Martedì grasso…privato

Martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale. Non me ne sarei accorta se Manuel non mi avesse inviato una foto di Gina, sua nonna davanti all’impasto per i crostoli (noti anche coi nomi frappe, chiacchiere, bugie…) che realizza secondo una procedura ‘top secret’ che prevede “na cicareta de rum e una de graspa”. Fantastico questo quadretto familiare dove nonna e nipote sono impegnati nel realizzare il dolce tipico di questo periodo… con ricetta esclusiva “di Luigina, la sorella più grande di mia nonna”, precisa Manuel. Immagino la cucina di Gina trasformata in laboratorio dolciario, i crostoli calati nell’olio che fanno le bolle, le guance di nonna e nipote che si arrossano per il calore dell’ambiente e per la fatica… perché l’operazione è impegnativa e richiede un intero pomeriggio. Vorrei fosse capitato a me che cerco nonni adottivi e ho il privilegio di incontrarli grazie ai miei contatti. Nel post di ieri ho parlato del legame padre/figlio grazie all’arte; oggi sono protagonisti nonna/nipote grazie alla cucina. Ma se non ci fosse la rete di sostegno dei familiari costruita nel tempo, il palco crollerebbe. Il fare insieme è l’aspetto della relazione che mi affascina, che sia in cucina o in un altro spazio fa lo stesso. Poi, se i protagonisti dell’esperimento sono di età diverse, tanto meglio. Gina ha compiuto novant’anni qualche anno fa. È sempre sorridente e risponde al telefono con sicurezza. Circondata dall’affetto delle tre figlie e dei nipoti – Manuel in primis – le invidio la chioma grigio-azzura che mi ricorda la fata turchina. Naturalmente ammiro anche la sua longevità che le consente di essere ancora attiva e curiosa. A proposito, come me guarda il programma Forum e mi aggiorna se mi perdo una causa. Uno svago mentale che nutre l’amicizia.

La classe non è acqua

Conosco due pittori, padre e figlio da non molto, ma quanto basta per avere la conferma che l’arte salva. Pio, il padre merita una tela solo a guardarlo: lunga barba bianca, radi capelli lunghi, occhi cerulei rivolti al tempo che fugge. Noè, figlio secondogenito di quattro condivide con il padre l’amore per il pennello. Pio è reduce da un problema di salute che lo ha trattenuto in ospedale per un po’, ma ha festeggiato a casa il suo 89esimo compleanno. Mi aggiorna sulle sue condizioni la figlia Marta, diventata mia amica. Tutto sembra filare liscio, però riadattarsi alla quotidianità richiede tempi lunghi, nonostante la cura e la dedizione profusi dai familiari. Ma ecco la svolta: Noè porta al padre una piccola tela dove l’anziano genitore potrà muovere la mano d’artista, imprimendo segni ed emozioni. Potrebbe anche non succedere, non si crea a comando. Invece l’intuizione è giusta, la vocazione a dipingere ha il sopravvento sulle limitazioni del quotidiano e l’artista ritorna protagonista. Ecco, non so cosa Pio imprimerà sulla tela donatagli dal figlio: volti, fiori oppure paesaggi. Mi piace pensare che insieme si stanno scambiando linfa, che la comunicazione artistica funziona più delle parole. D’altronde non è un caso se la pittura è una poesia muta (pensiero dell’immenso Leonardo Da Vinci). Guarda caso, il figlio è anche poeta e questo lo avvicina al mio sentire. Del resto, per gli Antichi Greci le nove Muse protettrici delle Arti e della Cultura erano sorelle. Questo mi suggerisce l’idea che l’humus conti parecchio e che non sia ininfluente il terreno Dove i Germogli diventano Fiori per dirla con il titolo della mia ultima creatura letteraria che reca in copertina un dipinto di Noè. Quando si dice “La classe non è acqua”.

