Strategia anti-age

Di lunedì mattina il bar Milady a One’ di Fonte sembra un porto di mare. Diego, Marta ed Elisa si fanno in quattro per servire presto e bene gli avventori, sia quelli dentro che quelli fuori, dato che la mattinata promette bene. Alle 9.30 circa sono già finite le croissant con la marmellata, quelle che preferisco, perciò dirotto su una alla crema, squisita altrettanto, fragrante e tiepida. Non riesco a trovare un posto dove sedermi e i quotidiani sono tutti occupati. Il vicino mercato è molto attrattivo e l’affluenza al bar fa la gioia del titolare. Però dovrò cambiare giorno per fare qua la colazione – la seconda colazione – se intendo concedermi una lettura lunga e tranquilla. Comunque si libera un posto ed anche Il Gazzettino che prendo al volo. Di lunedì la dottoressa Graziottin tiene la sua rubrica che dedica oggi alla ‘strategia anti-age’ che incuriosita vado subito a leggere. Rifacendosi allo psicologo maltese Edward De Bono (1933 – 2021), padre del pensiero laterale, cioè creativo e capace di soluzioni, la sessuologa identifica tre età della vita: quella del why/perché? (0 – 5 anni), quella del why not/perché no? la più creativa e quella del because/poiché, dai 10 anni in poi. Adesso arriva il pezzo forte, con le parole della stessa Graziottin che riporto: “È essenziale mantenere per sempre un po’ di quell’età mentale fra i 5 e i 10 anni: nella vita, nella professione, negli sport, negli hohhy”. Queste parole mi hanno rasserenata, perché in privato mi scopro spesso ‘ringiovanita’: quando parlo coi gatti, coi canarini e coi fiori. Mi capita di uscire con esclamazioni ed anche interrogazioni a voce alta, certa che non c’è nessuno nei paraggi che potrebbe fraintendere. A settant’anni una persona non è ancora anziana, ma potrebbe andare fuori di testa. D’ora in poi credo che potrò permettermi di essere meno prudente. Se qualcuno si stupirà, gli dirò che ho adottato la strategia anti-age (che uso da un bel po’).

Rosalba Carriera, artista veneziana

Armando Contro, il mio compianto professore di Liceo Classico nominava Rosalba Carriera (Venezia, 12 gennaio 1673 – Venezia, 15 aprile 1757), nome che sento proferire in coda al telegiornale regionale: Venezia infatti le dedica una mostra. Così il ricordo si lega alla curiosità e mi documento su questa importante artista veneziana che usava l’arte come via per la sua emancipazione. Pittrice e ritrattista, nonché miniaturista su avorio, tant’è che è ritenuta la “regina” delle miniature. Nel ‘700 ne dipinse quasi duecento in cinque anni appena, lasciandoci gli occhi. Infatti sui dettagli consumò la vista, diventando quasi cieca. Il responsabile del Museo Civico del ‘700 Veneziano Alberto Craievich, in un’intervista afferma: Era una donna colta, parlava il francese, apprenderà anche l’inglese… L’arte è la via per la sua emancipazione. Insieme con la sorella compra casa sul Canal Grande e non si sposa. Scrive lei stessa un diario, con ricche informazioni. È ritenuta la più grande pittrice del Settecento, preferendo la tecnica del pastello, non solo per gli schizzi, ma per l’opera completa. Crea un atelier di pittura dove lavorano anche le due sorelle, dimostrando un’attitudine imprenditoriale rara per una donna del suo tempo. Tra gli estimatori, Federico Augusto di Sassonia, il conte Antonio Zanetti e il segretario dell’ambasciatore inglese a Venezia Cristian kool. Pare che le sue tabacchiere dipinte andassero a ruba. Certo non era una popolana e ricevette una buona educazione. Mi piace che abbia valorizzato l’indole artistica, minimizzando l’aspetto fisico che non la favoriva. Suppongo che allora fosse anche più di ora difficile emergere, ma Rosalba a 24 anni era già una star! Una femminista ante litteram, una donna giudiziosa ed abile che ha lasciato in eredità un patrimonio di bellezza.

