Si è chiusa la XXXVI edizione del Salone del Libro di Torino, con risultati incoraggianti e soddisfazione per gli organizzatori. 222.000 visitatori in cinque giorni, distribuiti tra gli 872 stand su una superficie di 137.000 metri quadrati sono numeri giganteschi. Per la prima volta, tra gli autori dell’area destinata al self publishing c’ero anch’io, con il romanzo Passato Prossimo, fisicamente rappresentata dalla giovane collega Elisa Simeoni, che si trova a Torino per motivi di studio, non a caso una delle “sei dita rosate” del blog verbanostra. Sottoposta io ad intervento all’anca, è stato un colpo di fortuna avere la sua disponibilità, augurandomi che abbia trovato utile partecipare alla kermesse letteraria, di cui si dichiara soddisfatta. Per me sarebbe stato uno strazio, perché sono tuttora in convalescenza. Potete ammirare la mia ‘supplente ‘ nella bella foto che mi ha inviato dal Salone e che ho postato su Instagram. Adesso rispondo a chi vuole sapere com’è andata: ancora non lo so, nei prossimi giorni avrò il conteggio delle copie acquistate o eventualmente invendute che mi spediranno a casa, secondo accordi. “Comunque sia la vetrina c’è stata”, parole di Elisa che ha fatto incursione nel padiglione veneto dove ha rimediato importanti contatti nell’ambito degli EV Editori Veneti. Ritengo che i contatti giusti siano la cosa più importante, per il prosieguo della mia attività di scrittrice. Infatti mi sono persuasa che non mi si addice il ruolo di autore – venditore, mi è più congeniale quello di semplice autore. Promozione e distribuzione dell’opera richiedono altrettante energie che scrivere. Non essendo più di primo pelo, voglio coltivare il piacere della scrittura, senza disperdere energie altrove. Non sarà marketing, come dice Manuel…ma ne guadagnerà la salute!
Categoria: Attualità
Urge miracolo
Di prima mattina l’attualità incalza, con prevalenza di notizie out. Il TG1 Mattina trasmette il servizio “Dandora, la vita nella grande discarica”. Dandora è una località nei pressi di Nairobi (Kenia), nota soprattutto come la più grande discarica a cielo aperto del Paese. Composta da oltre 2,5 chilometri quadrati di terreno ricoperto da scarti di ogni genere, accoglie quotidianamente 850 tonnellate di rifiuti che la rendono una bomba ecologica. Ciò nonostante è la prima e unica fonte di entrata economica di chi vive nelle baraccopoli circostanti, 10.000 persone di cui più della metà sono bambini, anche in età prescolare, portati dai genitori in discarica a raccogliere rifiuti. Gang criminali controllano il lavoro, compensato a 15 scellini per chilo di rifiuti, meno di 10 centesimi di euro. Diversi minorenni sono orfani e lavorano per mantenersi. Un 15enne intervistato mantiene i suoi tre fratelli più piccoli. Stento a credere che siamo nel terzo millennio. Se cambio canale, è protagonista la guerra a Gaza, oppure in Ucraina. Stesso giorno, 13 maggio 1981 avvenne l’attentato a Giovanni Paolo II. Sono frastornata, alla ricerca di una buona notizia. “Anche in mezzo alla guerra c’è una speranza segno di vita” sono le parole del patriarca di Gerusalemme alla consegna del Premio Cultura Cattolica al Teatro Remondini di Bassano del Grappa, lo scorso 2 maggio. Mi ha girato il video Paola, cara compagna di Liceo, sposata con un arabo. Vive da tempo a Nazareth e torna saltuariamente a Bassano, paese natale. Mi ha stupito quando, in uno scambio di battute mi ha detto che in Israele sono abituati alla guerra. Ecco, questo proprio non lo posso accettare: abituarsi allo sfruttamento minorile, ai conflitti, agli attentati…al male dilagante. Urge un cambio di rotta. Anzi, un miracolo.
