Tempo di mele

Ho convocato Reginaldo prima del previsto perché da metà settimana dovrebbe piovere, il tappeto di foglie in giardino potrebbe inzupparsi e diventare pericoloso per la deambulazione. Con l’occasione, gli chiedo di staccarmi gli ultimi grappoli di uva fragola. Lui si offre anche per cogliere le ultime mele, per evitare che si ammacchino, cadendo spontaneamente. E qui faccio una scoperta: quelle che io credevo ammalate, in realtà sono state ‘attenzionate’ dai ‘sciavaron’ come in dialetto si chiamano i calabroni. Una mela è stata letteralmente svuotata ed è rimasto solo l’involucro esterno, trasparente come carta velina. In altre mele vedo il ‘goloso ospite’ in attività e mi scanso appena in tempo quando il frutto viene scosso per bene, affinché lasci il lauto banchetto e se ne vada. Da quando sono in pensione e mi occupo in prima persona del verde, sto imparando un sacco di cose. Tornando alle mele, alla fine ne raccolgo una cassettina di sane, rosse e lisce che fotografo, prima di portarle al fresco in cantina. Quelle un po’ segnate subiranno una trasformazione dolciaria in soffici muffin ripieni oppure in uno strudel. Due parole su questo frutto autunnale. La mela, originaria dell’Asia centrale e coltivata già nel Neolitico – 6000/3500 a. C. – si è diffusa prima in Egitto lungo la valle del Nilo e poi in Grecia. Attraverso le conquiste dell’Impero Romano è giunta in Occidente e da qui in tutta l’Europa occidentale. È il frutto più antico del nostro pianeta ed è tra quelli meno ricchi di zuccheri, così da poter essere consumata tutti i giorni, sebbene in quantità moderata, come dice il proverbio: Una mela al giorno toglie il medico di torno, grazie ai milioni di batteri che il frutto contiene. Una profumata e leggera composta di mele ci sta proprio bene.

Raccolto (e racconto) d’autunno

La natura mi soccorre quando sono giù di tono, e in questi giorni abbondano i motivi per angustiarsi. È tempo che raccolga le mele prima che cadano e si ammacchino, una qualità antica che produce frutti croccanti e saporiti. Anche il melograno è carico di frutti, non so se a maturazione ma decido di alleggerirlo, lasciandone sulla pianta ancora molti. Dalla pergola di uva fragola pendono gli ultimi grappoli profumati ed è una soddisfazione riunire in un cesto alcuni esemplari del mio raccolto, assolutamente al naturale, senza trattamenti. Ci aggiungo delle noci raccolte sulla cunetta di là della strada e infilo nel bordo del cesto una mia ortensia come abbellimento. Frutti e fiori della terra, sono soddisfatta. Per ricordarmi questi doni quando farà freddo li fotografo. Manca solo l’azzurro, ci vorrebbe un po’ di mare! Detto, fatto. Mi giunge una splendida foto dalla Sardegna, un mare paradisiaco che in questo periodo gli isolani possono godere in tutte le sfumature dell’azzurro. Ma la foto mi fa bene perché è evocativa di un benessere che la natura regala anche soltanto ad osservarla. Tra l’altro il celeste è il mio colore preferito, in tutte le nuance. Condivido con il collega il piacere per la bellezza che ci circonda, ma anche l’amara constatazione che stiamo distruggendo il pianeta. Non serve che porti esempi. Eppure basterebbe fermarsi, osservare, lasciar correre i pensieri come cavalli sulla spiaggia. A fine corsa avremmo guadagnato il benessere psico fisico. Ovviamente parlo per me, ognuno avrà la sua ricetta. Però l’ambiente che ci ospita è di tutti, non è vano ricordare che va rispettato e non deturpato, che si tratti di terra o di mare. Se fossi ancora in servizio, forse diventerei noiosa a riproporre questi argomenti. Ma sono in sintonia con Max, che ringrazio. Senza dubbio, lui mi sostituisce alla grande.

