In un momento di pausa forzata, mentre faccio uno spuntino accendo la tivù in cucina e assisto ad un tango da parte dei campioni europei di questa danza affascinante. Per inciso, durante l’ultima edizione di ‘Ballando con le stelle”, il 24 dicembre scorso Wanda Nara e Pasquale La Rocca hanno conquistato pubblico e giuria ballando il tango argentino della finalissima. Mi risulta che il tango sia anche il ballo preferito da Papa Francesco che, da buon argentino lo ha praticato in gioventù. È noto che il tango emerge come il ballo degli argentini poveri e immigrati, quindi un genere musicale all’inizio triste e malinconico che trasmette poi incanto ed eleganza, passione e complicità. Che c’entro io? Sergio Stefani, zio materno, dal Friuli si trasferisce giovanissimo a Buenos Aires in Argentina dove diventa benestante, allevando bestiame. Sicuramente ballava il tango, anche perché aveva una schiera di cugini musicisti autodidatti. Io da piccola pensavo di fare la ballerina, un sogno nel cassetto che ho aperto da grande – ma non troppo, sui vent’anni – andando a ballare con mia sorella maggiore. Euterpe, una delle nove Muse, dea della danza figlia di Zeus e Mnemosine, mi prese di buon occhio e in poco tempo divenni una provetta ballerina, grazie anche all’eccellente maestro. Ho pure vinto un paio di gare di liscio, ovviamente non da professionista, anche se qualcuno pensava lo fossi, tanto piroettavo volentieri. Di quel periodo ricordo le gonne con i volant e i bolerini, gli orecchini pendenti e i fiori tra i capelli, giusto abbigliamento da ‘tanghera’. Tra tutti i balli appresi, il tango era e rimane il mio preferito, anche se ora non lo ballo più. La stagione delle danze si è chiusa con la nascita di Saul, mio figlio. Ma il tango mi è rimasto dentro.
Categoria: Emozioni e pensieri
Uscita impegnativa
“Giornata pessima per uscire oggi”, mi scrive un mio contatto. Solo che lo leggo tardi, dopo che sono uscita a piedi, fino in piazza, toccando bar, forno e cartoleria: un’impresa con il dolore all’articolazione, su un percorso fatto decine/centinaia di volte in buona salute. “Siamo ricchi quando siamo sani, tutto il resto è lusso” è il contenuto del messaggio ricevuto ieri, abbellito da un cuore rosso che contiene una saggezza enciclopedica. Le recenti festività e il periodo invernale hanno messo a letto una moltitudine di persone e affollato i pronto soccorso. Io sono stata messa ko alla vigilia di Natale da un intenso dolore all’inguine, forse provocato dal posizionamento della fisarmonica oppure da artrosi e a tutt’oggi non ne conosco la causa. Sono ansiosa di saperne di più dal mio ortopedico, il gentilissimo dottor Guido Mazzocato che mi vedrà martedì pomeriggio. Nel mentre ho iniziato la fisioterapia con Federico Zalunardo che mi regala fiducia e benessere ad ogni seduta. Convengo che c’è di peggio e non si può stare sempre bene. Tuttavia la limitazione della propria autonomia è un’esperienza spiacevole, con cui cerco di convivere appellandomi alla pazienza e a pochi solidi contatti. Penso che l’età anagrafica comincia ad esibirmi dei conti. Io mi considero una ‘giovane anziana’, non disposta a passare il testimone. Sono uscita a posta per prendere in cartoleria il libro ordinato NOI SIAMO BELLISSIMI, di Maria Rita Parsi, sottotitolo Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori. Libro che la psicoterapeuta dedica a chi ha all’incirca la sua età (nata a Roma il 5 agosto 1947) e “debbono – o dovrebbero affrontare la terza età come la migliore, perché è l’ultima occasione della loro vita”. L’autrice dai capelli rossi mi convince. Confido in una vecchiaia bellissima, nonostante gli acciacchi.
