Fato, destino, malasorte… chiamatelo come volete, ma quello successo ieri mattina a Pinarella di Cervia sembra la beffa del destino che trasforma una breve vacanza in una tragedia assurda. Una ruspa travolge e uccide Elisa Spadavecchia, 66 anni, ex insegnante di Inglese del Liceo Quadri di Vicenza, in pensione dal 2019. Sì trovava in Romagna in un tratto di spiaggia libera, all’altezza del bagno 70 per trascorrere il weekend al mare con il marito, un ufficiale dei Carabinieri in congedo. L’incidente è avvenuto poco prima delle 11, sotto gli occhi increduli dei presenti. L’uomo alla guida del mezzo, sottoposto a fermo, ha un precedente per omicidio stradale per un episodio accaduto nel 2022. Dettaglio inquietante: la ruspa non era autorizzata ad operare sulla spiaggia, in quanto “I lavori di spianamento della duna sono terminati da settimane” ha dichiarato Fabio Ceccaroni, presidente della Cooperativa bagnini di Cervia. La tragedia ha suscitato una ondata di commozione e anche di sdegno, espressa dal sindaco di Cervia Mattia Missiroli in questi termini: “È inaccettabile che in un fine settimana di Maggio, con le spiagge affollate di turisti, un mezzo meccanico possa accedere liberamente all’arenile”. A parte i lavori abusivi, ma dove aveva la testa l’investitore? E la povera collega, come mai non ha sentito il rumore del mezzo in azione? Indossava forse le famigerate cuffiette? Immagino la soddisfazione di godersi qualche ora al mare, prima dell’avvio della stagione, per risparmiare qualcosa ed evitare l’affollamento dei periodi di punta. Magari anche per motivi di salute, volti a recuperare il benessere psico – fisico. Arcinoto che gli insegnanti non sono strapagati e spesso sono provati dall’esercizio di una professione sempre più impegnativa. Sono molto rattristata. Credo che lo sia anche il mare.
Categoria: Emozioni e pensieri
‘Casa dolce casa’ 🏠
Filomena Morra, 79 anni dorme sui cartoni nel suo negozio di merceria perché le hanno occupato la casa. Succede in una frazione di Pozzuoli. Vengo a conoscenza di questo fatto durante la trasmissione “Diario del giorno”, mentre tento di riemergere dal mio riposino pomeridiano. Vorrei che fosse un brutto sogno, invece non è neanche una novità. Era successo in altre occasioni, quando il titolare dell’abitazione era in ospedale, oppure assente. “Una signora di passaggio mi ha avvertita: guarda che ti stanno occupando casa” racconta, mentre Filomena si trova al lavoro nella sua merceria. Dettaglio: potrebbe essere l’unica in regola tra gli inquilini dello stabile. Buttata fuori dal suo appartamento, assegnatole nel 1987 è costretta a vivere nella merceria, tra l’altro attenzionata dalla malavita, col timore che potrebbero sottrargliela per destinarla ad attività illecite, se lascia incustodito il locale. Povera signora, costretta a dibattersi tra il timore di non recuperare la sua dimora e l’ansia di perdere il negozio. Non so come mi comporterei, se mi capitasse qualcosa del genere. Pare che per liberare un appartamento occupato abusivamente con minori (anche se di altri) ci vogliano addirittura dieci persone; ciò rende difficile l’operazione, senza considerare la scarsità di forze dell’ordine. Mi risulta che la casa di proprietà rappresenti per molti il risultato di impegno e sacrificio pluridecennale. Lo è stato per me che ho affrontato un mutuo di quindici anni e svariate spese extra. Tutt’ora mi sorprendo di avercela fatta. “Casa dolce casa” è un’espressione che non ha bisogno di spiegazioni. La casa rappresenta un luogo di sicurezza, di intimità e di identità: un riflesso di noi stessi. Chi la occupa abusivamente, infrange l’art. 614 del Codice Penale. Se va bene, in due-tre anni il danneggiato rientra. Auguri, Filomena!
