Solitudine, vecchia questione

Assessorato alla Solitudine, ne avevo già sentito parlare. È attivo a Povegliano (TV), dal 2019 e rappresentato da Nicolò Valente, persuaso che “ce n’è bisogno”, perché sono sempre di più le persone a disagio, non solo anziani. Problema di vecchia data, la solitudine si è acuita dopo il covid. Tra i consigli per superarla e/o accettarla, trovo pratici i seguenti: Contattare almeno tre persone tutti i giorni, Evitare di riempire la propria vita di troppe attività, Usare con saggezza i social network… che in sintesi è ciò che faccio io. Sportelli per i ragazzi che vogliono parlare con qualcuno ci sono già in diverse scuole. Punti di ascolto per le persone in difficoltà scarseggiano, anche per una certa ritrosia a confidarsi con un estraneo, per quanto psicologo. Non vedrei male proporre letture ad alta voce nei pensionati e in altri luoghi di aggregazione, “perché i personaggi dei libri tengono compagnia”. Anch’io prima del covid avevo fornito ad anziani in casa di riposo la lettura di alcune mie poesie e racconti che era stata gradita, con reciproco scambio emozionale. Purtroppo tutto si è complicato ed accedere alle strutture adesso non è più tanto semplice. Ho dovuto farmene una ragione e riempire lo spazio-tempo da me stessa, trovando nella scrittura una buona compagnia. La solitudine, a volte, è anche piacevole. Quasi indispensabile per chi investe in cultura. Del resto non è stato scelto a caso il motto che accompagna il mio profilo WhatsApp: Beata solitudo, sola beatitudo = Beata solitudine, sola beatitudine, purché sia frutto di una scelta. Anche Seneca considera la solitudine una condizione che permette di fermarsi e di riflettere sulla propria esistenza. Un modo per staccare dal frastuono assordante del vivere quotidiano.

18esimo post a 4 mani: Salvataggio informatico da remoto

Quando il talento c’è, si espande anche da migliaia di chilometri, come il profumo intenso di un fiore (la distanza tra Milano e Australia è 13.812 km, oltre 22 ore di volo). Mi è successa una cosa sgradevole al computer. Sul più bello,, dopo aver sistemato le mie 40 (quaranta) cartelle del lavoro in cantiere, per tre quarti nero su bianco, d’un tratto me le vedo stravolte, trasformate e distribuite su tre colonne per pagina. Oibó, cos’è successo? Forse Pepita è passata incautamente sulla tastiera mentre mi sono assentata un attimo? Provo a chiudere la sessione di lavoro e mi viene posta la domanda sibillina: salvare – non salvare – annulla. Quello che ho scritto dallo scorso ottobre non è quantificabile in ore, meno ancora in dispendio di energie. D’istinto digito salva, ma così ho salvato il malfatto… non so ancora da chi, ma sembra lo smembramento di un’opera. Solo Manuel mi potrebbe salvare, ad averlo comodo, ma lui sta a Sydney. Colpo d’occhio all’orologio: qua sono le quattordici e là le dieci di sera. Mercoledì era il suo giorno libero e contava di completare il giro alle Blue Mountains ma mi scrive: “Ieri ha piovuto e ventato che metà bastava. Sono andato a fare compere… Dovevo cercare un pigiama e un maglione. Alla fine ho comprato una sciarpa e dei calzettoni”. Faccio un po’ fatica a immaginare che in Australia adesso è quasi inverno. Comunque gli ho risposto che ho recuperato il pigiama estivo, ma non il costume perché il tempo qui permane ballerino. Forse è ancora in piedi e provo a chiamarlo. Meraviglia: mi risponde e mi scrive: “Mandi una foto del misfatto”. Procedo e gli invio un paio di foto che documentano il minestrone verbale, seguito dal da farsi: “Ok, allora vada su Formato e selezioni la voce Colonne”, seguito da un paio di foto per mostrarmi la videata che dovrei vedere, cerchiato con verdino fosforescente dove dovrei intervenire e la scritta: “E in cima ci dovrebbe essere un 3 invece che un 1. Sul suo schermo”. Contemporaneamente alla lettura agisco, così in un battito d’ali mi ritrovo le 40 cartelle disciplinate. Gli manderei un vagone di muffin, se potessi. Quando gli chiedo cosa può aver causato ‘il mistatto’ risponde comprensivo: “Basta una combinazione di tasti per queste cose, tante volte” e magari dovrebbe tirarmi le orecchie o mozzarmi le dita. “Controlli che sia tutto in ordine e poi un bel salva”, operazione che faccio con grande sollievo. Penso che il salvataggio da remoto merita il post e glielo dico. “Non vedo l’ora di leggerlo allora. Io adesso scappo a nanna. Buon pomeriggio”. Io mi allungo sulla poltrona relax e ringrazio il Cielo di aver messo sulla mia strada un ragazzo tanto disponibile e capace. Anche dall’Australia!