Persone coraggiose

Durante il telegiornale della sera sento nominare Ingrid Betancourt, a Roma per sostenere un’iniziativa della resistenza iraniana in Italia. Durante l’intervista parla dello stato di prigionia cui fu costretta ed esprime solidarietà ai sequestrati da Hamas. Infatti fu fatta prigioniera delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) per sei anni, dal 23 febbraio 2002 al 2 luglio 2008. Di questa politica colombiana mi sono occupata da insegnante, perché la sua vicenda umana toccava diverse materie e consentiva agli studenti di riflettere sull’attualità. Immagino di essere stata influenzata dalla mia attitudine giornalistica e spero che gli ex studenti, ora adulti si ricordino di questa donna coraggiosa che non ha smesso di battersi per la difesa dei diritti umani. Nata a Bogotà il 25 dicembre 1961, figlia di un ex ministro dell’educazione e di un’ex senatrice, ha vissuto all’estero, soprattutto in Francia dove ha studiato. Nel dramma degli ostaggi di Hamas rivive il suo incubo. “Rivivo tutto il trauma di essere vittima di un’organizzazione terroristica. Come sopravvissuta sento di dover reclamare per i diritti per tutti coloro che non possono farlo”. Quando le viene chiesto come si sopravvive, risponde: “Si sopravvive stando dalla parte della verità, avere i principi, i valori, la fede è l’unico modo di resistere”. Ognuno combatte delle battaglie, chi è più esposto rischia di più. Mi ha colpito la ‘ricetta’ del nuovo procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, vita sotto scorta da 35 anni, per evitare di andare dall’analista: ogni domenica si concede una seduta…nell’orto, zappando e coltivando orticole. La natura ritorna come consolatrice. Se i terroristi non ti impongono la prigionia nella boscaglia.

Diversivo…estivo!

Giornata campale ieri, per sgombero del garage (due posti macchina) con ingombri di ogni tipo, molti ‘ereditati’ dai miei genitori. Temperatura sui trenta gradi, aumentata nella fase di sosta in centro ecologico a Cavaso del Tomba dove un signore molto scrupoloso e autoritario ha rispedito indietro buste imbottite – quelle con l’interno di plastica – scarpe vecchie che credevo destinate all’indifferenziata e altro. Lui non ha mosso un dito ma ha criticato parecchio perché, a suo dire i materiali non erano stati separati con cura. Garantisco che Manuel si è spaccato la schiena per fare entrare nella mia auto e nella sua, deliziosa Citroen 2CV del 1986 bianco-azzurra, più scarti possibile, separando cartone, plastica, elettrodomestici non più funzionanti, rinviando la separazione certosina in centro ecologico, come infatti è avvenuto, senza che il ‘signore’ si sia sporcato le mani. Io e Manuel invece ce le siamo sporcate e lavate molte volte. Pausa pranzo in spaghetteria da Rody a Cavaso dove ci serve la dolce Benedetta, altra mia brava ex allieva. Aneddoto: salire e scendere dall’auto speciale di Manuel richiede delle istruzioni: per aprire – non abbassare – il finestrino bisogna tirare una levetta posizionata sul tettuccio, operazione che va fatta da dentro, idem per aprire la portiera. Insomma: bisogna collaborare col mezzo, uno spasso! Per non parlare dei freni: quelli posteriori sono a tamburo – non sono un’esperta ma il nome è musicale – ed è uno stridio ad ogni frenata. È una macchina che ha la sua voce! Nel tardo pomeriggio il garage è diventato quasi una zona abitabile, con l’angolo dei prodotti e utensili per l’orto da una parte e le due biciclette dall’altra. La vecchia lucidatrice è tornata a casa ma sabato la porterò in centro ecologico qui a Castelcucco, con le ultime carabattole. Intermezzo: capatina di Manuel in soffitta per fare spazio e collocare scatoloni con indumenti di mio figlio che ci metterà mano, se crede a tempo e luogo. Io ho dato. Anni fa ho liberato la cantina e ci ho scritto il diario Tempo che torna (disponibile su Amazon). La prossima volta se la vedrà lui. Immagino che avrà a che fare con molti libri e materiale cartaceo, anche autoprodotto. Forse, prima di buttarlo ci darà un occhio e sarà come incontrarsi di nuovo. Dopotutto svuotare cantine e affini serve anche a tessere relazioni. Un grazie megagalattico a Manuel, la mia super spalla!

Ginnaste come farfalle

Dal Mediolanum Forum di Assago (Milano) seguo i Campionati di Ginnastica Ritmica: uno spettacolo le finali individuali delle ginnaste che volteggiano come libellule con cerchi, palla, clavette, nastro sempre sorridenti anche se capita di perdere per un attimo l’attrezzo. La nostra Sofia Raffaeli, una super campionessa ci fa onore; il tifo del numeroso pubblico giustamente si riversa su tutte le ginnaste che rappresentano molte nazioni. Da donna sono colpita anche dai costumi, colorati e ricercati, a volte curiosi (la tedesca indossa un body multicolor con al centro un volto con occhiali: un musicista?), dalla pettinatura raccolta, dal trucco curato. La musica scelta per l’esibizione non è da meno, capisco che deve dare la carica e sottolineare i vari passaggi. Due minuti lunghissimi. Le ore di allenamento sono strepitose. Una ginnasta confida di occupare in esercizi sia la mattina che il pomeriggio. Frequenta il liceo e viene seguita per due ore pomeridiane nelle varie materie da un insegnante, ovverosia doppio impegno. A mio dire, sono ragazze eccezionali, come dei fiori rari. La piccola e grintosissima Stiliana Nikolova è uno spettacolo. Solo le penalità disturbano qualche esercizio, solitamente in apertura o chiusura della performance. Nonostante l’altissimo livello delle prestazioni, l’emozione e la tensione giocano brutti scherzi, di cui io sì e no mi accorgerei, tuttavia la speaker dice: “Esecuzione non pulitissima”. Seguo anche l’esercizio a cinque, con tre nastri e due palle: traiettorie diverse, uno spettacolo diverso e impegnativo: se sbaglia una, viene penalizzato tutto il gruppo. Impresa delle Farfalle bellissima: medaglia d’oro, seconda e terza Israele e Cina. Consegna delle medaglie e Inno di Mameli, che emozione! Urlo finale liberatorio dalle tribune. Lode e gloria a tutte!