Sorprese in tavola

Domenica rallegrata da un paio di sorprese: la prima è contenuta dentro una borsa di carta, appoggiata sopra il pilastro del cancelletto. Non me ne sarei accorta se Reginado – che non mi ha trovato a casa – non mi avesse telefonato sul mezzodì per informarmi del dono, frutto delle sue cure e della sua gentilezza: fichi neri, uva fragola bianca e nera, due zucchine e un paio di piccole uova di una gallinella che va a deporle a casa sua. Mi sono sentita una ragazzina che scarta un regalo… e i primi fichi se ne sono andati. Di primo pomeriggio, con un caldo pazzesco Marta, in transito verso i suoi genitori si ferma per donarmi delle patate, quattro uova e, non paga mi fa scegliere una melanzana – l’altra per Pio, il padre – da cucinare con sedano, cipolla, pomodoro, peperone e… buon appetito! Mi sento oggetto di attenzioni e non so per quale merito. Certo fa molto piacere scoprire di essere oggetto di gentilezza e di amicizia. Con il tramonto che avanza, la rete affettiva extra familiare è una garanzia contro la solitudine e il disagio di vario tipo. A rigore, devo dire che stamattina ho fatto colazione in pasticceria con un collega che dei viaggi ha fatto il suo modus vivendi e preso l’aperitivo da Francesca che viaggia sul filo della memoria e scrive dei racconti emozionanti. Per sintetizzare, sono stupita di ricevere prodotti naturali che alimentano il mio benessere fisico ma soprattutto innalzano il mio umore perché segno di stima e amicizia. A completare il quadro, la fedele Lucia viene a trovarmi di sera, oppure mi telefona. Tempo fa, la domenica era un giorno piuttosto pesante da riempire (mio figlio mi riserva il sabato e devo accontentarmi) ma scopro con piacere che adesso va molto meglio. Il che conferma la mia convinzione che il meglio arriva sempre dopo.

Piante in vacanza

L’articolo che leggo oggi in una delle pagine interne de IL CORRIERE è intitolato: Curare le piante di chi va in ferie, da Roma a Torino: “Così ne abbiamo fatto un lavoro” e conferma il contenuto di un’intervista seguita ieri mattina in televisione che ha per protagonista una figura nuova, il Plant Sitter o sitting, cioè colui o colei che si occupa delle piante da accudire, mentre i proprietari sono in ferie. Praticamente fa quello che faceva una volta il vicino di casa o una persona amica, durante la prolungata assenza del titolare. Solo che in quest’ultima versione, chi accudisce le piante viene pagato, circa 15 euro l’ora. L’idea di farne un lavoro vero e proprio venne nel 2014 a Valentina Paracchi, ex marketing manager, che tra il mese di luglio e agosto offre il suo servizio a fiori e piante di 40 case. A Roma Elisa, ex grafica ha creato la “Clorofillab” che offre all’incirca gli stessi servizi, ma lei non si sposta con l’auto bensì a piedi o in bicicletta. Non è un caso che le due testimonianze siano al femminile, essendo le donne più in confidenza con i fiori, ma non mancano i giovani uomini, come nel caso del servizio visto in tivù. Mi pare una buona cosa, intanto per fare girare l’economia e creare figure nuove da introdurre nel mondo del lavoro. Poi per una sensibilità da riconoscere a piante e fiori, che non miagolano e abbaiano come gatti e cani che usufruiscono (i più fortunati) di kat o dog sitter, ma sono creature senzienti in ambito familiare. Mi dà un po’ fastidio il nome inglese del nuovo profilo: giardiniere a domicilio mi sembra anche più naturale, ma dobbiamo rassegnarci all’entrata di qualche parola straniera, se la sostanza non cambia. Da parte mia sono contenta di occuparmi in prima persona delle piante verdi e dei fiori. Stamattina ho comprato al corsorzio un insetticida molto costoso contro l’insetto che mi bruca le foglie dei gerani. Ho appreso che a breve non sarà più possibile fare certi trattamenti da casa, salvo attrezzarsi di patentino. Allora, forse mi rivolgerò al plant sitter!

