08.08.88, che data!!!

L’otto agosto di 32 anni fa diventavo mamma, esperienza totalizzante e straordinaria, per me unica, essendo consapevolmente single. Innanzitutto auguri a mio figlio e un plauso a tutte le mamme, sole o accompagnate, di ieri e di oggi, anche a quelle che non lo sono nel corpo ma nello spirito. Finalmente posso raccogliere i frutti di una scelta umanamente arricchente, ma anche restrittiva della libertà personale. Ogni madre sa quante ore di sonno ha perso, quanto si è trascurata, quanto è invecchiata nell’accudire la prole. Anche quante critiche ha dovuto incassare (dal compagno, dai genitori, dai maestri dei figli, dai figli…) per non essere stata all’altezza del suo ruolo, chissà perché causa di ogni bene e di ogni male. Uno psicologo, a suo tempo consultato, mi congedò dicendomi, che per ogni problematica che avesse a insorgere tra genitori e figli, sarebbe sempre – sottolineo sempre – stata fatta ricadere sulla madre. Non me ne sono ancora fatta una ragione, ma intuisco perché in Italia, e non solo abbondino le culle vuote. Per non diventare noiosa, sposto il discorso sull’essere figlio, privilegio di cui, bene o male godiamo o abbiamo goduto tutti. Ritengo che sia un ruolo meno impegnativo, rispetto a quello del genitore, non fosse altro per la facilità (e comodità) di scaricargli addosso colpe e responsabilità legate alla crescita e all’educazione. Ma come ci sono genitori e genitori, ci sono figli e figli. Nel mio caso mi è andata bene. Dopo una lunga e stressante dedizione, adesso mio figlio è un uomo autonomo e interessante, con un accattivante fisico da personal trainer dentro cui pulsa un cuore buono. Tanti Auguri!

Anniversario

Risale al 6 agosto 1945 il tragico evento della bomba atomica su Hiroshima, replicato tre giorni dopo su Nagasaki. Giusto ricordarlo, doveroso riflettere sugli esiti devastanti delle guerre. A scuola, in terza media, se andava bene si finiva il programma di Storia contemporanea proprio con la seconda guerra mondiale, che gli studenti, per attrazione o altre ragioni collegavano spesso con il Giappone in Geografia, facendo pure contenta l’insegnante di Tecnologia, parlando dell’energia nucleare. Forse il fascino dell’Oriente influenzava le scelte, che talvolta facevano disquisire i più bravi anche di ikebana e arti marziali… sta di fatto che gli argomenti attorno alla bomba atomica erano molto gettonati. Io stessa ci mettevo qualcosa di mio, proponendo alla classe di esercitarsi in haiku, componimento poetico di tre versi, nato in Giappone nel XVII secolo. Non so se oggi i miei ex studenti guardino al paese nipponico con lo stesso interesse. Personalmente ritengo che perduri un certo fascino per una nazione che ci assomiglia per molti aspetti: superficie, popolazione, longevità… ma altri aspetti ci differenziano. Ad esempio la nostra indole mediterranea ha poco da spartire con l’ordine e la compostezza con cui ci appaiono. Comunque non si può fare di tutta l’erba un fascio e il mio pensiero è opinabile. Nel lontano passato della mia infanzia mi ero fatta conquistare dal fascino orientale, indossando a carnevale, un costume da geisha. Chissà dov’è finito!

Ogni frutto ha la sua stagione

Non sapevo che la Portulaca fosse una pianta commestibile. Circa un mese fa, ho comprato al mercato sei vasetti di Portulaca, detta anche porcellana, tre bianchi e tre rosati, che ho interrato in una fioriera in pieno sole, perché non hanno bisogno di acqua e resistono alle alte temperature. I fiori sono piccoli e si chiudono di sera, un po’ come le Ipomee. Curiosando nel web, scopro che le foglie della Portulaca sono ottime se aggiunte alle insalate e alle frittate… quindi so già cosa mangerò stasera! È già successo con gli aghi dell’abete divenuti ingrediente del risotto. Per non parlare delle bacche della rosa canina, trasformate in liquore, con tanto di foto sulla bottiglia. Adesso che ci penso, anche se nego di essere una brava cuoca, ammetto che ho fatto volentieri qualche esperimento culinario in cucina. Il top però rimangono le marmellate, o meglio confetture realizzate con la frutta prodotta dalle mie poche e generose piante. Giusto poche ore fa mi sono dedicata alla trasformazione delle prugne cadute dall’albero in sette vasetti di confettura violetta. Con il cambio di stagione faranno da copertura alle future crostate. Sono d’accordo con chi sostiene che l’ideale è consumare il prodotto fresco, e lo faccio. Ma è un peccato lasciar marcire nell’erba quello che cade per svariati motivi. Ho sperimentato che procura una grande soddisfazione nutrirsi a metro zero con i propri prodotti; nel mio caso, spulciando la mattina tra i lamponi e le fragole. Se la pianta si è stabilita in casa da sola, come il susino goccia d’oro, la soddisfazione è doppia. Quando abitavo in condominio, ignoravo il piacere della raccolta diretta dei fiori e dei frutti. D’altronde dovevo occuparmi di altro, non meno importante! Però adesso mi godo quello che ho, accordandomi col proverbio “Ogni frutto ha la sua stagione”!

