Judith come Mia

Stravedo per Mia Martini. Di proposito uso il tempo presente, perché l’artista superlativa continua a farmi compagnia con le sue mirabili interpretazioni, sebbene morta il 12 Maggio 1995 (era nata a Bagnara Calabra, il 20 settembre 1947). L’ articolo di Claudia Arletti “Il mantra femminista della vedova nera” a pag. 41 del settimanale il venerdì la tira in ballo, per l’infame scusa di portare sfortuna che ora viene attribuita a Judith Hill, 41enne cantante, musicista e compositrice statunitense di madre giapponese e padre afroamericano. Premesso che ha composto la sua prima canzone a 4 anni, Judith sarà ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia lunedì 28 luglio per peesentare l’ultimo album, chiamato con coraggio Letters from a Black Widow. I tabloid la chiamano Black Widow/Vedova Nera, dopo la morte di Micheal Jackson con cui aveva duettato nel 2009 e dopo quella di Prince che doveva produrre il suo primo album nel 2016. Ma come si fa, dico io a stroncare la carriera di un’artista, attribuendole doti nefaste, anziché valorizzare le sue capacità? Era successo anche con Mia Martini, tagliata fuori dal giro per anni. Potrebbe essere una spiegazione il detto che citava mia nonna Adelaide: “Se l’invidia fosse febbre, tutti ce l’avrebbe”. Per curiosità, ho cercato la cantante sul web e ho sentito il brano intitolato Cry, Cry, Cry/Piangi, Piangi, Piangi del 2015, a mio dire travolgente nell’interpretazione ed intenso anche nella traduzione. Appellandosi alla perseveranza della madre, della nonna, nonché di tutte le donne della storia che hanno combattuto, Judith si augura di farcela e dichiara: “I tempi difficili rendono forti le donne! Questo è il mio mantra”. Io la considero sorella nera di Mia e le dico Vai e spacca, Judith!

Il primo concittadino centenario

[ ] Un compaesano ha raggiunto l’ambito traguardo dei 100 anni e fornisce pure la ‘ricetta’ per arrivarci. Risponde al nome di Alfonso Forner, ‘Castelcucchese doc’ che ieri in Municipio ha ricevuto una targa ricordo, “esempio di forza e resilienza” dal Sindaco Paolo Mares, insieme con gli amministratori locali. Ex Alpinio, contadino da sempre che continua ad occuparsi dell’orto in prima persona – vigilato dai figli Adriano e Dario – al microfono confida il suo segreto di longevità, in un simpatico misto dialetto – italiano: “Lavorare finché si è giovani, camminare, parlare poco, risparmiare il fiato per quando si è vecchi”! Simpatico nonno, in un mondo oberato dai bla bla bla il suo ultimo consiglio è attualissimo e lo estenderei a molte comparsate politiche in televisione e fuori. Più complesso l’invito a lavorare, perché Lui stesso è preoccupato per i suoi nipoti, a causa dei venti di guerra che soffiano da vicino e della complessa crisi mondiale. Sul camminare sono pienamente d’accordo. Lo consiglia anche il 96enne Silvio Garattini, quasi centenario, farmacologo, fondatore e presidente dell’lstituto ‘Maio Negri’ di Milano. I centenari residenti in Italia, al primo gennaio 2024 sono 22.552, in crescita rispetto al decennio precedente. L’81% sono donne. I supercentenari – che hanno raggiunto i 110 anni di età – sono 21, di cui soltanto uno di sesso maschile. La Liguria è in testa tra le regioni con più centenari, seguita dal Molise e dal Friuli-Venezia Giulia. Invece il paese con più centenari è Perdasdefogu, in Sardegna, una zona dell’Ogliastra, una delle 5 zone blu al mondo. Comunque anche Castelcuxco è un paese dove si vive bene. Io ci abito dal 2000 e lo confermo. Alfonso Forner è un invidiabile concittadino che indica il percorso.