Sant’Antonio Abate
Oggi 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, protettore degli animali che ci fanno compagnia e ci domano amore incondizionato. Lo sapevo e me lo ricorda uno dei messaggi che ricevo di buon mattino. Fuori pioviggina. Fiocco e Pepe/Pepita, i miei due gatti di venti mesi si rincorrono come pazzi, scavalcando mobili e impedimenti nell’immaginario di un soggiorno trasformato in giardino alberato. La loro vivacità mi strappa un sorriso, mentre io devo vedermela con l’artrosi che ha colpito l’altra gamba – la sinistra operata due anni fa – e devo centellinare i movimenti. Le due coppie di canarini sono confinate in ripostiglio e si accontentano del mondo che vedono dalla finestra…tuttavia i maschi cantano e mi fanno ben sperare in un proficuo accoppiamento a breve. Astro non c’è più, ma è presente nel ricordo affettuoso, insieme con gli altri amici a quattro zampe passati a miglior vita. Trovo opportuna una Giornata dedicata agli animali, creature con cui condividiamo il nostro soggiorno sulla terra. Sant’Antonio Abate (nato nel 251 d.C. – morto nel 355 ca.) è considerato il fondatore del monachesimo, da cui l’appellativo ‘abate’. Vissuto nel III secolo dopo Cristo, di famiglia facoltosa, verso i vent’anni segue la strada di san Francesco e dedica la sua vita alla preghiera e ai bisognosi. Si portava appresso il maialino, con il grasso del quale curava i malati affetti dal ‘Fuoco di Sant’Antonio’, alias Herpes Zoster. Tra i nove miracoli attribuitigli c’è l’incontro con Ezzelino da Romano. Assieme a San Francesco d’Assisi, a Santa Brigida d’Irlanda e santa Farailde di Gand (Belgio), a Sant’Ambrogio e a San Bernardo da Chiaravalle è annoverato tra i santi patroni degli animali. Gli è attribuita una collezione di detti, tra cui il seguente: “Io non temo più Dio, lo amo. Perché l’amore scaccia il timore”.
Oggi mare (d’inverno)
Sul tablet mi cattura l’immagine di un posto che conosco abbastanza bene, con il titolo ‘Veneto, il borgo marinaro dai mille colori’. Si tratta di Caorle, che ho frequentato d’estate negli ultimi dieci anni, anche perché abbastanza vicina a Pravisdomini, paese di provenienza di mia madre, a circa una trentina di chilometri, se calcolo bene. Inoltre l’hotel Cleofe, all’ingresso della cittadina era proprietà di Cleofe, un’amica di famiglia con cui ho avuto il piacere di trattenermi e di pranzare, prima che se ne andasse. La signora era molto amante dei cani che portava a spasso indisturbata, in età avanzata, divenuta ormai un’istituzione. La foto postata della Chiesa dell’Angelo mi fa quasi respirare lo iodio della scogliera e mi restituisce gli umori del borgo marinaro, dove c’è un vicolo, in prossimità del campanile cilindrico denominato ‘Calle Cusin’: perciò sono quasi a casa mia, anche perché il mare è il mio paesaggio preferito. Ieri ho citato il Massiccio del Grappa e oggi tocca all’alto Adriatico. Il mare mi parla di assoluto, d’infinito, da dove veniamo e della destinazione ultima. Adesso che ci penso, la poesia ‘Dopo’ scritta qualche tempo fa – una sorta di congedo – termina così: Lascio racconti,/brevi romanzi/poesie e fotografie…/per chi mi vorrà contattare/al di là del mare.// Un amico spiritoso che adesso non c’è più, si premurò di chiedermi il numero di telefono! Comunque il mare è il protagonista/artista della poesia ‘Corteggiamento del mare’, che apre la silloge di fotografia e poesia Natura d’Oro. Pertanto è evidente che per me rappresenta anche un paesaggio dell’anima. Concludo in tema marino, ricordando che il mio nome Ada, in turco significa isola. Tutto ritorna, appartengo alla Madre Terra, nello specifico al suo mare, paesaggio che mi rilassa ed ispira. Ciao mare!