Operazione Ortensie

Stamattina mi dedico alla raccolta delle Ortensie da seccare, per farne mazzetti da regalare oppure bouquet da godere nella stagione invernale. Ne ho tre bei cespugli a lato della cucina, di vari colori, ombreggiate dal fico piazzatosi spontaneamente al centro dell’aiuola per proteggerle dai raggi del sole, cocente in questi giorni. Un bellissimo esemplare di colore bianco, dono delle mie amiche Lisa e Roberta, interrato davanti all’appartamento contiguo al mio sta cambiando colore e vira verso il rosa. È risaputo che la composizione del terreno influisce sul colore del fiore e io accetto di buon grado ciò che la natura decide. Ho già espresso la mia simpatia per l’Ortensia che oltre alla bellezza ha la capacità di vivere a lungo. La fioritura avviene di solito a giugno e si protrae per tutta l’estate. Se il capolino (corimbo) rimane sulla pianta cambia colore, reinventandosi nell’aspetto: anche seccato ha il suo fascino, tant’è che si trova in composizioni floreali, abbinato ad altri fiori. Infatti è una pianta ornamentale molto colorata. Io prediligo i capolini dai colori intensi, perciò mi sono documentata su come procedere per mantenerli tali anche dopo recisi. Raccolti a gruppi di tre e privati delle foglie, li ho appeso a testa in giù in cantina, al riparo dalla luce e dal calore dove andrò a recuperarli tra qualche settimana, per avvolgerli in un bel nastro e dargli degna destinazione finale. Nel mentre mi godo la vista di quelli recisi e messi in vaso cui manca solo il profumo, ma per me è addirittura meglio, dato che il mio olfatto è insofferente agli odori intensi (non me ne voglia il gelsomino). La pianta sarebbe simbolo di solitudine, che per me è uno stato di raccoglimento creativo, quindi positivo. Ma simboleggia anche la nascita di un amore o il ritorno di uno passato. Beh, allora sto messa bene e qualcosa succederà grazie alle Ortensie disseminate per tutta la casa.

Fiori e germogli

Manuel aveva promesso di portarmi a mangiare il sushi con la mia amica Lucia. Superato brillantemente un esame tosto, è successo. Ha scelto il ristorante giapponese Sakura, perché lo conosce e lo frequenta con soddisfazione. Il locale si trova a Bassano del Grappa – città dei miei studi liceali – e il nome Sakura indica il ciliegio giapponese in fiore, simbolo della fragilità, ma anche della rinascita. In Giappone assistere alla fioritura dei ciliegi è una vera e propria ricorrenza nazionale chiamata ‘Hanami’. A casa ne ho uno che durante la fioritura è una meraviglia. Particolare curioso, Ming, il titolare del Sakura è cinese, nato a Padova e parla in dialetto veneto, il che per me è rassicurante. L’arredamento scuro del locale induce al raccoglimento, ma le vetrate riportano soggetti orientali in piena luce. In uno è ritratta una geisha – artista e intrattenitrice giapponese – che mi riporta al mio costume di carnevale preferito, che soppiantò quello della odiata fatina. Credo che la simpatia per il Paese del sol Levante sia nata allora. Poi da giovane conobbi l’ikebana, l’arte di disporre i fiori recisi in vasi e ne feci un cavallo di battaglia in Geografia durante l’esame orale dei miei studenti di terza media. Per quanto riguarda la dieta, sapevo che alla base dell’alimentazione orientale ci sono il pesce e il riso, alimenti che consumo volentieri. Più volte ho sentito parlare di sushi, ma solo al Sakura ho potuto gustare e apprezzare, su consiglio di Manuel: Futomaki ebiten, Uramaki ebiten, Nigiri, Sashimi e Hosomaki. Una bella full immersion nella gastronomia nipponica. Non sono ancora pronta per il pesce crudo, ma quello in combinazione con il riso e l’alga è veramente ottimo. Sul piatto stretto e lungo mi sono stati serviti otto rotolini, metà dei quali scambiati con quelli ordinati da Lucia. Per imperizia, non ho usato le tradizionali bacchette, però Manuel che ha imparato a usarle a Singapore ci ha fornito le istruzioni. Una bella esperienza per il palato e per apprezzare caratteristiche culturali di un Paese attraente. Ringrazio Manuel, mio ex studente modello diventato ora mio paziente insegnante informatico e risolutore di svariati grovigli casalinghi. Parafrasando il titolo del mio ultimo libro Dove i Germogli diventano Fiori (disponibile su Amazon), un germoglio fiorito bene!

