Da giovane laureata, in attesa di insegnare avrei fatto qualunque lavoro nell’ambito della letteratura, tipo la bibliotecaria o la correttrice di bozze. Andò che feci l’applicata di segreteria, con poco entusiasmo ma almeno fui costretta a imparare a scrivere a macchina, oggi sostituita dalla tastiera del portatile e dal tastierino del tablet. Per motivi legati all’hobby che coltivo da pensionata, mi ritrovo a correggere la bozza del mio ultimo libro, il tredicesimo, cui ho assegnato il titolo Ricami e Legami, di prossima uscita online. La revisione di un manoscritto – anche se scritto al computer – implica un lavoro certosino, di molta pazienza e oculatezza. Non pensavo che mi avrebbe impegnata tanto. Avrei potuto evitare la fatica, ricorrendo al servizio della tipografia. Ovviamente non gratis ed anzi lievitato, come tutto. Ma ho deciso di cambiare strada, soprattutto perché non intendo aumentare le copie invendute che trattengo in casa, come è successo durante il covid con l’isolamento e il distanziamento. Così mi affido al self publishing, cioè all’auto pubblicazione che ha costi irrisori, però bisogna arrangiarsi in tutto e per tutto quanto riguarda l’editing, ovverosia il controllo minuzioso dell’opera letteraria. Io ho una spalla formidabile in Manuel che potrebbe fare tranquillamente anche il grafico, se ne avesse tempo e voglia. La rottura della lavastoviglie gli ha impedito di soccorrermi nella revisione finale della bozza che ho affrontato da sola: un coinvolgimento ad alta tensione che mi fa respirare di sollievo quando una pagina non ha bisogno di intervento. Pensando ai miei esordi, meno male che non ho fatto la correttrice di bozze, anche se ogni lavoro ha i suoi lati in e out. Poi dipende anche dal contesto e dallo spirito di adattamento. I più fortunati sono quelli che fanno coincidere hobby e lavoro. Ognuno ha dei talenti da coltivare: peccato se rimangono inesplorati.
Categoria: Emozioni e pensieri
Bentornata Noa!
Sono davvero contenta che tra i quattro ostaggi liberati ci sia Noa Argamani, la ragazza israeliana rapita durante il rave in Israele da Hamas e diventata il simbolo del 7 ottobre. Tante volte l’abbiamo vista terrorizzata sulla moto che la portava via, verso l’ignoto. La madre, gravemente ammalata sperava di rivederla. Appena liberata, Noa è corsa al suo capezzale ma ormai la signora è in coma irreversibile per un tumore al cervello: che tristezza! Un altro ostaggio ha potuto riabbracciare i nipoti, ma non il padre, morto di crepacuore durante la sua lunga detenzione. Per dire come la gioia della ritrovata libertà venga ridimensionata dal dolore succeduto al sequestro durante gli otto mesi di detenzione. Nell’operazione condotta dalle forze israeliane che ha portato alla liberazione dei 4 ostaggi, si contano almeno 210 morti ed oltre 400 feriti. Secondo Israele sono ancora 120 gli ostaggi nelle mani di Hamas. Molte migliaia le persone uccise a Gaza durante i mesi di guerra. La parola ‘carneficina’ non è fuori luogo. Più volte ho visto i familiari delle persone rapite protestare per il loro ritorno, interrogandomi sullo stato d’animo degli uni e degli altri. Toccanti anche le foto degli scomparsi, molti dei quali dati per morti. Giunti a questa data, pensavo che il conflitto nel vicino Oriente si sarebbe quantomeno sgonfiato, ma la sequela di attacchi e di vittime dice il contrario. Il ritorno a casa dei quattro liberati è una goccia nell’oceano della speranza. Tra l’altro anche loro non si sentiranno al settimo cielo, pensando ai compagni ancora detenuti da Hamas, non certo in condizioni di ospiti di riguardo. Il racconto che Noa fa della sua prigionia non è neanche drammatico, se corrisponde al vero: “Mai stata nei tunnel, in casa di famiglia benestante”. Apparsa in discrete condizioni dopo la liberazione, sarà da vedere quanto peserà nel suo futuro la privazione della libertà subita. Il che vale anche per tutti gli altri ostaggi che hanno avuto/avranno salva la vita.