Scrivere, esercizio di libertà
Mi attraggono le parole. Non a caso il blog su cui scrivo quotidianamente da quasi tre anni (nato a fine giugno 2021) si chiama Verbamea (= parole mie) e Verbanostra (= parole nostre) il blog parallelo, in condivisione con le ‘sei dita’ di Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Leggo sul quotidiano la Repubblica di ieri un paio di articoli che mi consentono di dire qualcosa a riguardo. Dall’intervista ad Alessandro Michele, autore del libro “Noi siamo le cose che ci circondano” riporto la risposta alla domanda Com’è stato esprimersi con la scrittura? “Penso che le parole siano l’unica religione che ci tiene ancora liberi, per questo spero che ciò che ho scritto risulti vero e autentico”. È anche il mio pensiero. Il libro sarà presentato oggi al Salone del Libro di Torino, dove c’è anche il mio romanzo Passato Prossimo. Io non sono importante da essere intervistata, ma credo di allinearmi al pensiero espresso da Michele, una delle voci più influenti della moda. Al Salone del Libro arriva per la prima volta dopo l’attentato anche lo scrittore Salman Rushdie, autore di Knife. A parte la sua tirata d’orecchi alla Meloni che ha denunciato Saviano, mi interessa il suo punto di vista sulla scrittura che può essere catarsi, ma anche vendetta. Lascio al lettore la soddisfazione di leggersi l’intero servizio di Sara Strippoli a pag. 33. Adesso è tempo che dica la mia. A parte il pensiero di Platone a riguardo, in ambito psicanalitico e psicoterapeutico, la catarsi è la liberazione da un trauma o un conflitto interiore, la ‘purificazione’ di corpo e anima, ma non voglio sconfinare in un terreno che non mi appartiene. Mi limito a dire che per me scrivere è la terapia alla ‘malattia’ di esprimermi, quindi una sorta di ossigenazione che mi fa stare bene. E che i lettori nutrono con il loro contributo.
Prendere le distanze dal male
Non vorrei parlare di un altro fatto di cronaca nera…ma devo fornire almeno dei dati per inquadrare l’episodio e poi spostarmi sul carattere, veramente ammirevole di una persona coinvolta. Succede a Varese: Marco Manfrinati, ex avvocato 38enne, accusato di stalking, un figlio conteso, uccide il suocero e accoltella l’ex moglie, Lavinia Limido, 37 anni, ora in terapia intensiva. Il padre di lei era sceso in strada, per difendere la figlia. Pare che l’aggressore soffrisse di disturbi psichici e ne era stata segnalata più volte la pericolosità. Già sentito, purtroppo in casi simili. Ciò che mi colpisce è l’intervista concessa dalla vedova, avvocato civilista e trasmessa durante il programma Diario del giorno, al termine della quale chiede al conduttore di non dire che l’assassino ha rovinato una famiglia, perché Fabio Limido, il marito ha fatto il suo dovere, correndo in soccorso della figlia aggredita. Poi nomina anche il Paradiso, destinazione che il consorte si è meritato con il suo atto di coraggio. Insomma, anziché imprecare contro il genero assassino o la malasorte, con un autocontrollo invidiabile guarda oltre e trova parole di omaggio per il compagno che le è stato tolto. Questa reazione inusuale mi fa pensare alle donne guerriere, alle Amazzoni, alle donne famose che si sono distinte in ambiti riservati ai maschi, tipo Anita Garibaldi, ma anche a tante sconosciute che hanno fronteggiato tragedie immani, in guerra e in pace. Insomma, la signora Marta, a fronte della figlia sfregiata e del marito ucciso, riesce a prendere le distanze dal male che le è piombato addosso e protegge l’immagine del marito, campione di amore paterno. “So che il suo sacrificio non è stato vano, perché ha salvato mia figlia e il bambino”. .