Freddo, Silenzio e Memoria
Cielo limpido e terso, temperatura decisamente rigida: è arrivato il freddo, tutto in regola. Da casa fotografo le cime innevate, che prima delle otto si illuminano dei raggi del sole. È uno spettacolo che dura poco e che mi addolcisce. L’anno nuovo è cominciato, portandosi dietro la guerra in Ucraina e a Gaza, vittime sul campo e vittime civili senza esclusione di colpi. Altre brutture quotidiane fanno aumentare il livello dell’ansia. Volgo lo sguardo lassù, immaginando il profondo silenzio e il Sacrario Militare di Cima Grappa avvolto dalla neve, distesa come una coperta protettiva sulle cose. Erica mi ha inviato uno scatto dal Sacrario che nutre la mia vena creativa. Per associazione di immagini, mi viene in mente una foto in bianco e nero di me bambina, tra i Narcisi del Monte Tomba. Allora – fine Anni Cinquanta – si potevano raccogliere, adesso devono rimanere alla Madre Terra. Mi piace pensare che questo fiore – simbolo di amore eterno da parte di Dio – amante del freddo rinasca per fare compagnia alle salme dei tanti caduti durante il conflitto. Combino gli elementi della mia osservazione e mi esce la poesia che intitolo CENTOMILA NARCISI Mi rivedo/bambina tra i Narcisi/golfino rosa e sorrido./Adesso capelli grigi/e penso./Raccoglievo/i bei fiori profumati/che ora sul posto/devono stare/a ricordare/le vite spezzate/nel Sacrario Militare/custodite./Centomila Narcisi/per centomila caduti/nell’abbraccio/della Terra Madre. Il freddo, il silenzio e la memoria inducono la Pietà. 🙏
GRAZIE! 🧡
Pare che oggi 11 Gennaio sia la giornata internazionale del GRAZIE, nata pochi anni fa. Sottolineo ‘pare’ perché ogni giorno c’è più di una giornata internazionale o mondiale che celebra qualcosa, e si va in confusione. Comunque questa bella parola – GRAZIE – capita opportuna per me che con cautela riprendo oggi la mia normalità quotidiana, dopo circa venti giorni di inattività e autoreclusione in casa, a causa di un disturbo, probabilmente di tipo muscolare che non ha ancora un nome. Attendo conferme dalla mia dottoressa e dal mio fisioterapista che con le prime sedute decontratturanti mi ha già fatto del bene. Le festività appena trascorse…sono trascorse senza colpo ferire, se mi è concesso un gioco di parole. Niente brindisi e cotillon – che non sono nel mio stile – ma temporaneo dolore lancinante, attenuato dal sostegno morale e fisico delle persone che ho la fortuna di frequentare e che intendo ringraziare anche attraverso questo post: Lucia e Marcella, Marta e Veronica, Sara e Francesca, Vilma, Lisa ed Elisa… Valentina da remoto perché Gaia sta mettendo i dentini, Antonietta da Arcade, le due Adriana, Irene, Norina, altra Marta, Marisa da Milano, Paola da Nazaret e poi da Bassano, Pia e Serapia, Manuel e Saul che si è prodigato a farmi la spesa e a sbrigare altre incombenze domestiche. Altri che potrei scordare ma ci sono. In una fase di costrizione, sono stata alimentata dalla loro solidarietà e amicizia, doni preziosi e non monetizzabili. Un grazie lo devo alla mia buona stella, che mi ha consentito oggi di tornare ad essere autonoma, sebbene con molta prudenza: usare l’auto da sola e fare la spesa sono attività routinarie, a volte perfino fastidiose che oggi ho affrontato con spirito diverso, di riconoscenza. Ho perfino rimesso piede al bar, dove una signora mi ha avvicinato, a nome della madre 85enne che voleva avere mie notizie. Un ulteriore incentivo per dire GRAZIE! 🤝
Buon compleanno, Heidi! 🌷
