Disavventura felina

Sono ancora frastornata: Pepita è ritornata, ma Grey non la riconosce più! Ieri sera dopo cena, come consuetudine chiamo i tre amici felini a raccolta e non fanno storie, causa il freddo. Entra subito Grey, la più anziana – va per i dieci anni – poi Fiocco, il temperamentoso, ma non la più affettuosa, Pepe – finché il sesso era incerto – poi Pepa al femminile e infine Pepita, una cosa preziosa qual è la pepita d’oro. Bianca e grigia, la micia – tre anni a maggio – non è particolarmente bella, ma convengo con chi dice che: “La bellezza è uno stato mentale. Quando sei felice la trovi ovunque” e la gattina mi fa felice. Lei non viene in braccio, né si acciambella sulle gambe, ma si posiziona direttamente sotto il collo e i suoi baffi mi sfiorano le labbra. Dovrei impedirglielo perché sono allergica al pelo del gatto e Pepita lo ha parecchio lungo. Con un guanto apposito la spazzolo, ma tampono soltanto il problema che condivido con mio figlio. Ritorno alla storia: dopo averla chiamata senza esito almeno una ventina di volte, mi rassegno e vado a letto, sperando che si faccia viva di mattina. Cosa che non succede. Per non lasciare nulla di intentato, scendo in cantina, nell’ipotesi che mi sia venuta dietro senza accorgermene, dato che è anche molto silenziosa. La chiamo: nulla! Poi sollevo lo sguardo verso le finestrelle in ribalta chiamate ‘bocca del lupo’ in corrispondenza dell’ingresso e la vedo: sembra una piccola statua, rassegnata e incapace di uscire. Come abbia fatto ad entrarci, rimane un mistero! Forse si è arrampicata da dentro per uscire dalla cantina, incapace di fare lo stesso all’incontrario. Apro la finestrella, la libero e la porto in casa. Colpo di scena: Grey non la riconosce e le soffia contro. Aver trascorso la notte nella ‘bocca del lupo’ forse l’ha privata dell’odore familiare. Deduco che la prigionia non piace neanche ai gatti.

Il soldato è ritornato

“Leggevo per non morire ho riso vedendo il cielo” sono le parole di Cecilia Sala scelte per il titolo dell’articolo di Viola Giannoli pubblicato ieri sul quotidiano la Repubblica. Non intendevo tornare sopra il fatto, conclusosi ‘presto e bene’, ma mi sono ricreduta, riflettendo sulla strategia di sopravvivenza adottata dalla giovane giornalista free lance durante la sua detenzione, non certo dorata. È lei stessa a precisarlo: “Passavo il tempo a contare le ore, le dita, a leggere gli ingredienti del pane scritti in inglese”. Desiderava fortemente un libro, “la storia di un altro in cui immergermi che non fosse la mia”, richiesta che viene soddisfatta solo il 7 gennaio con Kafka sulla spiaggia di Murakami “un libro triste, non il massimo in isolamento, ma mi ha salvato”. Istintivamente ho pensato a Silvio Pellico, scrittore, poeta e patriota italiano, autore noto soprattutto per avere scritto Le mie prigioni, dove racconta l’esperienza di prigionia per la sua attività di carbonaro, prima ai Piombi di Venezia e poi nella fortezza dello Spielberg in Moravia. Non mi stupirei che Cecilia Sala scrivesse le sue memorie da reclusa in un Paese dove non tutti possono vedere il cielo. Però non so se augurarglielo. “L’ultima notte a Teheran non ho dormito per la tensione, la prima a Roma nemmeno, per la gioia e l’eccitazione. Volevo spalancare la finestra, alzare la musica, stare solo all’aperto, mi è mancata così tanto l’aria”. L’anno nuovo è appena iniziato: auguro di cuore alla giovane giornalista di accumulare esperienze positive nel corso dei prossimi mesi, così da contenere in un ambito riservato e protetto quanto arbitrariamente subìto. Al microfono, la madre l’aveva paragonata a un soldato. Il soldato è ritornato dalla guerra.

