Sapienza in sella 🚲

Oggi, Giornata Mondiale della Bicicletta. Se il tempo tiene, conto di farla uscire dal garage e farci un giretto. Non sono una patita delle due ruote, ma ammiro chi le usa per stare a contatto con la natura e fare esercizio fisico non agonistico, esclusi i ciclisti della domenica che circolano troppo disinvoltamente e diffondono l’ansia tra gli automobilisti. La Giornata fu approvata dalle Nazioni Unite il 12 aprile 2018, per sensibilizzare sui benefici sociali derivanti dall’uso della bicicletta come mezzo di trasporto e per il tempo libero. “Sapienza in sella”‘ potrebbe essere uno slogan per diffonderne l’uso, sicuramente compromesso nel mondo occidentale dalla prevalenza dell’automobile. Una rivale della bicicletta è la cyclette e anche la minibyke, consigliate per esercizio domestico e presenti in tutte le strutture che ospitano anziani. Penso ai miei contatti: due persone si spostano in bicicletta altrettanto che in macchina. Forse è solo una coincidenza, ma sono sensibili e aperte. A mia discolpa, posso addurre diversi motivi per avere poco usato la mia Fréjus rosa ridipinta di blu: poco tempo in età adulta, artrosi in età avanzata, strade trafficate, spazio minimo per portarci la spesa… Però ho un bel ricordo di quando portavo mio figlio piccolo sul seggiolino da agganciare al manubrio. I tempi sono cambiati ed ora è assai improbabile sentire qualcuno intonare “Ma dove vai bellezza in bicicletta”, cantata da Silvana Pampanini. Correva l’anno 1951 e la canzone era dedicata all’unica donna che partecipò al Giro d’Italia del 1924, la ciclista Alfonsina Strada. Mio figlio vorrebbe farmi provare la bici elettrica che lui usa al posto dello scooter. Saul lavora in palestra, io viaggio parecchio con la mente. A ciascuno il suo. 🚲

95 candeline per il grande Clint!

Divo senza divismo: mi piace questa definizione di Clint Eastwood che oggi compie 95 anni, di cui 70 dedicati al cinema. “Mi fermerò quando non avrò più nulla da imparare” è il suo obiettivo, coltivato con invidiabile dinamismo. Musica la sua prima passione, è considerato una delle figure più rappresentative della cinematografia internazionale. Attore e produttore, nel corso della sua lunga carriera ha vinto cinque Oscar, sei Golden Gloobe e tre Davide di Donatello. Anche il suo privato è interessante: sposato due volte, ha otto figli (sei femmine e due maschi), il più giovane dei quali, Scott ha 39 anni e ha seguito le orme del padre come attore, mentre Kyle è musicista e compositore. Clint ha lavorato con Sergio Leone in passato in numerosi film western, diventando successivamente regista e produttore. Tra i suoi film ho presente “Milioni Dollari Baby” (2005), premiato per la regia e “Gran Torino” (2008), nella classifica dei migliori film del poliedrico artista; “Il texano dagli occhi di ghiaccio” è un film del 1976 diretto e interpretato da lui che ha gli occhi azzurri/grigi/verdi. Al netto dei film western, che non sono il mio genere preferito, apprezzo molto l’evoluzione dell’artista impegnato a trattare tematiche sociali e i contrasti della società americana con molta sobrietà. Ovviamente ne ammiro anche la longevità, vissuta ancora da protagonista. Ho una grande ammirazione per i grandi vecchi, ex giovani e adulti che si sono adattati ai cambiamenti del corpo, coltivando mente e spirito. Mi incuriosisce anche il contrasto tra il carattere “timido e scontroso” che gli viene attribuito e le molte opere cinematografiche riuscite. Un suggerimento per operare in profondità, senza perdersi in chiacchiere? Un dono di natura, frutto anche di un lungo lavoro su se stesso. Complimenti e Auguri, grande Clint!