L’altra sera ho rivisto il film Heidi e sento per tivù che il cartone di riferimento, disegnato dal giapponese Miyazaki compie 50 anni. Intanto mi piace che il nome Heidi stia per Adelaide, nome della mia cara nonna materna cui devo il mio trasporto per la lettura e la scrittura. Più che il cartone animato, una pietra miliare dell’animazione giapponese (e sono attratta dalla cultura del Paese nipponico), ho rivisto volentieri il film Heidi, del 2015, diretto da Alain Gsponer, con Bruno Ganz e Anuk Steffen. Molta simpatia per il nonno, definito ‘misantropo miscredente’ da una valligiana pettegola e grande simpatia per la ragazzina che preferisce vivere nella baita alpina, anziché a Francoforte nel palazzo di Klara, costretta su una sedia a rotelle, cui offre amicizia e aiuto incondizionati. Per me il tema di fondo è l’empatia tra l’adulto schivo/incompreso e la minore/orfana, disposta a condividere le bellezze di un ambiente suggestivo qual è quello delle Alpi svizzere. L’amicizia con Peter e le sue caprette aggiunge emozione. Pare che Heidi sia la bambina svizzera più famosa al mondo, grazie al suo amore per la vita e la sua sete di libertà. Il film è basato sull’omonimo romanzo per ragazzi, dell’autrice Johanna Spyri (1827-1901), pubblicato nel 1880. Tradotto in 70 lingue, ha ispirato più di 15 adattamenti cinematografici. Heidi è considerata oggi una piccola ambientalista ante-litteram e si capisce il motivo. Credo che il messaggio sarebbe giunto incontaminato, anche se l’ambientazione fosse stata marina. La sensibilità è trasversale a tempi e luoghi. Grazie alla creatività di chi ha inventato il personaggio e all’abilità di chi ha trasferito la storia in immagini, Haidi entra nella schiera dei classici e può soffiare contenta sulle sue 50 candeline!
Aneddoto pro Befana
Abitavo a Possagno da non molto, Anni Settanta circa. Ero rimasta in ottimi rapporti con la mia professoressa di Italiano delle medie che abitava in piazza e che andavo spesso a trovare, cordialmente ricevuta da sua madre, allora sui sessant’anni. Succede che un pomeriggio, in compagnia della signora stiamo passeggiando verso casa, quando all’altezza del bar centrale sento un coro che canticchia: “È arrivata la befana”. Non mi ricordo il periodo, ma escludo fosse invernale perché indossavo vestiti leggeri. Chiaro che i giovinastri volevano burlarsi di me, di lei oppure di entrambe. Ignoro il motivo, del tutto gratuito per cui, rintanati dentro il bar, avessero deciso di prendermi/ci di mira. Disorientata, subito faccio finta di niente, ma loro – gli sfaccendati – insistono con la canzonatura. Allora mi blocco, lascio il braccio della signora perplessa e faccio dietrofront fino all’ingresso del bar: a gran voce chiedo che si facciano avanti, se hanno qualcosa da dirmi a quattr’occhi! I codardi – erano tre o quattro sui vent’anni – non hanno osato. Io ho ripreso sottobraccio la mamma della mia insegnante e siamo andate oltre, fino a casa sua poco distante. Sbollita la rabbia, sapevo di aver fatto la cosa giusta. L’indomani sono stata avvicinata da uno del gruppo che si è scusato per la burla verbale messa in atto. Da allora, la befana mi sta molto simpatica: è diventata una sorta di guida che infonde forza, coraggio e quando serve usa pure la scopa. Alla faccia dell’immagine, lei sì che tiene senza bisogno di lifting e punturine! Generosa con chi merita, non lesina ‘bocciature’ di comportamenti disdicevoli o riprovevoli. Pertanto, se qualcuno mi fa gli auguri di Buona Befana, ne gioisco e ringrazio. A ben vedere, la mitica nonnina a cavallo della scopa è una antesignana delle femministe! Evviva la Befana!
