Dei tre bar dislocati in piazza, uno è super affollato, l’altro è chiuso per ferie, il terzo non tiene i quotidiani. In cartoleria compero la Repubblica e mi dirigo al Montegrappa dove faccio la seconda colazione (la prima alle sei). Almeno oggi non mi litigo il giornale con altri clienti, dato che il quotidiano è mio. Mentre attendo la consumazione, mi soffermo sulla pagina dedicata agli spettacoli, dove riconosco una cantante sotto l’ombrellone: Giuni Russo, prematuramente scomparsa a 53 anni (Palermo, 7 settembre 1951 – Milano,14 settembre 2004). L’articolo, di Gino Castaldo, riporta il titolo “Quella brutta musica che in spiaggia copre il suono del silenzio”; sottolinea come le spiagge italiane siano flagellate da ritmi incessanti e a volume troppo alto “Perché il silenzio fa paura”. Il giornalista ricorda con nostalgia quando nel 1982 Giuni Russo cantava “Un’estate al mare”, firmata fa Franco Battiato e Giusto Pio, che ebbe un successo clamoroso e divenne un tormentone estivo. Nella parte finale del brano, un vocalizzo dell’artista riproduce il verso di un gabbiano. Non si tratta solo di una canzone estiva, in quanto il testo nasconde il desiderio di fuga dalla realtà e di riscatto sociale. In psicologia, il mare è un simbolo potente: può rappresentare la rinascita, l’ignoto e le emozioni intense. Il mare libera la mente. La voce di Giuni, che all’anagrafe si chiamava Giuseppina Romeo possiede un timbro unico e un’estensione vocale di tre ottave: una combinazione miracolosa. Buon Ferragosto a tutti!
Categoria: Emozioni e pensieri
Vigilia di Ferragosto
“OK. Per me l’estate è bastata. Possiamo anche finirla qui…??” è il testo che accompagna una vignetta di Schulz con il simpatico Snoopy, occhiali scuri e ombrellone chiuso sottobraccio che lascia la spiaggia. Vigilia di Ferragosto con 18 milioni di italiani in partenza per le ferie nel mese più caldo dell’anno, con temperature bollenti specie al Nord, con Bolzano a 35 gradi. La meta preferita rimane il mare, dove bollenti sono anche i prezzi per il caro spiaggia, e i balneari lamentano un calo di presenze. Certo in questo periodo non mi fa gola, per la folla, il traffico, eccetera. Di indole felina, mi sento a mio agio a casa, con i gatti e la ricerca della tranquillità. Scrivere il post e altro mi dà piacere ogni giorno. Viceversa riordinare è deprimente. Ad esempio, ho dedicato due infuocati pomeriggi a sgomberare il ripostiglio, stanza ‘cieca’ senza finestra. Ho la tendenza a tenere scatole e scatoloni, per offrirli come graditi giacigli ai gatti, senza considerare che rappresentano comunque un ingombro. Qualcuno mi serve per tenerci prodotti da bagno e per capelli che poi dimentico, cosicché per un po’ sono servita. Tra un cesto e un cestino, torna alla luce qualcosa di accantonato: un marsupio che usavo quando portavo in passeggiata Astro, che il Cielo lo abbia in gloria. Era un cane buonissimo, che andava d’accordo con i gatti. Mi ha fatto compagnia per quasi 18 anni. Non lo dimentico, perché un amico a quattro zampe è per sempre, vacanze comprese.
Bambini ucraini rapiti
[ ] Di male in peggio Ero in quarta o quinta elementare quando sentii per la prima volta parlare di rapimento di persone, in relazione al “Ratto delle Sabine”, fra gli episodi più antichi della storia di Roma, avvolto nella leggenda. Sicuramente il maestro Enrico Cumial – cui ho dedicato Dove i Germogli diventano Fiori – edulcorò la storia che dovette sembrarmi condita dall’amore, dato che era una necessità per i romani procurarsi delle donne per la procreazione. Anche Plutarco era di questo avviso. Ma dalla nascita di Roma, 21.04.753 a.C. ne è passata di acqua sotto i ponti. Per questo mi scandalizza la parola rapimento, specie se a danno di minori. 20.000 bambini ucraini sono stati deportati in Russia e Bielorussia durante la guerra. Una Ong ucraina denuncia che bambini ucraini deportati in Russia sono disponibili per adozione o affido, consultando un catalogo online. Quindi, bambini rapiti messi in vendita. Vorrei fosse una fake news, tanto è agghiacciante! Il ratto delle Sabine hu al confronto mi sembra una bazzecola. Dei 314 bambini ucraini deportati, 148 sono stati inseriti nei database di adozioni russe, con 42 già adottati o simil. La Russia nega. Non è nota la sorte dei bambini oggetto di compravendita.
