Santa Scolastica

La chiesa ricorda oggi santa Scolastica (480 – 547, Norcia) sorella di san Benedetto, di cui era gemella. La madre, Claudia Abondantia, contessa di Norcia morì subito dopo averli dati alla luce. Grazie alle cure del padre, Eutropio Anicio, discendente di un’antica famiglia senatoriale romana, poterono entrambi andare a Roma e studiare. Ben presto Scolastica rinunciò all’eredità e, con il permesso del padre si consacrò a Dio e alla vita monastica. Entrambi i fratelli hanno fondato ordini religiosi durante la loro vita. Santa Scolastica è considerata protettrice delle puerpere (dal latino ‘puer’/fanciullo e ‘parere’/partorire). Chissà se mia mamma Giovanna, che faceva l’ostetrica lo sapeva. Trovo interessante il legame straordinario tra i due fratelli – legame peraltro noto tra i gemelli – ed anche il nome assegnato a Scolastica che mi riporta al mio ambiente di lavoro. Il nome è di origine latina e significa “che insegna”, dato in origine a docenti e a persone molto erudite. Il che mi fa supporre che i genitori di Benedetto e Scolastica fossero delle persone molto attente e colte. La diffusione del nome è scarsa ed accentrata nel Lazio. Obiettivamente è un nome impegnativo da portare, mai riscontrato da me nei registri scolastici. Tuttavia, per il significato mi viene facile collocarlo nel mio ambito lavorativo. Trovo esemplare l’affinità tra i due fratelli – entrambi santi – che è singolare, se confrontata con le difficili relazioni parentali odierne. Non so se è una mia percezione, oppure abbia riscontro nella realtà, ma la fratellanza/sorellanza oggi mi sembra alquanto ridotta. Meglio se mi sbaglio. Sarei molto contenta di avere un fratello gemello con cui andare d’amore e d’accordo. In mancanza, cerco dei validi surrogati tra i miei contatti.

La Rosa dell’Istria (film)

In prima serata, su Rai 1 vedo il film storico La Rosa dell’Istria. In primis mi ha attratto il titolo, riferito all’ambientazione tra Slovenia ed Italia, dove molti profughi furono costretti all’esodo dalla politica di ‘pulizia etnica’ di Tito. Poi l’ho collegato alla canzone 1947 di Sergio Endrigo che parla dello sradicamento dalla propria terra di migliaia di persone, tra cui il cantante-poeta che a 14 anni dovette abbandonare con la famiglia la natìa Pola, passata alla Jugoslavia per gli esiti della sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale. Una canzone contro la guerra e i suoi danni nefasti che induce l’artista a invidiare la stabilità dell’albero: “Come vorrei essere un albero che sa/dove nasce e dove morirà”, testo struggente che introduce un argomento drammatico per molto tempo sottaciuto. Il film La Rosa dell’Istria lo ripropone, attraverso le vicende della famiglia Braico, ed è liberamente ispirato al romanzo ‘Chi ha paura dell’uomo nero?’ di Graziella Fiorentin. Maddalena sogna di diventare pittrice, ma è contrastata dal padre medico-operaio che alla fine riconoscerà all’arte il merito di testimoniare gli eventi. La trama considera l’esodo istriano dei cittadini italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, a mio dire con apprezzabili risultati, sebbene certa critica lo definisca un prodotto ‘patinato’. L’ argomento è stato tenuto nascosto per tanto tempo e parlarne è comunque positivo. Se insegnassi ancora, lo proporrei agli studenti di terza media perché si facessero un’idea dei fatti realmente accaduti, ma soprattutto della sofferenza, del disagio, delle fratture inferte alle persone private della propria identità per vicende belliche. Ancora attuale il messaggio di Papa Pio XII, alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.

Candelora 2024

Non lo sapevo: in alcune zone d’Italia l’albero di Natale viene riposto il 2 febbraio, oggi, festa della Candelora che nella religione cattolica celebra la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione di Maria. Poiché cade tra solstizio d’inverno ed equinozio di primavera, si pone anche come festa di mezzo inverno. L’antico proverbio popolare, riferito al rituale della Candelora fu introdotto da Papa Gelasio I intorno al 474 d.C. in sostituzione della cerimonia pagana dei Lupercali, riti in onore del dio Fauno (nella accezione di Luperco), protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi. Non sono un’esperta del mondo contadino, il mio amico Piero saprebbe dire al riguardo molte cose interessanti. Io mi limito a fare un paio di considerazioni legate al tempo che è un enigma e da come si palesa, si potrà preventivare il seguito: “Se c’è sole a Candelora, dell’inverno semo fora, se piove o tira vento nell’inverno semo dentro”. Mi attrae di più il riferimento alla/e candela/e che simboleggiano la luce di Cristo. La cerimonia delle candele potrebbe derivare dall’antico uso romano di accendere torce in onore di Giunone Februata. Le candele benedette in chiesa durante la messa vengono conservate in casa e accese in occasioni particolari. Purtroppo non ho quelle consacrate, ma qualcosa rimedio tra i residui natalizi (chissà che funzioni lo stesso) per propiziarmi luce e serenità. In conclusione, ovunque mi giri, rilevo le connessioni tra cultura romana e religione cristiana, un ottimo terreno cui attingere e ristorarsi. Il tempo oggi è bello: cielo terso e temperatura rigida. Mi godo quello che c’è e per il resto vedremo. Nel mentre, buona Candelora! 🕯️