Gli amici ungheresi
Gli argomenti più gettonati dei miei post riguardano l’attualità e le emozioni. Cerco di mantenermi in equilibrio quando i fatti sono spinosi, anche perché non sono una opinionista, ma semplicemente una persona che ama scrivere. Protagonisti del mio privato sono spesso i gatti e i fiori, di rado le mie amicizie. Oggi però è una giornata “storica” perché incontro Helena, Imre e Balazs/Biagio Matern, motociclisti ungheresi, amici di mio padre Arcangelo, mancato oltre 44 anni fa (il 2 aprile 1981). “ARCANGELO TI RIKORDIAMO SEMPRE FAMIGLIA MATERN” impresso sulla lastra tombale in cimitero a Possagno conferma che il filo della memoria è indistruttibile. L’amico spassoso sulle due ruote ha lasciato orme profonde. Da donna, non ho ereditato lo spirito sportivo di mio padre. Però sono contenta che lui abbia seminato tanta simpatia. Grata agli amici ungheresi, gli dedico il post odierno, tradotto per loro in inglese dal talentuoso Manuel che si trova a Sydney. Ritornati per una gita in terra veneta, non parlano italiano e io non parlo inglese. Tuttavia “Google traduttore aiuta e poi improvvisiamo”, scrive Biagio in italiano, “meccanico di motociclette”. Sara Cunial fa da preziosa interprete, il tempo scorre piacevole e veloce. Una visita in cimitero, dove Helena depone due mazzi di fiori, uno per mamma Giovanna e uno per il “globetrotter su due ruote”. Imre ascolta e pensa. A breve compirà 77 anni e non va più in moto. Ma custodisce un patrimonio di memorie e di amicizie. Durante i viaggi con la Laverda 750 – ora cimelio nel Museo Laverda di Breganze (VI) – Arcangelo li ha incontrati e si sono rivisti in vari raduni motociclistici, tenendo alta la fratellanza sportiva. In molte occasioni mi sono sentita ‘fuori del giro”, essendo donna e zero sportiva. Sono riconoscente a queste brave persone di avermi contattato, nel ricordo di mio padre. Con l’augurio che ogni viaggio sia portatore di salute e benessere.
Mandria di cavalli sfortunata
Il cavallo è un animale superbo. L’altro giorno ha compiuto trent’anni Varenne, il mito del trotto. Secondo un test psicologico fatto online, tra quattro animali proposti mi identificavo in un cavallo. Il che mi ha sorpreso, perché mi ritengo molto felina. Comunque sono innegabili qualità concentrate nel cavallo, animale intelligente e sensibile: forza, eleganza, indipendenza… però non è immortale, ed anzi come gli umani talvolta è anche sfortunato. Come è capitato alla mandria di cavalli colpita da una tempesta di fulmini nel Frosinone. Rifugiatisi sotto un faggeto durante un temporale, 33 cavalli – tra cui diversi puledri – sono morti fulminati. Il sindaco Francesco Di Lucia ha dichiarato: “Purtroppo eventi simili sono già accaduti, soprattutto con greggi di ovini. Questa volta è toccato ai cavalli, e la perdita e’ enorme per l’allevatore e per tutta la comunità”. Gli animali pascolavano liberi, secondo una tradizione antica che unisce natura e cultura, una pratica sostenibile, ma esposta ai pericoli della natura incontrollabile. Immagino la scena che si è presentata agli occhi dei Forestali. Il maltempo non ha risparmiato neanche alcuni rapaci, colpiti dai fulmini. Negli Stati Uniti i casi sono più frequenti, ma questo non consola. Considerati animali d’affezione, anche se certi sono allevati per la carne molto energetica che contiene grandi quantità di ferro, sono molto dispiaciuta. Penso a mia nipote Cristina che contribuisce al mantenimento di Egoist, un cavallo di 24 anni. Penso alla canzone “Furia, il cavallo del west” cantata da Mal e pure alla serie televisiva “Furia”. Anche al cavallino di legno ‘spingi e vai’ su cui mio figlio piccolo cominciava a ‘pedalare’. Dolcezza e tristezza si mescolano. Un nitrito di cavalli echeggia nell’aria.
