Il Vesuvio… e La Ginestra

Il Vesuvio continua a bruciare. Il sospetto è che ci sia la mano dei piromani, come del resto era successo nel 2017 quando furono distrutti 3000 ettari di parco e macchia mediterranea. Attualmente, diversi ettari ingoiati dalle fiamme; il fronte del fuoco, alimentato dal vento e dalle alte temperature si è allargato a tre chilometri. Decretato lo “stato di mobilitazione”. Mi chiedo come mi comporterei se vivessi là. Un conto è prendere atto e abituarsi all’ordinaria attività che caratterizza da decenni il Vesuvio, un conto scoprire che è opera di individui che non amano la natura e nemmeno chi ci abita.A pagina 20 del Corriere odierno leggo: “Incendio sul Vesuvio, ancora tre fronti attivi”. Un recente rapporto di Legambiente Campana aggiorna sulla superficie andata in fumo in soli sette mesi: 851 roghi hanno fatto piazza pulita di 56.263 ettari di suolo, pari a 78.800 campi da calcio. Numeri da brivido! Gli incendi estivi riguardano anche altre nazioni, ad esempio Grecia e Spagna, ma pure l’Amazzonia. Almeno il 50 % è attribuibile al “fattore umano”, direttamente o indirettamente. Quando si verificano per mano dell’uomo c’è veramente da piangere, perché la Terra che ci ospita viene profanata. Quando Giacomo Leopardi soggiorna a Napoli, nel 1836 compone la poesia “La Ginestra”, fiore che cresce sulla lava del Vesuvio chiamato ‘il vulcano’ e che simboleggia la resistenza contro le avversità della natura. Scritta poco prima di morire, è considerato il testamento poetico e filosofico dell’autore. Chissà se i piromani la conoscono.

“Meno alcol, meno rischi di cancro”

Provo simpatia per Silvio Garattini, che tiene la rubrica “L’armadietto delle medicine” sul settimanale OGGI, simpatia che estendo a tutte le persone invecchiate bene. l’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo, con un’età media di quasi 47 anni, la più alta nell’Unione Europea. Gli ultraottantenni sono circa 5 milioni con il 10 % degli uomini che arriva a 90 anni. Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore italiano (Bergamo, 12 novembre 1928) ne ha 96, a novembre 97 portati benissimo. Non prende farmaci, se non strettamente necessari, mangia poco e cammina molto. Di recente ha pubblicato FARMACI. Luci e ombre. Certo la longevità è un privilegio, se ci si arriva in salute, ma anche frutto di disciplina e scelte precise. Nella rubrica citata, il professore sostiene che basta anche un bicchiere per farsi del male. “L’utilizzo dell’alcol indipendentemente dal fatto che si tratti di birra, vino o superalcolici è associato a un aumento anche del tumore del pancreas”. Questa sua convinzione, legata a una ricerca condotta su un vasto campione di partecipanti europei ed extraeuropei non piacerà a chi consuma e vende le suddette sostanze. Credo di essere astemia, perciò per me ‘piove sul bagnato’. Siccome è un mio obiettivo invecchiare bene, seguirò almeno in parte le sue indicazioni (esclusi 5 km di passeggiata al giorno, con le mie anche rifatte), confidando in una buona stella.

Albicocco o Armellino?

I gatti si scelgono il padrone. E le piante? La domanda mi sorge spontanea, perché nello spazio adibito a giardino sono cresciuti spontaneamente un Fico, un Ciliegio e un Armellino che in questi giorni è ricco di piccoli e gustosi frutti gialli. Essendosi piazzato tra la siepe di fottinie che bordano il confine, i rami più lunghi spaziano sul marciapiede, rilasciando le piccole gemme che vado a raccogliere, prima che incauti pedoni le calpestino. Dato che la raccolta è abbondante, ipotizzo che dovrò trasferirmi ai fornelli per farne prelibata marmellata. Un ricordo d’infanzia mi restituisce il sapore di frutti simili che gustavo dalla zia Primina a Pravisdomini, paese natale di mia mamma Giovanna, una squisitezza che si scioglieva in bocca più gradita delle caramelle. Certo la zia ci aggiungeva la simpatia e l’orgoglio della padrona di casa che si compiaceva di offrire frutti sul posto, cogliendoli direttamente dall’albero. Il Prunus Armeniaca, parente dell’albicocco appartiene alla famiglia delle Rosacee. È una pianta antichissima, che risale a circa 5000 anni fa, proveniente dalla Cina nord – orientale. In alcune province del Veneto, come a Treviso viene chiamato in dialetto ‘armellino’ che significa ‘albicocco’. Avendo in giardino sia l’Albicocco che l’Armellino, riconosco che non sono proprio identici, ma entrambi regalano frutti deliziosi.