Tempo di Ortensie

Ho composto il primo bouquet di Ortensie, fiori che mi piacciono molto perché colorati, versatili…e non profumati. Infatti sono piuttosto sensibile ai profumi e non considero una mancanza che le Ortensie ne siano prive. In compenso sventagliano una varietà di toni, da quelli più tenui a quelli intensi. Al momento prevalgono gli azzurrini, ma so che tra un po’ mi stupiranno con tonalità più forti. Mi piacerebbe chiamarmi Ortensia o Giacinta, per la predilezione che ho per questi fiori. Tuttavia anche Rosa, Margherita, Iris, Dalia, Viola, Gelsomina… perfino Pervinca sono nomi femminili che rinviano ad altrettanti fiori. Ho scritto ancora su questo fiore, in latino Hortensia. Non sapevo – scopro oggi – che Ortensia è stata un’oratrice romana vissuta nel I secolo a.C. Figlia di Quinto Ortensio Ortalo e di Lutazia, Ortensia è passata alla storia come una delle prime donne avvocato, grazie alla sua orazione pronunciata davanti ai triumviri nel 42 a.C. Beh, mi piace pensare che abbia fatto un po’ di ombra a Cicerone (3/1/106 – 7/12/43 a.C.), rinomato oratore e politico romano, una sorta di ‘architetto della parola’ che ha dato filo da torcere nelle versioni dal latino al Liceo classico.Tornando al fiore, nella simbologia giapponese l’Ortensia è considerata un simbolo di immortalità e di mutevolezza, apprezzata per la capacità di cambiare colore a seconda dell’ambiente. Che poi dipende dalla natura del terreno: se acido, genera fiori blu mentre quello alcalino produce fiori rosa. Comperate diversi anni fa una decina di piante delle due varianti, col tempo si sono mischiate, regalandomi i fiori che preferisco, quelli che concentrano più tonalità. Essendo una pianta perenne, ogni anno mi dà la soddisfazione di una lunga fioritura salutare. Perciò, come cantava Nilla Pizzi dico Grazie dei Fior!

Signora solitudine

Di prima mattina, dopo aver ‘foraggiato’ i miei tre gatti, mi occupo dei canarini, due coppie nella voliera piuttosto grande che sta in ripostiglio, accanto alla cucina. Per conciliargli un buon risveglio, accendo una radiolina che trasmette musica, stamattina la canzone “Bella signora”, testo scritto da Mario Lavezzi e Mogol nel 1989 e interpretato da Gianni Morandi. Il brano è noto anche col nome “Signora Solitudine”. Curiosa l’associazione vita in gabbia e lo stato di isolamento, lamentato oggigiorno da molti. Per fortuna uno dei due pennuti comincia a cantare e mi convinco che gradisca le mie attenzioni. Più tardi li porto sotto il portico per godersi aria e sole. Ho pensato spesso al testo della canzone, che è un invito a non piangersi addosso e convivere, se capita con lo stato di isolamento, purché non assoluto. Un po’ come capita ai canarini, privati della libertà cui fornisco qualche conforto. A tutti capita di vivere situazioni esistenziali pesanti, giovani e vecchi compresi. Forse sarebbe utile parlarne di più e magari cercare insieme soluzioni. Giusto ieri ho sentito da un opinionista che accettare di avere un problema è già averlo per metà risolto. Certo di primo acchito la solitudine fa paura, ma riempirla in qualche modo potrebbe dare sollievo. Ognuno dovrebbe per tempo pensare come: musica, lettura, pittura, scrittura, animali… quando la compagnia viene meno. Perché niente è eterno, volenti o nolenti le persone si dileguano. Un passaggio della canzone, a mio dire profonda dice: Parlami di te, bella signora/Del tuo mare nero nella notte scura/Io ti trovo bella, non mi fai paura/Signora solitudine, signora solitudine/. Una solitudine ‘affollata’ potrebbe essere un buon compromesso, assodato che “La peggior solitudine è non essere a proprio agio con se stessi” (Mark Twain).

