“Con il sorriso fino alla fine” dicono i figli di Eleonora Giorgi, mia coetanea morta ieri all’età di 71 anni. Icona della ragazza libera degli Anni Settanta, bellissima con invidiabili occhi chiari e boccoli biondi, “Effervescente, luminosa, dinamica” la descrive Carlo Verdone, uno dei suoi partner nei film. Ne ho visti alcuni, mi hanno fatto sorridere e basta. Invece trovo speciale la modalità del suo congedo, all’insegna della positività, nonostante l’imperversare della malattia, un tumore al pancreas che le era stato diagnosticato nel 2023. Aveva deciso di raccontarsi, focalizzandosi sul tema cruciale dell’aspettativa di vita. Ho risentito più volte l’intervista che l’attrice ha rilasciato durante la trasmissione La Vita in Diretta, da cui emerge la sua convinzione che “Ogni giorno è un regalo”. Consapevole di avere i giorni contati, “Tutti scadiamo, ma non con la data di scadenza” coglie tuttavia dei segnali di speranza: “L’amore, la bellezza, l’arte, Dio, forse Dio”. L’atteggiamento non arrabbiato è un atteggiamento salutare che condivide con i molti che l’hanno ammirata come attrice, ma soprattutto un’eredità morale che lascia a quanto si trovano a combattere con un male inesorabile. Sposata due volte, con due figli, il primogenito Andrea Rizzoli ha scritto un libro diario emozionante sull’unione che aveva saputo creare con i suoi familiari. Il che dimostra come anche sul piano sentimentale abbia saputo reinventarsi, meritandosi stima e amore da ognuno dei propri cari, nipotino compreso. Una bella persona, fuori e dentro.
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UNDICESIMO POST A 4 MANI: IL SERVIZIO
Da Sydney mi giunge il gradito messaggio di Manuel: “Buona colazione a lei e tra poco buona cena a me” – qui le 8.45 e là le 18.45 – con la foto della pietanza serale: gamberi con patate prezzemolate. Mi pare bene, è un piatto che conosco. Io gli rispondo inviandogli la foto dei muffin con la marmellata di limoni (miei) da gustare virtualmente a colazione. Approfitto per chiedergli qualcosa sul servizio e l’orario di lavoro per la nuova settimana, che sollecito mi invia. Riporto le sue testuali parole sulla clientela: “I clienti sono un fifty-fifty. Metà molto gentili e alla mano, l’altra metà un po’ spocchiosi…”. Mi racconta che ha incontrato in una settimana due italiani, uno originario di Portogruaro e un gelataio in zona stazione da Piombino Dese. Ci sono le premesse perché diventi un cliente affezionato, dato che il gelato è proprio artigianale. Riguardo al lavoro, precisa che: “Il punto di osservazione cambia in base a cosa mi fanno fare: se tiro su gli ordini, sono a contatto diretto con le persone. Se invece faccio “running” porto solo da bere e da mangiare per cui, a parte una parola buttata là non ho modo di farmi un’idea precisa”. Me lo vedo saettare tra i tavoli con i riccioli fermati sulla nuca e il sorriso a 32 denti. Non ha perso il buonumore, anche se fa il cameriere con la laurea di Ingegnere. Rassicurante che dica: “Però in ogni caso è interessante. E’ anche interessante vedere chi mi aiuta quando devo servire i piatti. A volte un aiuto fa comodo, soprattutto se la tavola è ingombra di carte o altro che stanno guardando loro”. Mi viene spontaneo pensare all’espressione proverbiale che tutto il mondo è paese. Nel mondo ci sono 193 nazioni, alcune molto grandi, altre molto piccole. L’Italia è uno Stato con circa 58 milioni di abitanti, uno dei quali – Manuel – sta facendo un’esperienza di vita e di lavoro in Australia, da cui tornerà sicuramente arricchito. Interessante l’osservazione di natura didattica su come si rapportano i grandi con i bimbi al seguito: “Mi lascia piacevolmente sorpreso che molti genitori facciano ancora disegnare i propri figli… però molti, triste scena da vedere, sono là col telefonino e via”. Paese che vai, usanza che trovi… solo che l’usanza è rinvenibile ovunque.