Fatalità o negligenza?

Sono rimasta molto scossa da quanto successo a Terracina: la 31enne Mara Severin è morta per il crollo del solaio del ristorante Essenza dove faceva la sommelier. “Non si può morire seguendo le proprie passioni” titola un quotidiano. Mara gestiva la cantina, ma era anche responsabile del servizio in sala. Il ristorante Essenza con stella Michelin era affollato di clienti quando sono stati uditi due distinti boati, seguiti dal crollo dell’intero solaio della sala. Il locale era stato ristrutturato a gennaio, il che rende ancora più incredibile la disgrazia. Si indaga per omicidio. La prima cosa che mi viene in mente è che i lavori siano stati fatti male, come purtroppo si verifica in diverse situazioni. Se così fosse, fatalità esclusa, la responsabilità sarebbe tutta umana. Angosciante sapere che una professionalità appena sbocciata – si era diplomato sommelier nel 2022 – sia stata troncata sul nascere. Il pinot nero era il suo vitigno preferito, una passione per il settore che lei stessa aveva raccontato pochi mesi fa a Cibo Today. Quindi Mara era motivata, preparata ed entusiasta di fare un lavoro nel mondo della ristorazione, che è uno dei settori forti della nostra economia. Chissà che bei progetti avrebbe realizzato, sfumati per colpa di un solaio crollatole addosso. Tra l’altro, ha allertato lei la clientela di ciò che stava per accadere, mettendola in salvo. Non è riuscita a salvare se stessa. Allunga drammaticamente l’elenco delle morti sul lavoro, non per sua distrazione, bensì per probabile negligenza altrui. Dovremmo tenerci cari i pochi giovani che non scappano dall’Italia, Paese dalle infinite fragilità, non solo ambientali.

Tempo di vacanza

Parlare di vacanza in questo periodo è scontato. In Italia, durante il periodo estivo vanno in vacana circa 36 milioni di persone, mentre il 44,8 % della popolazione non le farà a causa dei rincari oppure per altri motivi. Io aspettavo con ansia di fare la domanda di congedo tra luglio e agosto quando ero in servizio come insegnante. Da pensionata è tutto più rallentato e gestisco il mio tempo senza orpelli. Ad esempio sono legata alla cura dei tre gatti e non sento il bisogno di allontanarmi. In passato era diverso, ma dopo la pandemia sono cambiate anche le mie abitudini. Ognuno si regola a seconda della sua situazione e dei suoi obblighi. Comunque è sacrosanto il diritto di staccare ogni tanto dalla routine, specie se pesante. Conosco persone talmente prese da molteplici obblighi, che non sanno concedersi un attimo di pausa, con la conseguenza che diventano dipendenti cronici dello stress. Mi ha colpito la seguente notizia di cronaca bianca: anche il Santo Padre, Papa Leone XIV è in vacanza, da ieri 6 luglio fino al 20, e poi di nuovo a metà agosto. Il luogo è Castel Gandolfo, la residenza estiva dei Papi, a circa 25 km da Roma, nei Castelli Romani. Ieri all’Angelus l’ho sentito augurare ai fedeli: “Spero possiate fare tutti un po’ d vacanza”. Il Pontefice dimostra di tenere in conto la salute psico – fisica, com’è normale che sia perché anch’egli è un uomo, sebbene sia il Capo della Chiesa Cattolica e rappresenti il vicario di Cristo sulla terra. Infine, la parola vacanza deriva dal sostantivo ‘vacantia’ che significa avere tempo libero. Ognuno sceglie liberamente come impiegarlo. Anche in controtendenza, senza assecondare la moda imperante.

