Capodanno 2024

1 gennaio, Giornata Internazionale della Pace. Istituita il 30.11.1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per evitare conflitti, risulta piuttosto disattesa ed anzi calpestata. Etimologicamente la parola pace deriva dal latino ‘pax’ che ha il suo contrario in ‘bellum’/guerra, quindi è chiaro cosa significhi. Nel discorso di fine anno tenuto dal Palazzo del Quirinale, il Presidente Sergio Mattarella nomina spesso la pace in contrapposizione alla guerra che “non nasce da sola” ed invita tutti ad impegnarsi per una cultura della pace, da esercitare anche nel quotidiano, evitano tutte le forme di violenza, compresa quella verbale. Invoca la Solidarietà, la Giustizia e la Pace, quali valori fondanti la Democrazia, fatta di “esercizio di libertà”. Ha un occhio di riguardo per i giovani, le donne, i vecchi, le categorie fragili…e nomina pure l’intelligenza artificiale, perché “viviamo un passaggio epocale” della storia che deve guardare al futuro. Tiene il discorso in piedi, con le dita pressoché incrociate, in una sorta di preghiera laica. La sua figura statuaria di vecchio saggio mi intenerisce. Credo alla sincerità delle sue parole, che dovremmo ripetere come un mantra, perché “uniti siamo forti”, come dice il Capo dello Stato prima di congedarsi. Trovo il suo discorso più salutare dei botti di Capodanno, peraltro fastidiosi e pericolosi. Il notiziario ha appena dato notizia dei feriti a causa dei ‘festeggiamenti’: nel napoletano, che registra il maggior numero di incidentati una donna 46enne è morta per un colpo sparato in casa che l’ha colpita alla testa, chissà magari da un ‘caro’ che ha ignorato il pericolo di maneggiare le armi. L’ equazione divertimento morte è pazzesca. Non so quanto incida la tradizione o la mancanza di valori in tutto ciò. Convengo col Presidente che urge una cuntura della Pace.

Riflessioni di fine anno

Tra i vari messaggi che mi arrivano nell’ultimo giorno dell’anno, seleziono il più poetico che mi stimola a scrivere. In un bosco innevato, emerge un coniglio con le orecchie rosa in attesa di captare qualcosa che potrà arrivare. L’ immagine è tenera e allusiva. Esplicite sono le parole anteposte: “Bisogna creare luoghi dove fermare la nostra fretta. E aspettare la nostra anima”. L’autore del messaggio è Tonino Guerra (Santarcangelo di Romagna, 16.03.1920 – 21.03.2012), poeta, scrittore e sceneggiatore italiano, cui è attribuita la frase: “L’ottimismo è il profumo della vita”, pronunciata nello spot di una famosa catena di negozi di elettronica. A me interessa il poeta ed il suo messaggio positivo che giunge prezioso in previsione di bilancio di fine anno. Non serve che ricordi cosa è successo di brutto che continua ancora, dentro e fuori l’Italia, dentro e fuori l’Europa. L’ottimismo invocato da Tonino è indispensabile per rimanere a galla e/o per veleggiare verso lidi più tranquilli. Sul ‘fermarsi’ sono totalmente d’accordo, come anche sul dare ascolto alla nostra anima che io semplifico in ‘tirare fuori” il meglio di sé. Ognuno ha delle capacità, delle abilità talora sconosciute alla stessa persona che emergono in momenti di difficoltà o in tempo di crisi. Del resto la stessa parola crisi, di origine greca significa “cambiamento’ che può trasformarsi in miglioramento o peggioramento, a seconda di come reagiamo. Non voglio sconfinare in un ambito che non mi compete, ma personalmente trovo terapeutico il pensiero di chi ha affrontato ‘smottamenti vitali’ e ci ha costruito attorno una sana filosofia di vita. Trovo esemplare anche la scelta del coniglio, creatura timorosa colta in atteggiamento di vigile ascolto. Ispirarmi a lui, non è male.

