Conosco Grazia Deledda dai tempi del Liceo e la mia ammirazione è rimasta inalterata. Ho letto diversi romanzi dell’unica donna italiana Nobel per la Letteratura nel 1926. Canne al vento è ritenuto il suo capolavoro, ma io preferisco La madre, romanzo intimista del 1920, uscito l’anno prima a puntate su un giornale. Del resto la grande scrittrice sarda (Nuoro, 27 settembre 1871- Roma, 15 agosto 1936) aveva iniziato giovanissima la carriera letteraria, pubblicando racconti su riviste, ottenendo il primo successo con il romanzo Anime oneste (1895). In età scolare aveva ripetuto l’ultima classe elementare non per demerito – allora le bambine non proseguivano gli studi – ma perché ritenuta dalla sua maestra ‘intelligentina”. Da autodidatta è arrivata al Nobel per la Letteratura, con la motivazione: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale”. Dal 1985 su Venere c’è un cratere dedicato a lei, grazie all’associazione americana “National Organization for Women”, onore che condivide con altre figure illustri della storia, delle arti e delle scienze. Attaccatissima alla sua terra, fu sepolta per suo desiderio nel cimitero del Verano in una tomba a forma di nuraghe. Successivamente, nel 1959 le sue spoglie furono traslate nel cimitero di Nuoro, nella Chiesa della Solitudine. La parola solitudine si addice bene alla Deledda, scrittrice riservata e attenta alle sfumature dell’animo umano. Attualissima direi: nel succitato romanzo La madre, la protagonista, madre di un prete innamorato di una parrocchiana muore in chiesa per il timore che l’intreccio venga svelato. Grande anima, accostata a Verga e agli scrittori russi. Da leggere e rileggere.
Categoria: Hobbies
Il mio eden
• Maquillage in casa, non per capriccio ma per necessità. Ho fatto degli spostamenti nella cucina dell’appartamento e nella mia zona giorno, per consentire l’ingresso di una libreria che mio figlio ha smontato e rimontato da solo: 5 quadrati neri distribuiti su 5 file, sovrastati da tre piante verdi ricadenti che sono una meraviglia. Una è un Photos, le altre sono due esemplari di Chlorophytum comosum, volgarmente chiamato Falangio, parola di Serapia che se ne intende. Ignoravo che depura l’aria, assorbendo la formaldeide ed altre sostanze nocive. Mi fa piacere avere scoperto il pollice verde di mio figlio che ha acquisito e messo in pratica svariate abilità durante il trasloco di piante e masserizie. La ‘nuova’ libreria ha preso il posto del piccolo tavolo dove avevo distribuito i 13 libri della mia ‘collana letteraria’ che esporrò da qualche altra parte. Approfitto per ricordare che sta per uscire il quattordicesimo prodotto, Amici Inaspettati che mi tiene sulle spine. La nascita di un libro è pur sempre un evento! D’altronde è risaputo che come domestica sono una mezza frana, diciamo che coltivo altri interessi! Comunque tra piante e fiori ho imparato parecchio. Forse mi occuperò anche di orto a chilometro zero, complici pomodori e melanzane che dal vaso alla tavola sono un piacere. Sintetizzando, la mia casa è il mio eden.
Self-publiscing/Auto-pubblicazione
Self-publiscing, ovvero autopubblicazione. Ne sento parlare da un paio d’anni. Si tratta della pubblicazione di un libro o di un’altra opera da parte dell’autore stesso, senza il coinvolgimento di una casa editrice tradizionale. “L’autore gestisce tutte le fasi del processo editoriale, dalla scrittura alla grafica, all’impaginazione, alla scelta dei canali di distribuzione e alla promozione”. Tanta roba, che sto sperimentando con il testo che ho per le mani, un lavoro immane che in realtà si sobbarca Manuel, grazie alle competenze acquisite per stampare la sua tesi di Laurea in Ingegneria elettronica. Senza di lui non avrei nemmeno il blog che mi fa buona compagnia da oltre cinque anni. Io ci metto la storia e lui fa tutto il resto. Ad esempio, ieri ha impaginato il testo dell’opera di prossima uscita che racconta la storia dei cani (Rex e Ben, più altri 10) e una ventina di foto di contorno, mattina e pomeriggio. Verso le 17 ha detto ‘Sono fuso” e io straparlavo. Poi siamo scoppiati a ridere tutti e due. Una bellissima esperienza di collaborazione, ma anche di fusione delle competenze. In questo modo risparmio tempo e denaro, approfittando di un tesoro in carne e ossa. Erica scrive: “Hai fatto qualcosa che molti sognano, ma pochi realizzano… editing, impaginazione, copertina, promozione, distribuzione del libro… tutto sulle tue spalle, indipendenza creativa!!”. In realtà condivido tutto con il mio ex alunno speciale, oggi Ingegnere, lusingata della sua amicizia e grata dei talenti che mette a disposizione mia e di altre persone fortunate.
