Babbo Natale sfrattato. Sembra il titolo di un racconto controcorrente, invece è una storia vera. Succede a Dolcedo, borgo ligure in provincia di Imperia. Riguarda Giovanni/Gianni, 80 anni; faceva il babbo natale ed è stato sfrattato perché non riesce a pagare l’affitto. Vive in una casa della Curia con la compagna Franca e Briciola, un cane che gli fa compagnia mentre è a letto, ammalato. Seguo la storia durante il programma Diario del giorno. Sembra inverosimile che il “Babbo Natale del paese”, simbolo di generosità e opulenza sia vittima di povertà. Per fortuna la comunità si è mossa e lo sfratto è stato rinviato a febbraio. Ma il problema rimane: un anziano, messo male in arnese deve vivere dignitosamente con una pensione di 600 euro, da cui detrarne 250 per l’affitto. Sono mortificata e incredula. Forse ci voleva la sua storia per pensare ai poveri nostri connazionali, quasi 6 milioni di persone che vivono in condizione di povertà assoluta, mentre la povertà relativa coinvolge oltre 8 milioni di individui. Sono dati che non fanno onore al Belpaese. Se la figura di Babbo Natale, ammantata dalla leggenda è cara ai bambini fino agli 8 anni, è reale la povertà, compagna di molti vecchi, insieme con la solitudine. A Giovanni/Gianni auguro di tornare a fare il Babbo Natale del paese, con qualche chance in più!
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Boccaccio e le donne
Regalare un libro sotto Natale ha un valore in più, anche se si tratta della rilettura di un classico. In questo senso mi sprona la lettura dell’articolo di Francesco Piccolo nella Repubblica di ieri, a favore del Boccaccio, di cui domani 21 dicembre ricorre il 650esimo anniversario della morte (Certaldo, 16.06.1313 – Certaldo, 21.12.1375). Ma anche un fatto privato: Manuel, 25 anni compiuti da poco mi ha confidato che sta leggendo il Decameron: evviva! Dai tempi del Liceo ho simpatia per il Boccaccio, per la sua capacità di narrare il quotidiano, nelle storie raccontate da dieci giovani – di cui sette donne – rifugiatisi fuori Firenze, a causa della peste. Un modo intelligente per non annoiarsi. Chi non si ricorda Frate Cipolla, Calandrino e Chichibio? Ma non ho memoria di donne protagoniste di altrettanti racconti che il giornalista recupera: Chismonda, Alatiel, Giletta di Narbona, Alibech. Certo i nomi non aiutano, ma le loro disavventure/disgrazie femminili rispecchiano l’attualità. L’attenzione del Boccaccio per i personaggi femminili è confermata dal De mulieribus claris, una raccolta di 106 biografie di donne famose. Delle “Tre Corone Fiorentine’, Boccaccio è il più vicino alla mia sensibilità di donna. Lieta che Manuel mi abbia preceduta, di buon grado riprendo in mano il Decameron.
Dramma inscenato
Ritrovata Tatiana, la 27enne di origini ucraine scomparsa da Nardò (Lecce) dieci giorni fa. Strafelici i genitori che avevano adottato lei e il fratello. “Sto vivendo il mio Natale anticipatamente” ha detto al microfoni il padre, visibilmente commosso. Pare che sia stato un allontanamento volontario, dato che la giovane è stata trovata nella mansarda di Dragos, l’amico di origine rumena. Quindi non sequestro, ma una scelta, per cambiare vita, forse per aumentare i followers che Tatiana ha sui social dove è molto seguita. Non ci posso credere. I due ragazzi risponderanno di procurato allarme. Io sposto l’interesse sui genitori che per dieci giorni hanno subìto le pene dell’inferno. Immagino i sensi di colpa che si saranno attribuiti, maggiorati dal fatto di aver coronato una doppia adozione. Circa trent’anni fa, a Lignano mi era capitato di perdere mio figlio piccolo per un paio d’ore. Lo avevo lasciato seduto, davanti alla gelateria per acquistare una cartolina, con l’invito a non muoversi, disatteso! Due minuti, forse cinque e quando sono uscita non c’era più. Un’esperienza immobilizzate, per fortuna conclusasi presto e bene. Se sparisce dalla circolazione un figlio adulto le motivazioni sono varie, diverse e magari comprensibili in certi contesti. Ma la sofferenza gratuita inferta a un genitore è al di sopra di qualunque scusa. Tatiana dovrà rimediare al dramma messo in scena.