Fragola, fiore del Paradiso 🍓

Assaporare fragole è una delizia, soprattutto se i frutti sono di casa. Tra il fogliame verde intenso, si nasconde il ‘falso frutto’ (perché deriva da un fiore che aveva più pistilli; la parte rossa è l’accrescimento del ricettacolo), per me squisito. Niente da spartire con quelli comperati al supermercato, dal sapore annacquato. Dato che le ciliegie sono cadute appena abbozzate, a causa delle piogge abbondanti, mi consolo con le fragole maturate in vaso, in zona periferica della casa. Le fragole sono note per le loro proprietà antiossidanti, antiinfiammatorie e diuretiche. Sono un’ottima fonte di vitamina C e offrono numerosi benefici per la salute. Composte per il 90% di acqua, sono un frutto a basso contenuto di zuccheri, anche se hanno un sapore dolce. Particolarmente consigliate a colazione o come spuntino, la stagione ideale per consumarle è da Aprile a Maggio. Credo che le mie in terra, mi sorprenderanno più avanti. Al di là delle proprietà nutrizionali, la fragola è bella anche dal punto di vista estetico. Nonostante le Sacre Scritture non ne parlino, la pianta della fragola è ritenuta un fiore del Paradiso. Compare nei dipinti rinascimentali, probabilmente perché era diffusa in tutta Europa. A forma di cuore, con la superficie punteggiata di piccoli acheni (spesso scambiati per semi), di colore rosso brillante, la polpa è dolce e succosa. Se poi gustiamo una coppa di fragole e panna, le papille gustative esplodono. Molteplici gli usi in pasticceria. Io ho fatto i muffin con le fragoline comperate al mercato, coltivate da un’azienda locale. Mi gusta anche il gelato alla fragola e pure la macedonia di fragole con limone oppure con il vino. In gastronomia, esiste la ricetta del risotto con le fragole che non ho ancora sperimentato. Vedremo. Oggi sono a posto. Domani si vedrà! 🍓

Gli amici ungheresi

Gli argomenti più gettonati dei miei post riguardano l’attualità e le emozioni. Cerco di mantenermi in equilibrio quando i fatti sono spinosi, anche perché non sono una opinionista, ma semplicemente una persona che ama scrivere. Protagonisti del mio privato sono spesso i gatti e i fiori, di rado le mie amicizie. Oggi però è una giornata “storica” perché incontro Helena, Imre e Balazs/Biagio Matern, motociclisti ungheresi, amici di mio padre Arcangelo, mancato oltre 44 anni fa (il 2 aprile 1981). “ARCANGELO TI RIKORDIAMO SEMPRE FAMIGLIA MATERN” impresso sulla lastra tombale in cimitero a Possagno conferma che il filo della memoria è indistruttibile. L’amico spassoso sulle due ruote ha lasciato orme profonde. Da donna, non ho ereditato lo spirito sportivo di mio padre. Però sono contenta che lui abbia seminato tanta simpatia. Grata agli amici ungheresi, gli dedico il post odierno, tradotto per loro in inglese dal talentuoso Manuel che si trova a Sydney. Ritornati per una gita in terra veneta, non parlano italiano e io non parlo inglese. Tuttavia “Google traduttore aiuta e poi improvvisiamo”, scrive Biagio in italiano, “meccanico di motociclette”. Sara Cunial fa da preziosa interprete, il tempo scorre piacevole e veloce. Una visita in cimitero, dove Helena depone due mazzi di fiori, uno per mamma Giovanna e uno per il “globetrotter su due ruote”. Imre ascolta e pensa. A breve compirà 77 anni e non va più in moto. Ma custodisce un patrimonio di memorie e di amicizie. Durante i viaggi con la Laverda 750 – ora cimelio nel Museo Laverda di Breganze (VI) – Arcangelo li ha incontrati e si sono rivisti in vari raduni motociclistici, tenendo alta la fratellanza sportiva. In molte occasioni mi sono sentita ‘fuori del giro”, essendo donna e zero sportiva. Sono riconoscente a queste brave persone di avermi contattato, nel ricordo di mio padre. Con l’augurio che ogni viaggio sia portatore di salute e benessere.

