Il dramma di Susanna

In studio, sulla scrivania ho un saggio di Maria Rita Parsi – Noi siamo bellissimi Elogio della vecchiaia adolescente, uscito per Mondadori lo scorso novembre. Vedo spesso la psicoterapeuta e scrittrice dai capelli rossi in televisione; confesso che preferisco sentirla piuttosto che leggerla, perché la trovo più immediata e convincente. A proposito della tragedia successa a Covolo dove sono morte mamma e figlioletta, dice che: “Tutte le famiglie disfunzionali vanno seguite” e che il problema della salute mentale va portato alla ribalta. D’impeto le do ragione, perché fatti tanto gravi sono preceduti da segnali che però vengono ignorati oppure sottovalutati. Susanna Recchia, 45enne, dopo una convivenza di cinque anni si era appena separata dal compagno Mirko, meccanico, padre di Mia, 3 anni, affetta da epilessia; cantava nel coro della chiesa. Mi riesce difficile combinare le due cose, però non ho competenze in psicologia, disciplina che pure mi attrae. La signora, igienista dentale aveva altri tre figli piccoli – di 13, 10 e 7 anni, affidati all’ex marito poliziotto e pare fosse seguita dal servizio sanitario. Ha lasciato dei fogli dove cerca di motivare la sua scelta di farla finita, destinati ai figli cui rivolge parole d’amore materno. A tragedia compiuta, sono i giovanissimi orfani che mi preoccupano, pur avendo il padre. Il tema della maternità, a mio dire viene sopravalutato quando non idealizzato. Forse Susanna è stata schiacciata proprio dal ruolo materno che la imbrigliava. Come premessa al mio ultimo romanzo Ricami e Legami ho posto la frase di Oriana Fallaci: “Essere madre non è un mestiere, non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti altri”. La nostra cultura cattolica ammanta il ruolo materno di un alone devozionale che non considera le difficoltà insite, specie per una donna single o separata. Ciò detto, pena infinita per Susanna e Mia. Un abbraccio corale ai figli e ai familiari.

Quasi autunno

L’autunno si sta facendo strada, tra una decina di giorni arriva. Data ufficiale il 22 settembre, ma dal punto di vista meteorologico direi che ormai ci siamo con abbassamento della temperatura di circa venti gradi, perfino troppo. Però confesso che preferisco indossare un golf, piuttosto che convivere con il sudore. Ho messo una coperta sul letto e di mattina quando mi alzo non apro più le finestre. In ogni caso, nelle ore centrali del giorno, se c’è il sole si sta che è una delizia. Si sono trasferite altrove anche le fastidiosissime zanzare. Da un paio di sere i gatti dormono dentro, non mi dispiace avere compagnia. Quando sono in poltrona Pepita, la più affettuosa si accomoda sulle mie gambe, Fiocco e Grey scelgono posti a piacere dove acciambellarsi. Dopo vari mesi ho ripreso a fare i muffin – sostituiti d’estate da dolci al cucchiaio – e ho riattivato il forno. Le stagioni sono cambiate e sono cambiata anch’io. Del resto Bhudda afferma: “L’unica costante della vita è il cambiamento”. Mi auguro che l’autunno sia clemente e ci accompagni con dolcezza verso la fine dell’anno, di cui comincio già a fare un bilancio: sono stata operata di artoprotesi destra ad aprile ed ora vado quasi di corsa. Mi sono iscritta in palestra – sala pesi – per irrobustire la muscolatura e scrivo tutti i giorni per nutrire mente e spirito. Sono una pensionata creativa che tende a valorizzare le piccole cose, come diceva il mio compianto professore di Italiano Armando Contro. Approfitto di questa pagina, per inviare cordiali saluti alla moglie Liana. Del resto l’autunno è una stagione in cui mi identifico, piena di colori ma anche di foschia. Tra le poesie dedicate all’autunno, riporto la parte finale di L’estate è finita, di Emily Dickinson: L’acero indossa una sciarpa più gaia./La campagna una gonna scarlatta,/ed anch’io, per non essere antiquata,/mi metterò un gioiello.//