15esimo post a quattro mani: Nadi e Fiji
Manuel non conosce tempi morti. Domenica ha lavorato tutto il giorno e stamattina mi manda un vocale dall’aeroporto di Sydney – precisamente da Kingsford Smith – in attesa che aprano il ‘gate’. Dove cavolo starà andando? Poco dopo mi arriva la risposta: “Appena arrivato a Nadi, alle Fiji, adesso sto aspettando il controllo passaporti”. Nadi mi ricorda il nome della mamma, Nadia… ma le Fiji dove stanno? Le cerco e le trovo a Nord-Est dell’Australia, “Nel Pacifico” precisa lui che evidentemente usufruisce di un permesso lungo, dato che rientrerà a Sydney venerdì sera e riprenderà a lavorare sabato. Quindi, calcolando partenza e arrivo, una vacanza di cinque giorni in mezzo a bellezze naturali mozzafiato, tra l’altro indotta da motivi assicurativi che lui stesso spiega: “Sono in Australia da più di sei mesi, per cui o facevo domanda per un’assicurazione sanitaria privata, però mi costava e non pochi soldi… oppure dovevo uscire e rientrare dall’Australia per avere altri sei mesi di copertura”. Manuel ha deciso per la seconda opzione. Ed eccolo… in mezzo all’Oceano Pacifico.! Mi invia anche delle foto, ma con le signore dell’agenzia e io preferisco quelle d’ambiente. Primo resoconto. Si fa sei chilometri a piedi “un po’ in mezzo al niente”per arrivare al centro di Nadi dove la gente saluta con “Pula/Buongiorno” ed è molto cordiale. Variante: “Il compare del signore che ha bottega seduto sulla sedia mi chiede se fumo erba”. Risposta negativa e prosegue verso il tempio induista “Bello, coloratissimo, ma mi sono beccato il restauro”. Poi tocca a un ristorante indiano vegetariano “dove ho mangiato da gran signore per l’equivalente di sei euro”. A questo punto mi informa di salsine, polpettine, spezie… che mi fanno venire l’acquolina in bocca. Un giretto al mercato dell’artigianato locale dove sono tutti contenti a sentire parlare dell’Italia. Quindi mette piede nell’agenzia turistica per prenotare un viaggio in una spiaggia delle Fiji, con successiva visita a un villaggio nell’entroterra e a una delle cascate più famose dell’isola “Dove faremo – lui e un altro dell’ostello – anche il bagno volendo, sperando che sia caldo, ci conto molto”. Il racconto prosegue con la visita al mercato ortofrutticolo dove “Sono tutti sereni, sorridenti, cordiali”. Del tutto giustificato che Manuel sia allegro e soddisfatto del suo viaggio. Io mi godo sullo schermo le foto dei bellissimi posti e condivido l’emozione che trasmette. Però non vedo l’ora che ritorni!
Coincidenze
Ieri mattina verso le 9.30 ricevo una gradita telefonata di Manuel: mi aggiorna sul suo soggiornoq australiano che si assottiglia di mese in mese. Siamo in molti ad aspettarne il ritorno, giusto per festeggiare il suo compleanno a settembre. Dato che a Sydney sono le 19.30, gli chiedo cosa si preparerà per cena e la risposta un po’ mi spiazza: “Hamburger di canguro”. Coglie il mio imbarazzo e si affretta a rassicurarmi che non è niente male. Gli credo e lo informo sul mio menu di mare, dal momento che io preferisco il pesce alla carne. Parlando di cibo, mi ricordo che ho sul fuoco un pentolino con un uovo da lessare per i canarini, e a malincuore sono costretta a chiudere la conversazione (per la cronaca, l’acqua era evaporata, ma l’uovo si è salvato). Arriva il pomeriggio, che mi trova sempre un po’ sfiancata. Durante la trasmissione Geo e Geo, un servizio sugli Eucalipti di casa nostra mi riporta in Australia, dove la pianta costituisce gran parte delle foreste e un’importante fonte di cibo per i koala. Due più due fa quattro e ho il materiale su cui scrivere il post, lieta di occuparmi di un argomento interessante che coinvolge anche la mia sfera privata. La campagna romana abbonda di Eucalipti: il parco degli Eucalipti è uno dei numerosi spazi verdi nel quartiere EUR. A parte le proprietà balsamiche e aromatizzanti di cui è dotato, le foglie e soprattutto l’olio essenziale della pianta hanno un effetto repellente per insetti e zanzare. Utilizzato anche in cucina, si possono realizzare piatti con le foglie che al momento ricordo confusamente. Il web potrebbe aiutare. Io preferisco chiedere a Manuel e poi riferirò.
