Rose baccara

La rosa non è il mio fiore preferito, anche se riconosco si tratti di un fiore bellissimo, elegante e pure profumato. Nella mia valutazione al ribasso pesa il fatto che sia considerata la regina dei fiori, e io non ho mai apprezzato ruoli e graduatorie, per spirito d’indipendenza. Però quelle della mia vicina hanno una qualità in più: oltre che profumatissime e resistenti in vaso, me le ha indirettamente donate lei. Adesso mi spiego: da circa un anno Luisa è ospite di una struttura per anziani dove tiene a bada diversi problemi legati alla solitudine e a qualche acciacco dell’età avanzata. Ci siamo salutate dalle rispettive finestre molte sera, prima del calar del buio. Il suo giardinetto confina con il mio e le rose, della varietà Baccara, petali vellutati di colore rosso cupo, sono poste sul confine, tanto che qualche stelo si è inserito nelle maglie della rete ed è venuto a trovarmi. Adesso la sua casa è chiusa, ma il cespuglio di rose asseconda imperterrito la sua fioritura, sotto la carezza del sole. Quando annaffio le mie fioriere di edera, allungo la canna e disseto anche le sue rose che si sono riprese, dopo un periodo di “stanca”. Stamattina non ho resistito al richiamo di un ramo pieno di boccioli invitanti, l’ho tagliato e me lo sono portato in casa. È come se Luisa fosse venuta a trovarmi. Credo che lei approverà.

Casa, dolce casa!

Oggi sono un po’ “privata” e destino un pensiero alla mia casa, che sento mia da quando ho saldato il mutuo. Chissà da quante persone è condivisa l’esperienza… tutti abitano in una casa (si spera…): di proprietà, in affitto, in comodato d’uso e pare che per noi italiani “il mattone” sia in cima ai desideri. Altrove non è così, forse siamo poco votati al nomadismo, oppure siamo molto attaccati alle radici. Sia come sia, nella lingua inglese si fa un distinguo tra house, edificio e home, luogo degli affetti. Mastico meglio il latino dell’inglese, ma se ho inteso correttamente, la casa di cui intendo parlare è quella che mi rappresenta nella sua interezza: lineare fuori, complessa dentro. Un po’ come me! Tra i vani, lo spazio che preferisco è lo studio, dove trascorro il mio tempo migliore: a scrivere, ma anche a farmi le unghie attingendo alle bottigliette colorate, infilate in uno scanso tra la stampante e un porta riviste. Dispongo di due scrivanie, avendo ereditato quella di mio figlio, attualmente impegnato in attività motorie e di due computer, un portatile e uno d’epoca, per le emergenze. Descrivo dettagliatamente questa stanza a pag. 91 del mio recente libro TEMPO CHE TORNA (acquistabile online presso Albatros Il Filo, oppure direttamente da me), nell’episodio intitolato “Lo studio” che si conclude così: In breve, i libri, i fiori, le foto, i ricordi sono il mio pane quotidiano. Poi c’è il companatico. Per me è impensabile non mettere piede nello studio, dove riesco a tirare fuori la mia essenza. Però ammetto che sto bene anche sotto al glicine in giardino e quando saluto i miei fiori alla mattina. In conclusione, grazie casetta mia!

Cinema, settima arte

Che bella cosa il cinema d’estate, all’aperto e in buona compagnia! Se il tempo fa le bizze, la proiezione viene annullata e addio evasione serale. Con una gentile amica, amante dei fiori, dei gatti e naturalmente cinefila, frequento il Cinefestival di Bassano del Grappa al Giardino Parolini, antico giardino botanico di Alberto Parolini (Bassano del Grappa, 24 giugno 1788 – Bassano del Grappa, 15 gennaio 1867) che è un luogo molto accogliente di suo: vicino alla strada a forte scorrimento, ma appartato quanto basta per entrare in un’altra dimensione, caratterizzata da lucciole vaganti e canore raganelle. Le proiezioni, iniziate il 2 luglio continueranno fino al 30 agosto, ogni sera, maltempo permettendo. L’estate scorsa ho visto quasi una decina di film e quest’anno, se possibile vorrei replicare. Ovvio che prima mi documenti sul prodotto, ma mi piace molto anche il prima e il dopo film. Durante il viaggio di andata, che dura circa una ventina di minuti, parliamo del più e del meno, scaricando le tensioni della giornata. Al ritorno commentiamo il film, scambiandoci osservazioni. Al parco stiamo in doveroso silenzio, concentrate sull’opera. Se l’ora non fosse tarda, in fase di rientro potremmo fermarci a gustare un gelato, come successo le scorse estati. Quest’anno l’atmosfera risente del covid, c’è meno gente in giro e anche al cinema, si percepisce un non so che di fuggevole, vuoi per la fretta di rifugiarsi a casa, vuoi per il timore di buscarsi qualcosa, sebbene i presenti indossino diligentemente la mascherina. Ipotizzo che più di qualche regista stia già lavorando per trasferire sullo schermo questo tempo di svago vigilato. Se un futuro nipote mi chiederà come ho vissuto il tempo lungo della pandemia, potrò rispondergli che il buon cinema mi ha aiutato, insieme alla buona compagnia.