Maria Montessori e il film

Come di consueto, il sabato mattina sono da Lara, la mia parrucchiera di fiducia. Sotto il casco, sul settimanale Oggi leggo l’articolo di Dea Verna: ‘La “Mia” Montessori nascondeva un figlio segreto’ che anticipa l’uscita del film sulla famosa pedagogista, in sala dal 26 settembre Maria Montessori – la nouvelle femme. L’attrice Jasmine Trinca interpreta l’educatrice, immortalata sulla banconota da 1000 lire. Nata a Chiaravalle il 31 agosto 1870, Maria (Tecla Artemisia) Montessori è la terza donna italiana a laurearsi in Medicina. Attratta dall’infanzia rinnova l’insegnamento, riconoscendo al bambino una ‘mente assorbente’. Contraria all’uso dei banchi, intenzionata a risolvere il problema dell’analfabetismo, nel 1907 fonda le ‘Case dei bambini’ che vengono chiuse nel 1934 da Mussolini per contrasti con il regime fascista. Pertanto nel 1936 la scienziata lascia l’Italia, cambia molte residenze e ripara alla fin in Olanda dove muore il 6 maggio 1952. Dalla relazione con il collega Giuseppe Montesano, psicologo e neuropsichiatra, a 28 anni ha un figlio, Mario che tiene nascosto, fa crescere a una famiglia in una fattoria e successivamente in collegio, scelta fatta per evitare pettegolezzi che avrebbero interferito con la sua carriera. Comunque non lo abbandona e gli fa visita una volta alla settimana. A14 anni Mario va a vivere con la madre, diventata famosa, pensando di essere suo nipote. Certo stride la dedizione pressoché totale della scienziata al mondo dell’infanzia con la scelta di tenere nascosto il figlio e di affidarlo ad altri. Ma erano altri tempi, oggi non si scandalizzerebbe più nessuno. Grazie al suo metodo pedagogico, da detentore del sapere l’insegnante diventa osservatore e guida, una ‘strategia’ a mio dire ancora vincente. P

Ridere e sorridere

Piove, come da previsione. Devo rinviare il taglio dell’erba e la piantumazione di vari bulbi autunnali che spero daranno fiori alla fine dell’inverno: Narcisi, Tulipani, Giacinti. Oggi è anche il giorno del mercato locale che forse visiterò, forse no. In attesa di capire come la situazione atmosferica evolverà, mi concedo una pausa in poltrona e accendo la televisione. Dopo un paio di telegiornali, cerco un canale che mi distragga e pigio sul telecomando finché al numero 55 vedo due personaggi famosi che mi restituiscono il buonumore: Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, esempio di comicità realistica e di coppia affiatata nella vita. Mancati entrambi, continuano a seminare sorrisi e risate, attraverso scenette imbastite sull’equivoco che si concludono sempre in camera da letto dove lei ripete: Che barba che noia, che noia che barba, seguito dalle acrobazie con le gambe sotto le coperte. Vedo due puntate di Casa Vianello, la prima su una caccia al tesoro in condominio di cui mi sfugge il titolo, la seconda intitolata ‘Il segreto di Arturo’ un condomino amico della briosa coppia che confida a Raimondo il dubbio di essere attratto dagli uomini, confidenza che dovrebbe rimanere riservata e invece si diffonde, creando una serie di equivoci. A parte il merito di ricostruire un episodio su una problematica potenzialmente reale – l’identità di genere – sono imperdibili le espressioni buffe di Raimondo e l’ironia elegante di Sandra che punzecchia il consorte. Inoltre le scenette non sono mai troppo lunghe e nell’insieme si ride e sorride, sdrammatizzando le incomprensioni quotidiane. Con i tempi che corrono, ci sarebbe un gran bisogno di comici. Lo leggo anche in un messaggio di stamattina: “Ridi sempre quando ti è possibile. È una medicina a buon mercato” (Lord Byron) 😁

Prima campanella!