La sana risata
Non mi capita di ridere spesso, per motivi di temperamento e anche perché scarseggiano le ragioni. Però apprezzo chi sa far ridere, come Giorgio Panariello (compie 65 anni il 30 settembre) che vedo durante una trasmissione sabato sera, in replica domenica pomeriggio sul Nove. Beh, un fuoco di fila di battute e di imitazioni da non credere. Alla fine dello spettacolo, quando il pubblico si alza, l’artista esce con il rassicurante saluto: “Che Dio vi benedica”, stendendo un velo di spiritualità sull’intrattenimento apparentemente superficiale. Invece no, perché il bravo attore, conduttore, cabarettista, comico, imitatore (di Renato Zero soprattutto e altri personaggi) introduce sapientemente delle note dolorose riguardo il suo vissuto di bambino, abbandonato dalla madre e allevato dai nonni, e alla scoperta a 12 anni di avere un fratello, Franchino, anch’egli abbandonato, diventato eroinomane e morto prematuramente. Ha scritto un libro molto intimo, intitolato “Io sono mio fratello” (Mondadori) che me lo restituisce nel ruolo di scrittore. Quindi, tanto di cappello. Far sorridere gli uomini significa anche far sorridere Dio è il messaggio di Papa Francesco a un centinaio di comici incontrati prima di partire per il G7 in Puglia. Chiudo con la salace battuta del comico nei panni di un padre che risponde alla figlia intenzionata a rifarsi la bocca: “Succhiati una mentina!” 😂
Un ragazzo d’Oro
In diretta da Tokyo assisto alla premiazione di Mattia Furlani, 20 anni appena (nato a Marino il 7 febbraio 2005), campione del mondo nel Lungo ai Mondiali di Atletica 2025. L’azzurro ha fatto un salto con 8.39, conquistando il meritatissimo oro. Per inciso, Mattia ha vinto la medaglia di bronzo alle Olimpiadi 2024. Chi è il suo allenatore? Sua madre, Kathy Sec, bellissima donna, una velocista di origini senegalesi, mentre il padre Marcello è stato un saltatore in alto. Anche la sorella Erika è un’altista a livello Internazionale. La genetica conta, e la famiglia pure. Mi attrae e mi commuove il rapporto con la madre. L’ho vista e sentita incoraggiare il figlio che spiega “Ci intendiamo con uno sguardo”. Una bella testimonianza d’intesa, durante un periodo della vita contraddistinto da problematiche genitori – figli. Mattia è dimostra che la famiglia può essere il trampolino di lancio per successi personali e professionali. Sale sul podio più alto della pedana, indossando la tutta azzurra. I folti riccioli scuri incorniciano il volto che si illumina in un ampio sorriso, mentre riceve la medaglia d’oro, al ritmo dell’Inno nazionale. Immagino la soddisfazione della madre che si ritrova a gestire il successo del figlio. Una buona relazione è frutto di conquista e di fiducia. Da premiare, anche senza medaglia.