Mia, una grande artista
D’estate, la televisione offre la possibilità di vedere in replica programmi trasmessi in precedenza. È il caso di “Io sono Mia”, film biografico del 2019 sulla cantante Mia Martini, all’anagrafe Domenica Rita Adriana Bertè. Nata a Bagnara Calabra il 20.09.1947 e morta a Cardano al Campo (Varese) il 12.05.1995, a 47 anni, in circostanze non del tutto chiarite, ufficialmente per arresto cardiaco. A trent’anni dalla morte, sentire questa artista anche nella mirabile interpretazione di Serena Rossi mi commuove. Condivido chi ha scritto: “Mia Martini non è stata soltanto una cantante. È stata una confessione in musica”. Paragonata spesso alla cantante americana Aretha Franklin per la potenza e l’espressività della voce, sul palco era dotata di carisma, ovvero sapeva trasmettere emozioni intense attraverso un’interpretazione viscerale. Contagiata dal canto fin da bambina, formidabile la scena iniziale del film con il padre – era professore e preside – che bruscamente le toglie dalle mani la spazzola usata come microfono. La canzone Padre davvero (1971) è una sintesi struggente degli ostacoli affrontati con il genitore che la voleva diversa, a modo suo. Da adulta è stata oggetto di invidia e maldicenze che ne hanno compromesso la carriera. Con la sorella Loredana, pure cantante ha realizzato un’intesa professionale, nonostante un rapporto conflittuale. Fidanzata per dieci anni con il cantautore Ivano Fossati, amica di Renato Zero ed altri artisti. Nel 1977 collabora con Charles Aznavour, un altro grande. Nel privato era fragile e malinconica. Restano brani indimenticabili: Minuetto (1973), E non finisce mica il cielo (1984), Almeno tu nell’universo (1989), Gli uomini non cambiano (1992). Quando la sento cantare, vorrei abbracciarla e dirle grazie!
Hikmet e il mare
Nei messaggi illustrati che mi arrivano di mattina c’è spesso il mare: ovvio, siamo in estate e molte persone lo scelgono come luogo della vacanza. Oggi, 10 Agosto è San Lorenzo, data legata ai sogni e alle stelle cadenti. Ritrovo questi due elementi nella poesia di Nazim Hikmet, che leggo sul tablet e riporto: Il più bello dei mari Il più bello dei mari/è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti./E quello/che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.// Dato che è domenica e che ritengo la poesia un bene dell’anima, ne azzardo una spiegazione, peraltro superflua perché il testo è di una semplicità spiazzante. Il mare è metafora della vita, simbolo di avventura e ignoto. Il valore sta nell’attesa del fururo, oltre le difficoltà e il tempo. Due parole sull’autore (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963). Anche il nonno paterno scriveva poesie in lingua ottomana. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico” è uno dei poeti più amati e conosciuti in Europa, tradotto in più di 50 lingue. Condannato a 28 anni di reclusione per avere “incitato alla ribellione” gli studenti delle scuole militari, negli Anni 50/60 divenne un simbolo della detenzione politica, durante la quale scrivere divenne la sua forma di resistenza. Fu liberato nel 1950, dopo 12 anni di durissima prigionia, grazie a un’amnistia generale. L’ho conosciuto da adulta, perché al Liceo abbondavano i classici. Ma il panorama letterario è cosmopolita e infinito. Come il mare.
Festa del gatto… e non solo!