Arte salvifica

Un paio di giorni fa, precisamente venerdì durante la trasmissione Geo viene data la notizia di uno straordinario rinvenimento artistico a Rimini, città che mi è cara per diversi motivi. Lo storico e critico d’arte Alessandro Giovanardi racconta il ritrovamento di alcuni affreschi trecenteschi di scuola giottesca rinvenuti qualche mese fa nella chiesa di Santa Croce a Villa Verucchio, in provincia di Rimini. La scoperta “che fa tremare i polsi” si deve alla curiosità di Frate Federico, impegnato in piccoli interventi sopra al coro ligneo. Incuriosito, lega il cellulare a un filo e lo cala nella fessura tra il coro e il muro con la telecamera accesa e cattura l’immagine di un’antica pittura medievale del Cristo in Pietà, custodita in una nicchia. Gli esperti stabiliscono che l’opera è di Pietro da Rimini ed è uno dei più importanti rinvenimenti della storia dell’arte medievale. Intraprendenza di Frate Federico e fortuna hanno reso possibile la scoperta. Sullo stesso luogo circola una leggenda francescana: il chiostro della chiesa conventuale è dominato da un cipresso monumentale che si dice sia nato dal bordone (grosso e lungo bastone usato dai pellegrini) piantato a terra dal santo di Assisi, fermatosi qui a riposare e a pregare: un miracolo anch’esso di madre natura. Insomma, tra gli affreschi riscoperti e il cipresso gigantesco ci sarebbe materiale per scrivere un romanzo che la curiosità di Frate Federico rende intrigante. Che ci sia bellezza nascosta ovunque è incoraggiante, nel paese chiamato, non a caso il Belpaese. Sono 59 (da settembre 2023) i siti italiani patrimonio dell’umanità UNESCO e nessun altro paese al mondo ne ha altrettanti. Questo dato è motivo di orgoglio e fonte cui attingere per ossigenarci.

Santa Scolastica

La chiesa ricorda oggi santa Scolastica (480 – 547, Norcia) sorella di san Benedetto, di cui era gemella. La madre, Claudia Abondantia, contessa di Norcia morì subito dopo averli dati alla luce. Grazie alle cure del padre, Eutropio Anicio, discendente di un’antica famiglia senatoriale romana, poterono entrambi andare a Roma e studiare. Ben presto Scolastica rinunciò all’eredità e, con il permesso del padre si consacrò a Dio e alla vita monastica. Entrambi i fratelli hanno fondato ordini religiosi durante la loro vita. Santa Scolastica è considerata protettrice delle puerpere (dal latino ‘puer’/fanciullo e ‘parere’/partorire). Chissà se mia mamma Giovanna, che faceva l’ostetrica lo sapeva. Trovo interessante il legame straordinario tra i due fratelli – legame peraltro noto tra i gemelli – ed anche il nome assegnato a Scolastica che mi riporta al mio ambiente di lavoro. Il nome è di origine latina e significa “che insegna”, dato in origine a docenti e a persone molto erudite. Il che mi fa supporre che i genitori di Benedetto e Scolastica fossero delle persone molto attente e colte. La diffusione del nome è scarsa ed accentrata nel Lazio. Obiettivamente è un nome impegnativo da portare, mai riscontrato da me nei registri scolastici. Tuttavia, per il significato mi viene facile collocarlo nel mio ambito lavorativo. Trovo esemplare l’affinità tra i due fratelli – entrambi santi – che è singolare, se confrontata con le difficili relazioni parentali odierne. Non so se è una mia percezione, oppure abbia riscontro nella realtà, ma la fratellanza/sorellanza oggi mi sembra alquanto ridotta. Meglio se mi sbaglio. Sarei molto contenta di avere un fratello gemello con cui andare d’amore e d’accordo. In mancanza, cerco dei validi surrogati tra i miei contatti.

Lingua e cultura greca

[ ] Giornata Mondiale della Lingua Greca. Numerose iniziative a Torino, tra cui una caccia al tesoro e un reading di poesia contemporanea ispirata all’esperienza umana e artistica di Maria Callas. Mi piacerebbe riscontrare iniziative simili anche in Veneto perché la nostra cultura è greco-latina e dobbiamo molto alla civiltà ellenica. Studente di Liceo Classico negli Anni Settanta, devo al percorso di studi la mia formazione mentale ed umana su cui ho costruito quella professionale. Sintetizzando, avere approcciato la storia e la letteratura greca mi ha consentito di apprezzare valori quali la democrazia, l’amicizia, la tenacia, l’amore per il bello declinato in tutte le forme artistiche. A scuola avevo più dimestichezza con il greco che il latino, tanto che dopo la maturità acquistai un corso di greco moderno, con l’intenzione di andare in Grecia. Cosa che feci da adulta, durante una crociera in compagnia di mia mamma che rimane il viaggio più lungo effettuato. Mi resta il rimpianto di non averlo ripetuto, come desideravo per soggiornare in una delle isole greche senza fretta, assorbendone colori e umori mediterranei. Comunque credo che un po’ di Grecia alberghi dentro di me e quando capita rimedio all’assenza fisica con foto, video e quant’altro. In biblioteca a Bassano sulla destra dopo l’ingresso c’è la sala di lettura chiamata ‘Emeroteca’ dalla parola greca “emera” che significa oggi, più “teca” che sta per scrigno/deposito, quindi spazio destinato alla lettura dei quotidiani. Anzi, Emera è un personaggio della mitologia greca, la divinità primordiale che rappresenta il giorno. Mi piace il legame che c’è tra la nostra lingua e il greco. Molte altre parole, specie in campo medico-sanitario sono derivate, oppure create su base greca. Non voglio appesantire, lasciando al lettore curioso fare eventuali scoperte. Per oggi… buongiorno, anzi kalimera!

