Le “fratture” della mente: cura

Per andare al bar, passo davanti alla cartoleria. Nell’espositore per i giornali, a caratteri cubitali leggo il seguente titolo: “Depressi a 10 anni. Nella Marca in cura 724 ragazzi”. Rabbrividisco e mi auguro sia una esagerazione, meglio se una fake new, cioè una bufala. Però so che il malessere generale è aumentato dopo la pandemia, specie tra i giovani. Ma anche gli adulti non se la passano bene, tra problemi privati e globali. Raggiungo il bar e mi ritiro in lettura nella saletta appartata, cercando una buona notizia, che trovo a pag. 39 del Corriere, nell’articolo: Le “fratture” della mente si curano con arte e bellezza. Già il titolo mi rincuora, perché ci credo. Sì tratta del progetto Art4Mind della Fondazione Policlinico Gemelli che prevede laboratori creativi, guidati da un team di artisti per stimolare i pazienti tramite: poesia, scrittura creativa, teatro, fotografia. Diverse estati fa, a Lignano partecipai a pagamento ad un Corso di scrittura creativa che diede il via alla mia produzione letteraria. Ricordo la soddisfazione nel vedere il mio racconto pubblicato in una piccola antologia realizzata per i corsisti. Da allora, non ho più smesso, perché scrivere è ciò che mi rappresenta meglio. Non una malattia, ma senz’altro una terapia.

Incontro conviviale

Domenica luminosa… e festosa! Sotto la tensostruttura in Piazza dell’Amicizia a Castelcucco si celebra la Festa della Terza Età, cui partecipo anch’io. Ad occhio oltre cento persone, tra uomini, donne e una decina di volontari addetti al servizio. Brusio di fondo, teste calve e canute chine sui lunghi tavoli rivestiti di rosso. Arriva l’antipasto che profuma di funghi e polenta, un appetitoso assaggio, per non compromettere i primi piatti: risotto con radicchio e gnocchi al ragù. Parte una musica di sottofondo del tutto superflua, perché coperta dal chiacchiericcio esorbitante. Io però non parlo, osservo e fisso qualche impressione da utilizzare poi nel post. Arriva anche il secondo: vitello, cotechino con erbe e purè (ovvio che salto la cena). In prossimità della cassa, intravedo Antonella, la vicesindaca di lilla vestita, che più tardi passa a raccogliere i soldi. L’ex sindaco, Adriano Torresan sta al banco di mescita. Suppongo ci sia anche il sindaco Paolo Mares, ma difficile scorgerlo tra questa marea. Dato che diverse persone escono con borse e scatole in mano, suppongo che sia possibile acquistare il cibo anche da asporto. Buono a sapersi. L’incontro conviviale è senz’altro riuscito. Se ci siamo ritrovati in tanti per pranzare insieme, significa che in tanti godiamo di buona salute. Deo gratias!

Il “re del make-up”

Diego Dalla Palma venne a Castelcucco una decina di anni fa, per presentare il libro scritto su sua madre che comperai e dove appose la dedica che mi tengo cara. Allora già famoso come visagista, ora lo è anche di più come artista poliedrico. Sul quotidiano la tribuna di oggi leggo l’intervista di Stefano Lorenzetto dal titolo: “Mi tolgo dalla vecchiaia. Accadrà nell’Atlantico, avrò accanto le ceneri dei miei. La morte non è tetra, l’ho già vista due volte”, che mi riporta alla fine programmata delle gemelle Kessler. L’uscita di scena è un argomento che pochi affrontano con limpidezza, non so se per fatalismo, motivi religiosi o delega ad altri di deciderne la modalità. Apprezzo che ci sia chi lo fa, anche a rischio di perderne in popolarità. Diego Dalla Palma ha 75 anni, nessuna urgenza di andarsene. Però ci pensa, da buon pensatore. Anzi, sull’argomento di programmare la propria dipartita, il “re del make-up” mette in scena a teatro la piéce Perché no? che da febbraio ad aprile 2026 è in cartellone a Roma, Milano, Torino ed altre città italiane. Il concetto di base permea l’ultimo libro Alfabeto emotivo. In viaggio con la vita (Baldini + Castoldi), uscito il 7 novembre scorso. Diavolo di un visagista, imprenditore, costumista, scenografo, scrittore, “studioso di bellezza” come si definisce. Intanto di impronte ne ha seminate tante!