Bene arrivato Marzo!
Oggi primo Marzo inizia la Primavera metereologica: evviva! Giro con piacere il calendario che riporta questo pensiero: “Cammina tra i segreti della primavera e ascolta il sussurro della rinascita. La natura ci insegna che ogni nuovo inizio porta con sé bellezza”. Sento per televisione le previsioni del tempo: buono fino a sabato quando si incrina. D’altronde è noto il proverbio Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello. Questa variabilità metereologica mi ricorda l’adolescenza che per contrasto richiama la longevità. Non credo sia casuale lo spazio che il programma Diario del Giorno del Tg 4 ha dedicato ieri pomeriggio alla longevità e come arrivarci. Ecco la ricetta per vivere a lungo: soldi, sport, no fumo. I soldi per curarsi quando serve; infatti chi non ne ha si trascura. Attività fisica sempre raccomandata e fumo da bandire. Anche la genetica è importante, ma di più lo stile di vita. La dieta mediterranea funziona sempre, ma non sottovalutiamo l’umore. Per me è questione di equilibrio tra diverse variabili, senza escludere il fattore fortuna. Ritengo che il benessere psico fisico derivi dal fare ciò che piace e da una vita sentimentale serena. Un opinionista sottolinea l’importanza del sorriso. Ecco, su questo ci devo lavorare, perché non mi viene facile. Conosco delle persone che ne hanno fatto un biglietto da visita e un po’ le invidio. Ma non vorrei fosse una maschera. Più facile dire cosa mi fa stare bene: fiori, gatti e buone relazioni. Non ultimo scrivere, il mio ponte con il mondo in tutte le stagioni. A partire da ora! Buon Marzo e rigogliosa Primavera a tutti 🌻
Insolito aquisto
Mentre traffico in cucina di buon mattino, sento una notizia assai curiosa: a Umbertide (Perugia) un piccolo cimitero in disuso da decenni è stato acquistato per 14.000 euro da una signora belga, che se l’è aggiudicato all’asta, unica concorrente. Il luogo conserva qualche vestigia dell’antico culto, tra cui una piccola cappella. “La nuova proprietaria dovrà conservare il contesto”. Ignoto lo scopo del particolare e inusitato acquisto. Il cimitero è adiacente al bellissimo santuario di Maria Santissima Assunta di Rasina, risalente al XV-XVI sec. nella Valle del Nicone, pieno di fascino, mistero e storia. Condivisibile la curiosità dei paesani che si chiedono chi sia la nuova proprietaria – la cui identità è tutt’ora ignota – e perché l’abbia fatto. Attualmente il terreno è un boschetto, in un’area abbandonata dagli Anni Sessanta di cui la nuova proprietaria dovrà prendersi cura. Non la conosco, ma mi è simpatica. Ha fatto un’operazione, non per fini economici che le invidio. Intuisco che ami l’arte e sia dotata di grande spiritualità. Mi fa venire in mente I Sepolcri di Ugo Foscolo che ha per tema centrale il culto dei morti e dei sepolcri come simbolo di civiltà. La tomba è il tema principale e l’oggetto con cui si instaura la ‘corrispondenza d’amorosi sensi’. Foscolo ripropone il compianto per i defunti e la compassione come valori della civiltà umana. Mi piace pensare che l’acquirente belga sia una persona compassionevole.