Fiera del Libro
• Oggi giovedì 9 Maggio apertura del Salone Internazionale del Libro di Torino, fino a lunedì 13: ci sarò anch’io, rappresentata dalla mia spalla Elisa Simeoni che presenterà il mio libro Passato Prossimo, secondo gli orari concessi ai numerosi autori che si sono ‘autopubblicati’. Elisa sarà presente, salvo contrattempi come segue: giovedì, ore 12.30 – 13.30, sabato ore 16.30 – 18.30, domenica ore 10.30 – 11.30, e 12.30 – 13.30, lunedì tutto il giorno. Mi auguro che sarà un’esperienza interessante per lei, che ama scrivere e un’opportunità per la mia opera di essere vista, letta e magari apprezzata. Certo è una carta che ci giochiamo in oltre duecento autori senza editore. Mi auguro che qualcuno bene intenzionato si faccia vivo. Il mio romanzo non ha le caratteristiche del best seller, ma a suo tempo ha superato la valutazione della commissione selezionatrice delle opere. Si tratta della ricostruzione fedele della comunità trevigiana dove abito negli Anni Settanta, con una rosa di interviste finali a persone testimoni del passato, non così lontano da impedire un approccio nostalgico. Ne consiglio la lettura a chi non dispiace rivisitare il dietro le quinte della nostra epoca, magari recuperando qualche elemento sociale positivo. La narrazione è fluida e la trama coinvolgente. Una considerazione extra sulla copertina dove un Cedro simbolo di amicizia e di longevità vigila sul paesaggio agreste. L’albero è di per sé simbolo di vita: il Cedro, citato più volte nella Bibbia come simbolo di forza e di regalità aggiunge qualcosa in più. Pertanto lo considero beneaugurante. Cari lettori, se avete parenti o conoscenti a Torino, invitateli a fare un giro al Salone Internazionale del Libro, Padiglione 2, Stand F 103. Grazie mille!
Amore e Memoria
Gino Cecchettin, papà di Giulia è ospite della trasmissione di Bianca Berlinguer “È sempre Cartabianca”, andata in onda ieri sera. Mauro Corona, scrittore, alpinista e scultore del legno discute con la conduttrice sui temi scottanti che gli propone. Il pretesto è offerto dal libro Cara Giulia.Quello che ho imparato da mia figlia, di cui è autore il padre della sfortunata ragazza che il 5 Maggio avrebbe compiuto 23 anni. Gino Cecchettin conferma di essere una persona profonda e saggia che convive col ricordo della figlia drammaticamente scomparsa. A proposito della memoria, Mauro Corona, invitato ad intervenire dice che il ricordo è il sentimento più forte dopo l’amore. È un’affermazione che trovo convincente. In questo caso doloroso, mi auguro sia anche terapeutico. D’altronde il libro, edito da Rizzoli è parte di un progetto più ampio a sostegno delle vittime di violenza di genere. L’ho cercato sul web dove è disponibile la lettura delle prime pagine: una toccante lettera del padre che ipotizza quella che doveva essere la settimana perfetta con l’imminente laurea della figlia. Tra l’altro, confida che si era fatto tatuare – prima volta nella vita – una rosa con impressa sullo stelo la lettera emme, iniziale di Monica, la moglie scomparsa un anno prima. Quest’uomo, vedovo della consorte e della figlia è da ammirare e da sostenere. Capisco perché ha scritto il libro: per omaggiare Giulia e per continuare a tenerla dentro di sé. Lei sarebbe fiera del suo grande papà, come spero lo saranno i fratelli Davide ed Elena, forse soverchiati dal rumore attorno alla tragica vicenda. Di sicuro il sorriso di Giulia continuerà a farci compagnia per molto tempo ancora, facendo germogliare in altri le qualità che sprigionava.