Mandria di cavalli sfortunata

Il cavallo è un animale superbo. L’altro giorno ha compiuto trent’anni Varenne, il mito del trotto. Secondo un test psicologico fatto online, tra quattro animali proposti mi identificavo in un cavallo. Il che mi ha sorpreso, perché mi ritengo molto felina. Comunque sono innegabili qualità concentrate nel cavallo, animale intelligente e sensibile: forza, eleganza, indipendenza… però non è immortale, ed anzi come gli umani talvolta è anche sfortunato. Come è capitato alla mandria di cavalli colpita da una tempesta di fulmini nel Frosinone. Rifugiatisi sotto un faggeto durante un temporale, 33 cavalli – tra cui diversi puledri – sono morti fulminati. Il sindaco Francesco Di Lucia ha dichiarato: “Purtroppo eventi simili sono già accaduti, soprattutto con greggi di ovini. Questa volta è toccato ai cavalli, e la perdita e’ enorme per l’allevatore e per tutta la comunità”. Gli animali pascolavano liberi, secondo una tradizione antica che unisce natura e cultura, una pratica sostenibile, ma esposta ai pericoli della natura incontrollabile. Immagino la scena che si è presentata agli occhi dei Forestali. Il maltempo non ha risparmiato neanche alcuni rapaci, colpiti dai fulmini. Negli Stati Uniti i casi sono più frequenti, ma questo non consola. Considerati animali d’affezione, anche se certi sono allevati per la carne molto energetica che contiene grandi quantità di ferro, sono molto dispiaciuta. Penso a mia nipote Cristina che contribuisce al mantenimento di Egoist, un cavallo di 24 anni. Penso alla canzone “Furia, il cavallo del west” cantata da Mal e pure alla serie televisiva “Furia”. Anche al cavallino di legno ‘spingi e vai’ su cui mio figlio piccolo cominciava a ‘pedalare’. Dolcezza e tristezza si mescolano. Un nitrito di cavalli echeggia nell’aria.

16esimo post a quattro mani: Viti Levu (isole Fiji)

Bella sorpresa ricevere oggi il seguito della vacanza che Manuel sta godendo alle Fiji, 320 isole di cui un centinaio abitate. Lui si trova a Viti Levu che significa ‘La grande Fiji” perché è appunto la più grande e popolosa. Premetto che se ieri la sua narrazione era scarsa di fotografie, oggi mi invia delle foto ‘paradisiache’ compreso uno scatto fatto a lui che sembra di un altro pianeta, con collana di fiori “profumatissimi” al collo, copricapo leggero in riva all’oceano solitario di cui mi manda un ‘sonoro’ strepitoso. Questo dettaglio per me che amo i fiori, i colori e il mare basta da solo a fare il viaggio che ripercorro grazie a lui. “Acqua cristallina, a dir poco meravigliosa veramente, sarei rimasto lì ore, ore intere”. Che invidia! Un signore col taxi preleva in ostello lui e un altro ragazzo dalla Svizzera e li porta in un villaggio tipico di circa 300 anime dove “si aiutano l’uno con l’altro” e sono accolti con tutti gli onori “con tanto di ghirlanda di fiori”. Danzano e li fanno danzare. Bevono la Kava, bevanda tradizionale delle Isole del Pacifico, ottenuta polverizzando le radici della pianta Piper methysticum “un po’ pizzichina sulla lingua ma non malvagia”. Assistono alla dimostrazione “Molto bella ed emozionante” di come gli abitanti del villaggio creano articoli di terracotta, souvenir per i turisti. Segue visita ad un altro villaggio dove due ragazzini simpatici “Ci hanno fatto da guida attraverso la foresta verso la cascata dove abbiamo fatto il bagno”. Mentre Manuel racconta, immagino le emozioni provate e quanta umanità trasferirà nel suo cassetto dei ricordi. Naturale che dica “Alla fine della giornata un po’ lunga, sono abbastanza cotto”. Ma non è finita, perché “Mi resta da organizzare per domani cosa fare”. Cordialmente lo invidio e attendo aggiornamento.