Poeta di strada e Intelligenza artificiale
Domenica sonnolenta, sfoglio il venerdì cercando qualcosa che mi svegli. Lo trovo a pag. 38 nell’articolo di Pasquale Raicaldo, dedicato a un poeta di strada che sfida l’algoritmo. Il collega si chiama Paolo Grasso, 44enne irpino di Grottaminarda, titolare della “Manoscritteria”, una bottega poetica ambulante dove su richiesta dei passanti, con una vecchia Olivetti compone poesie al volo. Ma non è finita qua. Il singolare personaggio ha l’idea di mettere a confronto la sua capacità creativa con quella di ChatGpt. “Il pubblico decide la poesia più bella: spesso vinco io, ma mi è capitato anche di perdere”. Io ero rimasta al “certame poetico” dove certame deriva dal latino certamen che significa gara o lotta, in auge dal Medioevo all’Umanesimo. Dettaglio: il poeta è stato a lungo disoccupato, prima di diventare “venditore ambulante” di poesie. Emozionare con le parole in un tempo dominato dalle immagini è una gran cosa, che implica un talento notevole. L’aspetto che mi lascia perplessa è il tempo brevissimo per la creazione, che nel mio caso non è immediata. Velocità e profondità non viaggiano sullo stesso binario, salvo eccezioni. Del resto Paolo Grasso non impone un prezzo per le sue creazioni, ma si accontenta di un’offerta, persuaso che “Quanto a noi poeti, l’algoritmo non ci seppellirà”. È quello che spero anch’io.
Caffé letterario, resoconto
È ripreso il Caffè letterario, terza edizione. L’iniziativa culturale è frutto della collaborazione tra la Pasticceria San Gaetano da Mariano e il Comune di Castelcucco. L’investimento culturale è sempre apprezzabile, ovunque avvenga. La location della pasticceria, tra meringhe e gelati è attraente, sebbene io rimpianga le presentazioni ufficiali, sperimentate in Centro Sociale e nella Saletta delle Conferenze. Cambiano tempi e modi, rimane la sostanza, rappresentata dalla gentile Vicesindaca Antonella Forner e dalla consolidata bravura di Giancarlo Cunial che ha riproposto l’opera PASSATO PROSSIMO, dedicata ai Castelcucchesi. La mia rete di sostegno è rappresentata da Lucia e Adriana, intervenute rispettivamente sull’esordio del romanzo e sulla copertina, le fedeli Marcella e Alda, Lucia Basso, brava ricamatrice, Gloria e Benedetta, due ex alunne delle medie e Flora, 15enne studentessa, nipote di Mariano. Altri clienti di passaggio. Per dovere di cronaca, aggiungo che diverse persone assenti si sono giustificate per impedimenti familiari legati al weekend (vigilanza di nipotini), per contrattempi, oppure per ritrosia a uscire di sera. Ringrazio chi c’era, soprattutto le giovani che mi hanno trasmesso un’iniezione di ottimismo e di simpatia. Un aneddoto: mentre parlo con Lucia, ispiratrice del primo episodio “Dal Venezuela a Castelcucco” scorgo sedute sul divanetto di fronte Gloria Forner e Benedetta Favaro, ex brave allieve, oggi eleganti quasi trentenni. Suppongo che siano di passaggio, invece mi chiariscono che sono venute per me: che soddisfazione! Dopo acquistano una copia dell’opera che autografo volentieri. Partecipano anche alla conversazione, ricordando le mie manie da insegnante – niente sopra il banco! – che innescano il sorriso. Il pensiero di aver seminato sani germogli vale come tanti “firmacopie”. Flora – nome bellissimo – si avvicina con garbo per acquistare l’opera. Scambio due parole mentre le scrivo la dedica: frequenta il Liceo statale Veronese a Montebelluna, dove nel 2014 ho presentato con soddisfazione il romanzo Una Foglia Incastonata nel Ghiaccio. La storia si ripete. Quella buona.