Inossidabili Anni Sessanta

Costretta a limitare le uscite a causa dell’anca artrosica destra (sinistra operata due anni fa) passo più tempo davanti al televisore. Come succede domenica, durante il programma Domenica in, storico contenitore del pomeriggio festivo. La conduttrice Mara Venier si attribuisce l’appellativo di ‘zia’ che infatti le si addice. Ospiti sono diversi cantanti degli anni Sessanta che sono ovviamente invecchiati, però mantengono entusiasmo e voce inconfondibile. Si esibiscono al microfono Vilma De Angelis (93 anni), Nicola Di Bari (83anni), Tony Dallara (87anni), forse altri che mi sfuggono, accumulati da un talento inossidabile e ancora buona salute. Mi soffermo su Tony Dallara – pseudonimo di Antonio Lardera – perché era molto apprezzato dai miei genitori. Mi piaceva sentirlo cantare ‘Bambina bambina’ (del 1956) con la voce nasale che lo contraddistingue, immaginando che potesse rivolgersi anche a me che allora avevo tre anni (!). Crescendo, sentii e apprezzai altri suoi successi: ‘Ghiaccio bollente’ e ‘Brivido blu’. Nel salotto di Mara ripropone: ‘Romantica’, ‘Ti dirò’… A proposito di ‘Romantica’ scopro che il testo è di Renato Rascel, un altro grande. Versi pieni di poesia, come quelli dell’esordio: Tu sei romantica/Amica delle nuvole/che cercano lassù/ un po’ di sol/come fai tu/, oppure verso la fine: Tu sei la musica/che ispira l’anima/ sei tu il mio angolo/di paradiso/per me/. Non mi stupisce che Tony Dallara si sia dedicato anche alla pittura, perché ‘La musica evoca i colori’ come ha dichiarato e come si desume da un altro verso della canzone: ‘Sono l’ultimo inguaribile malato di poesia’. Insomma, un artista a tutto tondo che si concede al pubblico nel salotto di Mara dopo un grave problema di salute, donandoci altre emozioni.

Saul e Lara

Oggi 25 gennaio, il calendario ricorda la conversione di San Paolo Apostolo, ex Saulo di Tarso divenuto Paulo ed infine Paolo. Ho dato il nome Saul a mio figlio, dopo aver valutato bene il significato, la musicalità, chi lo aveva portato…e quant’altro perché ritengo, come ha scritto qualcuno che il nome sia il dono più bello che la madre può dare, dopo la vita. Non mi dilungo sugli agganci culturali, che ci sono e mi sta bene che fosse anche il nome di San Paolo prima della conversione sulla via di Damasco, tanto che per me oggi è quasi l’onomastico di mio figlio Saul…che da ragazzino voleva chiamarsi Jonathan (credo uno dei Power Rangers). Da una ricorrenza a un’altra, oggi è il compleanno di una cara persona, cui faccio auguri di cuore: Lara, la mia parrucchiera che da quarant’anni si occupa della mia chioma e non solo. Veniva a mettermi i bigodini a domicilio quando mio figlio era di pochi mesi e non me la sentivo di lasciarlo alla babysitter per andare a farmi la piega. Da grandicello la cosa è cambiata e ho ripreso l’appuntamento settimanale in salone, dove la sosta è tempo di cura del capo, ma anche di confidenze e di relax. Lei sa che mi piacciono i capelli ondulati e che sono conservatrice in fatto di capigliatura: mi asseconda e non mi forza a cambiare. Alla mia età, cerco un’immagine che mi rispecchi e mi dia sicurezza. Così quando torno a casa, sono soddisfatta e con il cuore leggero. La nostra è un’amicizia su base professionale, diversificatasi per una condivisione di emozioni e di idee. Del resto Lara a ragione può contare su una clientela affezionata che le riserva stima e continuità di lavoro. In conclusione, questa data stende sul mio privato una ventata di bellezza e di stabilità. Augurissimi 💐