Santa Rita e le rose 🌹
In coda al TG1 Mattina il pensiero è dedicato a santa Rita da Cascia che ricorre domani, giorno della sua morte il 22 maggio 1457 (era nata nel 1381 a Roccaporena, frazione del Comune di Cascia). Non sapevo che il suo nome fosse Margherita, cognome Lotti. Beatificata da papa Urbano VIII nel 1626, è stata canonizzata da papa Leone XIII nel 1900. Agostiniana, come il neoeletto papa Leone XIV. Copatrona di Napoli, è considerata la santa degli impossibili, ricordata da papa Francesco come “donna, sposa, madre, vedova e monaca”. Tra i pochi santi sposati (fu sposa e madre prima di prendere i voti) è invocata come protettrice dei matrimoni e delle cause perse. Mia madre le era devota, fors’anche perché era nata appunto il 22 maggio. E poi c’entra la rosa rossa, con le sue spine, simbolo di Rita da Cascia, in ricordo della rosa fiorita sotto la neve che una parente le portò insieme a due fichi, prima della morte. Pertanto, da allora santa Rita è associata alle rose. In omaggio alla santa, domani si benedicono le rose, tradizione religiosa che si svolge in diverse chiese. I fedeli le portano a casa, come segno della protezione di santa Rita. Questa mi è nuova, ma spero che la benedizione si espanda fuori della chiesa e iinondi i giardini, compreso il mio. Non ne ho molte, ma quanto basta per accomoagnarle ad altri fiori recisi per il mio bouquet. La rosa non è il mio fiore preferito, perché appesantita dalla nomea di essere la regina dei fiori, e a me le gerarchie non piacciono. Comunque in giardino ho delle varietà antiche, una profumatissima color ciclamino e una di tonalità gialla, i cui fiori si aprono al mattino e si chiudono la sera. In zona orto – più giardino che orto – c’è la varietà Colombo, a stelo lungo e fiore color corallo. Notevole! 🌹
Fortuna e sfortuna
La parola ‘sorte’ presso gli antichi era sempre accompagnata dall’aggettivo ‘mala’ oppure ‘buona’, a sottolineare la forza imprevedibile e incontrollabile che plasma il destino degli uomini in maniera positiva oppure contraria. Nella mitologia romana e greca viene rappresentata come una figura femminile con in mano il timone della vita e con la sfera, simbolo della mutabilità e dell’incostanza delle cose umane. Il tema del destino è costante in fatti di cronaca, come quello accaduto ieri pomeriggio nel comasco dove è morta un’insegnante in gita con i suoi alunni. Uno dei due pullman sul quale viaggiavano le classi prima e quarta – in tutto 35 bambini – della scuola primaria dell’Istituto Comprensivo di Azzate (Varese) ha tamponato il camion che lo precedeva all’interno di un tunnel: tre feriti e un morto, la maestra Domenica Russo, 43 anni, mamma di un’adolescente. L’insegnante sedeva davanti, accanto all’autista. Nata a Napoli, per anni veva lavorato come assistente sociale. Poi aveva deciso di entrare nel mondo della scuola e per lavoro si era trasferita in provincia di Varese. Di recente era arrivata la nomina alla Scuola elementare Pascoli di Cazzago Brabbia (Varese). Provo una grande pena per questa collega morta in servizio durante un’uscita didattica che doveva essere istruttiva e divertente. La comitiva di alunni e docenti era stata in visita al Museo del cavallo giocattolo di Grandate (Como). Immagino il trauma che accompagnerà i piccoli allievi tutta la vita. Ho insegnato per una trentina d’anni alle medie e ricordo che le uscite didattiche mi procuravano molta ansia, prima e durante, tant’è che cercavo di evitarle. Tenere a bada l’esuberanza degli studenti già in pullman era un impegno notevole, al netto degli imprevisti legati al viaggio e alla visita programmata. Ogni volta accumulavo stress e stanchezza. Nel mio caso, non è successo nulla di grave. Ringrazio la dea fortuna.
