Morte annunciata

Mi spiace davvero che l”oppositore russo Alexey Navalny sia morto. Speravo non succedesse, anche se temevo sarebbe accaduto. La moglie Juliya dice: “Putin deve pagare”. Lyudmila, la madre del dissidente lo aveva incontrato durante una visita su appuntamento pochi giorni fa e lo aveva trovato “vivo, sano e allegro”, rinchiuso nella colonia penale ‘Lupo Polare’ nel Circolo polare artico russo. La sua colpa: avere denunciato la corruzione del regime di Putin. Non sono addentro al problema, ma d’impeto mi viene in mente che il Papa ha detto che la corruzione, il peggiore dei peccati fa “imputridire l’anima”. Nel dare la ferale notizia, nel titolo di diverse testate compare la parola ‘gulac’ che mi rammenta qualcosa di terrificante. Infatti il significato è “Campo di concentramento e di lavoro coatto per prigionieri politici in Unione Sovietica” che mi rimanda all’opera ‘Arcipelago Gulac’ di Aleksander Solzenicyn che ripercorre il periodo di dittatura comunista in URSS. Premio Nobel per la letteratura nel 1970, viene espulso dall’URSS nel 1974, dopo la pubblicazione nel 1973 di quello che è ritenuto il suo capolavoro. Non serve spiegare perché. Purtroppo ancora una volta la storia si ripete nei suoi aspetti peggiori. Senza inoltrarmi in questioni politiche, penso che Navalny era anche padre di due figli e marito di una combattiva moglie, cui mandava segnali d’amore, atteggiando le dita a cuore, come ho visto in tivù durante un servizio. A 47 anni aveva tutta la vita davanti, sacrificata per la sua opposizione al Cremlino. Vittima di avvelenamento, scongiurato dopo il ricovero e le cure in Germania, sarebbe rimasto là se avesse preferito salvare la pelle. Ma l’esigenza di denunciare il regime lo ha fatto ritornare. Se non è coerenza questa…

Giornata del Gatto

Da gattara qual sono, non potevo farmi scappare la Giornata Nazionale del Gatto, oggi 17 febbraio (anche se in concorso con l’8 di agosto). Ho parlato in altri post della simpatia che nutro per questo animale di cui ammiro molte qualità: indipendenza, eleganza, flessibilità, astuzia, curiosità…e anche il fatto che sia piuttosto indomito, nel senso che decide lui a chi affezionarsi. Il pensiero di Leonardo da Vinci rende magnificamente l’idea: “Il felino più piccolo è un capolavoro’. Cresciuta in mezzo ai gatti – ma anche cani e uccelli – coltivo da sempre una predilezione per questa creatura, condivisa da diverse mie amiche: Vilma, Sara, Valentina, Serapia, Erica, Antonietta, Elisa e Roberta, Adriana, Lina… e mi scuso se scordo qualcuno. Attualmente convivo con tre gatti, di cui ho già parlato: Grey, tigrata, sette anni, Pepita dal manto bianco-grigio, quasi due anni come Fiocco, rosso light, il più temperamentoso, per usare un eufemismo. Per fortuna, vanno d’amore e d’accordo. Mi offrono momenti di cinema domestico…e qualche preoccupazione quando sento qualcosa cadere dall’alto oppure non li vedo, imbucati in posti impensabili. Fiocco non si risparmia: entra nella lavastoviglie se non chiudo subito lo sportello, nel frigorifero – attratto dal prosciutto – passeggia sopra la tastiera del pc, sul bordo del fornello dove ha lasciato i primi baffi, totalmente sordo ai miei rimproveri e alla minaccia di mandarlo in collegio. Poi al mattino me lo trovo in bagno, sonnacchioso che comincia a fare le fusa appena mi vede. Pepita, molto affettuosa e obbediente diventa il cuscino sulle mie gambe di sera, quando sono distesa sulla poltrona relax. Ogni tanto allunga una zampetta per accarezzarmi, senza tirare fuori le unghie come invece fa Fiocco. Grey, timorosa e diffidente fa un po’ da ket sitter ai due micetti – che in realtà stanno sui cinque chili – ci gioca e li lecca, pratica che mi intenerisce perché mi fa pensare alle cure materne. Quindi è lei che scelgo per postare la foto su Instagram collegata al post odierno. Con tanti auguri ai gatti e complimenti a chi li ama (alle ore 17, a Pieve di Soligo inaugurazione della mostra fotografica ‘Cats in Venice’)