Un umanoide in cucina
Un umanoide in cucina? Mi andrebbe benissimo, ma non potrei permettermelo, circa 16.000 dollari il robot G1 della cinese Unitree (più economico un umano vero). Sento al telegiornale un servizio dedicato agli ‘umanoidi’ dotati addirittura di pelle e muscoli. Roba da non credere. Nel 2025 arriveranno quelli domestici. Per la cronaca, il primo robot umanoide è stato costruito in Giappone nel 1973 e sapeva solo camminare in modo semi-statico. Oggi ogni campo del vivere moderno ha a che fare con l’automazione. Cito solo l’ambito ospedaliero, dato che sono stata operata ‘in robotica’ all’anca, lo scorso aprile dal dottor Giovanni Grano, con esito più che soddisfacente. Per robot industriali, la Cina batte tutti e l’Italia è al sesto posto con 11.500 robot, più di Taiwan e della Francia. L’industria manifatturiera italiana risulta essere tra le più automatizzate, ma anche la vita di tutti i giorni ne trarrà beneficio. Però si profila anche il rovescio della medaglia, se succederà che entro il 2040 ci sarà il 25 % in meno dei posti di lavoro. Ogni rivoluzione ha la sua contropartita: il danno o il beneficio non va attribuito alla macchina in sé, ma all’uso che se ne fa. Questo era ciò che dicevo ai miei allievi quando parlavo della Rivoluzione Industriale che ebbe anche i suoi detrattori: l’operaio Ned Ludd reagì violentemente all’introduzione delle macchine nell’industria e da lui derivò il movimento del luddismo che venne represso duramente con 17 operai condannati a morte. Io sono per la moderazione, la famosa aurea mediocritas dei Latini, bendisposta a godere del progresso, purché non diventi invasivo. Non è una scelta di comodo, ma di equidistanza tra due estremità. In cucina ci sto da sola. Non vorrei che un robot mi preparasse il pranzo. Piuttosto vado al ristorante (gestito da persone che conosco). .
“Viva la Vita” contro la guerra
Terzo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, attualità dolorosa che mi opprime. Rubo le parole di un lettore che scrive alla rubrica PER POSTA di Michele Serra nel settimanale il venerdì: “…forse stiamo assistendo, consapevoli o meno, a una mutazione genetica della specie Homo sapiens sapiens in Homo sapiens malvagius” a sostegno della tesi che le lezioni della storia malvagia sono penetrate nel Dna di milioni di individui. Nella risposta il direttore della rubrica sottolinea che: “Abbiamo cercato di emanciparci dalla cultura tribale originaria” ottenendo conquiste frutto di una innegabile evoluzione, anche se “è sempre stato così”, riguardo all’odio di fondo. Per uscire definitivamente “dalle spelonche dalle quali proveniamo” non rimane che la fiducia, per meglio dire la speranza che, prima o poi, il bene prevalga sul male. Nel mito del vaso di Pandora, la speranza è l’ultima ad uscire, da cui l’espressione latina “Spes Ultima Dea”, da intendersi spes come risorsa. San Paolo va oltre, coniando il detto: “Spes contra spem” = la speranza contro ogni speranza che io semplifico in essere speranzosi per iniettare speranza. A occhio e croce, non ci vuole tanto per comprendere come il dilagare del male sia un problema atavico. I soldati russi e ucraini morti nel conflitto tutt’ora in corso sono moltissimi, difficile considerare attendibili le cifre che giungono da ambe le parti. Invece la distruzione prodotta dall’apparato militare entra dal video nelle nostre case. Ed è solo uno dei 56 conflitti che coinvolgono, più o meno direttamente 92 Paesi nel pianeta. Cifre da brivido. Avrei bisogno di una terapia di speranza a lungo termine. Intanto ascolto il brano di Francesco Gabbani: “Viva la vita”. 🍀
Topo Gigio, una boccata di ossigeno
Oggi è domenica, intendo stare sul leggero. Olly, il giovane vincitore del festival sanremese non parteciperà all’Eurovision Song Contest a Basilea il prossimo maggio dove andrà Lucio Corsi, il secondo classificato. Il brano “Volevo essere un duro” ha ricevuto il premio della critica “Mia Martini”, grandissima interprete il cui ricordo mi strugge. Però voglio soffermarmi su Topo Gigio che ha cantato con il toscano “Volare/Nel blu dipinto di blu” durante la serata delle cover ed è stato un momento poetico. Il pupazzo creato da Maria Perego nel 1959, conosciuto in molti Paesi del mondo è più vivo che mai. Mi sono interrogata su chi gli dia la voce ed ho fatto una breve ricerca. Si sono alternati nel tempo: Domenico Modugno (1959 – 1960), Peppino Mazzullo (1961 – 2006), Davide Garbolino (2005 – 2009), Leo Valli (dal 2000) Claudio Moneta. La cosa stupefacente è che Peppino/Giuseppe Mazzullo (Messina, 6 giugno 1926), a 99 anni lo ‘interpreta’ ancora, come ho visto in una recente intervista al telegiornale. Il maestro vive tra le colline di Messina, dove si è ritirato dopo la pensione. Attore e doppiatore italiano, deve la notorietà alla voce dolce e alla risata contagiosa date al pupazzetto che ha accompagnato l’infanzia di numerose generazioni. Lui stesso racconta con emozione com’è nata la voce di Topo Gigio e la sua “strapazzami di coccole”. I miei complimenti al venerando doppiatore, ma anche a Lucio, giovane e originale cantautore che ha duettato con lui. Una boccata di ossigeno.
