UNA MORTE ASSURDA

Margaret Spada, siracusana di 22 anni muore per una rinoplastica parziale effettuata in uno studio romano trovato sui social. Doveva trattarsi di ‘rimodellamento’ del naso, cioè di mini chirurgia in un volto bellissimo. L’intervento non è nemmeno iniziato: la ragazza si è sentita male subito dopo l’anestesia. Ricoverata all’ospedale Sant’Eugenio è deceduta dopo tre giorni di agonia. La struttura, in un centro medico dell’Eur è stata sequestrata dai Carabinieri del Nas e la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. L’autopsia chiarirà se Margaret soffrisse di altre patologie. Fin qui i nudi fatti che mi causano delle riflessioni: Margaret aveva trovato il chirurgo plastico con 21mila followers su Tik Tok. Il suo volto appare in foto dolce e decisamente bello. Era partita dalla Sicilia con il fidanzato verso la capitale per un intervento da 2800 euro che doveva essere di routine. La giovane non lavorava nel mondo della moda, ma alla reception della Rsa di Lentini (Siracusa) dove in due anni non aveva fatto neppure un giorno di malattia o un’assenza. Il titolare Francesco Terranova dice: “Era felice, aspettava da un sacco di tempo di fare quel piccolo intervento”. La rinoplastica può risolvere molti problemi di nasi abnormi, ma non mi pare fosse il suo caso. Non credo sia stata bullizzata da piccola per la punta del naso, però chissà! Mi fa specie che avvesse avuto l’appoggio del fidanzato per un ritocco, superfluo all’occhio dei più. Ma cos’è la bellezza in un mondo sovrastato dall’immagine? Quanto sono determinanti i social nella nostra vita? Vedrei bene proporre questi quesiti in Laboratori della Salute da attivare a partire dalla scuola primaria, coltivando il culto della bellezza vera, quella che il bisturi non può modificare.

Passato Prossimo… e Presente

Riprendo in mano il romanzo Passato Prossimo, scritto in epoca prepandemica e rimasto silenziato dall’isolamento imposto dal covid. Siccome l’ho dedicato ai miei concittadini, intendo proporlo scontato venerdì 8/11 in seconda battuta dopo la presentazione dell’ultimo Ricami e Legami. Ambientato negli Anni Settanta a Castelcucco, restituisce un microcosmo dinamico con due locali in competizione, diverse attività e personaggi in carne e ossa: Angelo vende ortaggi a domicilio, Richeta il pesce, spostandosi con la bicicletta, Giovanni vende formaggi in piazza di venerdì, tornando dal mercato settimanale di Cavaso del Tomba, Pierina ha il panificio in un piccolo locale situato in un angolo della piazza, cuore pulsante della comunità. Mi piace andare al mercato e rileggere l’episodio ‘Mercato e Ambulanti’ a pag. 55 mi ha restituito il buonumore. Abito a Castelcucco dal 2000 e non ho conosciuto i commercianti descritti, ma ho potuto contare sulla testimonianza di chi li frequentava. Fonte fondamentale di notizie la mia amica Lucia, che mi ha raccontato la storia della sua famiglia. Il padre Angelo Giovanni Zanchetta, dopo una permanenza di sette anni in Venezuela, nel 1964 ritorna a Castelcucco che contava allora 1350 abitanti (oggi 2336) e preleva il locale in piazza, denominato ‘da Stocco’, frequentato in prevalenza da operai, mentre in quello ‘Alla Posa’ si fermavano le ragazze più belle del paese. I personaggi sono tutti reali, compresi quelli che ho intervistato: Lucia, Luisa, Claudio, Tiziano e Lina protagonisti delle ‘Testimonianze’ in fondo al libro. Per esigenze narrative ho inventato una storia d’amore e una d’amicizia. C’è motivo per sorridere, ma anche per riflettere: sono gli anni della guerra in Vietnam, del fenomeno delle ‘boat people’, della crisi petrolifera e dell’Austerity: non un periodo di rose e fiori. Però confrontato con quello che succede nel presente, il Passato Prossimo se la cavava meglio. Con l’augurio che la situazione migliori.