Da che parte stare

Non sapevo nulla di Sangiovanni (pseudonimo di Giovanni Pietro Damian, n. Il 9 gennaio 2003 a Vicenza), salvo averlo sentito nominare tra i cantanti esibitisi al teatro Ariston durante la recente kermesse canora, vista ‘di striscio”. Di primo acchito confermo che la mia preferenza va al testo ‘Pazza’, della Bertè che ritengo originale e interpretato con passione. Del giovane cantante veneto mi colpisce che abbia “rassegnato le dimissioni” per il momento, da tutti gli impegni legati alla sua attività di cantante perché “Non riesco più a fingere che vada tutto bene” e “Non ho le energie fisiche e mentali”. Noto al pubblico dalla partecipazione alla ventesima edizione di Amici di Maria De Filippi, al Festival di Sanremo è risultato penultimo in classifica. Il titolo del brano interpretato è “Finiscimi”. Sono andata a leggere il testo del pezzo, una storia di addio da cui estrapolo il passaggio: “Io non so come si controllano le emozioni” che è una confessione coraggiosa, direi profetica. Ma in positivo, visto che il giovane artista ha avuto il coraggio di fermarsi, anteponendo il suo benessere psico-fisici al successo. Se non è una mossa studiata a tavolino – chiedo scusa per la diffidenza – ritengo che il ragazzo abbia agito con molto buon senso, difendendo il diritto ad autogestirsi e a sottrarsi dai tentacoli dello star-system. Del resto, a 21 anni deve completare la crescita umana e ha tutto il tempo di costruire la carriera che preferisce. Nel mondo dello spettacolo, non è l’unico ad avere avuto un ripensamento e ad avere fatto un passo indietro, soprattutto in ambito sportivo. Oggi è tutto complicato. Le energie profuse nella realizzazione professionale sono soverchianti, a discapito dell’equilibrio interiore. Confortante che un giovane artista decida da che parte stare.

Il cuore protagonista

Giornata Mondiale delle Cardiopatie congenite e San Valentino: protagonista il cuore, in doppia versione. L’abbinamento mi sembra appropriato, anche se non ho argomenti da sostenere. Mi limito a dire che rifuggo dall’impronta economica che viene data alla giornata, mentre mi attrae la figura di San Valentino (da Terni, 176 d.C- 14.02.273) vescovo e martire cristiano. È il patrono degli innamorati e degli epilettici, invocato anche contro i dolori del ventre. Amava vedere i bambini giocare nel suo giardino e poi li congedava con un fiore. La letteratura religiosa lo descrive come difensore delle storie d’amore, specie se infelici; si racconta che abbia messo pace tra due fidanzati che litigavano, offrendo loro una rosa. La ricorrenza è celebrata oggi in buona parte del mondo e fu istituita da Papa Gelasio I nel 496 in sostituzione dei festeggiamenti per i Lupercalia in onore del dio Fauno. Dunque oggi l’amore è protagonista, in tutte le forme e sfumature. Ovverosia cena romantica in coppia, fiori e cioccolatini…ma anche una riflessione su uno dei legami più importanti. Non sono titolata in questo ambito, però caldeggio un’attività da fare insieme, senza intrusione della pubblicità: un piatto, un gioco, uno scritto, un disegno. Quando insegnavo, era tutto un passaggio tra i banchi di bigliettini e cuoricini, esuberanza espressiva che si stempera nel tempo; non sarebbe male recuperarla, almeno nella sua essenza. Per tornare al quotidiano, non mi sottraggo alla festa di San Valentino se qualcuno me lo ricorderà. I miei tre gatti mi amano abbastanza. Per non essere troppo out, ho comperato una confezione di fragole fatta a cuore e ho gustato tre frittelle ripiene di crema al forno locale: dolcezza assicurata! 💟