Sartoria sociale inclusivs

Sartoria sociale inclusiva a Scampia: una bella iniziativa che merita considerazione. Vedo il servizio stamattina durante il programma SETTE GIORNI su Rai1. Si tratta di un laboratorio di sartoria nel territorio confiscato alla camorra che impegna inizialmente 16 giovani donne, ma oggi i partecipanti sono 122. Dopo aver abbandonato la scuola ed essere state segnalate dai servizi sociali, le persone iscritte hanno completato un corso di formazione ed istruzione professionale. Un progetto di inclusione sociale, culturale ed economica. Le giovani sarte sono pronte ad istruirne altre da introdurre nel mondo del tessile. I materiali utilizzati sono spesso quelli di recupero, avanzi di lavorazione e abiti usati non più riutilizzabili. L’obiettivo è dare nuova vita a questi materiali, riducendo gli sprechi e favorendo la sostenibilità. Il 78% dei rifiuti tessili finisce in discarica, spesso in Africa. Se prima di arrivarci, una parte può essere riutilizzata in loco, tanto di guadagnato. Ovunque ci sono cassonetti per la raccolta di materiali vari, fornita anche dalle isole ecologiche. L’estate scorsa Manuel mi ha dato una grande mano a svuotare la cantina di cianfrusaglie, però vado cauta a liberarmi degli abiti, sia per motivi affettivi, sia perché molti posso ancora portarli, avendo mantenuto all’incirca lo stesso peso. Se proprio devo rinunciare a qualche capo, non mi dispiace l’idea di vederlo trasformato in qualcos’altro di utile, tipo una borsetta, una federa… un centro tavola. Anche degli strofinacci sarebbero bene accolti, piuttosto che ingombrare il fondo dell’armadio. Non mi risulta che ci sia una sartoria sociale nei paraggi, ma so di una sartoria gestita da cinesi che potrebbe fare al caso mio. Appena Manuel torna dall’Australia, vedrò di liberare il ripostiglio.

Premio Strega, 79esima edizione

Era mia intenzione seguire la Premiazione del Premio Strega, ma non ce l’ho fatta, sono crollata dal sonno prima. Mi alzo presto: spalanco gli scuri su un cielo ancora lattiginoso dove le tortore inviano i loro lamenti. I gatti acciambellati sull’acciottolato tiepido mi eivolgono uno sguardo d’intesa. Tra una decina di minuti saranno sul davanzale della cucina, per la razione di croccantini. Detto, fatto. Accendo il televisore e scopro com’è andata: ha vinto Andrea Bajani, 50enne romano che vive a Torino con il romanzo L’anniversario, edito da Feltrinelli, con 194 viti. Al secondo posto Elisabetta Rasy, poi Nadia Terranova, Paolo Nori e Michele Ruol. Non so nulla di questi autori, cui auguro soddisfazioni e successo. Tra l’altro, questa 79esima edizione è stata caratterizzata dall’assenza del Ministro della Cultura Giuli, in polemica perché non gli erano stati inviati i libri in gara. Non entro nel merito della frattura fra il mondo della cultura e il Ministero. Quindi sposto l’attenzione sul premio, nato nel 1947 da un’idea della scrittrice Maria Bellonci e da Guido Alberti, proprietario della casa produttrice del celebre liquore Strega. Assodato che è il più celebre tra i premi letterari italiani, lo Strega è dominato dalle grandi case editrici ed è un ottimo strumento per valutare lo stato di salute dell’editoria italiana. Quelle in concorso per questa edizione sono: Feltrinelli, Rizzoli, Guanda, Mondadori, TerraRossa. La candidatura dell’opera non può essere diretta, ma può arrivare solo per iniziativa degli Amici della domenica o del Comitato direttivo. Il primo vincitore del Premio Strega è stato Ennio Flaviano con il romanzo Tempo di uccidere, nel 1947, mentre la prima donna è stata Elsa Morante dieci anni dopo con L’isola di Arturo. La scorsa edizione ha vinto Donatella Di Pietrantonio, con L’età fragile. Adesso, la parola ai lettori.