Decimo post a 4 mani: Chatswood
Sto dividendo la scatoletta dell’umido in tre per i miei gatti che hanno già divorato i croccantini, quando sento una chiamata sul tablet, insolita per le otto e mezza di mattina: è Manuel e mi affretto a rispondere. A Sydney è tardo pomeriggio, fa caldo/umido e scende una fastidiosa pioggerella. Cammina per mezz’ora fino al centro del sobborgo di Chatswood, importante polo residenziale e commerciale molto animato, prevalentemente composto da asiatici. Dove lavora è più su, verso nord, 15 minuti di treno. Dalla voce cinguettante intuisco che è contento. Adesso non vive più nell’ostello – moderatamente costoso – ma in una casa grande, con giovani di varie nazionalità: Bangladesh, Cile, Filippine. Divide la camera con un ragazzo giapponese (che per dormire vuole la lucetta di cortesia). La cucina è grande e attrezzata. Al momento di lavare i piatti però, il lavello si riempiva e nessuno si offriva per sgomberarlo. Così il padrone di casa ha imposto a ognuno di comprarsi – e suppongo lavarsi – le proprie stoviglie. Ben fatto, a mio dire. Nel tour della casa che mi invia, mi presenta le stanze: in camera, occupa i due ultimi cassetti della cassettiera, un armadio dove ha appeso il suo vestiario, il letto dove riposerà di botto, quando farà il turno di sera che termina alle 23 australiane. Poi ha 15 minuti di treno e la passeggiata di ritorno a piedi. Conosco il suo numero di scarpe e la sua tenacia: so che ce la farà. Fino ad agosto, poi tornerà. La cosa più ‘preziosa” e interessante che mi invia è la busta paga, ovviamente in inglese: Pay Slip (slip mi ricorda qualcosa di intimo) For Munaron Manuel (è lui!), Pay Period From 10/2/25 To 16/2/25, scorro verso Net Pay/Paga netta che non svelo, per motivi di privacy, ma sono certa che Manuel si è guadagnato onorevolmente quanto dovuto. So come lavora, meriterebbe il doppio del normale perché lo fa con il cuore. Lo immagino parlare disinvoltamente in inglese, mentre nel video si esprime in dialetto: qua ghe se el me vestiario, qua se dove che sta che altro toso, qua ghe se na specie de saeotin… A un certo punto, vedo un piccolo tegame sul pavimento di legno e Manuel spiega, in decoroso italiano: Ah, la pentolina perché a quanto pare ogni tanto c’è un’infiltrazione! Poi mi dà la buonanotte con una tazza di camomilla in mano: capelli lunghi ondulati, pizzetto, sguardo un po’ affaticato che si apre in un sereno sorriso. Un ragazzo d’oro.
