Super luna di Ottobre

Non ho ancora fatto il cambio degli armadi, ma sto recuperando articoli di abbigliamento in linea con la temperatura, stamattina alle nove di dodici gradi. Ad esempio, una giacca si lana a quadretti su fondo verde che era di mia madre. Aveva la mia stessa struttura fisica e non mi dispiace indossare capi che le erano appartenuti. Serve a risparmiare e anche a mantenere un feeling con una persona cara. Sensori del cambio stagionale sono i miei gatti che da qualche giorno rincasano verso le 21.30 e poi si scelgono una poltrona per riposare. Fiocco e Pepita si acciambellano vicini, come quando erano piccoli – adesso hanno tre anni e pesano sui cinque chili – e mi fanno tenerezza, anche se il loro comportamento non è una scelta d’amore, ma suggerito dal bisogno di scaldarsi reciprocamente. Quando mi distendo sulla poltrona relax verso le 21.30, Grey si accomoda sulle mie gambe e comincia a ronfare. Di solito chiudo i balconi tardi, perché mi piace vedere attraverso i vetri le ombre che si allungano. Ieri sera ho un po’ tardato, e quando sono salita in camera, sono stata investita dalla luce lunare, uno spettacolo che mi ha suggerito la poesia Luna tonda e gialla che segue: La luna stasera/di novità è foriera,/tonda e gialla/sembra una palla/in mezzo al cielo blu./E tu che fai laggiù/donnina trafelata?/L’ imprevista domanda/per quanto ipotetica/mi ha raggelata./Mi fermo a pensare/cosa potrei dire,/mortificata di non /trovare le parole/giuste e doverose./Cosa vuoi che ti dica,/Luna confidente e amica?/ Mi prendo altro tempo/per una risposta esauriente,/ma su due piedi non mi viene niente.//

Solitudine e Creatività

“La briscola contro la solitudine” è il titolo del servizio in coda a 1Mattina News che mi fa iniziare la settimana col sorriso. A Perugia, Mara Bardellini pubblica sui social un invito per chi fosse disposto a fare un po’ di compagnia alla madre Maria, impossibilitata a uscire e privata di relazioni sociali. Questo il testo pubblicato: “Cerco compagni di briscola per mamma Maria, lei ama giocare a carte. In cambio offriamo chiacchiere e merenda, venite in tanti”. Ammirevole l’iniziativa della signora che si è impegnata per riempire i pomeriggi alla madre. L’appello è diventato virale e in molti si sono fatti vivi. Durante la trasmissione viene intervistato anche Stefano Zecchi, scrittore, opinionista e quant’altro che riconosce in questo caso la positività dei social. Io non so giocare a carte, ma mi piace scrivere. Prima della pandemia ero stata in qualche casa di soggiorno per anziani, a leggere poesie e racconti. Devo ammettere con reciproca soddisfazione. Conservo un fiore di carta che le ospiti di una struttura mi avevano regalato. Nel 2021 ho subito il primo intervento alle anche, seguito dal secondo nel 2024, per le preziose mani del dottor Giovanni Grano. Vado in palestra una volta la settimana e cammino q.b. Sono indipendente e autonoma. La solitudine non mi fa paura, la confusione sì. La casa è l’ambiente silenzioso che mi permette di creare. Salute permettendo, sono disposta a uscire ancora, per intrattenere – Gratis et amore Dei – chi volesse prestare orecchio alle mie storie.

Un ottimo raccolto

Di sabato mattina, prima di andare dalla parrucchiera Lara a Possagno, se dispongo di venti minuti faccio una puntatina al bar, giusto per sfogliare il quotidiano e prelevare una notizia su cui poi scrivere il post. In paese, al Viceversa mi capita una doppia gradita sorpresa: incontro Jenny Diaz e Nadia Torresan, due ex alunne che mi salutano cordialmente. Dopo circa trent’anni sono diventate due belle signore, mentre io sono la fotocopia invecchiata, ma somigliante di quella che ero. È sempre un piacere condividere con persone gentili esperienze del passato. Jenny è in uscita, mentre io sto per entrare: “Professoressa, non mi riconosce più? Sono la Jenny!”. In effetti riconosco la voce e anche la fisionomia che mi riporta alla ragazzina sudamericana che era. Adesso è madre di due figli, si è stirata i capelli neri e ricci che sono ora di un caldo marrone. Scambio due chiacchiere. Poi entro, prelevo Il Gazzettino e mi siedo vicino alla porta, concentrandomi sulle notizie. Si avvicina una cliente alta e bionda, vistosa, con un elegante spolverino bianco e si presenta: Nadia Torresan, un’altra ex alunna dei miei esordi professionali. Mi dice che legge sempre i miei post e sono molto compiaciuta di averla tra i miei lettori. Tra l’altro scopro che abita in paese, come Jenny. Mi sembra di raccogliere un tesoro seminato nel passato senza particolari aspettative. Parafrasando il mio libro Dove i Germogli diventano Fiori, è una grande soddisfazione constatare che il terreno fertile ha favorito un ottimo raccolto.

