Durante il mio riposo quotidiano seguo il programma Forum su rete 4. Trovo garbata la conduzione di Barbara Palombelli e interessante l’ambientazione forense, indipendentemente dal fatto che le cause siano costruite a tavolino e i contendenti talvolta attori. La parte finale, destinata alla lettura della sentenza del giudice è quella che mi cattura di più, perché la confronto con la mia previsione che spesso ci azzecca. I motivi del contendere sono svariati quindi non mi annoio. La causa di ieri mi ha riportato a scuola, il mio ambiente di lavoro: protagonista l’home schooling, la possibilità di istruire i figli a casa, concessa ai genitori e seguita in Italia da 11.000 famiglie. Francesco e Giovanna, due genitori separati non si accordano sul tipo di scuola da far seguire alla figlia 12enne Lucrezia: il padre è tradizionalista mentre la madre, influencer l’ha ritirata da scuola per farne una spalla nel suo lavoro, fornendole una cultura domestica di persona e con docenti esterni virtuali. Da precisare che i coniugi avevano la figlia in affido congiunto…che è stato ritirato e trasformato in esclusivo con assegnazione al padre, perché la scuola non è solo un luogo dove apprendere nozioni, ma una comunità dove si impara a relazionarsi con gli altri. La mamma-influencer troverà un’altra spalla cui appoggiarsi e la ragazzina potrà tornare a comunicare con le sue coetanee. ‘Decisione forte’ ha postillato la conduttrice che mi trova del tutto d’accordo e restituisce alla scuola il ruolo di luogo speciale che le spetta. Al di là del fatto narrato, non so come funzioni l’istruzione domiciliare. Mi viene da pensare al tempo in cui famiglie privilegiate potevano permettersi l’istitutore/precettore, oppure avevano la biblioteca in casa da proporre/imporre ai figli. Come nel caso di Giacomo Leopardi… che appena potè, scappò.
Categoria: Emozioni e pensieri
Arte terapeutica
È ripreso il programma dedicato agli artisti “Dalla Strada al Palco” condotto da Nek, cantante che si trova molto bene nei panni di presentatore: disinvolto, garbato, empatico, bello. Alla terza edizione, lo spettacolo consente a una decina di artisti in varie specialità di mettersi in mostra. Ognuno presenta il suo percorso attraverso un videoclip e poi si esibisce; sono ammessi anche gruppi, come quello dei saltatori Truzzi in gara. Il meccanismo che coinvolge il pubblico in sala mi sembra chiaro ed efficace. Le persone votano e alla fine della serata, i due partecipanti col punteggio più alto vanno in finale; si aggiunge un terzo concorrente ripescato tra gli ‘esclusi’ grazie al ripensamento dei due ospiti. Ieri sera è capitato a Paula Torres, cantante di origine argentina che si è unita ai due più votati, un duo di danzatori-acrobati e il giovane Matteo che disegna storie con le mani. Comunque tutti gli artisti si sono esibiti in performance spettacolari. Il programma mi piace molto, già a partire dal titolo, evocativo e profetico: la strada è maestra di vita e il palco consente di partecipare esperienze costruite quasi sempre con enormi sacrifici e molta determinazione. Un esempio, il padre 52enne che canta accompagnato dal figlio batterista affetto da sindrome di down. Più di un artista riconosce all’arte un potere terapeutico, quello che credo anch’io. Quando l’arte chiama, che sia strada o palco l’artista risponde, come ha fatto la danzatrice 39enne con le scarpette a punta, passata dal palco alla strada perché preferisce esibirsi difronte al pubblico ‘tete a tete’. Mettersi in gioco senza il conforto del dietro le quinte merita molta ammirazione. Mi capitò a Bassano, diversi anni fa durante un giorno di mercato di apprezzare un violinista che poi fotografai, col suo consenso. Mi procurò un’emozione che poi mi suggerì un racconto, a riprova che l’arte è generosa.