Fiore di loto

Il fiore protagonista oggi non appartiene al mio giardino, ma al laghetto artificiale che delimita diversi servizi all’interno della Confartigianato di Asolo, distante una manciata di chilometri da casa mia. In fioritura già dalla primavera, in un contesto accogliente, il fiore di loto è ora nella sua massima espressione di giorno, mentre di notte si chiude. Questo suo dualismo pare simboleggi da chiuso le infinite possibilità dell’uomo, da aperto la creazione dell’universo. Insomma, una metafora del percorso individuale umano nella ricerca dell’equilibrio interiore e dell’armonia, parola a me molto cara. Comparso sulla terra 80 milioni di anni fa, dicono sia il “fiore più antico del mondo”, sacro per l’induismo e il buddismo. Sia come sia, è di grande effetto decorativo e pare che sia addirittura commestibile. Anche profumato, ma questa qualità non ho osato rilevarla, per non finire in acqua sporgendomi troppo. Una cosa che mi colpisce è che affondi le radici nell’acqua ferma, torbida e talvolta fangosa, riuscendo a generare fiori splendidi per forma circolare e colore, dal bianco al rosa carico: uno spettacolo! Ovviamente gratuito e alla portata di tutti, con o senza macchina fotografica. Al netto del simbolismo, ammetto di sentirmi contenta quando salgo in macchina con la mia galleria di fiori di loto fotografati in tutte le salse. Anche da casa continueranno ad incrementare il mio benessere.

Rosso velluto

Lo ammetto, i fiori mi fanno buona compagnia. Sono colorati: il che mette allegria; talvolta profumati e questo inebria; sono belli e l’occhio vuole la sua parte. Soprattutto sono ospiti silenziosi del mio giardino. Ciò non significa che manchi il dialogo tra di noi: la corrispondenza avviene su un altro livello, di tipo sensoriale. Quando sfioro i petali del rosso gladiolo mi pare di accarezzare un ritaglio di velluto, le ortensie sono inodori ma vivaci negli svariati colori, le rose con o senza spine rappresentano un altro affascinante capitolo, mentre i gerani coniugano la costanza con la bellezza. Insomma, un pieno di qualità cui attingere gratis, per caricarsi di buonumore. In casa dimorano piante verdi, praticamente in ogni stanza e in salotto non manca mai un bouquet di fiori recisi. Non possiedo un vivaio, come dice una mia amica, ma sono sulla buona strada. Durante la fase uno dell’emergenza sanitaria, non potendo uscire mi sono buttata sui fiori e ho fatto una ventina di talee di gerani che hanno attecchito. Dopo tre mesi, ora ho i davanzali pieni di vasetti colorati che curo con attenzione, perché in realtà loro hanno curato il mio isolamento, impedendomi di angosciarmi. Madre natura non mi ha abbandonato, gliene sono grata.

Tenerezza

La tenerezza è un tema difficile da trattare. L’industria dolciaria ci va a nozze, i fioristi ci campano grazie agli omaggi floreali, la musica popolare ne è piena… ma nel privato possiamo riconoscerla? Mi viene spontaneo pensare alle cucciolate nel mondo animale, oppure ai cuccioli di uomo, a me stessa bambina. Poi il tempo ha steso un velo su questo nobile sentimento, che si è smorzato, fino quasi a dissolversi, camuffato talora da rituali cerimoniosi. Ecco, un’opera d’arte aiuta a pensare, a qualunque ambito appartenga. Nel caso del dipinto cui mi riferisco “ABBRACCI”, trovo la risposta nell’abbandono della figura femminile, protesa sul gruppo che la sostiene: potrebbero essere il padre e la madre, oppure un fratello e una sorella, un figlio e un marito… due amici, due parenti, due compagni di pari genere. La declinazione emozionale può variare a seconda del legame instaurato. La mia interpretazione è opinabile, bisognerebbe interpellare l’autore. In ogni caso, anche solo osservare l’opera senza lambiccarsi il cervello, personalmente mi rilassa e mi fa sperare di poter replicare nella realtà l’abbraccio efficacemente rappresentato.