Un filo di seta tra passato e presente
Un filo di seta collega passato e presente: è il leit motiv dell’allevamento di bachi da seta di Mattia Morbidoni, chiaravallese e Diletta Doffo, giovane sarta anconetana. Il bachicoltore cita anche l’ottavo canto del Paradiso di Dante, dove il Poeta dice: “Come animal di sua seta fasciato” per dare una veste pregiata all’artigianato creativo, nel solco della tradizione. Vedo il servizio mentre faccio colazione, poco prima delle sette ed emerge un ricordo dell’infanzia: i miei nonni materni Giacomo e Adelaide allevavano bachi da seta a Pravisdomini, allora in provincia di Udine, successivamente Pordenone. Ero molto piccola, sui cinque anni, forse meno. Credo di aver provato qualcosa tra il disgusto e lo stupore, nel vedere i bachi grassocci muoversi sulle foglie di gelso. La nonna parlava dei ‘cavalieri’ ovvero i bachi da seta che venivano allevati nel granaio, ma ci ho messo un po’ a capire. Fino agli Anni Cinquanta era consuetudine nelle campagne coltivare bachi da seta. In Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri. Dopo il boom economico degli Anni Sessanta, con le fibre sintetiche la musica è cambiata. Bravo il giovane Mattia che si è messo in gioco, affascinato dal “tesoro nel bozzolo”. Oggi coltiva cinque varietà di bachi che devono essere nutriti cinque/sei volte a notte. Lui si occupa della prima parte della filiera, poi subentra la collega che si occupa del filato e della produzione tessile. Giovani industriosi che hanno obiettivi da raggiungere, rispettivamente “specializzarmi sempre di più con varie tipologie di baco da seta, per preservare la biodiversità ” e “produrre una collezione di capi made in Marche con seta made in Marche”. E bravi giovani, hanno trovato la quadra tra ieri e oggi.
Domenica ‘dolce’ e spirituale
Terza domenica di Maggio. Me la prendo con calma e con dolcezza: decido di fare i muffin con le fragole e procedo. In sottofondo l’audio della televisione in cucina mi aggiorna. In diretta il TG1 trasmette la messa d’inizio pontificato di Papa Leone XIV che seguo ‘di profilo’, mentre setaccio farina e monto le uova. Il nuovo pontefice ha ripristinato il latino, in omaggio alla tradizione e questo non mi dispiace, avendo fatto studi classici. L’occasione consente di recuperare alcune nozioni e di apprenderne altre. Ad esempio, scopro che la ‘ferula’ è un bastone liturgico usato nelle cerimonie religiose. L’anello del pescatore: simbolo del potere spirituale del pontefice, Prevost lo riceve dalle mani del cardinale Luis Antonio Tagles. Chiamato anche anello piscatorio – perché Pietro è l’apostolo pescatore – o anello papale, è una delle insegne del papa che la riceve durante la messa di inizio del suo pontificato e la indossa all’anulare della mano destra. Sento a tratti l’omelia di Leone XIV con l’accorato invito all’unità: “Sono stato scelto per l’unità” in un tempo di fratture e guerre. Non a caso il suo motto è In Illo uno unum/Nell’unico Cristo siamo uno che riprende le parole di Sant’Agostino, per spiegare che “Sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno”. Al momento delle offerte, sento leggere in cinese. Un occhio ai muffin che si gonfiano in forno. Il tempo vola. Alle undici i dolcetti sono pronti. La cerimonia si protrae e mi distraggo un po’. La benedizione arriva poco dopo mezzogiorno. Segue l’incontro del Papa con 156 delegazioni straniere, anche di religione musulmana. La strada del pontificato è lunga e tortuosa. Auguri Papa Leone!