Addio a Stefano Benni 📚
Massimiliano, bravo e caro collega sardo mi informa che è morto Stefano Benni, scrittore, poeta, giornalista, umorista, sceneggiatore, nato il 12 agosto 1947 a Bologna e mancato ieri. Lo scrittore amava il Sinis (penisola della Sardegna centro occidentale) e i gatti. Una foto pubblicata da un giornale locale lo ritrae all’Oasi felina di Su Pallosu nel 2016. Tanto mi basta per occuparmene, essendo anch’io una gattara e una che scrive. A parte il nome, balzato alla ribalta in qualche occasione, non lo conoscevo. Concentro le ricerche sul poeta, perché le poesie si leggono più in fretta, riservando ad altro momento la lettura di un suo romanzo. I più raccomandati sono: Il bar sotto il mare, Bar Sport, Saltatempo, Stranalandia, La grammatica di Dio, editi da Feltrinelli. Da come crea i testi poetici, rivela uno spirito brillante e talvolta vulcanico. Imprevedibile come i gatti. La poesia Ti amo è un fuoco d’artificio – sorprendente la chiusura – ma non la riporto perché lunga. Interessante e vera Non disprezzare il poco Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza/L’umile, il non visto, il fuoco, il silenzioso/Perché quando saranno passati amori e battaglie/Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza/Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara/Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota/Il poco, il meno il non abbastanza.// Brevissima, ma efficace come un pugno nello stomaco Il prossimo exit poll In caso di guerra civile/secondo un recente sondaggio/ il governo e l’esercito/sono in leggero vantaggio.//Termino con L’isola dell’amore che mi ricorda Gianni Rodari Io e te partiremo/su un aereo di carta/in tre ore per passare il mare/dove il vento ci porta/un aereo di carta di giornale/che porta la notizia che/io e te siamo partiti/e non si sa dove siamo finiti.// Ironico, profondo, originale.
Maionese impazzita
Lunedì, mattinata piena per me, dedicata alla spesa. Ma prima passo per il bar Milady, sempre affollato. Il quotidiano che preferisco è disponibile, tuttavia non riesco a captare un argomento meritevole su cui riflettere. Mentre giro e rigiro le pagine, entra una giovane con la testa coperta e due bambine; si siede nel tavolo difronte al mio e con il telefonino fotografa una delle bimbe, ma potrebbe inquadrare anche me. Provo un attimo di disagio, immaginando effetti collaterali negativi se posta la foto. L’ipotesi mi disturba, anche se non devo nascondere alcunché. Mi distrae un titolo del quotidiano che mi riporta in cucina, non il mio posto dell’anima: “A sinistra c’è una maionese impazzita. M non mi alleo neanche con la destra”. Il giornalista Federico Fubini intervista Carlo Calenda sul bipolarismo di casa nostra. Riporto un passaggio: “Il bipolarismo italiano è destinato a frantumarsi quando le condizioni si faranno dure. E ci arriveremo”. L’argomento è serio, ma lascio al lettore recuperare l’intervista. Io mi sposto metaforicamente in cucina per un imprevisto occorso agli esordi della mia attività lavorativa. Da studente universitaria, per raggranellare qualcosa ho venduto frullatori porta a porta, esperienza stressante, ma remunerativa. Prenotare l’articolo, significava versare trentamila lire, che io intascavo. Ovviamente prima dovevo fare la presentazione, che prevedeva di realizzare la maionese… senza farla impazzire! Il che succede quando gli ingredienti non si legano bene. Ci sono riuscita, ma mi sono spellata il pollice sinistro, maneggiando incautamente la lama del robot. Un torrentello di sangue inquinò l’operazione. Poi fui più accorta e capii che basta un niente per farsi male. Anche in politica.
Evviva la salvia!
Mi piacciono tutte le aromatiche, ma per la salvia ho una vera predilezione. Mi piace il colore, il profumo, la morbidezza delle foglie, la versatilità in cucina e non solo. Metto le foglie essiccate in diverse pietanze e con il macerato ho fatto un tonico lenitivo per il cuoio capelluto. È entrata nella mia vita da quando abito in una casa di proprietà con un po’ di scoperto, utilizzato molto a giardino, un po’ a frutteto e in minima parte a orto. La salvia è della stessa famiglia del timo e della menta, un’aromatica rustica, perenne e facile da coltivare, sia sul balcone che in giardino. Tuttavia, quella che ho in vaso è ‘stiracchiata’ mentre quella in terra è uno spettacolo, bella da vedere e da gustare, anche fritta come ho fatto di recente. Per le sue proprietà medicinali e simboliche è venerata in molte culture antiche. Nell’antica Grecia era considerata la “pianta dell’immortalità” e dunque sacra. Presso i Romani, le foglie, elaborate secondo un preciso rituale venivano utilizzate per difendersi dagli incubi notturni. Del resto il suo nome deriva da ‘salvus’ che significa ‘salvo’ o ‘sano’. Il significato spirituale gira attorno a purificazione, guarigione, saggezza; il significato simbolico la lega a longevità, forza, connessione. Di salvia non ce n’è mai abbastanza!