Arte salvifica

Un paio di giorni fa, precisamente venerdì durante la trasmissione Geo viene data la notizia di uno straordinario rinvenimento artistico a Rimini, città che mi è cara per diversi motivi. Lo storico e critico d’arte Alessandro Giovanardi racconta il ritrovamento di alcuni affreschi trecenteschi di scuola giottesca rinvenuti qualche mese fa nella chiesa di Santa Croce a Villa Verucchio, in provincia di Rimini. La scoperta “che fa tremare i polsi” si deve alla curiosità di Frate Federico, impegnato in piccoli interventi sopra al coro ligneo. Incuriosito, lega il cellulare a un filo e lo cala nella fessura tra il coro e il muro con la telecamera accesa e cattura l’immagine di un’antica pittura medievale del Cristo in Pietà, custodita in una nicchia. Gli esperti stabiliscono che l’opera è di Pietro da Rimini ed è uno dei più importanti rinvenimenti della storia dell’arte medievale. Intraprendenza di Frate Federico e fortuna hanno reso possibile la scoperta. Sullo stesso luogo circola una leggenda francescana: il chiostro della chiesa conventuale è dominato da un cipresso monumentale che si dice sia nato dal bordone (grosso e lungo bastone usato dai pellegrini) piantato a terra dal santo di Assisi, fermatosi qui a riposare e a pregare: un miracolo anch’esso di madre natura. Insomma, tra gli affreschi riscoperti e il cipresso gigantesco ci sarebbe materiale per scrivere un romanzo che la curiosità di Frate Federico rende intrigante. Che ci sia bellezza nascosta ovunque è incoraggiante, nel paese chiamato, non a caso il Belpaese. Sono 59 (da settembre 2023) i siti italiani patrimonio dell’umanità UNESCO e nessun altro paese al mondo ne ha altrettanti. Questo dato è motivo di orgoglio e fonte cui attingere per ossigenarci.

Lingua e cultura greca

[ ] Giornata Mondiale della Lingua Greca. Numerose iniziative a Torino, tra cui una caccia al tesoro e un reading di poesia contemporanea ispirata all’esperienza umana e artistica di Maria Callas. Mi piacerebbe riscontrare iniziative simili anche in Veneto perché la nostra cultura è greco-latina e dobbiamo molto alla civiltà ellenica. Studente di Liceo Classico negli Anni Settanta, devo al percorso di studi la mia formazione mentale ed umana su cui ho costruito quella professionale. Sintetizzando, avere approcciato la storia e la letteratura greca mi ha consentito di apprezzare valori quali la democrazia, l’amicizia, la tenacia, l’amore per il bello declinato in tutte le forme artistiche. A scuola avevo più dimestichezza con il greco che il latino, tanto che dopo la maturità acquistai un corso di greco moderno, con l’intenzione di andare in Grecia. Cosa che feci da adulta, durante una crociera in compagnia di mia mamma che rimane il viaggio più lungo effettuato. Mi resta il rimpianto di non averlo ripetuto, come desideravo per soggiornare in una delle isole greche senza fretta, assorbendone colori e umori mediterranei. Comunque credo che un po’ di Grecia alberghi dentro di me e quando capita rimedio all’assenza fisica con foto, video e quant’altro. In biblioteca a Bassano sulla destra dopo l’ingresso c’è la sala di lettura chiamata ‘Emeroteca’ dalla parola greca “emera” che significa oggi, più “teca” che sta per scrigno/deposito, quindi spazio destinato alla lettura dei quotidiani. Anzi, Emera è un personaggio della mitologia greca, la divinità primordiale che rappresenta il giorno. Mi piace il legame che c’è tra la nostra lingua e il greco. Molte altre parole, specie in campo medico-sanitario sono derivate, oppure create su base greca. Non voglio appesantire, lasciando al lettore curioso fare eventuali scoperte. Per oggi… buongiorno, anzi kalimera!