Carnevale sì e no
Carnevale, un rito collettivo che ha radici antichissime: i Saturnali della Roma antica o le feste dionisiache del periodo classico greco, durante le quali era concessa la trasgressione, ognuno poteva indossare i panni che voleva, ribaltando l’ordine sociale. La parola deriva dal latino ‘carnem levare’ cioè togliere la carne, consuetudine che cadeva alla fine del carnevale quando inizia la Quaresima. Anche se oggi è dedicato ai bambini, in passato era considerato una festa per gli adulti. C’è chi ama vestirsi in maschera e chi no. Bello immergersi nell’atmosfera della Venezia settecentesca, calandosi nei panni di una vezzosa damina o di un elegante signore, per una sorta di momentaneo gioco di salutare evasione dalla stressante realtà. Che è tutt’altra cosa dell’apparenza. Affascinata dal pensiero di Pirandello – a sua volta influenzato da quello di Schopenhauer – trovo convincente la ricerca continua della propria identità. La maschera è uno dei temi fondamentali affrontati nei testi da Pirandello, metafora di diversi comportamenti dell’uomo. Indimenticabile la sua novella La carriola, dove un illustre avvocato prende per le zampe la sua cagnolina per evadere dalle costrizioni sociali, permettendosi un momento di ‘follia consapevole’. Nel romanzo psicologico Il fu Mattia Pascal, con cui vinse il premio Nobel per la Letteratura nel 1934, l’autore agrigentino indaga la crisi d’identità legata all’io. Interessante la motivazione del premio: “Per l’audacia e l’ingegno nel rinnovamento dell’arte drammatica e scenica”. Buona anche la festa di carnevale, per ricordare un grande della Letteratura.
Rosso di sera, buon tempo si spera
Ammetto di non essere attratta dalla politica, che seguo q.b./quanto basta come nelle ricette. Non ho simpatia per nessun leader estero. Mi dispiace che in America sia andata com’è andata, pensavo che la vicepresidente Kamala Harris avrebbe potuto indicare una nuova strada. Domani ci sarà l’insediamento del 47esimo Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, in carica per il secondo mandato non consecutivo. È previsto un gran freddo, reale e fors’anche metaforico. Alla cerimonia sarà presente pure la Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana Giorgia Meloni. Il tycoon/magnate Trump mi risulta aggressivo e arrogante, tuttavia spero che sfoderi altre qualità in politica estera e interna. Se la Corte Suprema non gli avesse concesso l’immunità, evitandogli i processi sull’assalto al Congresso del 6 gennaio, al suo posto ci sarebbe qualcun altro. Ora intendo soffermarmi sulle preoccupazioni espresse dal Presidente uscente Joe Biden nel discorso di commiato. Nell’articolo di Paolo Mastrolilli, corrispondente da New York del quotidiano la Repubblica, Biden attacca la tecnodestra di Musk, alludendo alla “potente oligarchia”. Premetto che Biden mi fa un po’ pena per le fragilità evidenziate, so che ha sofferto nel privato e che il suo passato non è immacolato. Durante la campagna presidenziale, aveva già denunciato il rischio per la sopravvivenza della democrazia del dominio economico e tecnologico che non guarda in faccia a nessuno. In parole povere, si riferiva all’influenza senza precedenti di Elon Musk su Trump. La maggioranza degli elettori non gli ha creduto, presi “dall’apatia, amica della tirannia, e dal deficit d’attenzione in cui versano”, secondo Franklin Foer, saggista ed editorialista. Incrociamo le dita e speriamo nel buon tempo, reale e metaforico.