La strage invisibile

Ho tre ciclamini che di giorno stanno nel portafiori di giunco sotto il portico, ma di sera li porto dentro in una stanza non riscaldata, causa il freddo che di sicuro li sgualcirebbe o peggio. Rimangono nelle ciotole fuori i piccoli pansè che ho avvolto con fogli di giornale, per limitare i danni da temperatura rigida. Sento al telegiornale parlare dei senzatetto che affrontano la notte per strada o sotto il colonnato di qualche città. Mi colpisce la testimonianza di un intervistato, padre di cinque figli – uno morto perché erano in sei – che precisa “per fortuna sono grandi”, confidenza che lo allegerisce come genitore, ma che mi fa supporre un dietro le quinte familiare penoso e ingarbugliato. Vivere per strada è una scelta obbligata per molti, dopo perdita del lavoro, separazione/divorzio e altre sciagure personali. Forse qualcuno preferisce così piuttosto che condividere lo spazio di un dormitorio pubblico. Certo fa impressione pensare che la mancanza di un tetto sia tanto diffusa, anche altrove. Ogni anno in Italia muoiono quasi 400 persone senza fissa dimora (dati del 16 dicembre 2023). È chiamata ‘strage invisibile’ la loro scomparsa, che aumenta con le temperature proibitive all’aperto. A mitigare il gelo ci sono per fortuna i volontari, che passano a distribuire coperte e vivande calde. Tuttavia qualcuno al mattino non si sveglia più, come è successo ad Adrian, romeno di 57 anni e al 47enne milanese Nicola Borini, vittime del freddo a Milano a poche ore di distanza. Dall’inizio dell’anno hanno perso la vita 24 clochard per ipotermia e concause. Il problema riguarda anche altre città europee ed extraeuropee. Non ho soluzioni da proporre, temo che l’argomento andrebbe affrontato da lontano, sviscerando le cause. Pietà e impotenza per i senzatetto.

Uscita impegnativa

“Giornata pessima per uscire oggi”, mi scrive un mio contatto. Solo che lo leggo tardi, dopo che sono uscita a piedi, fino in piazza, toccando bar, forno e cartoleria: un’impresa con il dolore all’articolazione, su un percorso fatto decine/centinaia di volte in buona salute. “Siamo ricchi quando siamo sani, tutto il resto è lusso” è il contenuto del messaggio ricevuto ieri, abbellito da un cuore rosso che contiene una saggezza enciclopedica. Le recenti festività e il periodo invernale hanno messo a letto una moltitudine di persone e affollato i pronto soccorso. Io sono stata messa ko alla vigilia di Natale da un intenso dolore all’inguine, forse provocato dal posizionamento della fisarmonica oppure da artrosi e a tutt’oggi non ne conosco la causa. Sono ansiosa di saperne di più dal mio ortopedico, il gentilissimo dottor Guido Mazzocato che mi vedrà martedì pomeriggio. Nel mentre ho iniziato la fisioterapia con Federico Zalunardo che mi regala fiducia e benessere ad ogni seduta. Convengo che c’è di peggio e non si può stare sempre bene. Tuttavia la limitazione della propria autonomia è un’esperienza spiacevole, con cui cerco di convivere appellandomi alla pazienza e a pochi solidi contatti. Penso che l’età anagrafica comincia ad esibirmi dei conti. Io mi considero una ‘giovane anziana’, non disposta a passare il testimone. Sono uscita a posta per prendere in cartoleria il libro ordinato NOI SIAMO BELLISSIMI, di Maria Rita Parsi, sottotitolo Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori. Libro che la psicoterapeuta dedica a chi ha all’incirca la sua età (nata a Roma il 5 agosto 1947) e “debbono – o dovrebbero affrontare la terza età come la migliore, perché è l’ultima occasione della loro vita”. L’autrice dai capelli rossi mi convince. Confido in una vecchiaia bellissima, nonostante gli acciacchi.

Sant’Antonio Abate

Oggi 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, protettore degli animali che ci fanno compagnia e ci domano amore incondizionato. Lo sapevo e me lo ricorda uno dei messaggi che ricevo di buon mattino. Fuori pioviggina. Fiocco e Pepe/Pepita, i miei due gatti di venti mesi si rincorrono come pazzi, scavalcando mobili e impedimenti nell’immaginario di un soggiorno trasformato in giardino alberato. La loro vivacità mi strappa un sorriso, mentre io devo vedermela con l’artrosi che ha colpito l’altra gamba – la sinistra operata due anni fa – e devo centellinare i movimenti. Le due coppie di canarini sono confinate in ripostiglio e si accontentano del mondo che vedono dalla finestra…tuttavia i maschi cantano e mi fanno ben sperare in un proficuo accoppiamento a breve. Astro non c’è più, ma è presente nel ricordo affettuoso, insieme con gli altri amici a quattro zampe passati a miglior vita. Trovo opportuna una Giornata dedicata agli animali, creature con cui condividiamo il nostro soggiorno sulla terra. Sant’Antonio Abate (nato nel 251 d.C. – morto nel 355 ca.) è considerato il fondatore del monachesimo, da cui l’appellativo ‘abate’. Vissuto nel III secolo dopo Cristo, di famiglia facoltosa, verso i vent’anni segue la strada di san Francesco e dedica la sua vita alla preghiera e ai bisognosi. Si portava appresso il maialino, con il grasso del quale curava i malati affetti dal ‘Fuoco di Sant’Antonio’, alias Herpes Zoster. Tra i nove miracoli attribuitigli c’è l’incontro con Ezzelino da Romano. Assieme a San Francesco d’Assisi, a Santa Brigida d’Irlanda e santa Farailde di Gand (Belgio), a Sant’Ambrogio e a San Bernardo da Chiaravalle è annoverato tra i santi patroni degli animali. Gli è attribuita una collezione di detti, tra cui il seguente: “Io non temo più Dio, lo amo. Perché l’amore scaccia il timore”.