PONTE DEI MORTI

Pare che dieci milioni di Italiani siano in movimento per il ponte di Ognissanti, mentre l’87,5 per cento non andrà in vacanza nonostante l’occasione del ponte ed il bel tempo che è davvero strabiliante. Io sono tra questi ultimi, però mi sono mossa di più. Sono stata tre giorni di seguito in cimitero dove ho scoperto che qualcuno ha asportato il vasetto destinato all’acqua per i fiori dalla lapide di mia mamma. Per camuffare la sottrazione, ha riempito di sassolini il vaso di peltro fisso sulla lapide che conteneva il vaso più piccolo destinato ai fiori. Nell’immediatezza ho pensato al gioco di un bamnimo incustodito, ma dopo ho dovuto ricredermi, perché l’operazione era stata fatta con cura, onde non far dondolare il bouquet finto che vi alloggiava. Ma si può essere tanto meschini? E non è nemmeno la prima volta che si registrano episodi simili nei cimiteri. Addirittura una persona prelevava i fiori migliori che poi andava a rivendere! Ho provato a togliere i primi sassi con le dita, ma ho desistito presto, tornando più tardi con un cucchiaio per togliere l’ingombrante contenuto. Ho anche apposto un invito a non asportare arredi funerari…per quello che può servire. Solo un disturbo della psiche potrebbe giustificare il gesto, tipo quello che aveva Lina Campagna, la protagonista del mio romanzo Una Foglia Incastonata nel Ghiaccio che si portava a casa dal cimitero come souvenir vasi, lumini e quant’altro. In un cartello nei pressi della chiesetta leggo che l’ambiente è da considerarsi un ‘museo a cielo aperto’ dove le esperienze individuali si fondono con quelle della comunità. Sottoscrivo, però temo che i frequentatori dei musei siano ancora in minoranza e al camposanto manca un custode. Tornata a casa piuttosto indisposta, per rimediare al resto della giornata penso di fare una torta con le mele: la offrirò idealmente ai cari estinti e materialmente a chi passerà per casa mia in un giorno che dovrebbe essere di festa, senza annotazioni di… cadute di stile. Comunque è la vita, come un libro con tante pagine e diverse testimonianze. Ecco cosa ci vuole: una fetta di torta e un buon libro tra le mani (da scrivere e/o da leggere).

Sindaca denigrata

Da non credere: sindaca di Latina insultata sui social per il suo aspetto fisico. Le offese pubbliche: “Labbra a canotto”, “Il lifting non ha funzionato”. Lo sento durante il telegiornale delle otto e resto basita. Matilde Celentano, 65 anni, laureata in medicina, attualmente dirigente medico della ASL di Latina e sindaco di Latina dal 17 maggio 2023 ha deciso di “mettere fine al chiacchiericcio e agli haters che scrivono che mi sono fatta il botulino, era cortisone. Ho avuto un tumore, ora sono guarita, e da oggi farò testimonianza come medico, come sindaco, per la cura, per la prevenzione”. Grande donna, meschini i “leoni da tastiera” sulla cui dimensione civica sorvolo. Tanto livore forse alimentato anche da pubblico femminile non viene riservato ai politici maschi non apollinei. Vero che la nostra è la società dell’immagine e che spopola la superficialità. Molto preoccupante immaginare chi si celi dietro critiche effimere. Non so che età possano avere i “leoni da tastiera” che sarebbe più idoneo ridimensionare a pecore – con tutto il rispetto per gli ovini – dato che si trincerano dietro uno schermo per le loro critiche distruttive. Trovo che la signora in questione sia pure di bell’aspetto, ma non credo che questo sia stato l’elemento fondamentale per la sua elezione comunale avvenuta con il 70 per cento dei voti e che l’ha elevata a prima donna sindaco di Latina. Nata a Carbonia, in Sardegna il 14 ottobre 1959 da padre campano e madre abruzzese, si trasferisce all’età di 11 anni con la famiglia nella provincia di Latina. Immagino che il suo percorso sia costellato di inciampi, ma anche soddisfazioni. Tutta la mia solidarietà al suo operato e al suo coraggio. Che sia di origini sarde, per me è un valore aggiunto: mi fa pensare all’amata Grazia Deledda, scrittrice sarda unica donna italiana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1926, avendo ripetuto la quinta elementare. Quando il talento sovrasta ogni piccolezza.