Lilium o Giglio

Cerco la luce, come fanno i fiori. Dopo alcuni giorni di pioggia, stamattina è riapparso il sole, sul tardi verso le dieci anticipato da una luce accattivante. Praticamente tutti i fiori amano la luce, non il sole diretto. Pertanto posiziono le mie piante nelle stanze più luminose, dove mi rifugio anch’io quando posso. Adesso è il periodo delle bulbose che mi piacciono tanto: Giacinti e Amaryllis soprattutto. Una settimana fa mio figlio mi ha regalato dei Gigli/Lilium in vaso, tre steli ognuno dei quali con due – tre boccioli. Stamattina sono sbocciati tre fiori gialli, con i pistilli arancioni e una spruzzata di puntini marroni sul fondo del calice. Emanano anche un sottile profumo agrumato. Il Lilium, comunemente chiamato Giglio è una pianta bulbosa originaria dell’Europa, Asia e America, appartenente alla famiglia delle Liliaceae. Il significato varia a seconda del colore dei suoi petali. I Gigli gialli e arancioni rappresentano la vivacità, l’energia e la vitalità. A me va benissimo, considerato che il giallo è il mio colore preferito in alternanza con il celeste. In Italia il Giglio è diventato il simbolo della Firenze rinascimentale, mentre in Francia è sempre stato il simbolo della monarchia. Il Giglio bianco è la quintessenza del giglio, spesso associato alla Madonna e ad altri santi. Un classico è l’immagine di Sant’Antonio che tiene in braccio Gesù bambino e un giglio in mano. Cercando notizie su questo elegante fiore, scopro che a Nola si tiene ogni anno La Festa dei Gigli, una festa popolare cattolica dedicata a san Paolino. Con questo evento i nolani ricordano il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino dalla prigionia ad opera dei barbari, nella prima metà del V secolo. Pertanto, un fiore trasmette bellezza, ma consente di spaziare con la mente. 🪻

“Ciao, sono tornata!”

Edizione speciale ieri pomeriggio su rete 4 al posto della puntata di Forum, in attesa dell’arrivo di Cecilia Sala da Teheran. “l’Italia ha riguadagnato peso” sono le parole di Hoara Borselli che commenta la liberazione della giornalista, dopo venti giorni di detenzione nel carcere duro di Evin. Giorgia Meloni ha avuto un grande peso nella risoluzione del problema, un successo di tutte le forze messe in campo che la Premier ringrazia: “Grazie a chi ha contribuito al rientro”. Il Presidente Sergio Mattarella ringrazia lei. Rimane sullo sfondo la vicenda dell’ingegnere iraniano Abedini, esperto di droni e arrestato a Malpensa su richiesta degli Stati Uniti. Giorni addietro avevo scritto un post dedicato alla giornalista romana detenuta in Iran dal 19 dicembre; sono lieta di dedicare il post odierno alla sua liberazione. Assisto in diretta all’atterraggio del Falcon militare a Ciampino, verso le 16.30. Però Cecilia non si vede, ovvio. Dev’essere in una delle auto del corteo che sfila davanti alle telecamere. Prima dovrà parlare con la Procura e le Forze dell’Ordine. Però appare una sua foto con la Premier e sembra in buone condizioni. L’operazione avviene nel massimo riserbo, com’è comprensibile. Durante i notiziari della sera vengono diffuse le foto e la prima comunicazine ai colleghi: “Ciao, sono tornata”, due parole che racchiudono il felice epilogo di quello che è stato di fatto un sequestro. Commovente l’abbraccio con i genitori e il fidanzato. La madre al microfono l’aveva paragonata a un soldato, una donna forte. E c’è da crederle. Il giornalista che si occupa di politica estera durante i nostri tormentati giorni si espone al rischio, come succede in altrettanti settori si dirà. Vero! Per questo ci rallegra una storia a lieto fine.