Una vita tormentata

Da un po’ sui quotidiani leggo di Goliarda Sapienza (Catania, 10 maggio 1924, Gaeta, 30 agosto 1996), merito del film Fuori di Mario Martone, uscito di recente (il 20 maggio) con Valeria Golino, Matilda De Angelis ed Elodie. Intanto il nome insolito Goliarda, più usato come aggettivo con il significato di spensierato/scherzoso. La goliardia era un movimento medievale di studenti e intellettuali che vivevano in maniera un po’ trasgressiva. Poi l’hobby di Goliarda Sapienza che era scrivere. Anzi, nell’articolo che leggo sulla Tribuna di oggi, lei lo definiva “una follia”, nel senso che per scrivere era caduta in miseria. Il film, presentato in concorso al 78esimo Festival di Cannes parla della scrittrice finita in carcere nel 1980 per avere rubato dei gioielli. L’incontro con alcune giovani detenute sarà per lei un’occasione di rinascita che nessuno fuori può comprendere ma che le offrirà lo spunto per scrivere. Tra le opere più importanti della scrittrice: il romanzo autobiografico “Lettera aperta” (1967) e l’opera postuma “L’arte della gioia” (1998). Ma accattivanti sono anche i titoli dei romanzi “L’università di Rebibbia” e “La certezza del dubbio”. Definita dalla pedagogista e scrittrice Elena Gianini Belotti “una scrittrice in anticipo con i tempi”, oggi riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie Italiane, in vita le fu negata la fama. Tra le vicende personali, il carcere, la povertà e il tentato suicidio nel 1964: una vita travagliata che mi ricorda l’avventura umana di Alda Merini. Come spesso accade, artisti non apprezzati in vita, lo diventano da morti. Per fortuna, restano le opere. Nel caso di Goliarda Sapienza i suoi scritti.

Arte, digestivo serale

VITA DA ARTISTA: finalmente un programma agile dedicato all’arte. Lo conduce Jacopo Veneziani, giovane storico dell’arte e divulgatore che avevo apprezzato durante il programma di Massimo Gramellini “In altre parole”. Prima puntata di lunedì 2 Giufno dedicata ad Antonio Canova: esposizione spigliata e nel contempo accurata, con incursioni nel contemporaneo e breve intervista a un ospite. Avendo abitato a Possagno e con studi classici, qualcosa sapevo sul grande scultore neoclassico che era anche pittore. Ma rivedere la casa dove nacque, con le rose e il famoso pino messo a dimora dall’artista è stato emozionante. Ieri sera seconda puntata, dedicata all’artista Giuseppe Pellizza da Volpedo, autore del famoso dipinto “Il Quarto Stato” realizzato nel 1901, esempio di pittura sociale. Nella donna in primo piano con in braccio un bambino l’artista ha raffigurato l’amata moglie Teresa, morta durante il parto del terzogenito Pietro, morto poco dopo la nascita. Sopraffatto dalla disperazione, l’artista si suicidò impiccandosi nello studio di Volpedo il 14 giugno 1907, a neanche quarant’anni (era nato a Volpedo, provincia di Alessandria, il 28 luglio 1868). L’aspetto umano della vicenda mi scuote e viene stemperato dall’intervista del cantautore Carlo Pestelli. Il nuovo programma promette bene e mi propongo di seguirlo ogni sera, dopo cena. Dieci puntate, per conoscere altrettanti artisti, entrando nelle loro case. Manzoni, Carducci, Leopardi e Pascoli tra i letterati. Meglio di una lezione a scuola, stando a casa. Sarà un ottimo digestivo per la pesantezza della giornata.