17esimo post a quattro mani: con maschera e boccaglio al Reef
All’esame di terza media, per Educazione artistica avevo fatto un disegno che rappresentava il fondo del mare come me lo immaginavo. Tramite vocale, Manuel mi informa che lui lo ha visto davvero, il fondo del mare-oceano, con una varietà di pesci coloratissimi. Resto senza fiato dalla meraviglia che mi trasmette, raccontandomi la terza giornata del suo tour alle Fiji. La chiusura del suo narrare la dice lunga: “Mi ritengo molto soddisfatto”. Mi concentro sul pezzo forte: con maschera e boccaglio – che Manuel non ha mai usato, perciò beve tanta acqua salata – esplora un pezzo di Barriera Corallina (Reef) popolata da un’infinità di pesci coloratissimi e di coralli. “I colori dei pesci sono una cosa fenomenale, alcuni sembravano un fotomontaggio, una piccola manta che è un arcobaleno di colori, pesci di tutte le forme misure e colori, uno con delle pinne lunghe che sembravano delle vele, dei mini anemoni, qua e là, tra il verde e il celestino. Ho visto anche alcuni coralli, non rossi, tra il blu e il celeste, alcuni che viravano al giallo-arancione… belli belli belli”. Sono senza fiato per questo tuffo sott’acqua. Una volta che il nostro esploratore subacqueo viene ripescato dal barchino, ritorna in porto, prende la corriera e raggiunge l’ostello/albergo, dove il ragazzo alla reception gli consiglia un piatto… di pesce, con crema di cocco che Manuel definisce “Una cosa buona buona buona veramente”. Che dire, sono senza parole per lo stupore e l’ammirazione. Oggi è venerdì, giornata di pesce. Mi preparo la trota al cartoccio, pensando alle meraviglie del mare/oceano.
Francesca e Giovanni
Esce oggi 15 maggio il film biografico “Francesca e Giovanni una storia d’amore e di mafia” di Ricky Tognazzi e Simona Izzo. L’ho sentito ieri per televisione e se posso lo vedo. La vicenda dell’attentato di Capaci è stata raccontata più volte, ma in questo ultimo prodotto, prevale l’aspetto amoroso tra i due magistrati: lei, Francesca Morvillo, sostituto procuratore al Tribunale per i minori di Palermo, lui Giovanni Falcone, giovane giudice istruttore trasferito da poco nella stessa città. Il 23 maggio 1992 l’attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto da Cosa Nostra nei pressi di Capaci tolse la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra otto giorni ricorre l’anniversario, quindi il film esce a proposito. Al di là del valore artistico – su cui al momento non ho elementi per esprimermi – credo che serva a mantenere la memoria di ciò che è accaduto, con l’auspicio che non abbia mai più a ripetersi. Impossibile non legare la figura del magistrato a quella dell’amico Paolo Borsellino, di cui ho parlato in un post giorni fa, dopo aver letto il libro dedicatogli dalla moglie Agnese. Qualunque iniziativa volta a sensibilizzare sul tema della giustizia è apprezzabile, al netto del successo editoriale o di pubblico. D’altronde il cinema è considerato la settima arte, capace di combinare narrazione e movimento. Il film d’impegno civile, come suppongo sia questo analizza la realtà, fornendo diversi punti di vista. Mi auguro che questa opera abbia tutti i numeri per raccogliere consensi. Se al centro è stata posta la storia d’amore tra Francesca e Giovanni, ben venga perché l’amore nella vita di chiunque, importante o meno non è un optional. Chi ha operato bene ed è morto per mano violenta, ha passato il testimone perché il messaggio si rinnovi.