Penso ai colleghi che oggi riprendono servizio attivo a scuola, soprattutto a quelli che conosco direttamente: Adriana, Paola, Valentina, Veronica, Rossella, Edy, Roberta, Lisa… Massimiliano in Sardegna ma sempre presente nel pensiero: Buon inizio anno scolastico e sereno prosieguo. Sarebbe falso dire che ho nostalgia del servizio, perché a stare meglio ci si abitua presto: zero levatacce, basta riunioni consigli collegi, correzioni di compiti e verifiche a casa (che in teoria non si dovrebbero fare), incontri -:talvolta scontri – con i genitori e talvolta con il dirigente scolastico. Però, archiviate anche le risate in classe, le uscite energizzanti, l’atmosfera vivace di una classe dinamica. A fine anno, l’insegnante come un bravo giardiniere raccoglie i frutti della sua semina. Che a volte arrivano tardivi e imprevisti, come succede a me quando vengo riconosciuta da un ex alunno – ora con barba e baffi – che mi riconosce (io non riconosco lui o lei) e osa dirmi che sono sempre la stessa! Bontà sua, di fuori non sono cambiata molto, mentre dentro sembra che concentri diverse persone. È un percorso vitale che affronto alleggerita e speranzosa che non mi capiti qualche accidente. Certo la docenza mi ha segnato parecchio e talvolta emerge lo stile professorale che non intendo far pesare. Dell’attività didattica mi è rimasta l’attitudine alla comunicazione, soprattutto scritta che spalmo nel mio blog verbamea, con qualche incursione in quello parallelo verbanostra dove sono una delle sei ‘dita rosate’ che rispondono al nome di Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Mi sono dilungata, ma per un buon motivo: arriverà il giorno in cui anche voi potrete attaccare le scarpette al chiodo, ovverosia archiviare il registro, cartaceo o digitale che sia. Al lavoro dell’insegnante si addice ‘La Politica del carciofo’ di Cavour: foglia per foglia, alla fine ne uscirà un’ottima pietanza!

Festa paesana

Quando posso evitare di farmi da mangiare è già una festa. Se poi il cibo è buono, costa il giusto ed è preparato a vista la festa raddoppia, anzi triplica! È corroborante consumarlo all’aperto, su una panca in compagnia di compaesani e foresti oggi 8 settembre 2024, mentre suona la banda e le majorette sfilano per il centro di Castelcucco. Scambio due buoni food truck per la consumazione di gnocchetti sardi al ragù e una quaglia, cui aggiungo di tasca mia le patatine fritte: menu squisito! Mariangelo Menegazzo e consorte posano gentilmente davanti allo spiedo dove in cinque ore, con il contributo dei volenterosi colleghi portano a puntino la carne delle quaglie. Condivido il tavolo posizionato sulla strada – chiusa per l’occasione – con Lucia Zanchetta che a suo tempo mi ha fornito le notizie trasferite nel mio romanzo Passato Prossimo, ambientato a Castelcucco negli Anni Settanta e dedicato ai miei compaesani. La festa odierna celebra il 150esimo anniversario del permesso di Ostaria al locale che oggi è Hotel Montegrappa, prelevato da Giovanni Zanchetta nel 1964 dove la piccola Lucia approdò a tre anni dal Venezuela con i genitori là emigrati, due sorelle e l’amata nonna Marta. Per sette anni l’ambiente fu gestito dai suoi cari, ceduto poi alla famiglia Bolzon che tuttora lo mantiene e conta di trasmetterlo agli eredi. Lo specchio di una comunità operosa e vivace, con artigiani descritti nelle loro abilità. Tutto vero, meno una storia d’amore inventata per esigenze narrative. Ma per saperne di più, chi desidera leggere il libro può trovarlo in Municipio. Una mostra fotografica allestita nella saletta conferenze ripercorre il vissuto dell’attuale ristorante, mentre attrezzi dell’epoca in mostra a lato della strada consentono un tuffo nel passato che sembra molto lontano, ma è dietro l’angolo. Prodotti locali sono a disposizione dei buongustai e la mostra di oggetti artigianali addolcisce gli occhi. Mi colpiscono delle rose di rame che purtroppo non sono in vendita. Ma le sognerò stanotte.