Il riso fa buon sangue

Mattinata nebbiosa, evento abbastanza insolito in paese. Dalla finestra del soggiorno rivolto a ovest non vedo la distesa dei campi, coperti dalla coltre bianca, che mi trasmette uno stato di sospensione. Mi scuote il canto dei canarini, forse stimolati dall’atmosfera ‘fiabesca’ che intravedono dalla finestra del ripostiglio, zampettando nella voliera. Se è brutto tempo, gli accendo la radio. Quando c’è il sole, nelle ore centrali li porto sotto il portico perché si godano un po’ di tepore, ma adesso non è il caso. Il loro cinguettio mi induce a darmi una mossa e a pensare positivo, cercando uno stimolo tra i brevi video che intravedo sul tablet. Da tempo penso che si merita due parole di elogio quello di un pediatra indiano che vaccina i suoi piccoli pazienti addobbato come un albero di Natale, mentre canta una canzoncina, maneggiando con destrezza la siringa (che dopo la puntura lancia furtivamente nel cestino dietro le spalle). Il simpatico medico posta su Instagram alla voce ‘drimranpatelofficial’ DR IMRAN S PATEL e ha un profilo facebook. Lavora nell’ospedale pediatrico di Ahmedabad in India. Da anni fa sorridere i suoi piccoli pazienti, mentre li vaccina. Ma le parole non rendono l’atmosfera giocosa che sa creare. Ad esempio, gli pende da collo un peluche attaccato allo stetoscopio, riversa sul tavolo una riserva di caramelle colorate, delle penne… ma soprattutto interagisce col piccolo paziente di turno, cantando e gesticolando. Un grande! Come sarebbe bello che l’idea di far sorridere fosse esportata in tutti i reparti, compresi quelli con pazienti anziani. Del resto, è risaputo che il riso fa buon sangue, contrasta l’ansia e contribuisce alla salute del sistema immunitario. Pertanto, se non possiamo cinguettare come i canarini, disponiamoci però a sorridere.

Tale cane, tale padrone

Di rado mi trovo in cucina di pomeriggio. Chi mi conosce sa che non è la zona della casa che preferisco, tuttavia ogni tanto succede. Mentre svuoto sacchetti di pane vecchio da portare alle galline di un’amica – lei poi ricambierà con uova – seguo un passaggio della trasmissione La Vita in Diretta e sento la storia dell’aggressione di un pitbull, sfuggito al controllo del padrone. Poteva finire molto male, ma per fortuna è andata diversamente. Successo a Palmi, il 31 dicembre. In poche parole, Antonio a passeggio col suo vecchio cane subisce l’attacco di un pitbull che lo morde e lo strattona per decine di metri, fino a farlo svenire e quasi a morire. La sua salvezza arriva da Carlo, un automobilista di passaggio che assiste all’aggressione, si ferma e interviene coraggiosamente. Trova per terra un cavo/corda che gira attorno al collo del cane inferocito, impedendogli di addentare oltre il malcapitato. Da ultimo chiama i soccorsi, dando una svolta a un episodio che poteva finire molto male. Quando Alberto Matano, il conduttore della trasmissione gli chiede se si senta un eroe, Carlo risponde: “No, ho agito per senso civico” che non è così scontato. I due protagonisti della disavventure non si conoscevano e sono diventati – manco a dirlo – amici. Non posso evitare di pensare al proprietario del cane, che pare se la sua data a gambe al momento del fatto. Il malcapitato porta sul viso, sulle mani e sul corpo i segni dell’attacco, per cui ha subito ricovero e intervento. Un dente del molosso gli è rimasto incastrato nel naso. Da bambina, ho subito anch’io l’aggressione da parte del cane di un’amichetta: un pastore tedesco legato alla catena, che era stato aizzato da due ragazzacci. Ne riportai un morso al braccio destro, suturato dal medico condotto. Mi è rimasta la cicatrice, e il timore dei cani. Ma di più l’avversione per chi li molesta e/o li abbandona.