Una bella serata in tivù

Stufa accesa, gatti sornioni e semifinale di The Voice Senior fanno davvero una bella serata! Il programma di cantanti esordienti, dai 60 ai 90 anni e oltre, giunto alla sesta edizione è una chicca per svariati motivi: talento dei partecipanti, vissuto dietro le quinte del palco, simpatia dei giurati Arisa, Loredana Bertè, Clementino, Nek e Rocco Hunt, disinvoltura della ‘padrona di casa’ Antonella Clerici , fluidità della narrazione, scelta dei brani interpretati, tra i migliori degli ultimi decenni. Risentire L’immensità di Don Backy (1991) è stato rigenerante. Ma che dire di Jacqueline, 91enne parigina che canta ‘Tu si na cosa grande’ di Modugno? Oltre al talento, un omaggio beneaugurante alla longevità.Tra l’altro i concorrenti sono davvero uno più bravo dell’altro: il pubblico si alza in piedi per applaudire alla fine di ogni esibizione e i coach esitano a selezionare i 12 cantanti che parteciperanno alla finale venerdì prossimo che decreterà il vincitore, con televoto da casa. Al momento non ho un mio preferito; mi riprometto di vedere nuovamente il programma in replica su Rai Premium giovedì prossimo, ore 21.20 perché merita. Anche se termina a ridosso della mezzanotte, cerco di rimanere sveglia perché mi piace il saluto finale della Clerici che chiude la trasmissione con il sorriso e l’esclamazione “Viva la Vita!”

Evviva la Cucina Italiana!

Sinceramente me lo aspettavo: La cucina italiana è ufficialmente patrimonio immateriale culturale dell’UNESCO. È la prima cucina al mondo ad essere riconosciuta nella sua interezza. Lo ha deliberato il Comitato Intergovernativo dell’UNESCO, riunitosi ieri a New Delhi in India che ha valutato oltre 60 dossier provenienti da diversi Paesi, inclusa la candidatura italiana per la cucina, approvata all’unanimità. Una bella soddisfazione, che non mi sorprende. Mi ritengo una buona forchetta, anche se non mi dà soddisfazione stare ai fornelli. Scherzando, spesso dico che avrei dovuto accompagnarmi a un cuoco! Comunque non mancano le possibilità di imparare dai diversi programmi culinari offerti dalla tivù dove i nostri chef sono delle autentiche star. Ma restando terra terra, ammetto che si mangia bene anche nei nostri Agriturismi e perfino sotto la tensostruttura in paese, a Castelcucco dove ho mangiato domenica scorsa e dove replicherò domenica 14, insieme ai miei coetanei per la Festa della Terza Età. Del resto, la convivialità è un ingrediente della motivazione del prestigioso premio, “che va oltre il semplice cibo, promuovendo convivialità, inclusione sociale, rispetto per la biodiversità, stagionalità e anti-spreco attraverso rituali familiari e generazionali”. Un riconoscimento a tutta la filiera dell’agro alimentare (conventi e nonne compresi)

“Mettetemi/ tra gli scaffali di una libreria/”

Puntata di corsa al bar, perché ho diverse ‘incombenze domestiche’ da sbrigare. È una giornata limpida, il sole fa bene alle ossa e allo spirito. Dalla rapida scorsa del quotidiano, mi soffermo sulla notizia della morte di Anna Toscano, 55 anni (nata a Treviso e veneziana d’adozione), fotografa, poetessa, drammaturga, giornalista e critica culturale, docente “una figura estremamente poliedrica”. Non la conoscevo, ma emotivamente la considero una collega, per l’amore incondizionato alla parola. La scrittrice viveva in laguna da sette anni e amava Venezia. Commovente l’annuncio della dipartita che il marito Gianni Montieri, anch’egli poeta ne dà sui social: “La mia Anna, la mia adorata Anna, da stamattina è libera, è andata”. Trovo congeniale la definizione di “esploratrice della parola” che le viene attribuita e mi incuriosisce soprattutto il suo ruolo di poetessa. L’articolo si conclude con l’intensa poesia che ha il sapore del testamento spirituale: “Abbattetemi, seppellitemi/dove possa sentire il frusciare/delle pagine dei libri/che ho amato o non ho ancora letto./Ardetemi, mettetemi/tra gli scaffali di una libreria/bruciatemi con i miei zaini/quaderni e penne e occhiali./Voglio un’eternità/piena di parole, libere.” Per uno scrittore, la parola è la materia prima dell’arte e Anna la considera il suo vademecum per l’aldilà! Grandioso!

Cucina e Conventi

È noto che non mi piace stare ai fornelli, anche se non credo di essere poi così male come cuoca. Per caso mi capita di accendere la tivù verso le 17.30, mentre faccio una veloce merenda e assisto alla dimostrazione culinaria da parte di due frati, più un terzo per l’assaggio finale. Sì tratta di don Anselmo, don Salvatore e don Riccardo dell’abbazia benedettina di san Martino delle Scale, autori di Le ricette del convento con sottotitolo Fatele a casa e fatele bene. Simpatici e bravi. I tre monaci sono diventati popolari, grazie al programma omonimo, trasmesso su Food Network che non conoscevo, fino a ieri pomeriggio. Il connubio tradizione devozione è vincente. Mentre don Salvatore inserisce la cipolla e le alici nella pentola, per realizzare il riso, don Anselmo più anziano racconta di come mangiava da ragazzo. La successiva ricetta potrebbe essere un secondo, oppure un piatto unico e prevede l’uso di piselli e uova. Decido che sarà la mia cena… ma al momento di realizzarla mi mancano i piselli, perciò la rinvio ad altro giorno. Comunque non mi stupisce che molti piatti, tanto semplici che prelibati siano usciti dai conventi, data la propensione dei monaci per questo ambito. Tra pochi giorni, a Nuova Delhi l’UNESCO deciderà se la cucina italiana sarà patrimonio dell’umanità. Per me è di sicuro un valore, sostenuto anche dall’abilità dei monaci, sperimentata di persona nel Convento dei Cappuccini a Savona, diversi anni fa, in occasione del Concorso di poesia e narrativa “Insieme nel Mondo”. Partecipai alla 15esima edizione del 2017 e mi classificai Vincitrice per la silloge Natura d’Oro. Un bel ricordo che accarezza anima e palato.