La lezione dei senzatetto

Pane Quotidiano Onlus è un’organizzazione laica, apolitica e no profit – fondata a Milano nel 1898 – con l’obiettivo di assicurare generi alimentari di prima necessità a chi ne ha bisogno, ogni giorno, gratuitamente. Ne sento parlare durante il programma ‘Diario quotidiano’, in onda di pomeriggio su Rete 4, per la multa di 230 euro sanzionata agli organizzatori per occupazione abusiva di suolo, poiché i clochard banchettavano in Galleria a Milano. Il pranzo di Natale con i senzatetto è una buona consuetudine, ma avere piazzato la tavolata nel salotto del centro, tra le boutique del lusso deve aver fatto arricciare il naso a qualcuno. Il fatto, accaduto sei giorni fa è stato raccontato via social e discusso dagli ospiti del programma. Tra di loro, il direttore editoriale Vittorio Feltri che ha pagato di sua tasca la multa. Sull’iniziativa benefica non ci piove. Giovanni Santarelli, fondatore della pagina “Milanobelladadio” spiega che “La strada è dei senzatetto e per questo motivo abbiamo organizzato un pranzo in strada con loro e con chi li aiuta”. Anche questo è inoppugnabile. Nonostante il finale amaro, con un caffè offerto dal ristorante di Carlo Cracco davanti al quale era stata organizzata la serata, il pranzo è stato accolto e consumato con gioia da tutti i partecipanti. Mi convince il pensiero di Santarelli: “Oggi ci troviamo nelle vie dello shopping ma la verità è che non servono oggetti per essere felici. Basta poco: un tavolo, un bicchiere di vino e qualche amico…”. Che grande verità, idealmente mi immagino a pranzo con i senzatetto allegri, piuttosto che a fare inutili acquisti costosi. Siccome però la mia filosofia è… a mezza via, non disdegno un regalo fatto con cuore, preferibilmente artigianale. Meglio se opera di un artista.

“Male più non fare”

Sento Ermal Meta cantare “Male più non fare”, brano eccentrico con messaggio positivo. Premetto che apprezzo il cantante albanese, naturalizzato italiano che insieme a Fabrizio Moro nel 2018 vinse la 68ma edizione del Festival di Sanremo col brano impegnato: “Non mi hanno fatto niente”. Tra l’altro l’anno scorso ha pubblicato il suo primo romanzo “Domani e per sempre” già alla sesta ristampa e tradotto in varie lingue, ambientato in Albania durante la seconda guerra mondiale. Tanto di cappello al pluriartista. Ho cercato il testo della canzone, introdotto da un video piuttosto sinistro che fa pensare al male in conflitto col bene. Ma il titolo del brano è illuminante sull’atteggiamento da mantenere: ogni comportamento è lecito, se non ferisce gli altri, tenendo presente che “Chi fa grandi cose non muore mai”. Contro le critiche altrui, considerare che “Solo Dio e il tribunale ti possono giudicare”, concetti intercalati da un rassicurante “Non ti devi preoccupare” ripetuto più volte. Un progetto sentimentale emerge dalla confidenza “Cerco un’anima gemella per illuminare il vuoto cosmico, come la corrente elettrica”, immagine sofisticata che scuote come una scossa. In sintesi, è un bel mix di energia e di riflessioni. L’artista guarda oltre le critiche e tira innanzi. Qua mi fermo e chissà se il cantante, cantautore, compositore e scrittore approverebbe il mio accenno di analisi. Intanto l’ultimo pezzo “Male più non fare”, uscito quattro settimane fa viene trasmesso da varie radio. Mi capita di sentirlo mattina e sera, pur non essendo un’assidua consumatrice di musica, e non mi dispiace. In studio, con il gatto sopra la fotocopiatrice, Ermal mi ricorda “E c’è una stella che non c’era mai”. L