Il bene più prezioso

Come prevedevo, niente mercato a Fonte il giorno dell’Epifania, ma il bar Milady è aperto ed è meno popolato del solito, per mio diletto. Mentre entro, avvisto il quotidiano sul bordo di un tavolino, lo prendo e mi dirigo in fondo alla sala per leggerlo in santa pace. Non serve neanche che ordini: basta uno sguardo d’intesa con chi sta al banco, – Diego, Lisa o Marta – perché la consumazione è la stessa di sempre. D’altronde mi conoscono e mi chiamano per nome, cosa che mi fa piacere. La settimana prossima non ci saranno più gli addobbi natalizi, peraltro sobri: delle palle rosse pendono dal soffitto sopra il bancone e su ogni tavolo è posizionato un segnaposto minimal che non dà fastidio. Mi concedo una mezz’oretta per sfogliare il Corriere dove due articoli mi bloccano, rispettivamente a pag. 16 e a pag.21: nel primo caso si tratta del femminicidio – suicidio di Gualdo Tadino e nel secondo di una lunga intervista concessa dal professor Silvio Garattini. Il collante? Come si può sprecare o ottimizzare la vita. Il famoso farmacologo 96enne (Bergamo, 12 novembre 1928) termina il suo dire confidando al giornalista queste parole: “Però, mi creda: ogni giorno per me è un regalo”. Vedovo due volte, padre di cinque figli, lo stile di vita oculato gli consente di camminare 5 km al giorno, lavorare, partecipare a conferenze e stare lontanissimo dagli antibiotici. Pare che abbia assunto l’ultimo 40 anni fa! Un modello esemplare di buona longevità. Viceversa, nel fatto di cronaca citato, Daniele, guardia giurata 39enne ha sparato a Eliza, la moglie 30enne, operatice socio-sanitaria e poi si è suicidato. La coppia, sposata da appena otto mesi pare fosse in crisi. Dopo soli otto mesi? Quand’anche fosse, è un motivo per togliere e togliersi la vita? Sono annichilita, turbata e molto dispiaciuta che fatti tanto gravi coinvolgano persone tanto giovani che hanno buttato alle ortiche il bene più prezioso.

Settimo post a 4 mani: tempio buddista e giardino botanico a Wollongong

Manuel aveva già messo in elenco la visita al tempio di Wollongong, anticipata dai cugini come struttura straordinaria “tempio dichiarato sito del patrimonio storico del Nuovo Galles del Sud”. Ieri mi sono arrivate foto e informazioni: “Il tempio di per sé è molto bello pacifico ma i monaci erano vestiti in beige invece dell’arancione che avevo visto a Bangkok. I colori che hanno questi posti credo siano la cosa più bella in assoluto. Sono vividi e ti fanno venire voglia di stare là ore”. E qua casca l’asino, cioè la sottoscritta che ha le pareti del soggiorno tinteggiate da ben cinque colori, convinta che il colore influisca assai sull’umore. Per non parlare dei fiori, silenziosi e discreti miei conviventi, Amaryllis in questo periodo festivo. Fiori di Loto in un grande stagno vicino all’ingresso del tempio buddista. Un’altra meraviglia a circa trenta chilometri è il Giardino botanico che riserva una sezione alle rose che Manuel non ha pensato di fotografare, con la fanciullesca motivazione: “Non ci ho pensato. Non erano molto diverse dalle nostre. Upss!”. In compenso ha immortalato una targa con una scritta interessante che riporto tradotta da lui: “Le persone buone sono ovunque e ovunque vanno spargono felicità e bontà”. Appunto come lui, che da tanto lontano ci consente di spaziare e di godere delle meraviglie opera dell’uomo e della natura.