Barcolana 56

Che spettacolo la regata nel Golfo di Trieste! Si è conclusa ieri la 56esima edizione, vinta da ‘Arca’, con al timone Furio Benussi padre e Marta, la figlia 17enne. Al secondo posto ‘Prosecco Doc’ e al terzo ‘Nice’, la barca delle Fiamme gialle con a bordo il campione olimpico Ruggero Tita. In acqua c’erano 1.757 barche. La manifestazione è durata 3 giorni e 2 notti, dall’11 al 13 ottobre, attirando a Trieste 400.000 persone tra equipaggi, staff, sponsor e appassionati, tutti riuniti dall’atmosfera di festa della Barcolana, uno degli eventi velici più iconici al mondo. La dimostrazione pratica del valore dello sport come strumento per promuovere integrazione, socialità e rispetto reciproco. Ieri mi sono persa la diretta su Rai Sport alle 10, ma mi bastano le foto per immaginare l’atmosfera di festa delle imbarcazioni di fronte a Piazza Unità d’Italia, dove sono stata un paio di volte in uscita didattica con i miei studenti. Sullo sfondo, il Castello di Miramare con le sue forme leggiadre e la sua storia. Sarà che mi piace il mare, sarà che la barca è metafora di un viaggio che si può fare dentro e fuori di sé, da qualche anno nutro il desiderio di ‘sbarcare’ a Trieste la seconda domenica di ottobre, in coincidenza con l’evento. Non mi è ancora capitato, ma potrebbe succedere. Intanto è disponibile il video ufficiale del Comune di Trieste che in un paio di minuti trasmette brio e leggerezza. Non ho un amico skipper e partecipare a un viaggio organizzato costicchia parecchio – tra 340 e 410 euro – ma posso farmi ispirare dai video e dalle foto disponibili sull’evento. Magari ci scappa una poesia e il mio amico mare sarà contento. Buon vento!

10 Ottobre 24, con Matilde Serao

Mattinata più che grigia, dubito ci sia il mercato locale. Mio malgrado rimango a casa, del resto anche i gatti non si azzardano ad uscire. Lucia mi ha raccomandato di non prendere acqua, dato che devo ancora smaltire gli effetti collaterali della pioggia abbondantemente ricevuta mercoledì scorso in quel di Bassano. Ciondolo un po’ tra la sala e la cucina, decidendo il da farsi. Metto sul fuoco la pentola a pressione con il ‘cappello del prete’ o scapino in compagnia di sedano e carote, per usufruire più tardi di un buon consommé (brodo ristretto di carne, pollo o pesce). Magari stasera mi riservo il puré con il lesso. Sono piuttosto negata ai fornelli, ma devo pure nutrirmi e cercare di stare in salute, parola quest’ultima diventata ricorrente in queste lunghe giornata annacquate! Per crearmi un diversivo, decido di scrivere il post odierno non dal tablet ma dal computer, utilizzando una diversa modalità che mi consenta un’alternativa in caso di bisogno. Spero di essere in grado di postare e comunicare con i miei fidi lettori. Il blog costituisce la mia valvola di salvezza per non isolarmi, tendenza piuttosto diffusa tra chi scrive. A Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Strega 2024 con il romanzo L’età fragile (Einaudi) è stato assegnato anche il Premio del Mattino intitolato a Matilde Serao, scrittrice e giornalista italiana, prima donna ad avere fondato e diretto un quotidiano, Il Giorno che diresse fino alla morte (avvenuta a Napoli, il 25 luglio 1927). Tra le sue opere più celebri, ‘Il ventre di Napoli’ sulla vita nella metropoli meridionale. La ‘Signora dei giornali’, apprezzata dal mio professore di Liceo Armando Contro affermava: ‘Scrivere, scrivere, e scrivere. Questo è il mio mestiere. Questo il mio destino. Scrivere fino alla morte’, avvenuta per infarto mentre era intenta a scrivere. Un altro Faro di Luce, in una giornata grigia.