“Non c’è posta per te”

Accattivante la copertina del settimanale il venerdì con la cassetta postale rossa e il titolo “Non c’è posta per te” riguardo la prossima fine – il 30 dicembre 2025 – delle Poste danesi. Leggo con interesse l’articolo interno di Daniele Castellani Perelli, riandando con la memoria all’esordio lavorativo di mio figlio come postino, quasi vent’anni fa. Fu un “inizio con i fiocchi” perché nevicava e gli prestai la mia panda color pavone per raggiungere l’ufficio postale dove si trattenne circa tre mesi, a tempo determinato. Non ci fu un seguito, ma l’esperienza piacque a me e a lui. Adesso mi fa una certa tristezza pensare che in Italia il volume di lettere e cartoline, tra il 2008 e il 2023 è calato, anzi crollato del 68 per cento. Certo le email sono più veloci delle lettere, arrivano subito, sono gratis e fors’anche più ecologiche. Ma era bello trattenersi con Ermanno, il postino gentile che mentre mi porgeva la posta mi chiedeva come stavo. Era stato lui a far balenare l’idea a mio figlio ragazzino di fare da grande il suo lavoro. La digitalizzazione ha cambiato radicalmente le nostre abitudini. Ricevere adesso una cartolina è cosa rara. L’ultima me l’ha spedita Manuel da Singapore e la conservo come un cimelio. In uno scatolone in cantina ne conservo parecchie: di familiari, amici, compagni di scuola. Sono datate e forse dovrei privarmene. Però sono documenti di un tempo che ho vissuto e fanno parte della mia ‘avventura umana’. Chiudo, ricordando la canzone Una cartolina, di Marisa Sannia (1966). Da risentire. 📭

Attenzione ai piedistalli

Oggi faccio lavoro di imbastitura, non con ago e filo – con cui non ho dimestichezza – ma con tre articoli giornalistici riguardanti lo stesso argomento che lascio svelate al lettore. Di seguito riporto il titolo dei tre scritti in qualche modo collegati: Belluno: “una statua dedicata alla mamma”, il comune vota sì apparso sul Gazzettino un paio di giorni fa; l’articolo di Marco Consoli “Ritrovarsi madre senza averlo scelto” su il venerdì in corso e “Single è bello, ma singola lo è di più”, di Claudia Arletti, sempre sullo stesso settimanale. Il minimo comune denominatore è la donna, con o senza il ruolo genitoriale. Io sono una single con figlio, quindi mi sento parte in causa per dire la mia. Oggi per fortuna la donna si può realizzare professionalmente in svariati ambiti, con o senza figli. Penso alla simpatica Amalia Ercoli-Finzi, 88 anni, madre di cinque figli, ingegnera aeronautica; ma anche a Rita Levi Montalcini, che non ebbe figli e dedicò la sua vita alla Scienza fino alla morte, avvenuta a 103 anni. In tempo di denatalità, complimenti a chi fa figli, senza tuttavia enfatizzare il ruolo materno, in cui una persona può essere catapultata, come la protagonista del film L’attachement/La tenerezza, in sala dal 2 ottobre di cui parla l’articolo di Marco Consoli. Infine, io sono contenta di essere madre, ma più ancora di non essermi fatta imbrigliare dal ruolo materno. La persona è una somma di potenzialità che si armonizzano nella varietà. C’è posto per tutti, senza mettere sul piedestallo nessuno (che poi potrebbe cadere).