Cronaca domestica

Oggi domenica, giorno festivo mi prendo una pausa dalla cronaca pesante e mi dedico a quella domestica. Non sono una brava donna di casa, ma una donna di casa che sbriga da sola le faccende domestiche principali, senza fare i fiorellini alle pentole (lo preciso perché mia mamma usava lucidarle con la paglietta di ferro). Di solito, mio figlio viene a salutarmi il sabato, così io passo l’aspirapolvere il giorno prima perché non abbia da ridire. Lui è precisino e molto più bravo di me, ma non vive con tre gatti e tre canarini che lasciano in giro peli e piume. Inoltre vivo fortunatamente da sola e mi prendo il lusso di dedicarmi a ciò che mi piace che è arcinoto ai conoscenti: scrivere! A proposito, ricordo che il blog verbamea ha compiuto quattro anni ed è aperto ad accogliere chiunque desideri rispondere al post quotidiano. Nulla da spartire con facebook. Gradito l’ampliamento anche del blog parallelo verbanostra, con le sei penne che lo nutrono. Al momento è un po’ sottopeso e vorrei si espandesse.Tornando ai gatti e alle loro abitudini, bevono in una scodella rosa posizionata ai piedi del frigorifero in cucina. Ovviamente non è l’unico punto di ristoro, ce ne sono altri disseminati per casa, ma questo lo tengo sott’occhio. La scodella era di mia mamma che aveva una simpatia esagerata per il rosa – da piccola mi vestiva sempre di questo colore – e per me ha un valore simbolico. A forza di acqua, si è formato all’interno un cerchio grigio dovuto al calcare e non è dignitoso per i miei commensali felini dissetarsi colà, pertanto intervengo. Con le mie scarse competenze domestiche, svuoto la scodella di acqua e la riempio di aceto, anzi Brillaceto e la lascio tranquilla per un po’. Dubbiosa sul risultato, quando vado a controllare constato che l’idea ha funzionato! Una bella sciacquata e la scodella rosa è tornata all’antico splendore, con soddisfazione reciproca, mia e dei gatti.

Valentina, nata Fabrizio

Ancora un po’ assonnata, a ridosso delle sette accendo il televisore. Di spalle mi giunge una voce maschile e quando mi giro vedo la capigliatura bionda di una persona intervistata: si tratta di Valentina Petrillo, nata Fabrizio, 51 anni, atleta velocista paralimpica ipovedente, transgender. Giusto ieri sul settimanale il venerdì leggevo a pag. 39 un breve articolo di Claudia Arletti che la riguarda ed ora integra le sue parole al microfono. Sono andata a rivedere sul dizionario il significato di transgender: atteggiamento che combina caratteristiche del genere maschile e di quello femminile senza identificarsi interamente e definitivamente in nessuno dei due. Orbene, Petrillo, sposato e con un figlio, ha affrontato la transizione a 40 anni, affrontando un percorso difficile e doloroso. Niente operazione chirurgica ma assunzione di ormoni, per cambiare vita e carta d’identità. Prima competeva in pista con gli uomini senza brillare; adesso con le donne ha stabilito primati. Ricorda il caso della pugile Imane Khelif. Mi viene da dire che madre natura a volte è troppo generosa, oppure distratta. Non ho competenza sullo spinoso argomento. Suppongo che chi è soggetto a trasformazione di genere debba sostenere diverse battaglie. Lo dimostra l’intensità delle parole che Valentina rilascia al microfono, veramente toccanti. Tra l’altro dice: “Hanno provato a distruggermi, ma io ho vinto la mia sfida… Nascere uomini non significa essere persone superiori o persone che vincono… Per favore, prima di parlare informatevi…Guardiamo avanti con ottimismo e felicità”. Beh, grande direi. Mi auguro che i suoi familiari, soprattutto il figlio vengano risparmiati dalle critiche malevole. A Valentina forza, coraggio… e complimenti!