“Pazza” di Loredana Bertè

Premetto che non seguo Sanremo, però mi documento su come è andata l’indomani delle varie esibizioni. Del resto è quasi impossibile non essere aggiornati, dato che l’informazione sulla kermesse canora abbonda. Prendo atto della classifica dei cantanti piazzatisi dopo la prima serata e non mi dispiace affatto che in testa ci sia il brano Pazza, cantato da Loredana Bertè, sorella della grande Mimì/Mia Martini che ho amato e amo. Intanto il titolo del brano mi riporta al film drammatico intitolato ‘Pazza’ del 1987, interpretato da Barbara Streisand, uno dei più intensi e belli mai visti. La Bertè è uno spettacolo di suo, sopra le righe ma con coerenza. Certo a 73 anni la preferirei con un abito lungo, anziché in minigonna, mentre i capelli celesti le donano. Comunque è innegabile che sappia interpretare con intensità il brano della canzone definita autobiografica che rimane tra le prime cinque votate anche della seconda serata. Mi convince lo spirito d’indipendenza che permea il testo, l’orgoglio di rispondere in prima persona di salite e discese. Del resto Loredana riconosce di averne passate tante in circa 50 anni di carriera. Ho apprezzato ‘La signora del rock italiano’ anche come giudice del programma The Voice che riprenderà a breve. Tornando al testo della canzone Pazza, sottolineo i passaggi che preferisco: “Col cuore che ho spremuto come un dentifricio/E nella testa fuochi d’artificio” con immagini realistiche, mentre sfiorano la polemica sociale le frasi: “Prima ti dicono basta sei pazza e poi/Poi ti fanno santa/. La poliedrica artista nell’intervista a RayPlay ha confidato: “…io di solito mi odio abbastanza, ma ultimamente invece mi amo disperatamente. Essere normali per me oggi è la più grande trasgressione”. Grande Loredana!

Contro bullismo e cyberbullismo

7 febbraio, Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo. È stata istituita a livello nazionale nel 2017, in concomitanza con il Safer Internet Day, ovvero la giornata per una rete più sicura. Il colore simbolo della lotta contro il bullismo è il blu (che è anche il mio colore preferito). Le scuole partecipano nel sensibilizzare contro il fenomeno che deriva il suo nome dall’inglese ‘to bull’ che significa usare prepotenza, maltrattare, intimidire, intimorire. Nella locale scuola media dove ho insegnato, durante la ricreazione gli studenti indossano un braccialetto di nastro blu realizzato da loro come simbolo contro il bullismo, si prendono per mano e alzando le braccia al cielo gridano: “No al bullismo”, sull’onda di un’energia positiva destinata a riprodursi. Tra l’altro, chiedere aiuto a insegnanti e genitori è uno dei modi per difendersi dal bullismo a scuola, che imperversa anche in altri ambiti. A proposito, la legge 910 punisce con un’ammenda da € 500 a € 2000 chi (genitore o esercente la responsabilità genitoriale) ometta di impartire al minore l’istruzione obbligatoria. Il che significa che l’educazione parte da casa e coinvolge i genitori che sovente scaricano sugli insegnanti responsabilità loro. Non voglio uscire dal seminato ma sento ancora addosso il ruolo di docente, dismesso nel 2015, mentre non posso eludere quello di genitore, per quanto di un figlio adulto. Sento parlare di ‘deriva educativa’ e mi auguro sia frutto di una valutazione fatta per eccesso. Certo il contesto non depone a favore, in qualunque ruolo oggi lievitano le complicazioni. D’altronde la prevaricazione è sempre esistita, basti pensare a Franti, il bullo del libro Cuore di Edmondo De Amicis, pubblicato per la prima volta nel lontano 1886. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma sul fondo rimane ancora molta zavorra.

La Rosa dell’Istria (film)