Guerriglia urbana (pro Palestina)

Ho scelto di proposito di non parlare del drammatico 7 ottobre di cui ieri era il primo anniversario…e mi ritrovo a parlare della guerriglia urbana scoppiata tra ultrà, forze dell’ordine e manifestanti pro Palestina. Ho visto delle scene che immaginavo verificarsi in Paesi non civili: lanciare cartelli stradali contro le Forze dell’Ordine in servizio è da scellerati. Non placa il mio disappunto sapere che siano terroristi quelli che vanno in giro con le bombe nello zaino. Protestare pacificamente è lecito, aggredire no. Almeno 34 persone sono rimaste ferite, una ragazza colpita alla testa, sperando che il bilancio non si aggravi. Seguo q.b. la questione dai vari servizi e notiziari. Sono pienamente d’accordo che nella martoriata terra debbano coesistere due Stati, proposta fatta in altri tempi e scartata dai Palestinesi. A proposito di altri tempi, ero insegnante alle prime armi quando mi trovai tra le mani l’opera narrativa – allora si usava – Olive Nere di Enzo Demattè, uscita nel 1986, Mursia editore. Non mi ricordo quasi niente della storia, ambientata in Germania con protagonista una ragazzina disabile, ma l’ulivo c’entra: per il popolo ebraico è simbolo di giustizia e di sapienza. Evidentemente se ne parlava – e scriveva – vari decenni fa, ma da allora la situazione è degenerata. Da un anno è in corso la guerra che si sta allargando, anziché risolversi. La parola pace non ha presa e invocarla è aleatorio. Un centinaio di sequestrati da Hamas sono ancora prigionieri e le disgrazie dell’Ucraina sono slittate in secondo piano dopo l’ingresso nelle operazioni militari del Libano, sostenuto dall’Iran. Nubi tossiche si addensano all’orizzonte. Ciò che ci viene risparmiato in casa, ce lo riversano addosso le varie frange di oppositori che si cimentano in ‘bravate’ di ignobile violenza.

Genitori di oggi

Dopo cena, chiusi gli scuri mi ritiro in studio con la radio in sottofondo. I gatti sono fuori a godersi il fresco, finalmente arrivato. Non è arrivata una telefonata attesa, il che mi rattrista un po’. Ho nostalgia di quando mia madre mi telefonava puntualmente alle venti di sera: un saluto, un aggiornamento, talvolta perfino un bisticcio. L’ultima volta è successo ormai 17 anni fa. Per distrarmi scorro sul tablet la successione di volti-notizie-mostre, valutando se ci sia qualcosa su cui soffermarmi, per elaborare il prossimo post ed eccola qua: “Quelli di oggi sono i peggiori genitori della storia”, parole di Crepet, noto psichiatra e sociologo intervenuto sul rapporto tra genitori degli studenti e la scuola apertosi con l’inizio del nuovo anno scolastico. Un pugno nello stomaco, spero che il luminare si sbagli o almeno abbia esagerato. Di bell’aspetto, l’ho visto e sentito diverse volte in tivu e non sono sicura che mi piaccia. Certo che non si risparmia quando sentenzia che i genitori: “…hanno insegnato ai propri figli che bisogna aspettare l’eredità” e poi giù peste e corna sul registro elettronico. Io sono un’insegnante di Lettere in pensione e sono madre di un figlio aduto, perciò mi sento tirata in causa. Lo specialista fa un’affermazione in controtendenza: “Con i figli, oggi, si parla troppo: i due mondi devono restare agli antipodi”. Sono confusa, non era l’incontrario? Pare che abbia una figlia, Maddalena, 30enne. Sarei curiosa di sapere da lei che genitore è/è stato suo padre. Comunque approfitto per dire la mia, ricordando che educare, insieme a curare e a governare sono ritenute le tre occupazioni più difficili. Parola di Sigmund Freud. Lieta di essere in pensione e in parte sollevata dalle problematiche scolastiche, come genitore mi sento continuamente in evoluzione. Ma capita talvolta che volentieri smetterei i panni.