Giornata del Gatto
Da gattara qual sono, non potevo farmi scappare la Giornata Nazionale del Gatto, oggi 17 febbraio (anche se in concorso con l’8 di agosto). Ho parlato in altri post della simpatia che nutro per questo animale di cui ammiro molte qualità: indipendenza, eleganza, flessibilità, astuzia, curiosità…e anche il fatto che sia piuttosto indomito, nel senso che decide lui a chi affezionarsi. Il pensiero di Leonardo da Vinci rende magnificamente l’idea: “Il felino più piccolo è un capolavoro’. Cresciuta in mezzo ai gatti – ma anche cani e uccelli – coltivo da sempre una predilezione per questa creatura, condivisa da diverse mie amiche: Vilma, Sara, Valentina, Serapia, Erica, Antonietta, Elisa e Roberta, Adriana, Lina… e mi scuso se scordo qualcuno. Attualmente convivo con tre gatti, di cui ho già parlato: Grey, tigrata, sette anni, Pepita dal manto bianco-grigio, quasi due anni come Fiocco, rosso light, il più temperamentoso, per usare un eufemismo. Per fortuna, vanno d’amore e d’accordo. Mi offrono momenti di cinema domestico…e qualche preoccupazione quando sento qualcosa cadere dall’alto oppure non li vedo, imbucati in posti impensabili. Fiocco non si risparmia: entra nella lavastoviglie se non chiudo subito lo sportello, nel frigorifero – attratto dal prosciutto – passeggia sopra la tastiera del pc, sul bordo del fornello dove ha lasciato i primi baffi, totalmente sordo ai miei rimproveri e alla minaccia di mandarlo in collegio. Poi al mattino me lo trovo in bagno, sonnacchioso che comincia a fare le fusa appena mi vede. Pepita, molto affettuosa e obbediente diventa il cuscino sulle mie gambe di sera, quando sono distesa sulla poltrona relax. Ogni tanto allunga una zampetta per accarezzarmi, senza tirare fuori le unghie come invece fa Fiocco. Grey, timorosa e diffidente fa un po’ da ket sitter ai due micetti – che in realtà stanno sui cinque chili – ci gioca e li lecca, pratica che mi intenerisce perché mi fa pensare alle cure materne. Quindi è lei che scelgo per postare la foto su Instagram collegata al post odierno. Con tanti auguri ai gatti e complimenti a chi li ama (alle ore 17, a Pieve di Soligo inaugurazione della mostra fotografica ‘Cats in Venice’)
Da che parte stare
Non sapevo nulla di Sangiovanni (pseudonimo di Giovanni Pietro Damian, n. Il 9 gennaio 2003 a Vicenza), salvo averlo sentito nominare tra i cantanti esibitisi al teatro Ariston durante la recente kermesse canora, vista ‘di striscio”. Di primo acchito confermo che la mia preferenza va al testo ‘Pazza’, della Bertè che ritengo originale e interpretato con passione. Del giovane cantante veneto mi colpisce che abbia “rassegnato le dimissioni” per il momento, da tutti gli impegni legati alla sua attività di cantante perché “Non riesco più a fingere che vada tutto bene” e “Non ho le energie fisiche e mentali”. Noto al pubblico dalla partecipazione alla ventesima edizione di Amici di Maria De Filippi, al Festival di Sanremo è risultato penultimo in classifica. Il titolo del brano interpretato è “Finiscimi”. Sono andata a leggere il testo del pezzo, una storia di addio da cui estrapolo il passaggio: “Io non so come si controllano le emozioni” che è una confessione coraggiosa, direi profetica. Ma in positivo, visto che il giovane artista ha avuto il coraggio di fermarsi, anteponendo il suo benessere psico-fisici al successo. Se non è una mossa studiata a tavolino – chiedo scusa per la diffidenza – ritengo che il ragazzo abbia agito con molto buon senso, difendendo il diritto ad autogestirsi e a sottrarsi dai tentacoli dello star-system. Del resto, a 21 anni deve completare la crescita umana e ha tutto il tempo di costruire la carriera che preferisce. Nel mondo dello spettacolo, non è l’unico ad avere avuto un ripensamento e ad avere fatto un passo indietro, soprattutto in ambito sportivo. Oggi è tutto complicato. Le energie profuse nella realizzazione professionale sono soverchianti, a discapito dell’equilibrio interiore. Confortante che un giovane artista decida da che parte stare.