Donne che hanno lasciato il segno

Il Corriere della Sera di ieri dedica una pagina, anzi due alle donne che hanno segnato il 2023 che sta per finire: 102 donne (viventi o mancate in corso d’anno) di età e nazioni diverse che si sono distinte per le loro opere, oppure che sono rimaste vittime della violenza altrui. Tante foto in miniatura che compongono un puzzle su cui campeggiano la senatrice a vita Liliana Segre a destra e Giulia Cecchettin con la sorella Elena a sinistra. Tra le centinaia rappresentate, ci sono intellettuali, sindacaliste, attiviste, artiste, scrittrici…ma anche le madri di Gaza e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Insomma, donne che spaziano in ogni campo, dalla politica al calcio e alla letteratura, testimoni di un mondo in evoluzione. Impossibile menzionarle tutte, ma è confortante il colpo d’occhio che ne deriva abbracciandole tutte con lo sguardo. Mi viene spontaneo pensare che se il mondo fosse governato dalle donne, sarebbe meno turbolento. È attribuita all’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama la frase: “Le donne sono leader superiori e con loro al potere il mondo sarebbe un posto migliore”. Grande Obama, protagonista di qualche lezione di Cittadinanza a scuola quando insegnavo. Anche lui ha lasciato il segno. Per obiettività, suppongo che si potrebbe stilare un elenco anche di donne in negativo, ma non è questa la sede e comunque lo immagino meno popolato. Inoltre, ci sono almeno altrettante donne di quelle comparse sul Corriere che agiscono nell’anonimato, dando il meglio di sé. Ne conosco di volontarie che si dedicano agli altri. Nel mio piccolo ne ho usufruito anch’io, dopo l’intervento all’anca quando mi portavano a fare le sedute di fisioterapia. Tra i volontari, non posso dimenticare Gianna, collega e coetanea diventata il mio angelo custode.

Serenità, orgoglio, entusiasmo

Il videomessaggio di auguri agli Italiani della premier Giorgia Meloni contiene tre parole che sottolineo: serenità, orgoglio, entusiasmo. La prima mi è molto cara, perché rappresenta il mio obiettivo a breve – medio – lungo termine. Per me corrisponde a una condizione interiore di tranquillità, favorita dal contatto con la natura di cui mi circondo, fiori e gatti compresi. Mi è più difficile provare l’orgoglio. Credo che la Meloni lo intenda in senso politico, relativamente al percorso in salita del Paese. Nel mio privato sono orgogliosa di frequentare persone in sintonia con me, dall’animo sensibile che producono arte con cui ci si solleva da terra. In questo senso, il gruppo neonato verbanostra è il più bel regalo di quest’anno che volge al termine e approfitto per ringraziare le mie colleghe/amiche: Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Per l’entusiasmo devo riflettere un attimo: coi tempi che corrono, dove lo trovo? Come sinonimo ha ‘slancio, passione, ardore’. Una persona entusiasta è una che prova soddisfazione per qualcosa che fa, al netto del lavoro. Dunque ci siamo: per me è l’attività letteraria, e sono in buona compagnia perché scrivere migliora la qualità delle relazioni. Attorno al piccolo albero addobbato in studio – fuori della portata dei gatti – ho deposto i doni ricevuti, alcuni ancora sigillati. Mi parlano delle persone che intessono la mia rete affettiva: con meraviglia noto che sono cresciute, non per i miei meriti ma per una condivisione di sentire che fa lievitare il mio benessere. A loro auguro il meglio di ciò che desiderano. Un abbraccio anche alle persone presenti virtualmente attraverso il mio blog, i messaggi e/o il telefono. Tanta Serenità, Orgoglio, Entusiasmo a Tutti (premier compresa). 👌🍀🧡