Rimettersi in gioco

Non era nelle previsioni che facessi la marmellata – il termine corretto sarebbe composta – con le mie scarse albicocche, dato che l’albero era stato generosissimo di frutti dorati l’estate scorsa. Ma Adriana mi ha offerto di andare a prenderne delle sue, mature al punto giusto e non trattate, così ho fatto incetta. Anzi è stata lei a raccoglierle e a riempire la scatola che mi ero portata dietro. Io intanto mi deliziavo a gustare i polposi frutti arancioni, staccandoli dai rami bassi comodissimi. Per non fare indigestione, ho pensato bene di unire le mie albicocche alle sue, sottoponendole alla solita procedura per la conservazione. Sul tappo dei vasetti poi scrivo ‘apricot’ più corto di albicocche per fare prima. Mentre mi applico, seguo il programma La Vita in diretta e sento che un altro gagliardo studente di 89 anni ha sostenuto l’esame di Maturità per diventare Geometra a Benevento. Si chiama Antonio Pastore, ex vigile del fuoco. In diretta il preside gli comunica il punteggio, 78/100: niente male! Ma è il dietro le quinte che merita una medaglia: la tenacia, la curiosità, l’amore per il sapere e la voglia di mettersi in gioco sempre, in qualunque momento della vita. Un esempio incoraggiante per chi si avvia sulla strada del tramonto che ho intrapreso anch’io. Finora mi tengo occupata facendo ciò che mi piace. Scrivere sul blog di attualità mi costringe a documentarmi su date ed eventi, il che è un allenamento mentale. “Spazi ovunque come il polline dei fiori trasportato dal vento della conoscenza” è il bel paragone che mi regala Pia. Poi rispondo ai commenti, alcuni pubblici e altri privati: una bella compagnia! Ma scrivo anche per mio conto, creando ora una poesia, ora un racconto. Inoltre ho avviato un romanzo, intitolato per ora Legami e ricami, una vicenda privata in parallelo con la guerra in Ucraina. Chissà se riuscirò a finirlo entro l’autunno!

Fiori, uno spettacolo!

Al calar del sole, ieri sera ho raccolto le rose, esplose col caldo, varietà Columbus, – nome che da solo mi fa viaggiare per mari – di un bel colore arancione. Il gatto mi è venuto dietro e ha annusato le spighe di lavanda: ne ho raccolte cinque che ho unito alle rose in un bouquet estivo incoraggiante che ho fotografato. Stamattina noto che è sbocciata la rosa rossa innestata da mio figlio su un lungo ramo che oltrepassa la siepe, quasi volesse prendere il largo. È attorniata da tre boccioli. Colgo un messaggio incoraggiante di resistenza. Si merita una poesia, intanto la immortalo. Fotografare i fiori è un altro piacere a metro zero che mi concedo, poi inoltro lo scatto ai miei contatti. Per dirla tutta, il mio rapporto con i fiori è più profondo perché ci parlo e in qualche modo mi rispondono, non a parole ovviamente. Sto facendo esperienza con le piante d’appartamento: ho fatto tre talee di ficus elastica dalla pianta madre che Lara, la mia amica parrucchiera ha in salone. Le tengo sott’occhio da due settimane, bagnandole in continuazione e forse stanno radicando. Se l’esperimento avrà buon seguito…nella prossima vita aprirò una fioreria, oppure un vivaio! Neanche farlo a posta, Corriere Salute odierno apre con il titolo: “Piante d’appartamento per stare meglio (grazie al loro microbioma)”, seguito dal Dossier Tantissimi benefici dal “verde” in casa. Letture che sono un valore aggiunto alla mia convinzione che piante e fiori sono un bene di Dio, anche se riprodotti artigianalmente. La nonna di una mia alunna aveva realizzato un bouquet di fiori di carta che conservo in studio. E Sara per il mio compleanno ha ricamato all’uncinetto una cornicetta bordata di fiori con il mio nome al centro. Adesso che ci penso, ho chiamato una mia mostra di foto-poesia FIORI COLORI EMOZIONI, che rende l’idea di quanto i fiori significhino per me: uno spettacolo!