La natura che cura

A proposito di fiori e piante, leggo su Pianeta 2030 del Corriere Della Sera l’intervista di Katia D’Addona a Kathy Willis, esperta di piante a livello internazionale, creata baronessa l’8 luglio 2022 dalla regina Elisabetta II. Il titolo dell’intervista contiene il messaggio, frutto delle ricerche della 61enne scienziata che insegna Biodiversità presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Oxford dove vive: La natura va assunta come farmaco: aiuta l’attenzione, combatte insonnia e assenteismo. Kathy caldeggia l’avvicinamento dell’uomo alla natura attraverso tutti e cinque i sensi, compresi olfatto e udito, attraverso i quali “la natura può curarci di più”. L’importanza del verde per la crescita cognitiva e comportamentale dì bambini e adolescenti è confermata dalla raccolta di numerosi studi compiuti dalla Willis, la quale ha scritto al riguardo il saggio La natura che cura. Perché vedere, annusare, toccare le piante ci rende più sani, felici e longevi. Intendo leggerlo. Nel mio privato, sperimento ogni giorno il benessere che mi viene da piante e fiori con i quali ho un rapporto emozionale. Vari locali della casa sono abitati da piante verdi o fiorite. In aggiunta ho i quadri di fiori a mezzo punto fatti da mia mamma e i dipinti floreali di Pio e di Noè Zardo: una salutare compagnia.

“Una preghiera, due preghiere pregherò…”

Una preghiera, due preghiere pregherò… Inizia così la canzone intitolata Sant’Allegria, interpretata magistralmente da Ornella Vanoni e Mahamud insieme. Il brano, del 1997 sta vivendo una nuova vita in radio e sui social, dopo la recente scomparsa della cantante. Mi piace molto, sembra una preghiera. Il testo descrive l’amore come un’emozione complessa dove si mischiano speranza e delusione, rappresentati da un “sole che sale” e una “stella che cade”. L’atmosfera è malinconica, a tratti struggente. Nei video che scorrono sul tablet la coppia, formata dall’anziana cantante e dal giovane collega fa tenerezza e dimostra come la qualità interpretativa non conosca età. Il tema della ciclicità della vita, insito nel testo trova la giusta cornice nei due interpreti. Ammetto che non avevo simpatia per la Vanoni cantante, altera e poco empatica. Ho riascoltato l’ultima intervista concessa a Fabio Fazio un mese fa e devo ricredermi: la trovo interessante come personaggio, più ancora che come cantante. Il suo fare un po’ distaccato – il padre Nino era un industriale farmaceutico – i diversi amori, il ruolo di madre poco presente per motivi artistici ne hanno sminuito la considerazione. L’età avanzata l’ha resa più morbida.

Un regalo al cervello

Stavolta il post mi viene suggerito dall’accattivante pubblicità Fai un regalo al tuo cervellio stampata sull’ultima pagina del settimanale il venerdì di Repubblica. In periodo prenatalizio è tempo di acquisti, per sé e per gli altri… ma chi mai pensa di fare un regalo al proprio cervello? Mi pare proprio un’ottima idea, sebbene lo scopo sia reclamizzare il block notes MOLESKINE The Legendary Notebook. Pensavo proprio di regalarmene uno, per smetterla di scrivere su fogli e foglietti che poi al bisogno non trovo. A convincermi sono le parole usate sotto lo schizzo: Scienziati di tutto il mondo affermano che usare carta e penna per scrivere, disegnare, persino scarabocchiare stimola tutte le parti del cervello che contribuiscono a pensare meglio e a creare più idee. Noi lo sappiamo bene, visto che nasciamo dai taccuini di menti geniali. Aspettiamo il tuo. Beh, non male come promozione. Siccome sono curiosa, sono andata a documentarmi e scopro che artisti e pensatori come Van Gogh, Picasso e Hemingway usavano taccuini, agende e accessori del genere. Il nome deriva dal francese ‘moleskine’ che significa ‘pelle di talpa’ riferito a un tipo di stoffa che imitava la pelle di talpa per la coperrtina dei taccuini neri legati a mano da artigiani francesi. Il regalo era in programma. Adesso non più dubbi e me lo farò!