“Pazza” di Loredana Bertè

Premetto che non seguo Sanremo, però mi documento su come è andata l’indomani delle varie esibizioni. Del resto è quasi impossibile non essere aggiornati, dato che l’informazione sulla kermesse canora abbonda. Prendo atto della classifica dei cantanti piazzatisi dopo la prima serata e non mi dispiace affatto che in testa ci sia il brano Pazza, cantato da Loredana Bertè, sorella della grande Mimì/Mia Martini che ho amato e amo. Intanto il titolo del brano mi riporta al film drammatico intitolato ‘Pazza’ del 1987, interpretato da Barbara Streisand, uno dei più intensi e belli mai visti. La Bertè è uno spettacolo di suo, sopra le righe ma con coerenza. Certo a 73 anni la preferirei con un abito lungo, anziché in minigonna, mentre i capelli celesti le donano. Comunque è innegabile che sappia interpretare con intensità il brano della canzone definita autobiografica che rimane tra le prime cinque votate anche della seconda serata. Mi convince lo spirito d’indipendenza che permea il testo, l’orgoglio di rispondere in prima persona di salite e discese. Del resto Loredana riconosce di averne passate tante in circa 50 anni di carriera. Ho apprezzato ‘La signora del rock italiano’ anche come giudice del programma The Voice che riprenderà a breve. Tornando al testo della canzone Pazza, sottolineo i passaggi che preferisco: “Col cuore che ho spremuto come un dentifricio/E nella testa fuochi d’artificio” con immagini realistiche, mentre sfiorano la polemica sociale le frasi: “Prima ti dicono basta sei pazza e poi/Poi ti fanno santa/. La poliedrica artista nell’intervista a RayPlay ha confidato: “…io di solito mi odio abbastanza, ma ultimamente invece mi amo disperatamente. Essere normali per me oggi è la più grande trasgressione”. Grande Loredana!

Contro bullismo e cyberbullismo

7 febbraio, Giornata Mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo. È stata istituita a livello nazionale nel 2017, in concomitanza con il Safer Internet Day, ovvero la giornata per una rete più sicura. Il colore simbolo della lotta contro il bullismo è il blu (che è anche il mio colore preferito). Le scuole partecipano nel sensibilizzare contro il fenomeno che deriva il suo nome dall’inglese ‘to bull’ che significa usare prepotenza, maltrattare, intimidire, intimorire. Nella locale scuola media dove ho insegnato, durante la ricreazione gli studenti indossano un braccialetto di nastro blu realizzato da loro come simbolo contro il bullismo, si prendono per mano e alzando le braccia al cielo gridano: “No al bullismo”, sull’onda di un’energia positiva destinata a riprodursi. Tra l’altro, chiedere aiuto a insegnanti e genitori è uno dei modi per difendersi dal bullismo a scuola, che imperversa anche in altri ambiti. A proposito, la legge 910 punisce con un’ammenda da € 500 a € 2000 chi (genitore o esercente la responsabilità genitoriale) ometta di impartire al minore l’istruzione obbligatoria. Il che significa che l’educazione parte da casa e coinvolge i genitori che sovente scaricano sugli insegnanti responsabilità loro. Non voglio uscire dal seminato ma sento ancora addosso il ruolo di docente, dismesso nel 2015, mentre non posso eludere quello di genitore, per quanto di un figlio adulto. Sento parlare di ‘deriva educativa’ e mi auguro sia frutto di una valutazione fatta per eccesso. Certo il contesto non depone a favore, in qualunque ruolo oggi lievitano le complicazioni. D’altronde la prevaricazione è sempre esistita, basti pensare a Franti, il bullo del libro Cuore di Edmondo De Amicis, pubblicato per la prima volta nel lontano 1886. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma sul fondo rimane ancora molta zavorra.

