Resilienza

Anche stamattina il buongiorno me lo danno le rose: allungate oltre la siepe di fotinie (photinia il nome scientifico) alla ricerca di luce e di sole. Sullo sfondo i monti che sembrano colline e il cielo azzurro come obiettivo finale. La parola obiettivo è intrigante, mi costringe a interrogarmi: cosa farò oggi, giornata festiva? Non siamo più in fase lockdown, il coronavirus si è assopito ma è ancora in circolazione. I presidi sanitari vanno mantenuti e muoversi richiede ancora molta prudenza. La mia vita sociale era piuttosto contenuta, ma partecipavo volentieri al cineforum del mio paese e alle serate musicali per i colmelli. Non mancavo gli incontri con l’autore e approfittavo della festa dell’ambiente per gustare prodotti locali in un contesto di cordiale condivisione. Non mi sono ammalata e ammetto che questo è un bel vantaggio. Però… mi sono intristita, come se dovessi scontare una punizione per un peccato che mi sfugge. La denigrata (per vari aspetti) tecnologia mi dà una mano a connettermi col resto del mondo pur restando a casa, che riconosco essere un rifugio, col rischio però di diventare una palla al piede. Mi chiedo e ci chiediamo tutti: quanto ancora durerà? Potremo tornare alla disinvolta e lieta normalità di una volta? Intuisco che i due aggettivi lieta e disinvolta andranno modificati, se non proprio eliminati. L’esame di coscienza mi auguro favorirà una nuova ripartenza, su basi essenziali. Osservo le rose, imperturbabili nella loro scalata verso il cielo: hanno resistito alla pioggia, al vento, persino alla tempesta. Se questa non è resilienza da copiare…

Idillio

A lato della cucina, in posizione soleggiata le piante di ortensie nel corso degli anni si sono moltiplicate e mischiate, consentendomi di allestire vari bouquet colorati. Quando il sole picchia forte, le foglie verdi si afflosciano insieme coi capolini, che tornano a rialzare il capo di sera, dopo abbondanti annaffiature. È sempre stata una mia preoccupazione proteggerle dai raggi inclementi della tarda mattinata, tanto che avevo predisposto degli ombrelloni per ripararle dall’arsura. È successo che un paio d’anni fa, è nato spontaneamente un fico, giusto al centro dell’ampia aiuola, che io definisco “isola”, per la posizione e per l’ampiezza. Il fico è cresciuto notevolmente, ha messo frutti, per ora non buoni, trattandosi di una pianta selvatica, e ombreggiando meravigliosamente le ortensie, che immagino ringrazino. Io di sicuro mi trovo con un problema in meno: non recupero i vecchi ombrelloni sbrindellati dal vento, che restano chiusi a riposare in garage, e risparmio acqua. Sembra che tra il fico e le ortensie sia nata una bella amicizia, perché li vedo bene entrambi. Forse è una deduzione accomodante, ma sta di fatto che i fiori non sono sfiancati. Se si sono scelti per un reciproco vantaggio, significa qualcosa. Meno male che non ho estirpato il fico invadente e che lui si è fatto apprezzare. Madre Natura docet!

Viluppo

Fine luglio. Con il caldo le fioriture diminuiscono, perdono vigore. Resiste la rosa canina, chiamata anche rosa di macchia o rosa selvatica, che colgo in un viluppo di rami costrittivi in un angolo del mio giardino. Immagino che mi chieda una mano per liberarsene. Entro sera provvedo. Intanto osservo, scatto e penso per analogia alla condizione umana. Senza pretese filosofiche. Alzi la mano chi è senza grovigli, impicci, impedimenti. Trovo che le persone più interessanti siano quelle che hanno combattuto e sostengono tuttora quotidiane battaglie. Un post it appiccicato con lo scotch sul bordo del mio frigorifero dice: Sono le nostre cicatrici che ci fanno diventare speciali. Beh, se fossi nata rosa canina tenterei di districarmi dalla presa dell’erba infestante. Salvo cedere all’abbraccio, se si rivelasse più protettivo che distruttivo. In sintesi, ciò che leggo dietro al gruppo vegetale è la rappresentazione della lotta quotidiana di ognuno, in poco o tanto accanimento, perché la vita non è un gioco. Distribuisce ferite ma regala anche tanta consolante bellezza.