La Lunga Notte delle Chiese
Sento riproporre un’iniziativa di cui avevo sentito parlare l’altr’anno. Si chiama ‘La Lunga Notte delle Chiese’ avviata nel 2016 dall’associazione di promozione sociale ‘BellunoLaNotte’, con la collaborazione di diocesi, parrocchie e altre associazioni. Praticamente una notte bianca a base di concerti, visite guidate, letture, eventi in luoghi di culto. Ingresso libero a tutti, religiosi e non, per partecipare ad un evento suggestivo in chiave spirituale. Il tema di questa nona edizione è “Trovami” che suona come un invito. Mi pare una bella cosa la fusione di musica, arte, cultura nell’ambito delle chiese, che sono già di per sé un concentrato di bellezza. Gli eventi sono gratuiti, a ingresso libero, aperti a tutti. Come una visita al museo, gratis e senza prenotare. Il programma delle iniziative è online, andrò a documentarmi. In un momento di incertezza generale e di disaffezione dai valori, lo ritengo un ponte di elevazione morale e spirituale. Non frequento molto i luoghi di culto, ma li ritengo un ottimo contenitore di ‘anime’. Vicino a casa mia c’è la bellissima chiesetta di santa Lucia, tante volte fotografata dove d’estate si tengono dei concerti di musica classica. Sarebbe un extra gradito che potesse essere utilizzata anche per altri spettacoli culturali, come accadeva prima della pandemia. Percepisco che il quadro si sia alquanto complicato da allora, tuttavia un rilancio transculturale sarebbe gradito e apprezzato, anche per fare da contraltare a tanti incontri a tema gastronomico. Lieta di abitare a quattro passi da un gioiello architettonico, mi accorderò con Lucia per farci una visita serale: lei canterà e io leggerò una poesia, dando il nostro contributo alla odierna notte bianca.
“La vita non è uno scherzo”
Nazim Hickmed moriva a Mosca il 3 giugno 1963, lontano dalla sua Turchia dove era nato il 15 gennaio 1902. Nel 1948 aveva scritto in carcere (condannato per la sua opposizione al regime di Kemal Ataturk e per propaganda comunista) una delle sue poesie più famose, Alla vita che è un ammonimento a non sprecarla. Mi scorre sul tablet e non posso ignorarla perché mi sembra adatta da accostare a fatti di attualità gravati spesso da leggerezza e superficialità. Senza contare la precarietà del vivere che è una costante e ci mette molto di suo. Mi piange il cuore per Sofia, la bimba di 18 mesi investita nel parcheggio dell’asilo a Brescia dall’auto di una nonna che andava a prelevare il nipote e sono angosciata per Patrizia, Bianca e Cristian, i tre giovani amici abbracciati prima di essere investiti e travolti dalla furia del Natisone in Friuli. Le indagini faranno il loro corso in entrambe le drammatiche circostanze. Personalmente credo che siamo fortunati ad essere vivi e la poesia del poeta turco mi suona come una preghiera laica, di cui riporto la prima strofa a beneficio di una riflessione comune sull’irripetibile dono che dobbiamo gestire al meglio. La vita non è uno scherzo./Prendila sul serio/come fa lo scoiattolo, ad esempio,/senza aspettarti nulla/dal di fuori o nell’aldilà./Non avrai altro da fare che vivere./ Sullo stesso tema mi torna in mente la bellissima canzone interpretata da Shirley Bassey La Vita/This Is My Life, il cui ritornello si sente ogni tanto come sottofondo alla reclame di un prodotto: Ah…la vita/Più bello della vita/Non c’è niente/E forse tanta gente/Non lo sa non lo sa/Ah…la vita/Che cosa di più vero/Esiste al mondo/E non ce ne accorgiamo/Quasi mai quasi mai/Quasi mai…mai/. A nome delle vittime della fatalità e/o della sottovalutazione del pericolo, ritengo sia doveroso alzare l’asticella della responsabilità perché, come dice Nazim Hickmed “La vita non è uno scherzo’ e “Più bello della vita non c’è niente”, come canta Shirley Bassey.