Ragazzi respingenti

“Ragazzi respingenti” è l’espressione che sento usare da una specialista riguardo il profilo del 17enne, a giorni maggiorenne che a Paderno Dugnano (MI) ha massacrato la famiglia, la notte del 51esimo compleanno del padre. L’espressione è al plurale perché coinvolge diversi adolescenti autori di aggressioni e/o atti delittuosi, purtroppo frequenti. Evito di esprimermi sul tragico fatto, che concentra l’attenzione sull’autore, relegando nell’ombra le vittime: padre, madre, fratello 12enne. Rifletto sull’aggettivo ‘respingenti” che potrebbe aiutare chi ha a che fare con adolescenti difficili, quando non pericolosi, per se stessi e per gli altri. Premetto che non ho alcuna ‘patente” al riguardo, le mie sono considerazioni da mamma, insegnante e cittadina. Un altro aggettivo andrebbe sostanziato di esempi, quel ‘fragilissimo’ riferito al giovanissimo assassino, accomunato a ‘intelligentissimo’ quasi un ossimoro, figura retorica che combina due qualità in contrapposizione. Una stranezza che fosse stato rimandato in matematica dove eccelleva, tanto che la madre lo chiamava: “Il mio piccolo Einstein” che adesso sembra una beffa. Gli opinionisti dicono che per forza il ragazzo doveva aver dato segni di malessere per rimediare al suo stato, compiendo una strage premeditata anche nell’ora che non consentisse alle vittime, suoi affini di difendersi dalle 68 coltellate. I nonni hanno chiesto di vedere il nipote, nonostante siano stati privati di figlia, genero e nipotino: ammirevoli, grandiosi. Non so se e come sarà possibile recuperare questo acerbo assassino che ha tutta la vita davanti per farlo. Un esperto sentito per televisione ha definito il suo atto “suicidio senza fine”. Alle vittime cadute sotto i suoi fendenti è stata tolta ogni qualunque possibilità.

Santa Madre Teresa di Calcutta

Oggi 5 Settembre, Santa Teresa di Calcucca, Nobel per la Pace nel 1979, “Madre dei poveri” e Giornata Internazionale della Carità, non a caso legata a Lei, simbolo di solidarietà umana. La piccola suora originaria di Skopje – dov’era nata il 26 agosto 1910 – moriva giusto 27 anni fa, il 5 settembre 1997 a Calcutta, in India. Religiosa albanese di fede cattolica, ha fondato la congregazione religiosa delle Missionarie della Carità. Beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 viene canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016, nel Giubileo della Misericordia. È una delle persone più famose al mondo per il lavoro instancabile tra i poveri di Calcutta. Per me è stata una fonte quando insegnavo perché ho attinto varie volte ai suoi Pensieri per farne riflessioni con gli studenti. Quindi è stata anche una scrittrice che ha seminato saggezza e validi consigli, con uno stile immediato ed efficace. VIVI LA VITA è probabilmente l’inno che condensa il suo pensiero, espresso in 18 frasi incoraggianti. Mi soffermo sulle tre che ritengo oggi più in sintonia con il mio spirito, ma tutte fanno da ponte per migliorare se stessi. Il secondo verso recita: La vita è bellezza, ammirala. Non ha bisogno di spiegazioni, ma senza dubbio di attenzione all’ambiente che ci accoglie e alla bellezza interiore delle persone. Io ci intravedo come destinatari artisti e santi. Al verso numero otto si legge: La vita è preziosa, abbine cura che raccomanderei soprattutto ai giovani che si immaginano super eroi e si imbarcano in imprese disastrose. Il terzultimo verso invita a rischiare, perché: La vita è un’avventura, corrila. Non credo che Madre Teresa avesse fatto studi di psicologia, pur avendo insegnato nella scuola per ragazze St. Mary a Entally, un quartiere di Calcutta centrale considerato vicino alla zona che ospitava le caste dei poveri e dei depressi dove Lei iniziò la sua attività. Piccola suora – 1.52 la sua altezza – dal cuore immenso. 🌹