Se nevica

Poco prima delle sette sono in cucina dove i miei tre gatti sono in attesa della colazione. Poi penso a me. Da prassi accendo il televisore su RaiUno dove è in corso il programma Uno Mattina in Famiglia e il colonnello Francesco Laurenzi sta per dare indicazioni sull’andamento del meteo. Data la stagione, non mi aspetto stravolgimenti ma avere delle anticipazioni attendibili mi consente di programmare le uscite, già ridotte a causa del freddo e delle mie non ottimali condizioni di salute. Mentre la moka sul fornello comincia a sbuffare, il simpatico colonnello, che mi fa pensare a uno zio buono introduce la meteo – canzone, con la recitazione della poesia di Giovanni Pascoli, LA NEVE che non conoscevo. Riporto il primo e l’ultimo verso, che sono identici, lasciando la libertà di andare a gustare l’intero breve componimento: ‘Lenta la neve, fiocca, fiocca, fiocca’. Di Pascoli (san Mauro di Romagna, 31.12.1855 – Bologna, 6.04.1912) so che era uno sperimentatore linguistico, dotato di una grande sensibilità, segnato dalla morte violenta del padre. Non è tra i miei autori preferiti, ma apprezzo molto il suo amore per la natura espresso in semplici immagini iconiche, ma anche in forme intimiste allusive. Tornando alla poesia, l’autore rende musicalmente la discesa dei fiocchi, restituendo l’immagine di un paesaggio silenzioso che si imbianca. È ciò che succede quando nevica. Poi la neve si scioglie, oppure viene spazzata via per consentire la circolazione di uomini e cose. Insomma, un evento piuttosto raro a quote basse e non scontato a quelle alte, dove se scarseggia nelle piste da sci viene prodotta artificialmente. Assodato che preferisco il mare, non mi dispiacerebbe assistere a una spolverata di neve dal calduccio di casa.

Oggi mare (d’inverno)

Sul tablet mi cattura l’immagine di un posto che conosco abbastanza bene, con il titolo ‘Veneto, il borgo marinaro dai mille colori’. Si tratta di Caorle, che ho frequentato d’estate negli ultimi dieci anni, anche perché abbastanza vicina a Pravisdomini, paese di provenienza di mia madre, a circa una trentina di chilometri, se calcolo bene. Inoltre l’hotel Cleofe, all’ingresso della cittadina era proprietà di Cleofe, un’amica di famiglia con cui ho avuto il piacere di trattenermi e di pranzare, prima che se ne andasse. La signora era molto amante dei cani che portava a spasso indisturbata, in età avanzata, divenuta ormai un’istituzione. La foto postata della Chiesa dell’Angelo mi fa quasi respirare lo iodio della scogliera e mi restituisce gli umori del borgo marinaro, dove c’è un vicolo, in prossimità del campanile cilindrico denominato ‘Calle Cusin’: perciò sono quasi a casa mia, anche perché il mare è il mio paesaggio preferito. Ieri ho citato il Massiccio del Grappa e oggi tocca all’alto Adriatico. Il mare mi parla di assoluto, d’infinito, da dove veniamo e della destinazione ultima. Adesso che ci penso, la poesia ‘Dopo’ scritta qualche tempo fa – una sorta di congedo – termina così: Lascio racconti,/brevi romanzi/poesie e fotografie…/per chi mi vorrà contattare/al di là del mare.// Un amico spiritoso che adesso non c’è più, si premurò di chiedermi il numero di telefono! Comunque il mare è il protagonista/artista della poesia ‘Corteggiamento del mare’, che apre la silloge di fotografia e poesia Natura d’Oro. Pertanto è evidente che per me rappresenta anche un paesaggio dell’anima. Concludo in tema marino, ricordando che il mio nome Ada, in turco significa isola. Tutto ritorna, appartengo alla Madre Terra, nello specifico al suo mare, paesaggio che mi rilassa ed ispira. Ciao mare!