Cecilia, reporter detenuta

Avevo all’incirca l’età di Cecilia Sala, la giornalista detenuta nel carcere di Evin quando pensavo che avrei potuto fare la giornalista. Ricordo che andai a Treviso con un’amica e pranzammo con l’allora direttore de Il Gazzettino Gianni Crovato. Dopo un colloquio cordiale, mi fu rilasciato un tesserino – Tessera 1417 – come “Corrispondente da Possagno e Cavaso” con la foto migliore che mi sia stata fatta. Era l’anno 1980 e per diversi mesi galoppai a caccia di notizie, fin quasi a perdermi tra le fornaci di Possagno dove allora abitavo. Il lavoro mi appassionava, anche se gli articoli che giravo ‘in rovesciata’ erano di cronaca locale. Mi trovai a scrivere anche quello sulla morte del globetrotter Arcangelo Cusin, mio padre e su incidenti vari. Forse la predominanza della cronaca nera mi fece ricredere e scelsi di dedicarmi all’insegnamento, mantenendo l’attitudine a scrivere che esprimo anche attraverso il blog. Il caso di Cecilia Sala mi tocca, perché lo paragono a quello di una giovane collega, anche se difficilmente io sarei diventata inviata del giornale, data la mia riluttanza a spostarmi. Leggo sul Corriere odierno che la detenzione della reporter Cecilia Sala nella famigerata prigione di Evin aTeheran la costringe a dormire sul pavimento, con due sole coperte per ripararsi dal freddo. Privata degli occhiali, ha sempre la luce accesa, zero libri e confort. Per cibo soprattutto datteri (che suppongo poi odierà). Mi sono tornati alla mente i servizi dell’inviata di guerra Oriana Fallaci, eccellente scrittrice. I tempi amari che viviamo hanno reso tutto più difficile, compreso il lavoro destinato all’informazione. Mi auguro che Cecilia resista alla dura detenzione iniziata il 19 dicembre e che il suo caso venga presto risolto.

Sesto post a 4 mani: Capodanno a Wollongong

Sydney lancia nel cielo tra le sette e le nove tonnellate di fuochi d’artificio dalla famosa Opera House e dall”Harbour Bridge a mezzanotte, mentre da noi sono circa le quattordici. Data la ‘corposità’ dell’evento, visto da quasi un milione di persone Sydney è identificata come “capitale mondiale del Capodanno”. Lo sento per televisione martedì sera e soprattutto mi aggiorna Manuel da Wollongong con un paio di foto, un video e un vocale. Premesso che laggiù il Capodanno è meno sentito del Natale, sono previsti due tipi di fuochi: alle ventuno quelli per i bambini – che poi si ritirano per la nanna – e quelli per i grandi a mezzanotte che sono stati: “Una cosa waw, dodici minuti di fuoco, i più belli che abbia visto dal vivo”. Nelle foto, lo vedo a tavola con gli ospitali cugini: indossa una camicia a stampa floreale, con le maniche corte. Ovvio: là fa caldo, sui 30 gradi, anche se gli sembra strano questo Natale e feste connesse senza neve, tanto che confida: “Una piccola parte di me continuava a dire dovrebbe essere freddo, no no, sei in maniche di camicia”. Nel video girato “aspettando i fuochi”, si premura di spiegare l’origine del frastuono: “Di sottofondo sono le cicale”, le creature canterine che mi piacciono tanto e che mi accoglievano in pineta a Lignano Sabbiadoro estati fa. Certo che trascorrere il Capodanno…in capo al mondo (chiedo venia per il gioco di parole) è un’esperienza unica che Manuel spiega così: “Erano anni che non ero tanto eccitato per la fine dell’anno, mi sembra di essere tornato come un bambino piccolo, emozionatissimo!”. Immagino i fuochi sulla baia dal tetto del condominio: stratosferico!