Troppi scrittori, pochi lettori

Stasera serata finale del Premio Strega, su Rai3, ore 23. Lo leggo sul Corriere dove mi attrae anche l’articolo di Giulia Ziino: I Libri sono Ponti, in riferimento al Festival Pordenone legge, in programma dal 17 al 21 settembre prossimo. Bene, mi dico, tutto ciò che riguarda la cultura e il mondo dell’editoria, che mi risulta sia in crisi. Lasciando perdere la concorrenza dei social e il disamore generalizzato per la lettura, mi preoccupa ciò che ho letto ieri sul tablet riguardo le pubblicazioni. pare che ogni giorno siano pubblicati 282 titoli, pari a 12 libri all’ora: mastodontico! Questa cifra include sia le novità editoriali che le nuove edizioni. Per forza che poi moltissimi rimangono sugli scaffali, tra l’altro poche settimane, per cedere il posto a nuovi testi. Il 60% degli Italiani non legge neanche un libro all’anno. A parte la differenza tra lettori deboli e lettori forti, ne segue che in Italia non si legge nel tempo libero e questo è un campanello d’allarme per il futuro culturale del Paese. Io leggo abbastanza e scrivo altrettanto da almeno un decennio. Di recente mi sono affidata al self publisching perché scrivo per esprimermi e non per vendere. Un libro di successo vende almeno 100.000 copie, una cifra innarrivabile per me che mi sono sempre arrangiata da sola. Il mio primo testo C’era una volta l’ostetrica condotta, dedicato a mia madre uscì dalla tipografia in 400 copie, tutte vendute, ma non di corsa. Sono seguite altre dodici opere, prudentemente commissionate in minor quantità. Tuttavia a casa custodisco dell’invenduto, anche perché dopo la pandemia le presentazioni scarseggiano e io mi sono stancata di promuove il prodotto. Mi farebbe comodo un editore che non mi imponesse di fare la trottola, considerato che non ho più l’età! Può essere che non sia abbastanza capace, non me ne cruccio. Uso ciò che ho. Scrivere rimane l’attività più importante della giornata. Non mi serve un palcoscenico per condividerla. Per la cara Rossella sono “poetessa dal piglio giornalistico” e mi appunto la definizione sul cuore. 🐞

Fatalità e negligenza

Da ragazza sono stata qualche volta al Piave, comodo ma pericoloso anche decenni fa. Mai messo piede in acqua però, troppo fredda per i miei gusti. Comunque sono stata punta da un insetto insinuatosi tra le pietre del greto che mi ha lasciato sul braccio una specie di cicatrice. Anche per questo, la balneazione fluviale nei pressi del cementificio a Pederobba è durata poco. Ho letto con sgomento che domenica pomeriggio è annegata nel Piave Adna, una bimba di dieci anni, di origine macedone che si trovava con i genitori e i fratelli nei pressi del fiume. Si è tuffata in acqua e non è più riemersa. Praticamente sparita sotto gli occhi dei genitori. Pochi giorni prima era annegato nell’acquapark Tintarella di Luna di Castrezzato (provincia di Brescia) Michael, un bambino di quattro anni. Matteo Formenti, il bagnino 37enne indagato per la sua morte si è suicidato. Il piccolo era sfuggito all’attenzione dei genitori e il bagnino non era a bordo vasca quando Michael è annegato. Tragedia sulla tragedia. Anche in questo caso, i genitori erano presenti. Ma come erano presenti? Delegando la responsabilità? Certo la fatalità è una concausa inevitabile, ma spesso registro la tendenza a colpevolizzare gli altri quando succedono disgrazie. Nonni, insegnanti, responsabili di strutture estive sono stati coinvolti in tragiche vicende per “culpa in vigilando” che non serve tradurre. La mancata o insufficiente sorveglianza di un minore è oggetto dell’articolo 2048 del Codice Civile. Ritengo sarebbe buona cosa diffonderlo a tutti i livelli, quantomeno per evitare che una disgrazia ‘sfuggita di mano’ ne inneschi un’altra, come è capitato allo sfortunato bagnino.