Sapienza in sella 🚲

Oggi, Giornata Mondiale della Bicicletta. Se il tempo tiene, conto di farla uscire dal garage e farci un giretto. Non sono una patita delle due ruote, ma ammiro chi le usa per stare a contatto con la natura e fare esercizio fisico non agonistico, esclusi i ciclisti della domenica che circolano troppo disinvoltamente e diffondono l’ansia tra gli automobilisti. La Giornata fu approvata dalle Nazioni Unite il 12 aprile 2018, per sensibilizzare sui benefici sociali derivanti dall’uso della bicicletta come mezzo di trasporto e per il tempo libero. “Sapienza in sella”‘ potrebbe essere uno slogan per diffonderne l’uso, sicuramente compromesso nel mondo occidentale dalla prevalenza dell’automobile. Una rivale della bicicletta è la cyclette e anche la minibyke, consigliate per esercizio domestico e presenti in tutte le strutture che ospitano anziani. Penso ai miei contatti: due persone si spostano in bicicletta altrettanto che in macchina. Forse è solo una coincidenza, ma sono sensibili e aperte. A mia discolpa, posso addurre diversi motivi per avere poco usato la mia Fréjus rosa ridipinta di blu: poco tempo in età adulta, artrosi in età avanzata, strade trafficate, spazio minimo per portarci la spesa… Però ho un bel ricordo di quando portavo mio figlio piccolo sul seggiolino da agganciare al manubrio. I tempi sono cambiati ed ora è assai improbabile sentire qualcuno intonare “Ma dove vai bellezza in bicicletta”, cantata da Silvana Pampanini. Correva l’anno 1951 e la canzone era dedicata all’unica donna che partecipò al Giro d’Italia del 1924, la ciclista Alfonsina Strada. Mio figlio vorrebbe farmi provare la bici elettrica che lui usa al posto dello scooter. Saul lavora in palestra, io viaggio parecchio con la mente. A ciascuno il suo. 🚲

Giugno…e i suoi doni

Il sesto mese dell’anno ci porterà l’estate che per molti significa vacanze. In un saluto mattutino leggo “Benvenuto Giugno, il mese del mare, del grano, del sole, delle ciliegie…”, elementi accattivanti a poterseli permettere. Con le ciliegie di casa è andata male, ma ho ricevuto in dono un vasetto di marmellata di ciliegie nostrane, che da qualche parte non hanno subito i danni del maltempo. Il grano non mi compete, ma sta maturando. Il mare di Caorle e Bibione è là che mi aspetta: conto di andarlo a salutare entro fine mese. Da ieri il sole c’è e scalderà pure parecchio, mettendo in moto milioni di Italiani per il ponte del 2 Giugno. Io potrò finalmente godermi l’ombra del Glicine abbarbicato sui pali del gazebo di legno, una postazione privilegiata per osservare, leggere, scrivere. Poco fa ci ho steso il bucato, intriso della fragranza dell’ammorbidente. Per completezza, dovrei accennare anche agli aspetti negativi del mese: mosche, zanzare, scooter rombanti, rumori molesti e altre ‘amenità’ che sono una inezia, se paragonate a comportamenti pesantemente lesivi. Mi riferisco alla violenza digitale di chi (un insegnante!) osa minacciare la figlioletta della premier Giorgia Meloni che mi pare di una gravità enorme. Non si capisce perché, poi. Che il caldo dia alla testa? Nel mio privato, l’altra mattina mi sono presa da deficiente da un’ automobilista che voleva parcheggiare accanto al mio posto, senza aspettare che facessi la retromarcia, per evitare carezze alla fiancata, dato che si immetteva di tutta fretta. In quel frangente il sole era alto e forte. Vuoi vedere che l’alta temperatura favorisce i colpi di testa? mi sono detta. Quando ero in servizio, ricordavo spesso ai miei alunni che il verbo deficere – da cui deriva l’aggettivo deficiente – significa mancare, essere privo di. Pertanto alla signora nervosa al volante sicuramente facevano difetto la buona educazione e la pazienza, per affidarsi alla violenza verbale. Chi si cela dietro la tastiera per lanciare i suoi strali velenosi, più che un leone è un violento che si nasconde dietro l’anonimato.