In prima serata, su Rai 1 vedo il film storico La Rosa dell’Istria. In primis mi ha attratto il titolo, riferito all’ambientazione tra Slovenia ed Italia, dove molti profughi furono costretti all’esodo dalla politica di ‘pulizia etnica’ di Tito. Poi l’ho collegato alla canzone 1947 di Sergio Endrigo che parla dello sradicamento dalla propria terra di migliaia di persone, tra cui il cantante-poeta che a 14 anni dovette abbandonare con la famiglia la natìa Pola, passata alla Jugoslavia per gli esiti della sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale. Una canzone contro la guerra e i suoi danni nefasti che induce l’artista a invidiare la stabilità dell’albero: “Come vorrei essere un albero che sa/dove nasce e dove morirà”, testo struggente che introduce un argomento drammatico per molto tempo sottaciuto. Il film La Rosa dell’Istria lo ripropone, attraverso le vicende della famiglia Braico, ed è liberamente ispirato al romanzo ‘Chi ha paura dell’uomo nero?’ di Graziella Fiorentin. Maddalena sogna di diventare pittrice, ma è contrastata dal padre medico-operaio che alla fine riconoscerà all’arte il merito di testimoniare gli eventi. La trama considera l’esodo istriano dei cittadini italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, a mio dire con apprezzabili risultati, sebbene certa critica lo definisca un prodotto ‘patinato’. L’ argomento è stato tenuto nascosto per tanto tempo e parlarne è comunque positivo. Se insegnassi ancora, lo proporrei agli studenti di terza media perché si facessero un’idea dei fatti realmente accaduti, ma soprattutto della sofferenza, del disagio, delle fratture inferte alle persone private della propria identità per vicende belliche. Ancora attuale il messaggio di Papa Pio XII, alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.

Un Nobel da riscoprire

Quando leggo qualcosa che riguarda Grazia Deledda mi rianimo, perché la scrittrice sarda – unica italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1927 – accompagnò la mia maturità con il romanzo La Madre, cui seguirono diversi altri. La ritengo uno dei miei pilastri, di cui ammiro la capacità descrittiva insieme con quella introspettiva. A Scandicci (FI), nell’Auditorium Rogers, durante la rassegna culturale ‘Il Libro della Vita’, lo scrittore Marcello Fois ha ricordato ieri la Deledda, parlando del romanzo Marianna Sirca. Pubblicato per la prima volta nel 1915 a puntate su La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera fa parte di una trilogia che comprende altri due romanzi che sono L’incendio nell’oliveto e La madre, quest’ultimo a me molto caro come detto all’inizio e riletto varie volte. Viceversa, non mi ricordo granché della trama di Marianna Sirca, giovane di umili origini diventata ricca grazie all’eredità dello zio prete, innamorata del bandito Simone Sole. Destino, morte, solitudine e aspirazione alla felicità sono le tematiche esistenziali trattate dalla scrittrice, paragonata da alcuni critici agli scrittori russi. A mio dire, è una ritrattista di prim’ordine, attenta alle sfumature psicologiche dei suoi personaggi e a fotografare con le parole la sua amata isola dove ha ambientato quasi tutti i romanzi. Tra i più famosi: Canne al vento (uscito nel 1913), Edera, Elias Portolu, Cenere, Cosima. Riguardo alle opere, la critica la inserisce tra verismo e decadentismo, ma è più adeguata la letteratura sarda. Nata a Nuoro nel 1871 da una famiglia benestante, è considerata una autodidatta. Se ricordo bene, ripeté l’ultima classe elementare – privilegio per le bambine allora – perché ritenuta dalla maestra “intelligentina”. Dato il percorso fatto, per me è stata una femminista impegnata in ambito culturale, scarsamente considerata, nonostante il Nobel. Perciò ben vengano le iniziative che ci consentono di riincontrarla.

Cronaca grigio-rosa

Almeno di domenica vorrei scrivere ‘con leggerezza’, evitando aggiornamenti pesanti. Tuttavia mi devo ricredere, sia perché la reclusione in casa mi penalizza, sia perché la cronaca tracima, in questo caso di colore grigio-rosa. Mi riferisco a un fatto già notiziato per televisione, ripreso dal quotidiano la Repubblica di venerdì con l’articolo di Ilaria Carra dal titolo: Neonato abbandonato “La mamma è morta curate mio figlio”, scritto in arabo su un foglietto infilato tra le copertine. Il bambino abbandonato è un maschietto, trovato sul pianerottolo di casa da un 53enne egiziano, padre di quattro figli. È successo a Milano, in un casermone popolare gestito dalla Regione. “Qui c’è sempre qualche donna incinta, ogni giorno” dice chi ci vive. Non è la prima volta e temo non sarà l’ultima. La parte ‘rosa’ è che il neonato sta bene, quella ‘grigia’ riguarda l’abbandono. Mi chiedo se la madre sia effettivamente deceduta – potrebbe essere – oppure si tratti di un escamotage per ulteriormente impietosire. Comunque è duro accettare che succeda nel terzo millennio e a Milano. Sento che la denatalità avanza, ma come contrappeso anche il numero dei neonati abbandonati. Il decantato lieto evento non è scontato per tutti. Nascere in un contesto normale dovrebbe essere la prima accoglienza, eppure c’è chi parte svantaggio assai. Da madre, penso alla madre del piccino – augurandomi che sia viva – e anche al padre che ha dovuto ‘liberarsene’, soverchiato da chissà quanti problemi. Spero che il neonato trovi una brava famiglia adottante e che cresca senza la stretta dell’esordio triste. Chissà che nome gli daranno: Fortunato non sarebbe male.