Notizia ‘ridicola’

Il quotidiano abbonda di cronaca: per lo più bianca, ma anche nera e talvolta rosa. La notizia su cui mi soffermo oggi ha del ridicolo, nel senso che fa ridere ma nello stesso tempo potrebbe fare piangere. Si tratta dell’ossessione del tycoon, l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di essere insignito del Nobel (presumo della Pace). Ne parla l’articolo di Federico Rampini a pag.13 del Corriere odierno, con tanto di foto di Donald corrucciato, persuaso che non gli daranno l’ambito premio, perché c’è chi gli rema contro. Chissà perché… Per la legge del contrappasso – centrale nella Divina Commedia di Dante Alighieri – nella pagina Spettacoli dello stesso quotidiano, leggo: “Springsteen attacca Trump davanti ai 58.000 di San Siro”, cui rivolge l’invito: “Facciamo sentire la nostra voce a un governo corrotto”. Ho sempre pensato che troppi soldi danneggino il cervello, ma il Nobel per la Pace a Trump mi suona una barzelletta. Che poi lui ci tenga, con le mire che ha non mi stupisce. Sarebbe il quinto presidente americano a ricevere il riconoscimento, dopo T. Roosevelt nel 1906, W. Wilson nel 1919, J. Carter nel 2002 e B. Obama nel 2009. Forse ci sperava quando disse ai quattro venti – cioè al mondo intero – che avrebbe portato la pace tra Russia e Ucraina, miracolo che non gli compete, a quanto pare, dato che la guerra è ancora in corso ed anzi ne sono scoppiate altre. Se questa è l’America, meglio farne a meno ed imparare a risolvere i problemi europei con i nostri mezzi. Quando insegnavo, ricordo che assegnai un compito in classe sul famoso “Yes, we can” (Sì, ce la faremo), slogan di Barack Obama durante la sua campagna presidenziale. Ho chiesto di ricopiare gli elaborati migliori per me, che ogni tanto rileggo. Erano bei tempi quelli, rispetto agli attuali: altre persone alla guida del mondo, altro sentire, altre risorse. Bisogna recuperare la fiducia e dire ancora: Yes, we can!

Due facce discordanti

TG1 ieri sera: vedo il video “Dentro Gaza” e in coda il matrimonio di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon e Lauren Sanchez, peraltro già sposati ufficialmente in America. Due facce molto discordanti della stessa medaglia, una metafora della povertà disarmante e della ricchezza soverchiante. Premetto che non non ce l’ho con i ricchi e non invidio i miliardari, che devono vedersela con i contestatori. Per inciso, considero fuori luogo sia l’eccesso di critiche, sia il clamore attorno a questa vicenda che sa molto di propaganda e poco di amore. Ma il matrimonio non è un contratto a due? Per Bezos sono arrivati 200 invitati extra ricchi con mezzi non certo popolari… comunque auguri agli sposi che dopo tre giorni di festeggiamenti blindati torneranno a casa, restituendo Venezia ai suoi cavilli. Molto più coinvolgente il video su Gaza, con l’illusione che sia un prodotto cinematografico, in realtà una testimonianza cruda e angosciante: macerie, bambini che esibiscono pentole per avere cibo, tende, lenzuola bianche per avvolgere le vittime. Credo che la tivu di stato dovrebbe concentrarsi su queste informazioni, piuttosto che sulla parata di stelle di un magnate. Chissà perché mi viene in mente il proverbio: “Il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Per tornare all’altra faccia della medaglia, credo che la neosposa Lauren stia molto attenta a cosa mettere sotto i denti, anche per infilarsi senza difficoltà nei suoi molteplici cambi d’abito. Non la invidio affatto. Trovo deprimenti lo sfarzo e l’esibizionismo, a qualsiasi latitudine. La buona informazione dovrebbe tenerne conto.