Fiori e Paesi

D’abitudine, leggo il settimanale all’incontrario, cominciando dall’ultima pagina, forse per assecondare una nota anticonvenzionale che mi attribuisco. Alle dieci di ogni sabato sono a Possagno da Lara, la mia parrucchiera di fiducia ormai da decenni. Mi precede una cliente abituale che legge il settimanale OGGI prima di me. Quando arrivo me lo passa, sapendo che lo cerco tra gli altri settimanali a disposizione. Dopo il lavaggio dei lunghi capelli, rimango sotto il casco circa quaranta minuti che mi consentono di sfogliare tutte le pagine, soffermandomi su quelle che mi interessano di più, specie le Rubriche di Don Antonio Mazzi e di Luigi Garlando. Per ultima rimane LA POSTA DEI LETTORI, cui risponde il direttore Andrea Biavardi. È con grande meraviglia che tra le Lettere del N°30 spicca la foto di Castelcucco dove abito, con il girasole in bella vista, inviata giorni prima in redazione. Questo l’antefatto: la giornalista Antonella Arcomano mi contatta e mi chiede l’indirizzo per spedirmi una copia omaggio, per avere segnalato un disguido. Mi confida che in passato ha abitato ad Asolo, poco distante da Castelcucco. Per ricambiare, le invio una foto del mio paese, pensando che sia finita là. Invece no, il direttore Andrea Biavardi apprezza lo scatto, con richiesta di pubblicarlo. Sono lusingata e incredula. Girasole e Castelcucco in bella vista. La foto risale a qualche giugno fa: stavo per uscire, poco prima delle otto quando fui attratta dalla visione del fiore che segue il sole, interposto tra casa mia e la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Impossible non immortalarlo. Grazie al direttore e alla giornalista di avere pubblicato l’immagine, diffondendo la serena bellezza del mio paese.

Tempo e umore a sbalzi

La settimana è partita malaccio. Lunedì pioggia e vento, martedì così così. Faccio un giretto per il giardino dove l’erba cresce indisturbata, quest’anno anche con strani fiorellini gialli che sembrano ranuncoli. È sbocciata una rosa rossa con tre boccioli laterali che è un amore. Le mele, ancora piccole si stanno ingrossando, mentre i melograni si stanno indorando e al tramonto fanno proprio un bel vedere. Delle tortore si rispondono, dei cani abbaiano. Alto nel cielo sfreccia un aereo. Nel prosieguo della settimana, si alternano sole e pioggia. Sono cadute delle foglie di fico, forse indizi d’autunno. Le piume di canarino impigliate tra le maglie della voliera segnalano un repentino cambio di temperatura. Non siamo ancora nel cuore dell’estate ‘canonica” e giungono segnali del cambio stagionale. Mah, è tutto ribaltato. Faccio una vendemmia di prugne, perché la pianta quest’anno ha dato il meglio di sé, incredibilmente, tanto che mio figlio vociferava di tagliarla. Viceversa, ieri sera si è munito di scala ed ha raccolto dai rami più alti i succosi frutti viola. Con le prugne di metà settimana ho fatto circa tre chili di marmellata (per i pignoli “composta”) che donerò a chi apprezza il lavoro artigianale, gratificante e impegnivo. Mentre scrivo, è nuvoloso, circa venti gradi buoni, niente frinire di cicale come era successo giovedì verso mezzogiorno. Può darsi che il tempo cambi, strada facendo. Come l’umore, costretto a sbalzi.