Disavventura… a lieto fine
Mi sono alzata presto, per scrivere. Verso le nove ho fatto una pausa, incerta se prendere l’auto oppure no. Ho deciso di restare in paese e uscire a piedi, dato che oggi è il giorno del mercato locale che la settimana scorsa ha festeggiato il decimo anno: un evento che i commercianti hanno sottolineato, offrendo tramezzini e da bere. Stento a credere che sia già passato un decennio, ma c’è un buon motivo se non frequento più il mercato di Bassano del Grappa che cade pure di giovedì, risparmando tempo e denaro. Ahimè, la parola ‘denaro’ oggi mi ha tenuta in scacco e mi ha fatto passare una brutta mezz’ora. Ecco cosa è successo. Punto al bar per la lettura del quotidiano. E’ più frequentato del solito, come succede il giorno di mercato. Serapia e Ellene mi vengono a salutare prima di congedarsi, gentilezza che apprezzo molto. Poi anche Laura, la signora grande con cui condivido il Corriere (mi ha regalato un vasetto di marmellata di fichi e io le do dato una copia del mio Passato Prossimo). Caricata dallo scambio di emozioni e conclusa la lettura del quotidiano, esco e mi approssimo allo sportello dell’ufficio postale per fare un prelievo: fuori uso, come ieri. Quindi decido di chiedere l’operazione all’interno e poi pagare in anticipo la robusta bolletta del gas, in scadenza tra una decina di giorni, per non dimenticarmela. Concetta, la gentile titolare oggi è supportata da una giovane collega, quindi farò presto. Detto, fatto. Ho ancora tempo per prendere il pane e il pranzo di pesce, rigorosamente cotto perché non ho tempo di stare ai fornelli e devo scrivere il post entro le tredici. La giornata è umida e fredda. Rientro con le dita arrossate e depongo la borsa sul tavolo della cucina, con l’intenzione di sistemare i soldi del prelievo… che non trovo. Apro le tasche interne della borsa, sollevo il fondo, guardo dentro il libretto con la ricevuta delle operazioni fatte: zero! Comincio a sudare, pensando di aver lasciato sbadatamente le banconote sul banco, mentre sistemavo la carta per il prelievo eccetera. Telefono all’ufficio postale, confidando in un miracolo, senza risposta. Trafelata esco e percorro di nuovo la strada fatta circa quaranta minuti prima e sono nuovamente in Posta. Le due impiegate negano di aver trovato dei soldi dimenticati sul banco (a ripensarci questa eventualità fa quasi ridere, di questi tempi buoni per i ladri). Con la coda tra le gambe, non mi resta che tornare a casa, rivalutando le manovre fatte al rientro. Ed ecco l’illuminazione: ho estratto dalla borsa per prima la busta con la bolletta – salata – del gas dove potrei aver custodito i soldi del prelievo richiesto. La prendo e sbircio: ci sono, belli composti come me li aveva consegnati la giovane impiegata. Non sono stata derubata, per fortuna. Non mi era mai capitato di restare vittima della mia distrazione. L’attenzione non è mai troppa, stavolta mi è andata bene.