Dubbio

Non ho ancora risolto il dubbio se con l’età si migliori. Nutro tuttora delle riserve, perché conosco persone che sono molto cambiate in positivo, ma anche viceversa. Io credo di stare a metà percorso, con la speranza di prendere posizione per l’opzione più rassicurante. Osservo la natura e cerco delle illuminazioni. La calla, ad esempio: così pulita e perfetta! Eppure cresce bene nei fossi: potrà significare qualcosa, tipo che il giusto sta nel mezzo? Spontaneo pensare al verso di De Andrè che nel brano Via del campo afferma “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”. Forse il bisogno di conforto facilita letture accomodanti, ma se è vero che Madre Natura insegna non mancano le lezioni dal vivo, o sul campo per dirla con il cantautore genovese. In questi termini, il mio modesto giardino mi impartisce ogni mattina una lezioncina, che provo a interiorizzare e poi a condividere con i miei lettori. Gradirei conoscere il loro punto di vista, se possibile. Precisando che il mio ruolo è di allieva e non ho nessuna ambizione di… tornare a salire in cattedra!

Inaugurazione ponte Genova san Giorgio

Ho seguito la cerimonia di inaugurazione del ponte Genova san Giorgio: sobria, equilibrata, di sostanza. Esordisce il sindaco della città Marco Bucci, menzionando una per una le 43 vittime del crollo del viadotto, a seguire Renzo Piano che cita il verso di Caproni “Genova di ferro e aria” e spera che la sua opera venga adottata e amata. Il premier Giuseppe Conte ricorda che Pietro Calamandrei aveva fondato una rivista intitolata Il Ponte… ogni intervento è stato misurato e rivolto ad un futuro di speranza che simili tragedie non abbiano a ripetersi. Lo sguardo delle persone in silenzioso ascolto, autorità e persone comuni, lasciava intendere pensieri inespressi e condivisi. Comprendo l’assenza fisica dei familiari delle vittime, la più giovane delle quali aveva sette anni. Solo per loro verrà realizzato il Parco della Memoria. Non oso immaginare lo strazio e le cicatrici che il disastro ha seminato. Anche il tempo si è espresso, perché prima della cerimonia pioveva e poi è sbucato il sole, quasi a ripetere con Rino Gaetano che “Il cielo è sempre più blu”. Da italiana condivido la soddisfazione per la realizzazione di un’opera di alta ingegneria, cui hanno concorso 1185 persone, impegnate notte e giorno, in maniera strenua e totalizzante, per restituire alla città il suo cuore pulsante. Infine, l’Ammiraglia Vespucci dal mare e le Frecce Tricolori dal cielo diffondono note di speranza, cui mi unisco.

La Semplicità, obiettivo… non semplice!

Nel linguaggio dei fiori, la zinnia rappresenta la semplicità, probabilmente perché non necessita di particolari cure; vive bene in zone soleggiate, anche in compagnia di ortaggi nell’orto che rallegra con i suoi colori sgargianti. Mi chiedo come mai non ho provveduto a seminarla, ma lo farò senz’altro la prossima primavera. Ammiravo molto quelle di mia zia e ho fotografato quelle dei vicini. L’aspetto assomiglia a quello di una margherita, di cui condivide l’assenza di profumo. Adesso che gli altri fiori languono per il gran caldo, un bel bouquet di zinnie recise sarebbe un conforto. Non è un caso se anche le farfalle sono attratte dai colori vivaci di questo fiore estivo. In mancanza di materia prima, mi concentro sul significato che gli viene attribuito: la semplicità, bella parola! Mi impegno a non essere pedante e provo a dire qualcosa di sensato al riguardo. Dal momento che scrivo, escludo che la semplicità sia… una cosa sempIice da raggiungere (chiedo venia per il bisticcio di parole). Per me è frutto di molta revisione e pazienza. Obiettivo non scontato e non superficiale. La pensava così anche Charles Baudelaire, cui viene attribuito il seguente pensiero: “Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico, e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”. Se il percorso è giusto, la semplicità di esprimersi (in qualsivoglia arte) viene condivisa dal pubblico, anche virtuale. Magari quello dei lettori che mi seguono!

Benvenuta frescura!