‘Non è mai troppo tardi’
Che personaggio e che bella persona il Maestro Alberto Manzi (Roma, 3.11.1924 – Pitigliano, 4.12.1997). Gli dedica un servizio il programma ‘A Sua Immagine’ in questa domenica importante che ricorda il 78esimo compleanno della Repubblica Italiana. La trasmissione condotta da Manzi Non è mai troppo tardi, in onda dal 1959 al 1968 consentì a circa un milione di italiani di emanciparsi culturalmente, conseguendo la licenza elementare. Fu il primo esperimento di educazione a distanza fornito dalla televisione pubblica, con un metodo educativo accattivante che combinava parole e disegno. Il Maestro aveva insegnato precedentemente nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma a circa 90 ragazzi minorenni (a 18 anni passavano al Regina Coeli) in un’enorme stanza adibita ad ‘aula’ senza banchi, sedie, libri: esperienza che deve essere stata fondamentale per il futuro del maestro, pedagogista, conduttore televisivo e anche scrittore. Tra le diverse opere di Narrativa: La luna nelle baracche e Orzowei. Fu anche sindaco di Pitigliano, comune toscano in provincia di Grosseto. Durante il servizio, il figlio Massimo Manzi parla del padre, sottolineandone le doti morali che raccomandava in casa e a scuola: “Siate sempre padroni del vostro senso critico, e nessuno potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o addomesticare come vorrebbe”. Provo emozione ed ammirazione per un tale insegnante, la cui eredità è ancora attuale. Sentirlo presentare le varie lettere dell’alfabeto mentre disegna velocemente delle figure alla lavagna da uno schermo in bianco e nero ha un valore didattico e umano notevole. Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma ritengo che la sua testimonianza possa ancora fare scuola.
Francesco, un Papa umano
“Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, nella chiesa c’è spazio per tutti”: parole di Papa Bergoglio, in risposta al polverone suscitato da una sua battuta ritenuta omofona. Il pontefice si scusa per aver usato un termine romanesco, teso a criticare la presenza di omosessuali nei seminari. Il termine ‘frociaggine’, pronunciato a porte chiuse con i vescovi durante l’assemblea generale della Cei ha acceso il dibattito tra vescovi italiani e comunità LGBTQ+, un incidente comunicativo che ha innescato le polemiche e che una nota della sala stampa vaticana ha messo a tacere. Umanamente ritengo che vada riconosciuta al Santo Padre la possibilità di una defaiance. L’operato durante la lunga vita testimonia la sua buona fede. Provo simpatia per Papa Francesco dal tempo dell’elezione: il suo modo di fare e di dire sono congeniali al ruolo e al nome scelto. Di questi giorni sto leggendo il libro prestatomi da Lucia LIFE La mia storia nella Storia, l’autobiografia di Papa Francesco scritta con Fabio Marchese Ragona. Lungi da me farne una recensione prima di averne completato la lettura – ho letto metà dei XIV capitoli – ritrovo nelle pagine lo spirito indomito del pontefice. Il piccolo Jorge amava molto nonna Rosa che gli insegnò a pregare. La madre Regina sognava per lui un futuro da medico, mentre nonna Rosa fu molto felice quando comunicò la sua chiamata al sacerdozio, nel 1955. In un passo che riguarda la fine della seconda guerra mondiale, ricorda “come vivono i nostri fratelli e sorelle nella martoriata Ucraina, in Siria, Yemen, Myanmar, Medio Oriente, Sud Sudan… e in tutti gli altri Paesi dove si vive ancora la tragedia della guerra”. Un tema di attualità irrisolto, molto più pesante di quello riguardante gli omosessuali, una goccia nel mare!