Tra un mese, primavera
Dopo giornate di freddo intenso, considerare che tra un mese giusto sarà primavera mi rincuora. Veramente l’equinozio di primavera – che non è un evento preciso – nel nostro emisfero si verifica il giorno prima, il 20 marzo. Ma tant’è: la nuova stagione si sarà già avviata e potremo contare su giornate più lunghe e temperatura gradevole. Sono in comunicazione con Flavio, il salvatore di Rex, rientrato ad Aksaj, nel Kazakistan occidentale dove ieri la temperatura era meno 23, ma percepita 32 per l’aria sferzante che solleva la neve. Condizioni proibitive che rendono l’inverno inimmaginabile. Per forza che a primavera, quando il tempo cambia in meglio, i Kazaki fanno cinque giorni di festa, dal venerdì al martedì. Per loro è la festa più importante dell’anno che inaugura un cambio di vita. Le ragazze si fanno le trecce e indossano i costumi tradizionali. Si friggono i baursak, sorta di frittelle facilmente reperibili nelle panetterie del Kazakistan e del Kirghizistan. La pallina fritta, o pane dell’ospitalità simbolo del sole adorna la bandiera del Kazakistan, segno di vita e di rinascita. Beh, fatti i raffronti geografici mi accontento di cogliere i segni della prossima primavera nel mio ambiente: sulle collinette esposte a sud ho adocchiato qualche primula, in giardino occhieggiano le pratoline, i canarini maschi cantano, il tramonto arriva più tardi, nelle ore centrali soleggiate si sta fuori volentieri. Mio figlio ha cominciato a potare albicocco e rose, e altri lavori sono in attesa. Al mercato ho comperato vari bulbi di gladioli, gigli e dalie da interrare. Pregusto la fioritura dei tulipani a breve. La bella stagione mi consentirà di trascorrere parecchio tempo fuori, sotto il portico, oppure sotto il gazebo rustico avvolto dal glicine. Il tempo dell’attesa sarà ripagato dal risveglio della natura e dall’innalzamento dell’umore.
5 anni fa, di questi giorni
Preferirei scrivere un pezzo leggero, ma non posso sottrarmi dal ricordare un evento che ci ha sconvolto, a livello individuale e planetario. Il 23 gennaio 2020 inizia il primo lockdown di massa della storia a Wuhan (Cina). Era di questi giorni, cinque anni fa quando venne identificato in Italia il “paziente zero”, un 38enne di Cologno. Nel giro di tre giorni si arriva a 325 casi confermati. E’ l’inizio della prima devastante ondata per l’Italia, cui si tenta di porre rimedio con il lockdown nazionale a partire da domenica 8 marzo. L’11 marzo2020 l’OMS dichiara lo stato di pandemia, sappiamo com’è andata. Bisognerà attendere il 14 dicembre 2020 perché venga approvato il primo vaccino contro Covid-19 e l’inizio del contrasto al contagio. L’Istituto Fondazione Veronesi riassume il primo anno di pandemia in 10 date da ricordare. La fine dell’emergenza sanitaria, scoppiata poco più di tre anni prima sarà dichiarata dall’OMS il 5 maggio 2023, con la precisazione che “non è più un’emergenza globale” ma il virus resta una minaccia alla salute, e alla parola ‘salute’ aggiungerei i due aggettivi ‘fisica’ e ‘psichica’. E’ disponibile sul web una tabella riassuntiva dei casi e dei morti in Europa. Mi permetto una considerazione personale, senza entrare nel merito della gestione dell’evento. Mi sono sottoposta al vaccino anti covid con titubanza e fiducia di fare la cosa giusta, mentre il pensiero andava alle migliaia di vittime. Molti si sono salvati, altri hanno combattuto con gli effetti del vaccino e qualcuno è mancato proprio a causa del vaccino. La scienza non ha la sfera di cristallo e l’essere umano è mortale. Sposterei l’attenzione su chi resta e sull’opportunità di valorizzare ogni attimo della vita. A livello di relazione, prevale l’isolamento – soprattutto di giovani e anziani – che non è una bella cosa. Forse dobbiamo ancora guarire del tutto da un brutto momento che ci ha privato di persone e di emozioni. Ce la faremo, se c’è la volontà di andare oltre.