Quasi una favola
La storia di Rex mi ha così presa che ho voluto saperne di più. Contatto Flavio, e immediatamente ricevo una sua mail da Aksai, una piccola città nel nord-ovest del Kazakhstan, dove lavora per una ditta locale che offre servizi per le compagnie petrolifere. Lui è l’unico espatriato in una società di circa 150 persone. L’incontro col cane avviene per caso. Durante il tragitto casa-lavoro, Flavio lo nota nel retro di un supermercato con una zampina messa male, forse rotta. Ogni giorno da allora gli porta qualcosa da mangiare: ma gli altri cani sono sempre più svelti di lui. Lo sguardo languido dell’animale – che vedo in un breve video – la dice lunga sul suo bisogno d’affetto, prima che di cibo. Parlando con Aliya, una ragazza dell’ambiente di lavoro, Flavio scopre che in città una signora si dà da fare per i cani abbandonati: la contatta perché tolga dalla strada l’amico a quattro zampe e versa dei soldi per il suo sostentamento. A settembre, in occasione del suo compleanno, l’invito viene esteso ai colleghi di lavoro, quale regalo da destinare ai cani sfortunati. Il secondo incontro avviene al canile che si rivela come un vero lager: escrementi ovunque, ossa, bottiglie di plastica eccetera. Rex aspetta il suo salvatore in una lurida cuccia, con un metro di catena. Inorridito, Flavio lo porta nella ‘staff house’ (una casa in cui vivono alcuni dei dipendenti) che ha un giardino recintato, dove il cane è libero di muoversi. Egli stesso lo porta fuori due volte al giorno, progettando di portarlo in Italia per Natale. Nel mentre Ha fatto le vaccinazioni e un campione del suo sangue è in viaggio per Mosca. Appena arrivano i risultati vado avanti con il passaporto e il microchip. Flavio deve essere una persona tenace e lungimirante: ha trovato chi è disposto ad adottarlo quando tornerà in Italia, in attesa di concludere gli impegni di lavoro in Kazakhstan. Ultimo atto: ha convinto colleghi e dipendenti ad organizzare una raccolta fondi per i cani e gatti randagi: il canile è stato ripulito e sono state donate finora 12 cucce nuove. Sembra una favola in clima natalizio, ma è fortunatamente vera. Con l’augurio di trovarne altre simili sotto l’albero.
MAESTRI E MAESTRE
Anche se sono in pensione da un pezzo, continua ad attirarmi ciò che concerne il momdo della scuola, nel bene e nel male. Può darsi che si tratti di deformazione professionale, oppure che prevalga il desiderio di sentirmi ancora parte di un tutto che mi ha assorbita molto. Comunque sia, mi cattura l’articolo del settimanale Oggi, a cura di Valeria Palumbo: “Riscopriamo MAESTRI E MAESTRE che ci han fatto diventare grandi”. Arriva in edicola una nuova collana di biografie allegate al settimanale Oggi e al quotidiano Corriere della sera, lanciata per il centenario della nascita di Alberto Manzi (3 novembre 1924) che condusse la fortunata trasmissione Rai Non è mai troppo tardi. Le cinque uscite riguardano: Alberto Manzi, Mario Lodi, Gianni Rodari, don Lorenzo Milani e Maria Montessori che ci offrono “uno strumento per leggere il mondo in modo indipendente e non chinando la testa” secondo il pensiero dello scrittore Paolo Di Paolo. Di Alberto Manzi mi ricordo abbastanza, di Gianni Rodari ho usato le poesie a scuola con i miei studenti, di Maria Montessori conosco la vita di madre single e di educatrice non convenzionale. Di recente è uscito un film su di lei che vorrei vedere. In tempi difficili e complessi anche per la Scuola, ritengo che i suddetti “colleghi” abbiano ancora molto da insegnare. Pertanto plaudo all’iniziativa e prenoto in cartoleria la prossima uscita. Anche se non sono più in servizio, non ho smesso l’abitudine di confrontarmi e di imparare da maestri che la sanno lunga. Senza dimenticare quelli che mi hanno illuminato la strada, a cui ho dedicato le mie opere, disponibili a mio nome su Amazon: al professore di Italiano del Liceo Armando Contro Il Faro e la Luce e al maestro di quinta elementare Enrico Cunial Dove i Germogli diventano Fiori. Nella poesia che introduce il racconto, intitolata Bouquet paragono l’insegnante ad un giardiniere che ama e cura i suoi fiori. La riporto: I fiori sbocciano/nel pieno fulgore,/profumati alcuni/altri colorati/di semplice fattura/oppure elaborati./Ognuno della natura/un autentico capolavoro,/frutto anche/dell’attenzione/del solerte giardiniere/che li ama e li cura./Pure il maestro/agli alunni dedica/tempo e pazienza./Qual fiore, la sapienza/ha bisogno/di mente e di cuore.//Lunga vita agli insegnanti che lasciano il segno.