Abbracci

La foto postata stamattina, dei due gladioli che si incrociano sul fusto robusto dell’albero mi fa pensare, per tematica e per colore, alla immagine del profilo di un amico pittore, che ritrae un suo dipinto intitolato “Abbracci”, abbracci messi al bando dall’emergenza sanitaria. L’ assenza di effusioni ne ha rivalutato l’importanza, aumentando il desiderio di tornare a goderne. Mi auguro che il peggio sia passato, anche se temo ancora molti sacrifici prima di essere liberati dalla pandemia. “Eravamo sul bordo del precipizio, urgeva fermarsi!”, sintetizza qualcuno. Io sono una testimone disorientata di un tempo ribaltato. Ho pubblicato di recente, con Albatros il Filo, TEMPO CHE TORNA, un diario a ritroso, senza sapere che la pausa imposta avrebbe costretto molte persone a fare pulizia, dentro e fuori casa, come è capitato a me la scorsa estate. Dopo il repulisti, conto in un abbraccio di conforto, da estendere a chiunque abbia bisogno di ricaricarsi

Solitudine e bellezza

Ho fatto il mio consueto giretto per il giardino. Ieri è piovuto abbondantemente, la temperatura è scesa. I gladioIi hanno perso la loro fierezza e si sono un poco inclinati, sotto le sferzate che hanno accompagnato i rovesci. Mi concentro sulle rose rampicanti che tappezzano il traliccio di sostegno, una varietà antica, che produce fiori aggruppati. Mi attrae un esemplare isolato, perfetto nella nitida bellezza dei cinque petali bianchi ondulati, spruzzati di giallo in prossimità dei pistilli color oro. Mi viene spontaneo considerare che è solo e bellissimo, la sua condizione di isolato rispetto al contesto pieno di fiori stretti a gruppi di tre o quattro è un’anomalia solo per chi non considera la natura nella sua interezza. Niente di filosofico, forse un apprezzamento per la diversità, e una rivalutazione della solitudine come condizione umana non sempre negativa. Se non è subìta ed è frutto di una scelta, mi pare appropriato il detto latino attribuito a san Bernardo “Beata solitudo, sola beatitudo”. Con auguri di serena domenica!

Il primo pomodoro

L’attenzione riservata ai fiori, stamattina è stata catturata dal primo pomodoro, giunto a maturazione in vaso, sotto il portico, praticamente a metro zero: una gioia per gli occhi, che non deluderà il palato. Per un riflusso letterario ripenso alla vivace Ode al pomodoro di Pablo Neruda e alle “rosse viscere, freschi soli” del focoso ortaggio, esibite in un invitante spot pubblicitario. Giorni fa ho espresso ammirazione per chi si fa l’orto, ha la pazienza e la costanza di seguirlo. Ammetto di essere una principiante in questo ambito e mi accontento di fare piccoli esperimenti. La soddisfazione di mangiare un prodotto, frutto delle proprie cure è già un’ottima cosa. Ma ritengo maggiore, almeno per me, il benessere derivante dal progetto di coltivarlo, che implica pazienza, controllo, attenzione: una palestra mentale! È così bello e invitante il mio “Cuor di Bue” che già lo vedo accompagnarsi ad una lattea mozzarella. Ma prima lo immortalo con un click, per la gioia imperitura degli occhi!

Oggi, mare!

Oggi, giornata di mare. Non comodissimo, dato che dista da casa un centinaio di chilometri, ma sempre desiderato per auto rigenerarmi. Il protagonista è lui, col suo gioco di onde che si infrangono sulla rena, ma anche altri dati strettamente legati all’ambiente, come gli oleandri e le cicale. Sono queste ultime ad accogliermi, appena scesa dall’auto, con un frinire stratosferico che mi avvolge come una musica festosa. Dall’alto dei pini marittimi, le signore dell’estate si godono un panorama terso e salutare. Poca gente, qualche vociare di bimbi, il cigolio delle biciclette. Forse i vacanzieri devono ancora affrontare la spiaggia, oppure proprio non ci sono. Quest’anno saranno vacanze di prossimità, per chi potrà farle. Inspiro l’aria balsamica mentre mi avvio in spiaggia, quasi deserta, e mi chiedo cosa farò io, quest’estate 2020, che con l’età e la pandemia me ne sto di più a casa mia. Eppure il mare è gratis, come lo sono i fiori, i colori, le emozioni. Basterà identificare il superfluo… e buttarlo a mare, per così dire. Oggi faccio un pieno di iodio e poi si vedrà!