Aurora dalle dita rosate

Uno dei vantaggi della pensione è gestire il proprio tempo, non dipendere più dall’orologio per andare al lavoro, sovvertire i ritmi delle attività. È quello che capita a me, che avrei pagato oro poter dormire un po’ di più alla mattina, quando ero in servizio. Adesso che potrei poltrire, mi sveglio incredibilmente presto. Stamattina ero in piedi qualche minuto prima delle sei. Ho sentito i tocchi del campanile giusto mentre aprivo gli scuri, su un cielo ancora lattiginoso. Puma, la mia gatta non ha abbandonato il bordo del letto, per la consueta razione di croccantini, il che mi ha indotto a supporre che fosse troppo presto anche per lei mettersi in movimento. In ogni modo ho anticipato le modeste attività della mattina, compreso il saluto ai fiori, non ancora irrorati dai raggi del sole, assonnato pure lui. Ma ecco che qualcosa si muove nel cielo, dei bagliori sommessi preludono… all’aurora dalle dita rosate, per dirla con un’espressione che recupero dagli studi liceali: inizia lo spettacolo di un nuovo giorno! Inevitabile per me immortalare l’alba, con le sue morbide trasparenze. D’altronde è la realtà che mi stimola a scrivere, mentre la fotografia mi dà una mano a selezionare i soggetti. È un hobby che mi fa bene e che mi piace condividere, in totale libertà.

Casa, dolce casa!

Oggi sono un po’ “privata” e destino un pensiero alla mia casa, che sento mia da quando ho saldato il mutuo. Chissà da quante persone è condivisa l’esperienza… tutti abitano in una casa (si spera…): di proprietà, in affitto, in comodato d’uso e pare che per noi italiani “il mattone” sia in cima ai desideri. Altrove non è così, forse siamo poco votati al nomadismo, oppure siamo molto attaccati alle radici. Sia come sia, nella lingua inglese si fa un distinguo tra house, edificio e home, luogo degli affetti. Mastico meglio il latino dell’inglese, ma se ho inteso correttamente, la casa di cui intendo parlare è quella che mi rappresenta nella sua interezza: lineare fuori, complessa dentro. Un po’ come me! Tra i vani, lo spazio che preferisco è lo studio, dove trascorro il mio tempo migliore: a scrivere, ma anche a farmi le unghie attingendo alle bottigliette colorate, infilate in uno scanso tra la stampante e un porta riviste. Dispongo di due scrivanie, avendo ereditato quella di mio figlio, attualmente impegnato in attività motorie e di due computer, un portatile e uno d’epoca, per le emergenze. Descrivo dettagliatamente questa stanza a pag. 91 del mio recente libro TEMPO CHE TORNA (acquistabile online presso Albatros Il Filo, oppure direttamente da me), nell’episodio intitolato “Lo studio” che si conclude così: In breve, i libri, i fiori, le foto, i ricordi sono il mio pane quotidiano. Poi c’è il companatico. Per me è impensabile non mettere piede nello studio, dove riesco a tirare fuori la mia essenza. Però ammetto che sto bene anche sotto al glicine in giardino e quando saluto i miei fiori alla mattina. In conclusione, grazie casetta mia!

Tenerezza

La tenerezza è un tema difficile da trattare. L’industria dolciaria ci va a nozze, i fioristi ci campano grazie agli omaggi floreali, la musica popolare ne è piena… ma nel privato possiamo riconoscerla? Mi viene spontaneo pensare alle cucciolate nel mondo animale, oppure ai cuccioli di uomo, a me stessa bambina. Poi il tempo ha steso un velo su questo nobile sentimento, che si è smorzato, fino quasi a dissolversi, camuffato talora da rituali cerimoniosi. Ecco, un’opera d’arte aiuta a pensare, a qualunque ambito appartenga. Nel caso del dipinto cui mi riferisco “ABBRACCI”, trovo la risposta nell’abbandono della figura femminile, protesa sul gruppo che la sostiene: potrebbero essere il padre e la madre, oppure un fratello e una sorella, un figlio e un marito… due amici, due parenti, due compagni di pari genere. La declinazione emozionale può variare a seconda del legame instaurato. La mia interpretazione è opinabile, bisognerebbe interpellare l’autore. In ogni caso, anche solo osservare l’opera senza lambiccarsi il cervello, personalmente mi rilassa e mi fa sperare di poter replicare nella realtà l’abbraccio efficacemente rappresentato.