Posta del cuore
Oggi secondo giorno di Quaresima, iniziata ieri con le Ceneri, periodo di digiuno, penitenza e preghiera che durerà fino al Giovedì Santo prima di Pasqua. Al termine dell’udienza generale, il Papa invita i fedeli a non dimenticare mai Ucraina, Palestina e Israele. Come potremmo? Al male dilagante fuori dei confini nazionali, si aggiunge la cronaca nera che ci propina ogni giorno fatti di incredibile efferatezza, inconcepibili nel terzo millennio, se non da menti malate e/o possedute da demoni. Accenno soltanto e poi viro su un argomento lieve, più nelle mie corde proposto dalla trasmissione Geo: Le Lettere d’Amore spedite al Club di Giulietta – nato a Verona nel 1972 – da ogni dove e da persone di varie età, presumo soprattutto giovani. D’altronde ieri era San Valentino, protettore degli innamorati. Tra l’altro il concorso ‘Cara Giulietta’ organizzato dal Club premia la più bella lettera d’amore che in questa edizione è stato assegnato a una messicana, testimoniando la partecipazione planetaria. A me interessa la scrittura a servizio del cuore, ma non nel senso della svenevolezza, quanto piuttosto come espressione di sé destinata a durare. Del resto la locuzione latina ‘Verba volant, scripta manent’ significa che le parole volano, mentre gli scritti rimangono. Oggi si scrive molto meno a mano ed è raro ricevere lettere manoscritte. Anzi, ho sentito che verranno smantellate molte cassette postali per scarsità di posta cartacea, subissata da quella online. I vantaggi della tecnologia non si negano. Tuttavia il dono di un biglietto manoscritto, magari decorato di proprio pugno come fa Francesca, oppure steso in bella grafia/calligrafia come fa Rossella ha un valore impagabile. Invidio le volontarie che si dedicano alla posta del cuore. Le immagino emozionarsi tra le pene altrui, ricevendone linfa nutriente.
Il cuore protagonista
Giornata Mondiale delle Cardiopatie congenite e San Valentino: protagonista il cuore, in doppia versione. L’abbinamento mi sembra appropriato, anche se non ho argomenti da sostenere. Mi limito a dire che rifuggo dall’impronta economica che viene data alla giornata, mentre mi attrae la figura di San Valentino (da Terni, 176 d.C- 14.02.273) vescovo e martire cristiano. È il patrono degli innamorati e degli epilettici, invocato anche contro i dolori del ventre. Amava vedere i bambini giocare nel suo giardino e poi li congedava con un fiore. La letteratura religiosa lo descrive come difensore delle storie d’amore, specie se infelici; si racconta che abbia messo pace tra due fidanzati che litigavano, offrendo loro una rosa. La ricorrenza è celebrata oggi in buona parte del mondo e fu istituita da Papa Gelasio I nel 496 in sostituzione dei festeggiamenti per i Lupercalia in onore del dio Fauno. Dunque oggi l’amore è protagonista, in tutte le forme e sfumature. Ovverosia cena romantica in coppia, fiori e cioccolatini…ma anche una riflessione su uno dei legami più importanti. Non sono titolata in questo ambito, però caldeggio un’attività da fare insieme, senza intrusione della pubblicità: un piatto, un gioco, uno scritto, un disegno. Quando insegnavo, era tutto un passaggio tra i banchi di bigliettini e cuoricini, esuberanza espressiva che si stempera nel tempo; non sarebbe male recuperarla, almeno nella sua essenza. Per tornare al quotidiano, non mi sottraggo alla festa di San Valentino se qualcuno me lo ricorderà. I miei tre gatti mi amano abbastanza. Per non essere troppo out, ho comperato una confezione di fragole fatta a cuore e ho gustato tre frittelle ripiene di crema al forno locale: dolcezza assicurata! 💟
