano, edificio storico che fa parte del complesso universitario, situato in P.zza Capitaniato, frequentato a suo tempio.
Il primo concittadino centenario
[ ] Un compaesano ha raggiunto l’ambito traguardo dei 100 anni e fornisce pure la ‘ricetta’ per arrivarci. Risponde al nome di Alfonso Forner, ‘Castelcucchese doc’ che ieri in Municipio ha ricevuto una targa ricordo, “esempio di forza e resilienza” dal Sindaco Paolo Mares, insieme con gli amministratori locali. Ex Alpinio, contadino da sempre che continua ad occuparsi dell’orto in prima persona – vigilato dai figli Adriano e Dario – al microfono confida il suo segreto di longevità, in un simpatico misto dialetto – italiano: “Lavorare finché si è giovani, camminare, parlare poco, risparmiare il fiato per quando si è vecchi”! Simpatico nonno, in un mondo oberato dai bla bla bla il suo ultimo consiglio è attualissimo e lo estenderei a molte comparsate politiche in televisione e fuori. Più complesso l’invito a lavorare, perché Lui stesso è preoccupato per i suoi nipoti, a causa dei venti di guerra che soffiano da vicino e della complessa crisi mondiale. Sul camminare sono pienamente d’accordo. Lo consiglia anche il 96enne Silvio Garattini, quasi centenario, farmacologo, fondatore e presidente dell’lstituto ‘Maio Negri’ di Milano. I centenari residenti in Italia, al primo gennaio 2024 sono 22.552, in crescita rispetto al decennio precedente. L’81% sono donne. I supercentenari – che hanno raggiunto i 110 anni di età – sono 21, di cui soltanto uno di sesso maschile. La Liguria è in testa tra le regioni con più centenari, seguita dal Molise e dal Friuli-Venezia Giulia. Invece il paese con più centenari è Perdasdefogu, in Sardegna, una zona dell’Ogliastra, una delle 5 zone blu al mondo. Comunque anche Castelcuxco è un paese dove si vive bene. Io ci abito dal 2000 e lo confermo. Alfonso Forner è un invidiabile concittadino che indica il percorso.
Fiori, un aiuto per sorridere
Il sole sorge pochi minuti dopo le sei: è uno spettacolo incoraggiante che stende un velo misericordioso sulle brutture del mondo che oggi accantono. Ho bisogno di sorridere e i fiori sono un buon pretesto per farlo. Molti portano i segni della recente calura, ma riesco comunque a fare un bouquet rasserenante: due Ortensie, una piccola Calla gialla, due Gladioli in una bottiglia blu che conteneva detersivo, perché i vasi sono tutti occupati (ovviamente da altri fiori). Mi sono chiesta che fiore avrei potuto essere, se fossi nata sotto altre vesti: mi piacciono tutti, anche se ho una preferenza per le bulbose, speciamente per Tulipani e Giacinti. Inoltre scopro fiori nuovi. È il caso della Lewisia longipetala, oggetto dell’articolo “D’estate la Lewisia ne fa di tutti i colori”, di Rossella Sletter sul settimanale il venerdì in corso. La piantina, molto graziosa deve il suo nome a Meriwether Lewis, avventuroso viaggiatore nelle terre dei nativi americani che ha lasciato interessanti documenti delle sue esplorazioni sotto forma di diario. I fiori, di molti colori sono il punto di forza della pianta, rifiorente dalla tarda primavera alla fine dell’estate. Le radici carnose sono capaci di ramificarsi e abbarbicarsi alle rocce. Utilizzata dai giardinieri, per abbellire muri a secco e giardini rocciosi, era molto in voga negli Anni Cinquanta. Si trova in commercio con il nome aggiunto di Elise. Cresce senza problemi in situazioni difficili per altre piante. Ama il pieno sole, ha bisogno di pochissima acqua anche d’estate e si adatta a qualunque terreno, ma con buon drenaggio. In vaso, sebbene piccolo fa la sua bella figura. Adesso che la conosco, credo proprio che me la procurerò. I fiori sono essenziali a casa mia.