Tempo di Ortensie

Le Ortensie stanno prendendo colore. Nel giro di pochi giorni si sono vestite di vari toni: un cespuglio è sul rosa, un altro azzurro e quello che mi piace di più è variegato, multicolor. Sono posizionate a lato della cucina, così quando esco le noto. Si sono espanse parecchio; il gruppo di testa si è infilato tra le tavolette della recinzione cosicché quando entro con l’auto sono costretta a sfiorarle. Ieri ho tagliato le più espanse e ne ho fatto un bouquet che mi godo in casa. L’ Ortensia è un fiore che prediligo, anche se priva di profumo, anzi questo per me è un valore aggiunto perché le note intense mi danno fastidio. È il caso del Gelsomino: gradevole all’inizio della fioritura diventa però pesante dopo quando il profumo iniziale si trasforma in afrore. E io sono circondata dai Gelsomini dei vicini. Tornando all’Ortensia, mi attrae la sua capacità di cambiare colore, di virare da una tonalità all’altra. So che dipende dalla composizione del terreno, che si può modificare correggendone il ph, ma a me piace vedere come se la cava la pianta di suo, mischiando le tonalità. Praticamente la considero un buon esempio di ‘resilienza’, visto che deve usare ciò che ha…tra i piedi, ovverosia tra le radici, per darsi un aspetto attraente. Niente maquillage esterno, tutta creatività sua. Inoltre i fiori durano a lungo, se non recisi. E una volta seccatisi, possono fare compagnia ancora, da soli oppure in composizione con altri vegetali. Infatti ho dei capolini in studio da un bel po’ e non intendo privarmene perché sono vecchi. Chiudo con due parole sul nome femminile Ortensia: è un nome gentilizio latino che deriva da Hortensia, il cui significato è ‘coltivatrice di orti/di giardini’. L’onomastico cade l’11 di gennaio. Niente male portare il nome di un fiore così bello. Dovrò usarlo in uno dei miei racconti.

Portulache o Porcellane

Le lumache si sono mangiate le foglie decorative di Coleus che avevo messo nelle ciotole, alla base dei quattro pali su cui si inerpica il Glicine. Non sapevo fossero appetibili e quindi le ho sostituite con delle vivaci Tagete, anche queste però prelibate per gli insetti dell’erba. Il mio amico Gianpietro direbbe che anche quelli devono mangiare. Ok, comprendo… però mi sto spazientendo a sostituire piantine annuali in un batter d’occhio. Memore della simpatia che mia zia Primina aveva per le Portulache – note anche col nome Porcellane – stamattina me ne sono procurate diverse unità che metterò nelle ciotole, sperando che non siano gradite a gasteropodi e compagnia bella. Originaria del Nordamerica e dell’Australia, la Portulaca è una pianta succulenta che resiste alla siccità. Esiste nella varietà annuale e perenne, produce fiori semplici e doppi, di consistenza cartacea, dai colori vivacissimi e accesi: giallo, arancione, rosso, rosa, viola o anche bianchi, giusto come quelli che ho comprato. I fiori si aprono la mattina e si chiudono a metà pomeriggio. Cosa c’è di meglio del loro saluto appena alzati? Oltretutto il loro comportamento assomiglia al mio che esco di mattina e mi ritiro al pomeriggio. Credo di avere incamerato l’orario scolastico, per cui continuo ad alzarmi presto la mattina e ad avere un vistoso calo energetico al pomeriggio, con la differenza che ora, anziché correggere compiti e verifiche posso riposarmi. So che mi procurerò l’invidia cordiale delle colleghe in servizio…ma ogni cosa a suo tempo. D’altronde non riuscirei a sostenere i ritmi frenetici delle riunioni scolastiche odierne, l’energia inevitabilmente si riduce. Adesso è tempo di raccolto. Se il prodotto talvolta delude, basta sostituirlo. Come ho fatto con le Portulache.