Insegnanti addio!

“Oggi nessuno vuole fare l’insegnante”, parole del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara intervenuto al dibattito su “La scuola italiana oggi e domani” nell’ambito del Festival dell’economia di Trento. Temo di dovergli dare ragione, anche se spero di sbagliarmi. Mi spiace che il mondo della scuola dove ho profuso tante energie – ma riconosco che c’è chi ha dato molto di più – sia in profonda difficoltà. Le testimonianze mi vengono direttamente dalle colleghe con cui mantengo rapporti, e non sono solo quelle prossime al pensionamento, ma anche le giovani leve. La lamentela più ricorrente è che la didattica, cioè l’insegnamento è posizionato in coda dopo il disbrigo burocratico, la gestione dei rapporti con i genitori e gli enti, la cessione di ore di lezione per attività educative varie. Mi pare di intendere che le riunioni da remoto abbiano alleggerito da una parte, ma anche impoverito lo spirito di squadra. Ribadisco che sono contenta di essere in pensione e mi dolgo per le mie colleghe, compresi ovviamente i colleghi maschi. In questi giorni ho sentito nominare spesso don Lorenzo Milani, nato giusto cento anni fa a Firenze (il 27 maggio 1923), il fondatore della scuola popolare di Barbiana. Chissà che consigli darebbe lui per aggiustare le cose che non funzionano nella scuola odierna. È risaputo che era un prete scomodo, che si batteva per una scuola inclusiva con la partecipazione attiva dei suoi membri. Dubito che l’intelligenza artificiale, sbandierata da più parti risolva il problema alla radice. La cosa più semplice sarebbe chiedere ai docenti cosa non funziona, e farne tesoro. Nel mentre, solidarietà alla categoria, da estendere a tutti gli utenti della scuola, alunni compresi. (P.S.- Sento con sgomento che ad Abbiategrasso uno studente 16enne ha colpito al braccio con un pugnale l’insegnante di Lettere, che non è grave. Ma è grave l’atto compiuto. L’idea del Ministro di inserire uno psicologo nelle scuole mi pare opportuna e persino tardiva, date le problematicità serpeggianti tra i banchi)

La perfezione non è un dettaglio

Sono stata a pranzo da due sorelle, mie amiche. Lisa, la minore ha compiuto gli anni di recente: una cifra tonda. Roberta, la sorella più grande si è data da fare perché il compleanno si trasformasse in una grande festa: con amici, parenti, addobbi, fiori… e poesia. Sono stata contattata, in incognito, per scriverne una per l’occorrenza. Ci ho pensato su e l’ho intitolata Ritratto, specchio della persona gentile e sensibile che ho fortunatamente conosciuto anni fa. Interessante il percorso tortuoso affrontato dalla sorella per contattarmi, attraverso la mediazione di una cugina per mantenere la sorpresa fino al giorno fatidico. L’effetto è stato talmente grandioso… che Lisa ha innaffiato di calde lacrime tutta la giornata del compleanno. Roberta ha imparato a memoria la mia poesia che la solerte cugina ha recitato durante il banchetto. Onorata di aver contribuito alla festa, ricevo in omaggio una plendida ortensia, notevole per capolini ed eleganza. La giornata mi offre lo spunto per valorizzare la ‘sorellanza’, la solidarietà tra sorelle che non è scontata. Infatti ho percepito tra le due mie amiche un legame profondo, che parte da lontano, frutto dell’ educazione attenta dei genitori, entrambi mancati ma sempre presenti. La mamma Bruna che ho avuto il piacere di conoscere era anche un’ottima cuoca. Ecco che Roberta ha rispolverato le sue ricette e si è impadronita dei fornelli; d’altro canto Lisa ha ereditato il pollice verde della mamma, cosicché la casa compete con la fioreria per abbondanza di piante verdi e fiorite. Una storia di eredità affettiva passata dai genitori ai figli. Un dettaglio cromatico mi illumina: quando entro in soggiorno, noto la tavola apparecchiata con piatti celesti: immagino che il celeste sia il colore preferito della festeggiata che invece mi sorprende, dicendo che l’ha scelto perché è il colore del cielo e rappresenta un modo per connettersi coi suoi cari. Lo trovo un gesto di grande delicatezza, un dettaglio che fa la perfezione. I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio. Parola di Leonardo.