Un Nobel da riscoprire

Quando leggo qualcosa che riguarda Grazia Deledda mi rianimo, perché la scrittrice sarda – unica italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1927 – accompagnò la mia maturità con il romanzo La Madre, cui seguirono diversi altri. La ritengo uno dei miei pilastri, di cui ammiro la capacità descrittiva insieme con quella introspettiva. A Scandicci (FI), nell’Auditorium Rogers, durante la rassegna culturale ‘Il Libro della Vita’, lo scrittore Marcello Fois ha ricordato ieri la Deledda, parlando del romanzo Marianna Sirca. Pubblicato per la prima volta nel 1915 a puntate su La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera fa parte di una trilogia che comprende altri due romanzi che sono L’incendio nell’oliveto e La madre, quest’ultimo a me molto caro come detto all’inizio e riletto varie volte. Viceversa, non mi ricordo granché della trama di Marianna Sirca, giovane di umili origini diventata ricca grazie all’eredità dello zio prete, innamorata del bandito Simone Sole. Destino, morte, solitudine e aspirazione alla felicità sono le tematiche esistenziali trattate dalla scrittrice, paragonata da alcuni critici agli scrittori russi. A mio dire, è una ritrattista di prim’ordine, attenta alle sfumature psicologiche dei suoi personaggi e a fotografare con le parole la sua amata isola dove ha ambientato quasi tutti i romanzi. Tra i più famosi: Canne al vento (uscito nel 1913), Edera, Elias Portolu, Cenere, Cosima. Riguardo alle opere, la critica la inserisce tra verismo e decadentismo, ma è più adeguata la letteratura sarda. Nata a Nuoro nel 1871 da una famiglia benestante, è considerata una autodidatta. Se ricordo bene, ripeté l’ultima classe elementare – privilegio per le bambine allora – perché ritenuta dalla maestra “intelligentina”. Dato il percorso fatto, per me è stata una femminista impegnata in ambito culturale, scarsamente considerata, nonostante il Nobel. Perciò ben vengano le iniziative che ci consentono di riincontrarla.

Cronaca grigio-rosa

Almeno di domenica vorrei scrivere ‘con leggerezza’, evitando aggiornamenti pesanti. Tuttavia mi devo ricredere, sia perché la reclusione in casa mi penalizza, sia perché la cronaca tracima, in questo caso di colore grigio-rosa. Mi riferisco a un fatto già notiziato per televisione, ripreso dal quotidiano la Repubblica di venerdì con l’articolo di Ilaria Carra dal titolo: Neonato abbandonato “La mamma è morta curate mio figlio”, scritto in arabo su un foglietto infilato tra le copertine. Il bambino abbandonato è un maschietto, trovato sul pianerottolo di casa da un 53enne egiziano, padre di quattro figli. È successo a Milano, in un casermone popolare gestito dalla Regione. “Qui c’è sempre qualche donna incinta, ogni giorno” dice chi ci vive. Non è la prima volta e temo non sarà l’ultima. La parte ‘rosa’ è che il neonato sta bene, quella ‘grigia’ riguarda l’abbandono. Mi chiedo se la madre sia effettivamente deceduta – potrebbe essere – oppure si tratti di un escamotage per ulteriormente impietosire. Comunque è duro accettare che succeda nel terzo millennio e a Milano. Sento che la denatalità avanza, ma come contrappeso anche il numero dei neonati abbandonati. Il decantato lieto evento non è scontato per tutti. Nascere in un contesto normale dovrebbe essere la prima accoglienza, eppure c’è chi parte svantaggio assai. Da madre, penso alla madre del piccino – augurandomi che sia viva – e anche al padre che ha dovuto ‘liberarsene’, soverchiato da chissà quanti problemi. Spero che il neonato trovi una brava famiglia adottante e che cresca senza la stretta dell’esordio triste. Chissà che nome gli daranno: Fortunato non sarebbe male.