Marmellata e Poesia
Non avevo in programma di fare la marmellata con la frutta del mio alberello, ma ho dovuto ricredermi per salvare le susine ‘Giccia d’oro’ trovate a terra, tra l’erba di nuovo alta, dopo il fortunale di ieri pomeriggio. Meravigliata e contenta ne ho raccolte quanto basta per trasformarle in deliziosa confettura. Premetto che sono buonissime allo stato naturale, viola fuori e gialle dentro, ma poche rimangono intatte dopo la caduta. Pertanto mi sono messa all’opera, ricavando la polpa utile cui aggiungere fruttapec, zucchero e succo di limone. Il risultato finale sono i vasetti speciali da collocare in dispensa che probabilmente regalerò. Mentre mi applico alla realizzazione del dolce prodotto, seguo la trasmissione QUANTE STORIE su Rai 3 che oggi parla di Poesia, pane per i miei denti. Il conduttore Giorgio Zanchini intervista gli ospiti che confermano quanto noto: si scrive tanto e si legge poco, soprattutto di poesia. Però c’è una novità: ultimamente si dà più spazio alle poetesse, per una considerazione della donna che sta crescendo dal 1946, data del voto. Uno sguardo all’orologio mi suggerisce che è tardi per scrivere un post ‘impegnato’. Mi ricordo di scrivere poesie anchio. Quindi, perché non condividere l’ultima con i lettori? Non parla di frutta e marmellata, ma siamo nei paraggi. Cuore Arancione Sul traliccio ferroso/s’inerpica maestoso/un Gladiolo giallo/col cuore arancione/la mia passione/intingere nel colore/dei fiori l’ardore/sopito dal calore./L’estate rovente/stinge le Ortensie/inodori e generose./Tanta gente/fugge al mare./Io stranita/mi chiedo/cosa fare./Per il momento/non faccio niente./Poi piove, finalmente./Sento una tortora/tubare, dalla grondaia/l’acqua scrosciare./Sono legittimata/a sperare.//
Tutela della salute
Non so se sia la frase giusta nel posto giusto: “La vita ha un tasso di mortalità 100 %, non se ne esce vivi! Per cui è inutile preoccuparsi di morire, bisogna invece preoccuparsi di vivere”. La leggo sulla bacheca della sala accettazione dell’Utap, mentre attendo di essere introdotta dal mio medico curante. Ritengo di essere in buona salute, ma ogni tanto è salutare uno scambio a quattr’occhi. Ho preso appuntamento e mi precedono poche persone, perché il servizio di Continuità Assistenziale è organizzato bene. Sono un po’ in anticipo, così per contenere l’ansia leggo ciò che mi può interessare come paziente: orari, servizi, informazioni… finché l’occhio mi cade sul pensiero filosofico riportato sopra che mi strappa un sorriso, ma mi fa anche riflettere. Pare che l’assioma sia di Francesco Vidotto, scrittore italiano, autore di libri di montagna. Ma ritengo il concetto primordiale. Anche gli antichi greci consideravano la morte un evento ineluttabile. Se ne sono occupati Platone, Socrate, Aristotele… e molti altri, anche in epoca moderna, compreso il poeta Baudelaire che ne parla in “I Fiori del Male”. Assodato che la morte è un tema centrale della Filosofia, credo sia utile e salutare valorizzare la vita, attraverso una somma di buone abitudini, comprensive dell’esercizio dell’Articolo 32 della Costituzione Italiana, da me tante volte richiamato a scuola quando insegnavo. In sintesi, l’articolo tutela la salute come bene ndividuale e collettivo. Il diritto alla salute purtroppo è un diritto violato in molte parti del mondo ed anche vicino a noi, a causa delle guerre in corso. La porta che introduce ai poliambulatori si apre. Salutare e rasserenante l’incontro con la mia giovane dottoressa.