Abbracci

La foto postata stamattina, dei due gladioli che si incrociano sul fusto robusto dell’albero mi fa pensare, per tematica e per colore, alla immagine del profilo di un amico pittore, che ritrae un suo dipinto intitolato “Abbracci”, abbracci messi al bando dall’emergenza sanitaria. L’ assenza di effusioni ne ha rivalutato l’importanza, aumentando il desiderio di tornare a goderne. Mi auguro che il peggio sia passato, anche se temo ancora molti sacrifici prima di essere liberati dalla pandemia. “Eravamo sul bordo del precipizio, urgeva fermarsi!”, sintetizza qualcuno. Io sono una testimone disorientata di un tempo ribaltato. Ho pubblicato di recente, con Albatros il Filo, TEMPO CHE TORNA, un diario a ritroso, senza sapere che la pausa imposta avrebbe costretto molte persone a fare pulizia, dentro e fuori casa, come è capitato a me la scorsa estate. Dopo il repulisti, conto in un abbraccio di conforto, da estendere a chiunque abbia bisogno di ricaricarsi

Solitudine e bellezza

Ho fatto il mio consueto giretto per il giardino. Ieri è piovuto abbondantemente, la temperatura è scesa. I gladioIi hanno perso la loro fierezza e si sono un poco inclinati, sotto le sferzate che hanno accompagnato i rovesci. Mi concentro sulle rose rampicanti che tappezzano il traliccio di sostegno, una varietà antica, che produce fiori aggruppati. Mi attrae un esemplare isolato, perfetto nella nitida bellezza dei cinque petali bianchi ondulati, spruzzati di giallo in prossimità dei pistilli color oro. Mi viene spontaneo considerare che è solo e bellissimo, la sua condizione di isolato rispetto al contesto pieno di fiori stretti a gruppi di tre o quattro è un’anomalia solo per chi non considera la natura nella sua interezza. Niente di filosofico, forse un apprezzamento per la diversità, e una rivalutazione della solitudine come condizione umana non sempre negativa. Se non è subìta ed è frutto di una scelta, mi pare appropriato il detto latino attribuito a san Bernardo “Beata solitudo, sola beatitudo”. Con auguri di serena domenica!

Giorno di mercato

Oggi in paese giorno di mercato, evento che mi attrae da sempre, per il mix di prodotti esposti e per la varietà di persone al di qua e aldilà del banco. Sospeso durante la fase uno della pandemia, ha ripreso l’attività in modalità contenuta e vigilata. La clientela si riconosce dagli sguardi dietro la mascherina ed è già un conforto essere identificati. Poi interviene la voce, che con tono e timbro avvalora l’identità. Tuttavia una nota malinconica cala su un evento prima totalmente esuberante, una cicatrice che rimane. Devo farmene una ragione. La bancarella preferita è quella dei fiori, mio nutrimento dell’anima. Poi penso a rifocillare il corpo, sostando ai banchi della frutta e verdura, dei formaggi e del pesce. Talvolta compro una borsa e un paio di scarpe, provandole su un cartone adagiato sull’asfalto, così alla buona. In tempi non sospetti, dopo gli acquisti facevo una capatina in uno dei tre bar che delimitano la piazza del paese, per dare un’occhiata al quotidiano, anch’esso messo in quarantena e riabilitato di recente. Nel mentre mi sono abituata a scorrere le notizie sul tablet, demandandone l’approfondimento sul cartaceo che compero in cartoleria. Diciamo che è tutto un po’ sotto controllo, legato alla necessità di preservare la salute, evitando il famigerato virus. Con gli auguri che se ne vada presto in vacanza!

Scambio fluido

Il mio secondo post nasce per ringraziare chi mi ha messo in condizione di pubblicare. Fin qui sembra un atto dovuto, prassi normale tra persone che si scambiano informazioni. Qua c’è di più: un’insegnante di lettere, la sottoscritta, diventa allieva di Manuel, suo ex allievo alle medie, ora studente di ingegneria elettronica: scambio di ruoli che fa già storia. Il come questo avviene è anche più curioso, una ventata di giovinezza che lubrifica articolazioni scricchiolanti e rivitalizza neuroni. Comunichiamo in tarda serata, tramite Whatsapp, mentre il resto dei familiari è già tra le braccia di Morfeo. Io allungata in poltrona relax che attenua l’artrosi, con lo schermo della tele che blatera indispettito; lui immagino a trafficare in una sorta di laboratorio domestico su misura. Scambio fluido di messaggi che per me non sono sempre chiari, chissà se pensa che mi sono rincitrullita… (d’altronde sono fuori esercizio da cinque anni!), poco importa: mi piace questa collaborazione a ruoli invertiti. Non avrei pensato che fosse così eccitante essere scesa dalla cattedra. Certo dipende dal soggetto che mi ha preso in consegna, riconosco che sono stata fortunata. Magari scopro che altri giovani virgulti possono insegnare molto alle vecchie generazioni e seminare un po’ di sano ottimismo in questo tempo ribaltato. Vediamo…