Dante censurato
Povero Dante! Si rivolterà nella tomba, se gli arriva la voce di essere stato scavalcato da Boccaccio nell’ora di Letteratura alla Scuola Media Felissent di Treviso. Un putiferio nato perché due studenti di fede musulmana – per meglio dire i loro genitori – hanno rifiutato la scelta dell’insegnante orientata a proporre alla classe la conoscenza della Divina Commedia (perché Dante mette Maometto all’inferno). Povera collega, che si trova tra le mani una patata bollente e non ha certo previsto il polverone scaturito. Adesso si è mosso il M inistro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, e vai con l’ispezione. Leggo sul quotidiano che l’insegnante, cui va la mia umana comprensione è in malattia. Suppongo che i due studenti e i loro genitori contrari al padre della letteratura italiana maneggino la moneta da due euro che da un lato ha il famoso ritratto dipinto da Raffaello, in qualche modo venuto alle mani non per combattere, bensì unire culture diverse grazie al capolavoro dantesco. A titolo di cronaca, dopo un assaggio alle medie, le tre cantiche Inferno, Purgatorio e Paradiso mi accompagnarono per i primi tre anni delle superiori, facendomi fare una indigestione di versi (l’intera opera conta complessivamente 14233 versi) che spostò la mia preferenza sul Boccaccio, l’altro grande del Trecento insieme con il Petrarca. I gusti cambiano e non si discutono. Nel caso salito alla ribalta della cronaca, il punto è un altro e mi interrogo: è integrazione sottostare al veto di alcuni utenti della scuola sull’uso di opere da parte del docente, cui viene peraltro garantita la libertà d’insegnamento? Una decina di anni fa, mi capitò di essere contestata dai genitori di un allievo marocchino, perché avevo dettato una poesia sul Natale. Era mia abitudine dettare una poesia ogni settimana, così ben presto sfumò il reciproco disagio. Non so se sia un caso, ma quello studente diede in seguito molti problemi di tipo disciplinare. Adesso è adulto e mi auguro si sia integrato davvero. A questo nobile scopo dovrebbe servire la letteratura.
Una foto iconica
Era il 23 Maggio 1992, quando avvenne la strage di Capaci. Allora mio figlio aveva 3 anni e 9 mesi, abbiamo vissuto insieme quel tragico evento. In tempi rapidi feci stampare su due magline celesti che indossammo in varie occasioni la foto dei due amici magistrati sorridenti. Mi procurai il poster di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da allora appeso in camera da letto, come un santino laico. Quando mi ritiro, prima di spegnere la luce mi viene spontaneo cercare nel loro sorriso un incitamento a rinnovare nel quotidiano la tenacia e il coraggio che per loro – e per la scorta/le scorte – era pane quotidiano. Il tema dell’amicizia vera, del dovere, del sacrificio, del pubblico servizio fornito oltre ogni aspettativa sembrano argomenti da assegnare a giovani liceali, temi che poi sfumano con i grovigli dell’età adulta. Eppure ritengo che bisogna parlarne, che va mantenuta la memoria di quanto successo, non per edulcorarne il contorno, ma per evitare che riaccada. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, in tempi peraltro segnati da tante gravose problematiche. Il Giorno della Legalità odierno intende ricordare le vittime di tutte le mafie. Il Ministero della Cultura e del Merito invita tutte le istituzioni scolastiche del Paese a programmare momenti commemorativi e attività per contrastare qualunque forma di illegalità e sopruso. Quasi mi spiace non essere più in servizio, perché questo tema mi tocca nel profondo. Non so come potrei affrontarlo, dopo 32 anni dall’accaduto senza ripetermi. La fotografia dei due amici magistrati è diventata un’icona dei valori che hanno testimoniato e ci hanno lasciato in eredità. Perché camminino sulle nostre gambe.