95 candeline per il grande Clint!

Divo senza divismo: mi piace questa definizione di Clint Eastwood che oggi compie 95 anni, di cui 70 dedicati al cinema. “Mi fermerò quando non avrò più nulla da imparare” è il suo obiettivo, coltivato con invidiabile dinamismo. Musica la sua prima passione, è considerato una delle figure più rappresentative della cinematografia internazionale. Attore e produttore, nel corso della sua lunga carriera ha vinto cinque Oscar, sei Golden Gloobe e tre Davide di Donatello. Anche il suo privato è interessante: sposato due volte, ha otto figli (sei femmine e due maschi), il più giovane dei quali, Scott ha 39 anni e ha seguito le orme del padre come attore, mentre Kyle è musicista e compositore. Clint ha lavorato con Sergio Leone in passato in numerosi film western, diventando successivamente regista e produttore. Tra i suoi film ho presente “Milioni Dollari Baby” (2005), premiato per la regia e “Gran Torino” (2008), nella classifica dei migliori film del poliedrico artista; “Il texano dagli occhi di ghiaccio” è un film del 1976 diretto e interpretato da lui che ha gli occhi azzurri/grigi/verdi. Al netto dei film western, che non sono il mio genere preferito, apprezzo molto l’evoluzione dell’artista impegnato a trattare tematiche sociali e i contrasti della società americana con molta sobrietà. Ovviamente ne ammiro anche la longevità, vissuta ancora da protagonista. Ho una grande ammirazione per i grandi vecchi, ex giovani e adulti che si sono adattati ai cambiamenti del corpo, coltivando mente e spirito. Mi incuriosisce anche il contrasto tra il carattere “timido e scontroso” che gli viene attribuito e le molte opere cinematografiche riuscite. Un suggerimento per operare in profondità, senza perdersi in chiacchiere? Un dono di natura, frutto anche di un lungo lavoro su se stesso. Complimenti e Auguri, grande Clint!

Signora solitudine

Di prima mattina, dopo aver ‘foraggiato’ i miei tre gatti, mi occupo dei canarini, due coppie nella voliera piuttosto grande che sta in ripostiglio, accanto alla cucina. Per conciliargli un buon risveglio, accendo una radiolina che trasmette musica, stamattina la canzone “Bella signora”, testo scritto da Mario Lavezzi e Mogol nel 1989 e interpretato da Gianni Morandi. Il brano è noto anche col nome “Signora Solitudine”. Curiosa l’associazione vita in gabbia e lo stato di isolamento, lamentato oggigiorno da molti. Per fortuna uno dei due pennuti comincia a cantare e mi convinco che gradisca le mie attenzioni. Più tardi li porto sotto il portico per godersi aria e sole. Ho pensato spesso al testo della canzone, che è un invito a non piangersi addosso e convivere, se capita con lo stato di isolamento, purché non assoluto. Un po’ come capita ai canarini, privati della libertà cui fornisco qualche conforto. A tutti capita di vivere situazioni esistenziali pesanti, giovani e vecchi compresi. Forse sarebbe utile parlarne di più e magari cercare insieme soluzioni. Giusto ieri ho sentito da un opinionista che accettare di avere un problema è già averlo per metà risolto. Certo di primo acchito la solitudine fa paura, ma riempirla in qualche modo potrebbe dare sollievo. Ognuno dovrebbe per tempo pensare come: musica, lettura, pittura, scrittura, animali… quando la compagnia viene meno. Perché niente è eterno, volenti o nolenti le persone si dileguano. Un passaggio della canzone, a mio dire profonda dice: Parlami di te, bella signora/Del tuo mare nero nella notte scura/Io ti trovo bella, non mi fai paura/Signora solitudine, signora solitudine/. Una solitudine ‘affollata’ potrebbe essere un buon compromesso, assodato che “La peggior solitudine è non essere a proprio agio con se stessi” (Mark Twain).