Pietro Mennea, la freccia del Sud

Rivedo volentieri il film Pietro Mennea: La freccia del Sud, nell’assolato pomeriggio di ferragosto. Il prodotto è del 2015, in due puntate, con gli attori Michele Riondino (Mennea) Luca Barbareschi (l’allenatore), Lunetta Savino (la madre). A mio dire, una ricostruzione toccante degli esordi e poi dell’affermazione sportiva del velocista di Barletta “pallido e pelle e ossa” secondo un primo giudizio di Carlo Vittori, suo allenatore. Ho apprezzato particolarmente l’intesa creatasi tra i due, a conferma del legame allievo – maestro che riguarda persone dotate davanti e dietro la cattedra. Indubbio che Pietro fosse molto motivato a correre, a dispetto del fisico, all’apparenza gracile. Padre sarto e madre casalinga lo vogliono prima ragioniere, e lui si applica per non deluderli. Ma investe nella corsa e ha come idolo il velocista Tommie Smith, soprannominato Jet. Nella prima Olimpiade a Monaco nel 72 – quella dell’attentato terroristico – vince la medaglia di bronzo nei 200 metri. Poi è un’escalation di vittorie fino al 1988 quando si ritira… e si iscrive all’Università dove nel tempo consegue non una, bensì quattro lauree: Giurisprudenza, Scienze politiche, Scienze motorie, Lettere. Ma non è finita qua: è autore di 23 libri scritti o partecipati di cui riporto un paio di titoli significativi: Soffri ma sogni e L’uomo che ha battuto il tempo. Senza contare che ha fatto anche l’europarlamentare e il dottore commercialista. Una vita intensa, piena di sacrifici e di successi. Che se ne sia andato a soli 61 anni, il 21.03.2013 per un tumore al pancreas gli ha impedito di conquistare altri titoli, ma è indubbio che la sua vita sia stata bene spesa, all’insegna del talento e della tenacia. Un piccolo grande uomo che ha lasciato un segno indelebile.

Fiori e frutti ferragostani

“Non servono grandi cose per fare grande un giorno” è la frase di un messaggio di cui mi approprio per introdurre la mia riflessione quotidiana sul ferragosto odierno. Intanto alle nove di mattina la temperatura rilevata è di 23 gradi deliziosi e dopo il caldo luciferino delle scorse settimane è già un conforto. Poi dalla fida Lucia – la quale sa che amo i fiori – mi arriva la foto di un’orchidea venezuelana celeste che è una meraviglia: a parte il colore che è il mio preferito, sembra davvero un ricamo! Alle dieci faccio visita a Francesca che mi congeda con pomodori e cetrioli del suo orto, coltivato dal marito Franco che tra l’altro è un ottimo cuoco e fa un pasticcio che è una delizia. Riassumendo: a metà mattina dispongo di fiori, frutti e del condimento per il pranzo: le confidenze di Francesca che diventano gustose descrizioni del passato. A riportarla al presente ci pensa il telefonino che trilla per mano di un familiare. Dettaglio: ha sette nipoti che stravedono giustamente per lei, ma non le impediscono di coltivare i suoi hobbies, tra cui la scrittura. Stamattina mi racconta dell’escamotage messo in atto da ragazza, per vedere il ‘suo’ Franco, inviso al padre. Il virgolettato serve, perché un altro Franco è stato tirato in ballo come copertura, per consentirne lo scambio al momento convenuto. Dopo tre anni di incontri burrascosi, finalmente le nozze, con insperato attaccamento del padre al genero. Roba d’altri tempi, che meriterebbe una versione teatrale o cinematografica. Anche raccontarla agli adolescenti di oggi, li lascerebbe increduli o quantomeno stupiti. La nipote Ester è comprensibilmente attratta dalla nonna e viceversa. Anch’io a dodici anni ero molto affezionata a nonna Adelaide, di cui avrei voluto ereditare il nome. Nonne spartiacque tra presente e passato, dolcezza e austerità, fiori e frutti.