Martedì grasso…privato
Martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale. Non me ne sarei accorta se Manuel non mi avesse inviato una foto di Gina, sua nonna davanti all’impasto per i crostoli (noti anche coi nomi frappe, chiacchiere, bugie…) che realizza secondo una procedura ‘top secret’ che prevede “na cicareta de rum e una de graspa”. Fantastico questo quadretto familiare dove nonna e nipote sono impegnati nel realizzare il dolce tipico di questo periodo… con ricetta esclusiva “di Luigina, la sorella più grande di mia nonna”, precisa Manuel. Immagino la cucina di Gina trasformata in laboratorio dolciario, i crostoli calati nell’olio che fanno le bolle, le guance di nonna e nipote che si arrossano per il calore dell’ambiente e per la fatica… perché l’operazione è impegnativa e richiede un intero pomeriggio. Vorrei fosse capitato a me che cerco nonni adottivi e ho il privilegio di incontrarli grazie ai miei contatti. Nel post di ieri ho parlato del legame padre/figlio grazie all’arte; oggi sono protagonisti nonna/nipote grazie alla cucina. Ma se non ci fosse la rete di sostegno dei familiari costruita nel tempo, il palco crollerebbe. Il fare insieme è l’aspetto della relazione che mi affascina, che sia in cucina o in un altro spazio fa lo stesso. Poi, se i protagonisti dell’esperimento sono di età diverse, tanto meglio. Gina ha compiuto novant’anni qualche anno fa. È sempre sorridente e risponde al telefono con sicurezza. Circondata dall’affetto delle tre figlie e dei nipoti – Manuel in primis – le invidio la chioma grigio-azzura che mi ricorda la fata turchina. Naturalmente ammiro anche la sua longevità che le consente di essere ancora attiva e curiosa. A proposito, come me guarda il programma Forum e mi aggiorna se mi perdo una causa. Uno svago mentale che nutre l’amicizia.
La classe non è acqua
Conosco due pittori, padre e figlio da non molto, ma quanto basta per avere la conferma che l’arte salva. Pio, il padre merita una tela solo a guardarlo: lunga barba bianca, radi capelli lunghi, occhi cerulei rivolti al tempo che fugge. Noè, figlio secondogenito di quattro condivide con il padre l’amore per il pennello. Pio è reduce da un problema di salute che lo ha trattenuto in ospedale per un po’, ma ha festeggiato a casa il suo 89esimo compleanno. Mi aggiorna sulle sue condizioni la figlia Marta, diventata mia amica. Tutto sembra filare liscio, però riadattarsi alla quotidianità richiede tempi lunghi, nonostante la cura e la dedizione profusi dai familiari. Ma ecco la svolta: Noè porta al padre una piccola tela dove l’anziano genitore potrà muovere la mano d’artista, imprimendo segni ed emozioni. Potrebbe anche non succedere, non si crea a comando. Invece l’intuizione è giusta, la vocazione a dipingere ha il sopravvento sulle limitazioni del quotidiano e l’artista ritorna protagonista. Ecco, non so cosa Pio imprimerà sulla tela donatagli dal figlio: volti, fiori oppure paesaggi. Mi piace pensare che insieme si stanno scambiando linfa, che la comunicazione artistica funziona più delle parole. D’altronde non è un caso se la pittura è una poesia muta (pensiero dell’immenso Leonardo Da Vinci). Guarda caso, il figlio è anche poeta e questo lo avvicina al mio sentire. Del resto, per gli Antichi Greci le nove Muse protettrici delle Arti e della Cultura erano sorelle. Questo mi suggerisce l’idea che l’humus conti parecchio e che non sia ininfluente il terreno Dove i Germogli diventano Fiori per dirla con il titolo della mia ultima creatura letteraria che reca in copertina un dipinto di Noè. Quando si dice “La classe non è acqua”.