Un faro d’inverno

L’ inverno meteorologico è iniziato il primo dicembre, mentre quello astronomico è collocato dopodomani venerdì 22 dicembre. Per la precisione, il solstizio d’inverno, momento simbolico per molte culture dell’inizio della stagione invernale nell’emisfero nord cade tra il 20 e il 23 dicembre: fate voi, per me il distinguo non fa molta differenza perché ho percepito i segnali del cambio stagionale da un po’: innanzitutto la diminuzione della luce solare, l’abbassamento della temperatura, la ‘svestizione’ degli alberi del mio giardino: ciliegio, melo, melograno, albicocco, fico. So che si stanno riposando, ma in questa fase mi riesce difficile intrattenere con loro un dialogo che infatti si risolve in un monologo. Quando apro la finestra del bagno rivolto a sud, i lunghi rami dell’albicocco generoso mi ricordano le braccia secche di mia nonna Adelaide e provo una fitta di tristezza. È il tempo dell’attesa: so che a primavera la pianta amata tornerà a riempirsi di gemme, di foglie e poi di frutti. La resurrezione è un altro paio di maniche e mia nonna rivive nel mio ricordo. Dobbiamo abituarci all’alternanza climatica e anche dell’umore: ieri c’era il sole, oggi è una giornata uggiosa, da trascorrere in casa a sfaccendare, oppure dedicandosi a qualche hobby creativo, per me più attraente. Se non scrivessi, mi mancherebbe qualcosa. Infatti il post rientra tra le occupazioni privilegiate e ringrazio i miei sostenitori, pochi ma buoni. Tra l’altro non ho l’obiettivo di espanderli, bensì di mantenere quelli attuali (le statistiche mi dicono 170 alla settimana, con una sessantina di commenti). Uno dei favoriti è Pio, 88 anni, pittore artista di Casoni – padre di artisti – che mi ha appena telefonato per salutarmi e complimentarsi per i post che legge. Che soddisfazione! Un altro faro che illumina il mio cammino.

Panettone o Pandoro?

Premetto che non compero panettone né pandoro, e spero che non mi arrivino in regalo perché sono allergica agli emulsionanti che mi provocano disturbi intestinali. Naturalmente non rinuncio al dolce natalizio che preferisco farmi da me, magari optando per dei muffin decorati con stelline di zucchero. Inoltre mi sono proposta di dimagrire durante le imminenti festività, sia perché non ho in programma cenoni da condividere, sia per una scelta controcorrente in linea col mio spirito anticonvenzionale. Ciò detto, colgo con la coda dell’occhio, passando davanti al televisore che accendo prima di stendermi sulla poltrona relax – con stufa accesa e gatti sornioni – l’argomento della discussione durante il programma ‘Stasera Italia’ di rete 4: “Il pandoro della Ferragni diventa un caso politico”. Per dovere di cronaca, non conosco granché la signora bionda: so che maneggia molto bene i social ed è la consorte di Fedez (di cui so quasi zero e mi sta bene così). Le è stata comminata una super multa, per “pratica commerciale scorretta” durante la promozione del pandoro Balocco. Lei prova ad ‘addolcire’ la sanzione, donando un milione di euro: lo dice in tono dimesso, senza trucco o quasi e senza abito di scena. Agli ospiti del programma prossimi a commuoversi, Maurizio Belpietro ricorda che il ‘ravvedimento’ è giunto dopo quattro giorni dalla maxi ammenda e che l’influencer conosce molto bene i meccanismi dei social che possono scaraventarti dalle stelle alle stalle. Sono portata a credere che le sue siano lacrime di coccodrillo e se mi sbaglio mi scuso. Personalmente preferisco la generosità riservata, per non dire nascosta. Peraltro è vero che “errare humanum est”. Peccato che un dolce prodotto diventi protagonista di sospette operazioni commerciali. Ovviamente, non è colpa del pandoro!