Un regalo della Natura

Di lunedì, opto per la dolcezza. L’occasione mi viene offerta dalle prugne, raccolte ieri pomeriggio con soddisfazione da mio figlio… e un po’ di ansia da parte mia. Infatti, essendosi la pianta allungata oltre il tetto, è stato necessario utilizzare la scala allungabile e raggiungere i rami più alti. Da lassù, muovendosi con cautela Saul ha riempito mezza borsa di plastica, di quelle in uso nei supermercati per alcuni chili di frutti viola destinati probabilmente a diventare confettura. Cosa facevo io? Stavo ai piedi della scale, a fare da contrappeso per la sua discesa. La cosa curiosa è che la pianta quest’anno ha prodotto in abbondanza, cosa che non era successa gli anni precedenti. Forse ha subodorato l’intenzione di toglierla di mezzo, se improduttiva. Un prugno inizia a fruttificare generalmente dopo 2 – 5 anni dalla messa a dimora, a seconda della varietà e delle cure ricevute. Escludo che il mio sia stato oggetto di attenzioni, quindi il raccolto per me è un regalo della natura. Il pruno europeo, chiamato anche prugno o susino, è una pianta che appartiene alla famiglia delle Rosaceae. Venendo alle proprietà del frutto, esso contiene le vitamine A, B1, B2, C e alcuni sali minerali: potassio, fosforo, calcio e magnesio. La differenza tra prugne e susine è principalmente lessicale, legata allo stato di conservazione del frutto. Quando è fresco, viene comunemente chiamato susina, mentre quando è essiccato, viene chiamato prugna. Mi dissocio un po’ da questa spiegazione, perché ho una pianta di susine varietà goccia d’oro che sono abbastanza diverse dalle prugne: rotonde anziché ovali, polpa molto succosa, colore simile. Comunque, frutti estivi prelibati entrambi che mi diletto a fotografare e a gustare.

“C’è un libro sempre aperto…”

Mi piace annaffiare il giardino di sera. Lo trovo rilassante e anche divertente osservare gli schizzi d’acqua quando giro la doccia della pompa gialla e blu (non a caso dei miei colori preferiti; altre due sono verdi). Dev’essere per il mio trascorso di bambina obbligata a crescere in fretta, per fare da babysitter alla sorellina minore. Avevo otto anni e smisi presto di giocare con le bambole, che non mi piacevano poi tanto. Tornando all’oggi, devo dire che mentre annaffio di qua e di là, è piacevole imbattermi in un nuovo fiore, oppure frutto. È il caso delle prugne che sono belle a vedersi e anche buone, se maturate a sufficienza, che per me significa morbide al tatto, senza zone dure. Ovvio che non sono state trattate. Tra la siepe di fottinie, da anni si è stabilito un susino selvatico con i rami carichi di piccole drupe gialle, che sarà una soddisfazione gustare tra qualche giorno.Sotto il ciliegio giapponese stanno per sbocciare tre gladioli che tengo d’occhio. A rigore, i fiori e i frutti del mio scoperto fanno assomigliare il mio giardino somigliante al brolo di una volta, nell’accezione di orto, frutteto, boschetto. Infatti la parte a sud dove ci sono il melo e l’albicocco la chiamo ‘boschetto”. Piace molto anche a Fiocco, il mio gatto rosso che spesso si riposa sopra il bidone del compost. A proposito, ho destinato un’area del blog a fiori e frutti, non necessariamente di casa mia. A Jean Jacques Rosseau è attribuita la frase che condivido: “C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura”. Non ho difficoltà a riconoscere che sono proprio loro, le creature vegetali belle e buone a rendere la mia casa la dimora giusta per me.

“Era il tempo delle more…”

Mentre raccolgo le more di rovo cadute dal cespuglio in zona orto, mi torna in mente la canzone Era il tempo delle more (1971) interpretata da Mino Reitano che tanto piaceva a mia madre. Riconosco che la voce è melodiosa ed il testo è piacevole, ma in questo caso mi interessa il titolo per l’evidenza ai frutti di bosco che mi ritrovo in casa. La pianta è selvatica e non abbisogna di cure particolari, salvo contenerne i rami che si allungano in diverse direzioni. Il frutto maturo, la mora – da non confondere con quella di gelso – è squisito. Peccato che duri poco, perciò va consumato subito, oppure trasformato in confettura, come il suo ‘cugino” lampone. Finora non ho mai fatto la marmellata di more, per via dei semini che andrebbero tolti. Piuttosto farei il succo di more, se la produzione domestica dovesse essere esagerata. Il tempo della raccolta è tra luglio e agosto, quando “fiordalisi e papaveri con gli occhi in su guardano il cielo blu”, come canta Reitano in un passaggio. Come tutti i frutti viola, le more di rovo spiccano per la presenza di antiossidanti, nello specifico antociani che rendono questo piccolo frutto detox, con benefici per la circolazione e tutto il sistema cardiocircolatorio. Il decotto di foglie di rovo è un efficace astringente: si può usare come lozione per il viso o per gargarismi contro le affezioni della bocca. La medicina popolare usa l’infuso di rovo per la cura del diabete, ma io mi limiterei a usarlo per la pulizia del viso. Dal momento che non sono attratta dai prodotti cosmetici, credo che proverò con il decotto. Ho già sperimentato i benefici per i capelli di quello con la salvia, pianta aromatica prediletta. Dal momento che ho la materia prima in casa, mi applicherò a fare qualche esperimento salutare.