Una bella storia
Per fortuna una bella storia che mi distrae dall’abbondanza di brutte notizie imperanti: Imprenditore friulano lascia l’azienda ai dipendenti. Piero Pittaro, titolare dell’azienda vinicola Vigneti Pittaro, mancato a 89 anni lo scorso marzo ha lasciato in eredità a nove fidati collaboratori il frutto del lavoro di una vita, iniziato negli Anni Settanta. Sposato, padre di una figlia e nonno speriamo che le sue volontà vengano rispettate. Il prodotto si materializza in 300.000 bottiglie di vino all’anno, di cui 100.000 di spumante vendute in Europa, Stati Uniti e Singapore. Immagino un bel rapporto creatosi tra titolare e dipendenti, una sorta di famiglia dove tutti collaborano: un sogno che raramente si realizza. Ripeteva spesso in friulano “Lascerò tutto a voi” espressione ritenuta eccessiva e che invece denota una grande coerenza. Ho cercato la foto di questo signore sul web: una lo ritrae nella vigna con un bel grappolo d’uva nera tra le mani. Ha uno sguardo mite, di brava persona. La simpatia nasce spontanea, oltre al fatto che anche mia mamma era friulana. Fanno da contrappunto a questa bella storia, vicende di contrasti e talvolta soprusi in ambito lavorativo che non richiedono neanche tanta immaginazione. Il comportamento del signor Piero è esemplare. Do per scontato che gli eredi da lui nominati – tutte persone della zona di Codroipo – siano all’altezza. I nove premiati si impegnano a portare avanti il nome dell’azienda come merita e a costituire una società secondo i termini di legge dove tutti conserveranno gli incarichi precedenti. “Era fatto così, premiava i più meritevoli” ha titolato il quotidiano la Repubblica. Tanto di cappello!
David di Donatello
Prima di parlare della serata dedicata al Cinema, un omaggio alla statuetta. Donatello (Firenze, 1386 – 1466) realizza il David su richiesta di Cosimo de Medici per celebrare la vittoria dei fiorentini sui milanesi nella battaglia di Anghiari del 1440. Quindi il David ha anche un significato politico, perché allude alla vittoria di Cosimo sui suoi avversari. Risale al 1408 (Donatello aveva solo 22 anni) e si trova nel Museo nazionale del Bargello a Firenze, nella stessa sala del David bronzeo, opera della piena maturità dell’artista. La statua simboleggia la forza interiore, il coraggio e la determinazione necessari per affrontare le avversità. Inoltre rappresenta l’ideale classico di bellezza e perfezione anatomica. Al premio del Cinema viene dato il nome ‘David di Donatello’ perché ai vincitori è consegnata una piccola riproduzione in oro Bulgari del David di Donatello di Firenze, statuetta diventata iconica che compare in film e serie tivù. Fatta questa premessa, parlo un po’ della serata, dedicata al meglio del cinema italiano. Ho apprezzato le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per quella che è considerata la settima arte, una forma di espressione e connessione con il mondo. Io non mi considero cinefila, ma mi piace il buon film, sul grande e piccolo schermo. Prima della pandemia, frequentavo d’estate il Parco Parolini a Bassano dove tra luglio e agosto si può godere della proiezione di film all’aperto, con le lucciole che volteggiano sul grande schermo e le rane che ‘cantano’ nel vicino stagno. Anche in paese è in corso una rassegna di film che spero di poter seguire, appena avrò l’ok per gli spostamenti. Tornando alla serata, fanno gli onori di casa Carlo Conti e Alessia Marcuzzi. Molti gli ospiti e i premiati. Siccome l’occhio vuole la sua parte, ammiro gli abiti delle signore – molte in nero – che salgono sul red carpet. La rivista Vanity Fair si prende lo sfizio di valutare le varie ‘mises’. Super premiati Io capitano, con 7 Statuette e C’è ancora domani, con 6. Miglior attore non protagonista Elio Germano, per Palazzina Laf che parla di lavoro, tema di scottante attualità. Un David speciale a Vincenzo Mollica, giornalista e scrittore che per quarant’anni ha raccontato il mondo dello spettacolo. Sul molto altro della serata, lascio eventualmente indagare di persona. Lunga vita al buon Cinema!