Eros e Thanatos, Amore e Morte
Sofia Stefani, 33 anni, uccisa con un colpo in faccia partito dalla pistola d’ordinanza di Giampiero Gualandi, 62 anni, ex comandante con cui aveva lavorato e pare avesse una relazione. Succede ad Anzola, nel bolognese giovedì pomeriggio. Una tragedia con l’ombra del femminicidio. Lo sento per tivù e lo leggo a pag. 19 del quotidiano la Repubblica di venerdì. Stefani è il cognome della vittima, lo stesso di mia madre, dettaglio che non mi sfugge. Poi gli anni, 33 come quelli del Cristo e la parte del corpo dove è stata colpita, il volto con gli occhi ritenuti specchio dell’anima. Mi turba molto il pensiero che l’omicida abbia fatto partire il colpo di proposito, sebbene lui dica che lo sparo sia partito per sbaglio. Una ragazza giovane, vigilessa, dedita anche al volontariato, estromessa dalla vita per motivi passionali nel peggiore dei casi, con una modalità che ha devastato il volto, concentrato di bellezza e di emozioni. Nel settimanale il venerdì di Repubblica, l’articolo a pag. 50 è dedicato a Lea Melandri, 83 anni, autrice del saggio Amore e violenza, ripubblicato da Boringhieri in cui tratta il tema dei femminicidi. A mio dire è illuminante ciò che dice: “Non si può parlare della violenza maschile sulle donne senza nominare il legame profondo che unisce vittima e oppressore. Oggi invece si tende a banalizzare, descrivendo la violenza come conseguenza o della patologia del singolo o della sua provenienza culturale nel caso dei migranti”. Chissà cosa potrebbe aggiungere – o togliere – a questa analisi la povera Sofia, il cui nome in greco significa ‘sapienza’, ‘saggezza”. Eros e Thanatos, Amore e Morte sono due concetti che viaggiano su binari paralleli che si attraggono. Quando si scontrano però succede il disastro!
Marketing…e Salute!
Si è chiusa la XXXVI edizione del Salone del Libro di Torino, con risultati incoraggianti e soddisfazione per gli organizzatori. 222.000 visitatori in cinque giorni, distribuiti tra gli 872 stand su una superficie di 137.000 metri quadrati sono numeri giganteschi. Per la prima volta, tra gli autori dell’area destinata al self publishing c’ero anch’io, con il romanzo Passato Prossimo, fisicamente rappresentata dalla giovane collega Elisa Simeoni, che si trova a Torino per motivi di studio, non a caso una delle “sei dita rosate” del blog verbanostra. Sottoposta io ad intervento all’anca, è stato un colpo di fortuna avere la sua disponibilità, augurandomi che abbia trovato utile partecipare alla kermesse letteraria, di cui si dichiara soddisfatta. Per me sarebbe stato uno strazio, perché sono tuttora in convalescenza. Potete ammirare la mia ‘supplente ‘ nella bella foto che mi ha inviato dal Salone e che ho postato su Instagram. Adesso rispondo a chi vuole sapere com’è andata: ancora non lo so, nei prossimi giorni avrò il conteggio delle copie acquistate o eventualmente invendute che mi spediranno a casa, secondo accordi. “Comunque sia la vetrina c’è stata”, parole di Elisa che ha fatto incursione nel padiglione veneto dove ha rimediato importanti contatti nell’ambito degli EV Editori Veneti. Ritengo che i contatti giusti siano la cosa più importante, per il prosieguo della mia attività di scrittrice. Infatti mi sono persuasa che non mi si addice il ruolo di autore – venditore, mi è più congeniale quello di semplice autore. Promozione e distribuzione dell’opera richiedono altrettante energie che scrivere. Non essendo più di primo pelo, voglio coltivare il piacere della scrittura, senza disperdere energie altrove. Non sarà marketing, come dice Manuel…ma ne guadagnerà la salute!