Felis silvestris/ Gatto selvatico
Mentre mi faccio il caffè a metà pomeriggio, accendo il televisore su Rai 3 durante la trasmissione Geo e il conduttore annuncia un servizio sul gatto selvatico, pane per i miei denti. Grey, Fiocco e Pepita, i miei tre felini aspettano pazienti la razione di croccantini e non sembrano interessati a sentire informazioni sul loro ‘parente’, con cui hanno in comune parecchio. Il gatto selvatico o Felis silvestris ha una coda significativamente più lunga e spessa, una corporatura voluminosa, il pelo grigio-marrone, con una fantasia a strisce. Insieme alla lince è il rappresentante italiano della famiglia dei Felidi. È un animale solitario e territoriale, vive in Europa, Africa, Asia Centrale e Meridionale, abita i boschi ed è un lontano cugino del gatto domestico. Mi piacerebbe tanto incontrarlo, come è capitato al fotografo presente in trasmissione. Ho già detto della grande simpatia che ho per questa flessuosa e indipendente creatura del creato, condivisa da parecchie mie amiche e non solo. Conosco i nomi di alcuni felini: Nerina è la più gettonata, seguono Merlino, Pif, Mary, Sissi…Grigio, Lulù, Barbino…Nerone, Lupin (la scelta dei nomi elencati – non tutti per motivi di spazio – la dice lunga sul legame con i rispettivi padroni). Sul tablet mi arrivano molti brevi video con protagonisti cuccioli umani in serena compagnia con gatti, cani, uccellini che fanno ben sperare sul rapporto uomo-animale. Per Natale ho ricevuto in regalo da mio figlio il gustoso romanzo ‘Il mio gatto mi detesta’ di Federica Bosco, un diario immaginario scritto da un gatto di razza Maine Coon che critica la sua padrona – che lui chiama Umana – perché lo ossessiona con eccessive cure. Sono ovviamente dalla parte del gatto che però, a mio dire assomiglia troppo a un uomo che critica una donna. Dubito che saprei scrivere una storia con protagonista un gatto; in compenso ho diverse foto dei miei protetti, cui ho dedicato delle poesie. I più amati? Briciola e Sky, entrambi tigrati con bellissimi occhi verdi, somiglianti al gatto selvatico che porto nel cuore.
Sorellanza letteraria
Secondo giorno dell’anno 2024. Continuo a rimanere bloccata in casa per il dolore al fianco, per cui assumo antiinfiammatori e miorilassanti. La giovane dottoressa che mi ha visitato venerdì ha prescritto una settimana di cura, quindi tra due giorni dovrei stare meglio. Incrocio le dita e spero. Non avevo in programma festeggiamenti di fine anno, ma avrei preferito non mi capitasse questa tegola tra capo e collo, anzi tra schiena e anca. Dovrei uscire a colazione con Elisa, una delle sei ‘rododactilos’, alias dita rosate del blog verbanostra, rientrata da Torino per le feste. Però fa freddo e non voglio candidarmi a buscare altro, perciò ricevo la giovane amica/scrittrice in casa, dove si trattiene, raccontandomi un po’ di sé e ricevendo un incarico da me: rappresenterà il mio libro Passato Prossimo al Salone del Libro di Torino il prossimo aprile. Sono onorata di questo prezioso servizio che mi solleva dalla presenza al salone e consente a lei di fare un’esperienza che mi auguro le sarà utile. È di conforto il sostegno che si crea tra persone di varia età ed esperienze, mosse dalla stessa attitudine a scrivere. Elisa ha vinto l’anno scorso il concorso di narrativa promosso dall’associazione Zheneda di Vittorio Veneto e ha ottime canche per vincerne altri. Dopo di lei è toccato a Francesca, che è… l’apripista del blog verbanostra e colei che lo alimenta con post permeati di nostalgia e di amore per la natura. Veronica ha dato parecchio, postando un lungo racconto giallo in nove puntate, mentre Sara si è espressa con la poesia. Valentina, mamma in servizio h 24 sta cercando il momento per produrre e noi la aspettiamo fiduciose. Ho voluto rinfrescare la memoria ai lettori del neonato blog verbanostra, confidando nei loro utili consigli: siamo un gruppo di donne che scrivono per passione, avendo ognuna una vita privata e degli impegni. Stiamo cercando il modo per farci conoscere, per condividere esperienze ed emozioni. La ‘sorellanza letteraria’ è il più bel regalo ricevuto nell’anno appena trascorso.