Un artista, una promessa
Il mattatore Rosario Fiorello chiude la puntata del suo spettacolo mattutino, citando “Hallelujah” cantata da Ermal Meta sotto la pioggia, durante il concertone del primo Maggio. Ho già avuto modo di parlare del 43enne cantautore, compositore, polistrumentista albanese, naturalizzato italiano. Tra i suoi brani: “Non mi avete fatto niente” che vinse la 68esima edizione del Festival di Sanremo in coppia con Fabrizio Moro, poi “Piccola anima” e “Un milione di cose da dirti”. Apprezzo l’artista e anche l’uomo che sa fare fronte alle difficoltà. Sono andata a vedermi il video: durante la pioggia battente, non si scoraggia. Dal palco propone al pubblico “Facciamo una preghiera”, imbraccia la chitarra acustica e canta “Hallelujah” difronte ad una marea di ombrelli colorati ed impermeabili variopinti. A parte la bellezza del brano, di Leonardo Cohen – toccante anche nella versione italiana – interpretato magistralmente, ha dimostrato intraprendenza e buon gusto nel creare un momento di intermezzo sotto il diluvio, in attesa della schiarita che si è materializzata provvidenziale di lì a poco al Circo Massimo. “La voce è arrivata lassù” è il suo commento. Che dire, un artista a tutto tondo che merita un gigantesco plauso. Per inciso, scopro che ha iniziato a suonare dal vivo a 16 anni. Chitarrista nel gruppo Ameba 4, dal 2013 intraprende la carriera da solista, vincendo nel 2018 il Festival di Sanremo insieme con Fabrizio Moro. Tra i vari riconoscimenti musicali, ha vinto due volte il premio Lunezia. Ha pure scritto un libro, un romanzo di formazione intitolato Domani e per sempre, edito dalla Nave di Teseo dove racconta uno spaccato del suo Paese Natale. Un artista, una promessa.
O tempora o mores/ Che tempi che costumi
Non mi ha mai attratto il genere western, meno che per le superlative colonne sonore di Sergio Leone. Vedersi riproporre scene da far west sotto casa, dev’essere drammatico. Mi riferisco a quanto capitato a Latina, dove un colpo di pistola ha ferito alla caviglia Martina, vent’anni durante una zuffa con sparatoria davanti ad un bar. Il colpo non era indirizzato a lei, ma tant’è. La giovane era seduta a un tavolino e stava ragguagliando la madre su ciò che stava succedendo. È scappata terrorizzata col bossolo nella gamba: soccorsa e portata in ospedale è fuori pericolo. Ho sentito il padre, altamente preoccupato ma neanche adirato contro l’autore del colpo: tanto di cappello! Ma la delinquenza viaggia per tutta la penisola. A Parma la microcriminalità esplode nel weekend, mentre a Bergamo un 85enne si trova in camera due persone incappucciate che gli chiedono denaro. Mimmo/Domenico, ex maresciallo della Guardia di Finanza aveva già subito altre aggressioni: di fronte ai ladri estrae da sotto il cuscino la pistola, spara un colpo in aria e li mette in fuga. Un coraggio da leone che però lo ammutolisce al pensiero di ciò che avrebbe potuto succedere. “Non chiamatemi eroe” dichiara. Il primo pensiero che mi viene è che sono fortunata a vivere in Pedemontana, al riparo – forse e per ora – da episodi di cronaca nera. Intuisco che molte cose non funzionano perché a suo tempo non sono stati presi provvedimenti adeguati. Non ho la competenza per avanzare soluzioni. Mi spiace per chi è in prima linea ad affrontare situazioni emergenziali. La seconda riflessione è che, dato il quadro politico mondiale, quello nazionale ne risente, con buona pace dei detrattori di chi sta al governo, santo o diavolo che sia. La celebre esclamazione di Cicerone “O tempora, o mores” (Che tempi, che costumi) è sempre attuale. Lascio al lettore altre considerazioni, magari da condividere.