Effetti (e difetti) dei social

Sul settimanale ‘il venerdì’ di Repubblica del 23 Maggio leggo due articoli ravvicinati e in apparenza contrastanti. A pag.62, “I nonni al cellulare invecchiano meno”, di Martina Saporiti; a pag.64, “Più siamo social meno saremo socievoli. Perché?”, di Giuliano Aluffi. Prima di entrare nel merito dei due testi, la mia scelta viaggia sempre equidistante dagli estremi, influenzata dal motto di Aristotele In media res stat virtus, ovverosia la virtù/verità sta nel mezzo. Riguardo al primo articolo, uno studio di neuropsicologi su Nature Humane Behaviour sostiene che il maggior uso della tecnologia è associato a una riduzione del rischio di declino cognitivo del 58 per cento, addirittura più dell’attività fisica (35:percento). Ne segue che gli srumenti digitali possono giovare in attività mentalmente stimolanti e sostengono le connessioni sociali. Personalmente sono d’accordo per la ‘ginnastica mentale’ ma ho dei dubbi riguardo le relazioni sociali. Nella comunicazione digitale si perdono molti segnali: espressioni facciali, gesti, toni di voce che allontanano l’empatia “emozione complessa che richiede tempo e attenzione” come sostiene il giornalista americano Nicholas Carr, autore del saggio Super Bloom. Le tecnologie di connessione ci separano? (Raffaello Cortina). Il volume consta di 316 pagine, per me troppe da leggere. Ma condivido il pensiero che i social media favoriscono l’ansia e l’insicurezza. “Trasformano la nostra identità in un contenuto da valutare attraverso il numero di like, commenti e follower”. Sono scomparsi i confini tra socialità e solitudine, da riequilibrare. Appropriato l’invito di tornare a rieducarci. Magari facendo una passeggiata in compagnia o una chiacchierata a quattr’occhi.

Una famiglia cancellata in pochi secondi

Non riesco immaginare un dolore più grande di quello di una madre che perde un figlio. Alaa Al-Najjar ha perso nove dei suoi dieci figli: solo pensarlo annienta la capacità di comprensione. Tra venerdì e sabato un raid israeliano fa strage in una casa a Khan Younis. Lei, pediatra all’ospedale Nasser era al lavoro. Salvi solo il marito Hamdi, collega e uno dei dieci bambini, Adam, ricoverato in terapia intensiva. Il più grande aveva 12 anni, il più piccolo meno di un anno. Quando ha visto i corpi carbonizzati dei figli, la dottoressa ha perso i sensi. Poi ha dovuto riconoscere i figli, prima di avvolgerli nel sudario, come si fa a Gaza, rimasta senza bare. Nonostante le incombenze legate a una grande famiglia, la dottoressa ogni giorno si occupava dei piccoli martoriati della striscia. “Un atto deliberato di insondabile brutalità contro i bambini, le famiglie palestinesi e l’umanità stessa” afferma il comunicato dei medici. Immagini terribili ci invadono ogni giorno e la cancellazione di un’intera famiglia non rallenta il genocidio. L’operazione lanciata dall’esercito israeliano solo una settimana fa non si ferma. I militari assicurano che stanno ‘solo’ cercando di spingere la popolazione nelle zone designate. L’area di Khan Yunis è una zona di combattimento pericolosa e i civili sono stati invitati a lasciarla. D’acchito io lo farei. Ma con dieci figli, la scelta di abbandonare il proprio ‘nido’ sarebbe decuplicata, omettendo l’amor patrio. Spero che rimangano in vita almeno i due familiari di Alaa e che lei trovi la forza di andare avanti. Cessi la guerra e avanzi la Pace.