Ormai non se ne poteva più del caldo: sotto al portico, protetto dalle tende parasole, ieri pomeriggio erano 32 grad! Stamattina dieci in meno, la turbolenza di stanotte ha innescato il cambio di rotta al tempo, portando l’auspicato sollievo. Tuttora sta piovendo ed è piacevole sentire l’acqua che gorgoglia nelle canalette. Mi viene spontaneo pensare al Cantico delle Creature o di Frate Sole di Francesco d’Assisi (composto tra il 1224 e il 1226) e di estrapolare il verso dedicato all’acqua: “Laudato sì, mi Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.” Certo l’autore esalta anche “messor lo frate sole” fonte di vita… ma quando il contributo di calore è eccessivo aumentano gli effetti collaterali negativi. Nel concreto pare che tendiamo a lamentarci troppo e non ci adattiamo facilmente: può darsi. Al momento è nuvoloso, forse l’astro dorato farà capolino più tardi. Le tortore tubano sommessamente, scambiandosi messaggi di stupore. Altri uccelli rispondono da lontano. Finora nessun rombo di auto o di mezzi agricoli, il paese sembra finalmente addormentato, dopo tante notti insonni a causa del termometro bollente. Suona la campana della chiesa, per chiamare a raccolta i fedeli della messa domenicale. Nella preghiera di ringraziamento ci sarà anche il ritorno alla temperatura sopportabile.

Papaveri e tango

I papaveri mi sono simpatici, pur essendo rossi – e il rosso non è il mio colore preferito – perché sprigionano vitalità e allegria, alquanto scarse di questi tempi. Abitando in prossimità dei campi, d’estate mi gusto l’occhio parecchio. Ho scritto una poesia, intitolata Palcoscenico, per analogia con le ballerine di tango che spesso indossano svolazzanti gonne rosse. Pure io sono stata una tanghera, in tempi non sospetti e ho pure vinto un paio di coppe in occasione di gare di ballo liscio. Ogni tanto mi interrogo su cosa è rimasto del mio spirito “brioso e spumeggiante”, come lo definiva il mio caro professore di liceo. Secondo me, l’età matura ha steso una nota malinconica sull’insieme ancora vivace. Non ballo più il tango, ma ne ascolto volentieri la musica energizzante. Ho perfino soffiato la fisarmonica a mio figlio, per impratichirmi col mantice, con risultati assai modesti. Però ho avviato un racconto, su base musicale, intitolato Flamenco Therapy, che potrebbe diventare un romanzo. La protagonista combatte una malattia, iscrivendosi a un corso di ballo simile al tango. A parte le chiacchiere, non c’è dubbio che anche ballare sia terapeutico, insieme con le altre arti espressive. Mentre fantastico, penso alla danza caliente dei papaveri nel prato, diventato palcoscenico (e alla poesia Palcoscenico, leggibile nella mia pagina Instagram di oggi)

Ciao, Luglio!

Ultimo giorno di luglio, caldo intenso con tasso di umidità elevato. Un’impresa edilizia sta lavorando vicino a casa mia dalle sei di mattina, per fermarsi durante la canicola. I fiori hanno tirato i remi in barca, resistono solo i gerani sotto al portico, protetti dal pomeriggio fino al tramonto da robuste tende arancioni. Cerco riparo in casa, con circoscritte evasioni quotidiane. Forse stasera vedrò un film all’aperto. Noto che, in zona “orto dei semplici” le ipomee si sono abbarbicate attorno all’osmanto, in un curioso abbraccio vegetale. Mi chiedo se significhi qualcosa, se sia un messaggio da decodificare, un invito a resistere. L’anno scorso gli stessi fiori a trombetta, dai molteplici colori, facevano ombra nella zona a ponente della casa, in compagnia di una rosa rampicante tuttora rifiorente. È curioso questo movimento floreale alla ricerca del posto migliore. Madre Natura si esprime come può, se facciamo silenzio e prestiamo attenzione possiamo fare scoperte interessanti. Assodato che la ricerca della felicità è un diritto, magari ci torna utile il pilastro cui appoggiarci anche in piena canicola, l’ancora di salvataggio per resistere alla disidratazione e al colpo di calore. Come il robusto osmanto per le colorite ipomee.

Sole, mare, cicale

Lo confesso, non mi è mai piaciuta la vita da spiaggia. Ora poi, con l’età che avanza sono diventata selettiva e mi piacciono alcuni aspetti del soggiorno marino: il mare appunto, di mattina presto e dopo il tramonto, le cicale che friniscono impazzite sul mezzogiorno, le pietre calde del solarium alle terme, la brezza che mi accarezza la pelle se mi sposto verso i pini marittimi del parco, la gentilezza di chi mi sorride da dietro la mascherina… già, restiamo in moderata emergenza, meglio non dismettere quanto appreso di recente. Mi sovviene una vecchia traccia per un compito, che recitava all’incirca così: “Se tutto l’anno fosse di allegre vacanze, ti divertiresti lo stesso?”. Al di là della formula trabocchetto della traccia, pensata per condizionare la risposta, ammetto che sono per la via di mezzo, all’insegna dell’aurea mediocritas che, se non ho travisato il latino, non significa mediocrità ma equilibrio. Traduzione ovviamente opinabile. Per essere più chiara, prendo dall’estate ciò che mi fa bene ed evito quello che mi potrebbe danneggiare, ad esempio il rumore, le zanzare, l’afa, la stanchezza indotta dal caldo. L’elenco può allungarsi a piacere. Per fortuna rimane tutto il resto: il sole, l’aria, le cicale…