Santa Scolastica
La chiesa ricorda oggi santa Scolastica (480 – 547, Norcia) sorella di san Benedetto, di cui era gemella. La madre, Claudia Abondantia, contessa di Norcia morì subito dopo averli dati alla luce. Grazie alle cure del padre, Eutropio Anicio, discendente di un’antica famiglia senatoriale romana, poterono entrambi andare a Roma e studiare. Ben presto Scolastica rinunciò all’eredità e, con il permesso del padre si consacrò a Dio e alla vita monastica. Entrambi i fratelli hanno fondato ordini religiosi durante la loro vita. Santa Scolastica è considerata protettrice delle puerpere (dal latino ‘puer’/fanciullo e ‘parere’/partorire). Chissà se mia mamma Giovanna, che faceva l’ostetrica lo sapeva. Trovo interessante il legame straordinario tra i due fratelli – legame peraltro noto tra i gemelli – ed anche il nome assegnato a Scolastica che mi riporta al mio ambiente di lavoro. Il nome è di origine latina e significa “che insegna”, dato in origine a docenti e a persone molto erudite. Il che mi fa supporre che i genitori di Benedetto e Scolastica fossero delle persone molto attente e colte. La diffusione del nome è scarsa ed accentrata nel Lazio. Obiettivamente è un nome impegnativo da portare, mai riscontrato da me nei registri scolastici. Tuttavia, per il significato mi viene facile collocarlo nel mio ambito lavorativo. Trovo esemplare l’affinità tra i due fratelli – entrambi santi – che è singolare, se confrontata con le difficili relazioni parentali odierne. Non so se è una mia percezione, oppure abbia riscontro nella realtà, ma la fratellanza/sorellanza oggi mi sembra alquanto ridotta. Meglio se mi sbaglio. Sarei molto contenta di avere un fratello gemello con cui andare d’amore e d’accordo. In mancanza, cerco dei validi surrogati tra i miei contatti.
“Pazza” di Loredana Bertè
Premetto che non seguo Sanremo, però mi documento su come è andata l’indomani delle varie esibizioni. Del resto è quasi impossibile non essere aggiornati, dato che l’informazione sulla kermesse canora abbonda. Prendo atto della classifica dei cantanti piazzatisi dopo la prima serata e non mi dispiace affatto che in testa ci sia il brano Pazza, cantato da Loredana Bertè, sorella della grande Mimì/Mia Martini che ho amato e amo. Intanto il titolo del brano mi riporta al film drammatico intitolato ‘Pazza’ del 1987, interpretato da Barbara Streisand, uno dei più intensi e belli mai visti. La Bertè è uno spettacolo di suo, sopra le righe ma con coerenza. Certo a 73 anni la preferirei con un abito lungo, anziché in minigonna, mentre i capelli celesti le donano. Comunque è innegabile che sappia interpretare con intensità il brano della canzone definita autobiografica che rimane tra le prime cinque votate anche della seconda serata. Mi convince lo spirito d’indipendenza che permea il testo, l’orgoglio di rispondere in prima persona di salite e discese. Del resto Loredana riconosce di averne passate tante in circa 50 anni di carriera. Ho apprezzato ‘La signora del rock italiano’ anche come giudice del programma The Voice che riprenderà a breve. Tornando al testo della canzone Pazza, sottolineo i passaggi che preferisco: “Col cuore che ho spremuto come un dentifricio/E nella testa fuochi d’artificio” con immagini realistiche, mentre sfiorano la polemica sociale le frasi: “Prima ti dicono basta sei pazza e poi/Poi ti fanno santa/. La poliedrica artista nell’intervista a RayPlay ha confidato: “…io di solito mi odio abbastanza, ma ultimamente invece mi amo disperatamente. Essere normali per me oggi è la più grande trasgressione”. Grande Loredana!