Fiori, un aiuto per sorridere

Il sole sorge pochi minuti dopo le sei: è uno spettacolo incoraggiante che stende un velo misericordioso sulle brutture del mondo che oggi accantono. Ho bisogno di sorridere e i fiori sono un buon pretesto per farlo. Molti portano i segni della recente calura, ma riesco comunque a fare un bouquet rasserenante: due Ortensie, una piccola Calla gialla, due Gladioli in una bottiglia blu che conteneva detersivo, perché i vasi sono tutti occupati (ovviamente da altri fiori). Mi sono chiesta che fiore avrei potuto essere, se fossi nata sotto altre vesti: mi piacciono tutti, anche se ho una preferenza per le bulbose, speciamente per Tulipani e Giacinti. Inoltre scopro fiori nuovi. È il caso della Lewisia longipetala, oggetto dell’articolo “D’estate la Lewisia ne fa di tutti i colori”, di Rossella Sletter sul settimanale il venerdì in corso. La piantina, molto graziosa deve il suo nome a Meriwether Lewis, avventuroso viaggiatore nelle terre dei nativi americani che ha lasciato interessanti documenti delle sue esplorazioni sotto forma di diario. I fiori, di molti colori sono il punto di forza della pianta, rifiorente dalla tarda primavera alla fine dell’estate. Le radici carnose sono capaci di ramificarsi e abbarbicarsi alle rocce. Utilizzata dai giardinieri, per abbellire muri a secco e giardini rocciosi, era molto in voga negli Anni Cinquanta. Si trova in commercio con il nome aggiunto di Elise. Cresce senza problemi in situazioni difficili per altre piante. Ama il pieno sole, ha bisogno di pochissima acqua anche d’estate e si adatta a qualunque terreno, ma con buon drenaggio. In vaso, sebbene piccolo fa la sua bella figura. Adesso che la conosco, credo proprio che me la procurerò. I fiori sono essenziali a casa mia.

Marmellata e Poesia

Non avevo in programma di fare la marmellata con la frutta del mio alberello, ma ho dovuto ricredermi per salvare le susine ‘Giccia d’oro’ trovate a terra, tra l’erba di nuovo alta, dopo il fortunale di ieri pomeriggio. Meravigliata e contenta ne ho raccolte quanto basta per trasformarle in deliziosa confettura. Premetto che sono buonissime allo stato naturale, viola fuori e gialle dentro, ma poche rimangono intatte dopo la caduta. Pertanto mi sono messa all’opera, ricavando la polpa utile cui aggiungere fruttapec, zucchero e succo di limone. Il risultato finale sono i vasetti speciali da collocare in dispensa che probabilmente regalerò. Mentre mi applico alla realizzazione del dolce prodotto, seguo la trasmissione QUANTE STORIE su Rai 3 che oggi parla di Poesia, pane per i miei denti. Il conduttore Giorgio Zanchini intervista gli ospiti che confermano quanto noto: si scrive tanto e si legge poco, soprattutto di poesia. Però c’è una novità: ultimamente si dà più spazio alle poetesse, per una considerazione della donna che sta crescendo dal 1946, data del voto. Uno sguardo all’orologio mi suggerisce che è tardi per scrivere un post ‘impegnato’. Mi ricordo di scrivere poesie anchio. Quindi, perché non condividere l’ultima con i lettori? Non parla di frutta e marmellata, ma siamo nei paraggi. Cuore Arancione Sul traliccio ferroso/s’inerpica maestoso/un Gladiolo giallo/col cuore arancione/la mia passione/intingere nel colore/dei fiori l’ardore/sopito dal calore./L’estate rovente/stinge le Ortensie/inodori e generose./Tanta gente/fugge al mare./Io stranita/mi chiedo/cosa fare./Per il momento/non faccio niente./Poi piove, finalmente./Sento una tortora/tubare, dalla grondaia/l’acqua scrosciare./Sono legittimata/a sperare.//