Oggi 8 Agosto, Giornata Internazionale del Gatto, istituita nel 2002 dal Fondo Internazionale per il benessere degli Animali (IFAW). I ‘gattari’ di tutto il mondo sono in festa, me compresa. Insieme con questa ricorrenza, festeggio il compleanno di mio figlio, nato l’8.08.88: la data è speciale, anche se non l’ho scelta io. Riandando al momento della nascita, solo qualche ora prima, parlando con la mia amica Marta Piva in dolce attesa realizzai che si trattava di una data speciale. Il numero otto ha molti significati simbolici, spesso legati a concetti di infinito, equilibrio, rinascita e prosperità. In diverse culture e tradizioni, l’otto è considerato un numero potente e positivo, associato a sfere spirituali e materiali. Nel Taoismo è legato alle otto forze cosmiche e alle otto direzioni, rappresentando un movimento armonico e un ciclo eterno. Individui determinati sono nati in questo giorno, compreso Saul, mio figlio. Che per fortuna ama i gatti, quindi non si dispiacerà di condividere il compleanno con i gattari e le gattare, me compresa. Anzi, il suo feeling con i felini è ancora più apprezzabile, perché è allergico al pelo del gatto. D’altro canto, ho vissuto con i gatti da quando ero bambina. Grey, Pepina e Fiocco sono i miei conviventi. Auguri a loro e a Saul!
Fiori e Paesi
D’abitudine, leggo il settimanale all’incontrario, cominciando dall’ultima pagina, forse per assecondare una nota anticonvenzionale che mi attribuisco. Alle dieci di ogni sabato sono a Possagno da Lara, la mia parrucchiera di fiducia ormai da decenni. Mi precede una cliente abituale che legge il settimanale OGGI prima di me. Quando arrivo me lo passa, sapendo che lo cerco tra gli altri settimanali a disposizione. Dopo il lavaggio dei lunghi capelli, rimango sotto il casco circa quaranta minuti che mi consentono di sfogliare tutte le pagine, soffermandomi su quelle che mi interessano di più, specie le Rubriche di Don Antonio Mazzi e di Luigi Garlando. Per ultima rimane LA POSTA DEI LETTORI, cui risponde il direttore Andrea Biavardi. È con grande meraviglia che tra le Lettere del N°30 spicca la foto di Castelcucco dove abito, con il girasole in bella vista, inviata giorni prima in redazione. Questo l’antefatto: la giornalista Antonella Arcomano mi contatta e mi chiede l’indirizzo per spedirmi una copia omaggio, per avere segnalato un disguido. Mi confida che in passato ha abitato ad Asolo, poco distante da Castelcucco. Per ricambiare, le invio una foto del mio paese, pensando che sia finita là. Invece no, il direttore Andrea Biavardi apprezza lo scatto, con richiesta di pubblicarlo. Sono lusingata e incredula. Girasole e Castelcucco in bella vista. La foto risale a qualche giugno fa: stavo per uscire, poco prima delle otto quando fui attratta dalla visione del fiore che segue il sole, interposto tra casa mia e la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Impossible non immortalarlo. Grazie al direttore e alla giornalista di avere pubblicato l’immagine, diffondendo la serena bellezza del mio paese.