Arte e Fiori a Cavaso in fiore

Oggi Cavaso in fiore, manifestazione che riprende con vigore, in una bella giornata di sole. Non mi servono fiori, ricevuti in abbondanza al mio recente compleanno, ma mi attrae la bellezza che gira attorno a questo dono del creato e so che troverò ciò che cerco. Prima delle dieci sono sul posto, accompagnata dalle note della banda musicale. Scendo da un vialetto antistante la casa di riposo e mi trovo sulla piazzola dedicata al maestro di musica Benedettini che mi diresse da bambina in una performance di danza. Nell’anfiteatro sono esposti i quadri di tre persone che conosco: Noè Zardo, Renato Zanini e Daniele Signor. Posizionato nei pressi il banco con le piccole e deliziose statue di Renato, in aggiunta ai dipinti, in bella compagnia con quelle dello scultore Gilberto Fossen e del collega Francesco Orlando che è pure pittore e soffiatore del vetro. La prima cosa che mi colpisce è la parata di piccoli quadri di fiori dell’amico Noè che per questa edizione si è cimentato nella pittura ad olio, con esiti a mio dire brillanti. Daniele custodisce in una valigia un piccolo tesoro: delle stampe accurate di alcune sue opere, per chi volesse acquistarne una versione più a portata di mano. Noto che ogni artista è in divenire, aperto a sperimentare varie forme artistiche e questa è la magia dell’arte che si rinnova e spazia in vari ambiti. Scatto un paio di foto e mi trattengo a parlare piacevolmente con loro, cui provo a offrire la mia penna, senza secondi fini: perché amo il bello che ogni artista cerca ed esprime. Poco male se non ci sarà una folla oceanica a visitare e omaggiare i prodotti del loro ingegno: sul terreno buono, la semina darà i suoi frutti, e i germogli diventeranno fiori (Dove i Germogli diventano Fiori, di Ada Cusin è su Amazon). È anche la filosofia di Elisa Barbone, la pittrice donna che espone, a un passo dai colleghi con cui scambio due parole, mentre ammiro i suoi paesaggi d’acqua incastonati da cornici in tinta. Adesso mi resta da visitare il resto degli espositori, per tutti i gusti e i palati, perché oggi è la festa dei sensi. Per quanto mi riguarda, ho attinto alla forma espressiva più vicina a quella mia letteraria. Ho visto amici e apprezzato le loro opere. Visitatori fatevi avanti!

Enea, piccolo eroe moderno

Partorire in anonimato: è una possibilità concessa la alle donne che intendono rinunciare al bambino che mettono al mondo. Come abbandonarlo in anonimato. È successo ieri, giorno di Pasqua a Milano. Enea: il nome del piccino di una settimana, abbandonato nella ‘Culla della Vita’ del Policlinico Mangiagalli di Milano (in Italia ce ne sono cinquanta). In una lettera lasciata nella culla accanto al bimbo, la mamma informa sul nome e dà altre indicazioni. Prima che parta l’iter per l’adozione, ha dieci giorni per ripensarci e farsi viva, lo ricorda il primario dell’ospedale. Molti si augurano che succeda, me compresa. Posso lontanamente immaginare le difficoltà di questa donna che si è tenuta per una settimana la sua creatura, prima di decidere di rinunciarci. Sono sicura che il piccolo Enea – nome di reminiscenze liceali – avrà una schiera di potenziali genitori, disposti a prendersene cura. Ma lei come vivrà, sapendo di aver rinunciato al figlio? La immagino giovane, oppure madre già oberata di altri figli, in condizioni economiche precarie…eppure dotata di grande determinazione per aver preso una decisione tanto traumatica per lei, più che per il figlio che potrebbe anche essere ‘fortunato’, se sarà bene accolto da una famiglia adottante. Lungi da me fare retorica su un argomento tanto delicato. Dalla mia esperienza di madre un po’ fuori dalle righe (single con figlio), mi sento di dire che mettere al mondo un figlio voluto è un’esperienza totalizzante che non si cede ad altri, se non per gravissimi motivi. Suppongo che la mamma di Enea abbia agito di conseguenza. Un dettaglio: il nome che gli ha dato mi fa pensare a una donna istruita o comunque a una scelta non casuale. Enea è l’eroe troiano di cui parla Virgilio nel poema Eneide, costretto a peregrinazioni prima di giungere a fondare una nuova terra. Un nome premonitore? Comunque un bel nome, denso di significato e di promesse. Tanti auguri, piccolo eroe!