Scrittura come terapia

Senza volerlo, l’argomento del post di oggi si collega a quello di ieri dedicato alla Medicina Narrativa. Il pretesto me lo offre la trasmissione domenicale Unomattina in famiglia, durante la quale il colonnello Francesco Laurenzi legge la poesia La foglia, di Umberto Saba (Trieste, 9.03.1883 – Gorizia, 25.08.1957). Sono una grande estimatrice del poeta triestino dai tempi dell’Università: per la sua semplicità, per l’attenzione al quotidiano, perché parla di argomenti gravi con leggerezza. Quando insegnavo, ho dettato diverse sue poesie agli studenti: Goal, La mia bambina, A mia moglie, Quasi una moralità, La capra…ma non conoscevo quella che è stata letta ieri, prima delle previsioni meteorologiche della settimana e che riporto sotto. Durante un’uscita didattica a Trieste siamo stati a visitare la libreria antiquaria che Saba aveva acquistato e poi era stato costretto a cedere, durante le persecuzioni razziali. La madre, ebrea era stata abbandonata dal marito prima della sua nascita e lui era stato allevato da Peppa, la tata a cui rimase affezionato. Un po’ per indole e un po’ per difficoltà legate a traumi subiti nell’infanzia e da adulto, Saba – il cui vero cognome era Poli – sofferse di crisi depressive e nei momenti peggiori fu ricoverato in clinica. Per lui scrivere era vitale, tanto che rimaneggiò tutta la vita Il Canzoniere che venne pubblicato in vari tempi. Anche il suo doloroso privato lo tenne lontano dalle correnti letterarie, rendendolo interprete poetico unico. Sono contenta quando lo leggo e ne parlo, perché scrivere per lui era un toccasana, un po’ come per me. Ecco il testo della struggente poesia La foglia – Io sono come quella foglia – guarda – /sul nudo ramo, che un prodigio ancora/tiene attaccata./Negami dunque. Non ne sia rattristata/la bella età che a un’ansia ti colora,/e per me a slanci infantili s’attarda./Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce./Morire è nulla; perderti è difficile.//

Medicina narrativa

Domenica tranquilla. Vado a fare la seconda colazione al bar, dove trovo Il Corriere che di domenica ha l’allegato Salute. Il titolo dell’articolo di Elena Meli mi cattura: “Raccontarsi per curarsi meglio”, seguito nella pagina successiva dal Dossier “Quello che può ‘fare’ la medicina narrativa”. Sullo stesso tema l’editoriale di Luigi Ripamonti: Scrivere per ‘essere Salute’. La Medicina Narrativa nasce negli Stati Uniti alla fine degli Anni Novanta e viene consacrata in Italia dall’istituto di Sanità nel 2014. Prende in considerazione per la cura gli aspetti personali del malato, attraverso ciò che i professionisti praticano quotidianamente: leggere, scrivere, raccontare, ascoltare storie di malattia: quindi la storia del paziente come parte centrale del percorso di cura. Ad essere sincera, non mi pare neanche una novità, se penso al colloquio personale tra medico e paziente quando il professionista fa l’anamnesi classica. Comunque chiederò lumi alla mia dottoressa la prossima volta che andrò in ambulatorio. Curiosando sul web, vedo che sull’argomento è stato scritto parecchio, anche dalla grande Rita Levi Montalcini nel suo “Elogio dell’imperfezione” che rileggerò senz’altro. In sostanza, attraverso colloqui liberi tra medico e paziente, ma anche attraverso pratiche di scrittura si concretizza il ‘fare medicina’ predisponendo alla diagnosi e alla cura. Beh, la medicina non è il mio campo ma ho sempre sostenuto che esprimersi – a voce e/o per scritto – sia un potente mezzo di relazione, un ponte verso le persone, un’auto cura nel mio caso. Non per nulla il mio stimato prof di liceo Contro Armando, quando gli telefonavo non mancava simpaticamente di dirmi: “Cusin, per te scrivere è una malattia!” cui io rispondevo serena: “Ma è anche la mia cura!”