Anche i santi aiutano
Conosco diverse persone di nome Marta, una delle quali è diventata mamma per la seconda volta pochi giorni fa: a lei doppi auguri. Marta è uno dei nomi femminili più antichi, portato in Italia da oltre 61.500 persone. Deriva dall’aramaico “marta” che significa “padrona” o “signora”. Marta Piva era una cara collega mancata troppo presto. È anche il secondo nome della mia amica Lucia, e il nome ‘parallelo’ di Martina che giusto ieri sera mi informava che santa Marta è la protettrice delle ‘massaie’, sollevando dei dubbi sull’uso corrente di questo sostantivo. La cosa mi ha incuriosito e mi sono documentata. Il sinonimo più comune di massaia, termine effettivamente in disuso è casalinga o donna di casa, cioè di persona che come occupazione esclusiva o principale cura l’andamento della propria casa. In questi termini non mi si addice, perché la mia occupazione principale è un’altra. Magari sono massaia in qualche circostanza, tipo quando faccio i muffin o la marmellata. Comunque santa Marta di Betania, sorella di Maria e di Lazzaro è la protettrice di casalinghe, domestiche, albergatori, osti e cuoche, padroni di casa, ospizi: praticamente tutta la ristorazione. La figura di Santa Marta è associata alla vita attiva e all’ospitalità. Per questo molte congregazioni femminili e chiese sono intitolate a lei. In alcune località, come il paese di Marta (VT), Santa Marta è anche la patrona e viene festeggiata con particolari celebrazioni. Io mi limito a fare gli auguro di Buon Onomastico alle varie Marta che conosco. 🌻
San Celestino
Ultima domenica di Luglio, in due calendari su tre oggi è riportato San Celestino. Credo si tratti di Celestino V, quello che Dante mette nell’inferno perché lasciò il soglio di Pietro. Non sono un’esperta in materia, ma se corrisponde trattasi di Celestino, nato Pietro Angelerio nel 1215 a Sant’Angelo Limosano e morto a Fumone il 19 maggio 1296. È stato il 192esimo Papa della chiesa cattolica, dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, quindi tre mesi e mezzo. Non un gesto di ‘viltade’, ma di grande coraggio per dissentire dal potere esagerato e spesso inquinato del Papato di allora. Evidentemente Dante la pensava diversamente, comunque qualche dubbio deve averlo assalito se lo ha messo nell’Antinferno, tra gli ignavi. Eremita, si sentiva inadeguato per una carica tanto importante. Verso il 1264 fondò una congregazione di eremiti che da lui si chiamarono in seguito Celestini. A parte che il nome proprio rinvia al mio colore preferito, già da liceale avevo provato simpatia per questo personaggio, abituato alla solitudine e alla preghiera, che si sentiva inadatto al ruolo di Papa. Quindi la sua scelta, passata alla storia come ‘il gran rifiuto’ è stata del tutto coerente, sebbene inaccettabile per l’epoca. Quando il 28 febbraio 2013 Papa Benedetto XVI, ovvero Joseph Ratzinger ha dato le dimissioni, assumendo il titolo di ‘Papa emerito’, ho pensato a Celestino V. La causa addotta fu l’età avanzata e la mancanza di forze per continuare a svolgere il suo ministero. La scelta determinò grande sorpresa e clamore mediatico perché Ratzinger è stato il primo Papa in quasi 600 anni a dimettersi volontariamente. Per ulteriori approfondimenti, cedo la parola aglio storici.
Selfie mortali
Selfie pericolosi Sabato arriva presto. La mattina è dedicata ai capelli. Se non ho l’argomento su cui scrivere il post, devo cercarlo tra le pagine del settimanale Oggi, mentre sono dalla parrucchiera sotto il casco. Lo trovo a pag. 41, nell’articolo intitolato IL SELFIE È PIÙ PERICOLOSO DEGLI SQUALI che evidenzia la leggerezza di chi non bada al pericolo, pur di fotografarsi e quindi postare, in situazioni di pericolo. La rubrica è concepita sulla base di un dialogo tra una figlia e un padre, che ammette l’escalation di pericolosità, nonostante salutari divieti, talora ignorati. Vale ad esempio per il divieto di balneazione sul fiume Piave che ha già fatto delle vittime (come gli anni scorsi). Riporto la parte finale dell’articolo, che ironicamente – ma non troppo – suggerisce un’alternativa all’ignoranza colpevole, dato che centinaia di persone hanno finora perso la vita per avere ‘like’. “Ora dovremmo prendere provvedimenti contro i selfie. In alcuni luoghi, particolarmente rischiosi, ci sono già cartelli di divieto. Se la gente rinuncia al buon senso, bisogna costringerla ad indossarlo. Come le cinture”. Un tempo, non molto lontano si andava in moto senza casco e in macchina senza cinture. Anch’io mi adattai con difficoltà, ma ora è naturale indossarle. La società dell’immagine ci ha iniettato il bisogno di visibilità ad ogni costo che fa a pugni con l’individualismo diffuso. Una via di mezzo sarebbe auspicabile per una convivenza più serena.