Incontro con Rex

Valeva la pena fare un viaggio nell’Agordino, di per sé meta paesaggistica attraente. Ma l’obiettivo ha un nome: Rex, il cane kazako arrivato lo scorso febbraio a Taibon grazie a Flavio che ha trovato in Tania la giusta destinataria. Le premesse che si trattasse di un “angelo peloso” non erano esagerate. Io non sono una cinofila, però mi sono emozionata mentre lo accarezzavo e mi leccava le dita. Una creatura scesa dal cielo sulla terra, per emanare bontà e benessere. Non abbaia quasi mai: ascolta, osserva, gioca, ama. Il suo sguardo – il muso è di un pastore australiano – concentra il passato di sofferenza e condensa la fiducia nel futuro. Ecco il resoconto del viaggio. Pantenza tranquilla, fermata a metà strada per sentire scrosciare il torrente Cordevole. Ma è nuvoloso e il tempo non induce a trattenersi. Procediamo fin quasi alla meta, dove sorge il primo e unico problema: un sacco di vie e insegne riportano il nome/cognome Soccol, che è anche quello di Tania. Gianni, l’autista/pilota delega la consorte Lucia a interpellare il navigatore che non collabora. Per un po’ giriamo a vuoto, finché imbocchiamo la strada giusta, che assomiglia a un tornante. Vediamo la casa rosa, incastonata nel verde come una dimora delle fate. Finalmente siamo a destinazione. Tania ci viene incontro gioiosa e ci fa strada (in montagna è tutto stretto e alto). Dentro ha realizzato un museo domestico con svariate opere, perché trattasi di un’artista eclettica, tra l’altro grande ammiratrice di Vincent Van Gogh. Ma il capolavoro è lui, Rex! Lo tra le mani e gli parlo. Praticamente non mi lascia più. Dimena la coda a pennacchio e si divide tra me e Tania, mentre la solerte Lucia scatta qualche foto. L’emozione del suo abbraccio mi accompagna per il resto della giornata che prevede una puntatina a Canale d’Agordo per salutare Mariuccia, ‘in servizio’ da Ben perché il fratello Flavio è ripartito per il Kazakistan giusto stamattina. Ci troviamo al bar dove ci raggiunge anche Adriana, la ‘zia’ di Ben, lei sì cinefila e appassionata di gatti: quattro donne che dialogano cordialmente. Sisto, marito di Mariuccia è assente giustificato, in quanto fa compagnia a Ben. Gianni si defila e lo recuperiamo in macchina dopo una mezz’oretta, pronto per rimettersi al volante, da bravo pilota. Piove con decisione. Ma il cuore canta.

Analfabeti di ritorno

Sono autodidatta nella ricerca di notizie. Con un po’ di esperienza alle spalle, mi sono attrezzata per velocizzarne il trasferimento: in pratica, fotografo l’articolo che mi interessa, poi a casa lo rileggo e lo lavoro secondo le mie intenzioni. Ma il vecchio tablet che uso come block notes e videocamera deve essere caricato, cosa che mi scordo così succede che lo trovi scarico. Perciò ritorno alla carta e penna. L’argomento è ‘ghiotto’ per una che scrive. Lo trovo a pagina 29 del Corriere odierno, a firma di Paolo Di Stefano, col titolo: “La lingua perduta dei professionisti” che il giornalista identifica in avvocati, ingegneri, architetti, medici… gente colta che non dovrebbe essere oggetto dell’analfabetismo di ritorno, di cui parlava nei suoi testi il linguista e già ministro della pubblica istruzione Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 31/3/1932 – Roma, 5/01/2017) dal 2000 al 2001 nel governo Amato. Ho usato e apprezzato da universitaria un testo del De Mauro che custodisco in libreria. (Il fratello Mauro, giornalista scomparve la sera del 16/9/1970, rapito da Cosa nostra, alla vigilia di uno scoop che avrebbe fatto tremare l’Italia). In sostanza, il professor Tullio sosteneva che uno sviluppo adeguato dell’istruzione fosse un problema per la democrazia. Aiuto, vorrei non fosse vero. Comunque si moltiplicano libri che svolgono una funzione di resistenza e di sostegno delle basi linguistiche. Proprio oggi è in uscita ‘La lingua verde’ di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota per Rizzoli. Senza temere neologismi e anglismi i due linguisti mettono alla prova il lettore con quiz, consigli, esercizi su accenti, apostrofi, concordanze eccetera, perché “non è mai troppo tardi” per gli analfabeti di ritorno e per chi vuole migliorare la lingua Credo che lo comprerò. ✍️