Omaggio a Grazia Deledda

Conosco Grazia Deledda dai tempi del Liceo e la mia ammirazione è rimasta inalterata. Ho letto diversi romanzi dell’unica donna italiana Nobel per la Letteratura nel 1926. Canne al vento è ritenuto il suo capolavoro, ma io preferisco La madre, romanzo intimista del 1920, uscito l’anno prima a puntate su un giornale. Del resto la grande scrittrice sarda (Nuoro, 27 settembre 1871- Roma, 15 agosto 1936) aveva iniziato giovanissima la carriera letteraria, pubblicando racconti su riviste, ottenendo il primo successo con il romanzo Anime oneste (1895). In età scolare aveva ripetuto l’ultima classe elementare non per demerito – allora le bambine non proseguivano gli studi – ma perché ritenuta dalla sua maestra ‘intelligentina”. Da autodidatta è arrivata al Nobel per la Letteratura, con la motivazione: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale”. Dal 1985 su Venere c’è un cratere dedicato a lei, grazie all’associazione americana “National Organization for Women”, onore che condivide con altre figure illustri della storia, delle arti e delle scienze. Attaccatissima alla sua terra, fu sepolta per suo desiderio nel cimitero del Verano in una tomba a forma di nuraghe. Successivamente, nel 1959 le sue spoglie furono traslate nel cimitero di Nuoro, nella Chiesa della Solitudine. La parola solitudine si addice bene alla Deledda, scrittrice riservata e attenta alle sfumature dell’animo umano. Attualissima direi: nel succitato romanzo La madre, la protagonista, madre di un prete innamorato di una parrocchiana muore in chiesa per il timore che l’intreccio venga svelato. Grande anima, accostata a Verga e agli scrittori russi. Da leggere e rileggere.

‘Anche i grandi piangono”

Maria Soave e Tiberio Timperi mi fanno compagnia di primo mattino con la trasmissione “Uno mattina” su Rai 1, in onda dalle sei per circa un paio d’ore. Nel mentre faccio colazione, rifocillo i gatti, apro gli scuri e ricevo i primi saluti sul tablet, uno dei quali mi ricorda che oggi è Santa Teresa, protettrice degli ammalati, dettaglio che si collega col seguito del mio dire. Se la notizia mi interessa, mi fermo e prendo nota. Oggi tocca a Vittorio Sgarbi (nato a Ferrara, l’8 maggio 1952) noto critico d’arte eccetera, del cui precario stato di salute avevo letto. Dopo il ricovero per depressione, ritorna in pubblico per votare nelle Marche, visibilmente provato, tanto che la figlia Evelina sostiene che il padre non sia in grado di amministrare da solo il suo patrimonio e quindi necessiti dell’amministratore di sostegno. “Anche i grandi piangono” è verità sacrosanta, ma non intendo parlare di Sgarbi, quanto piuttosto soffermarmi sull’amministratore di sostegno, figura coinvolta in diverse situazioni familiari con al centro una persona fragile. Ho rischiato di farlo anch’io per mia mamma, deceduta anzitempo. Sarebbe bene pensare in anticipo – nell’eventualità di averne bisogno – alla persona che potrebbe farlo, perché è possibile indicarla. L’uscita di scena è un argomento tabu, eppure da considerare. Nominato dal giudice tutelare, l’amministratore di sostegno assiste e rappresenta il beneficiario, tenendo conto dei suoi bisogni e desideri. Compiti non da poco, considerato che deve sempre rendere conto delle sue attività al giudice e alla famiglia della persona assistita. Argomento tosto ma vitale per diverse famiglie. Auguri a Sgarbi e a quanti ne hanno bisogno.

Il mio eden

• Maquillage in casa, non per capriccio ma per necessità. Ho fatto degli spostamenti nella cucina dell’appartamento e nella mia zona giorno, per consentire l’ingresso di una libreria che mio figlio ha smontato e rimontato da solo: 5 quadrati neri distribuiti su 5 file, sovrastati da tre piante verdi ricadenti che sono una meraviglia. Una è un Photos, le altre sono due esemplari di Chlorophytum comosum, volgarmente chiamato Falangio, parola di Serapia che se ne intende. Ignoravo che depura l’aria, assorbendo la formaldeide ed altre sostanze nocive. Mi fa piacere avere scoperto il pollice verde di mio figlio che ha acquisito e messo in pratica svariate abilità durante il trasloco di piante e masserizie. La ‘nuova’ libreria ha preso il posto del piccolo tavolo dove avevo distribuito i 13 libri della mia ‘collana letteraria’ che esporrò da qualche altra parte. Approfitto per ricordare che sta per uscire il quattordicesimo prodotto, Amici Inaspettati che mi tiene sulle spine. La nascita di un libro è pur sempre un evento! D’altronde è risaputo che come domestica sono una mezza frana, diciamo che coltivo altri interessi! Comunque tra piante e fiori ho imparato parecchio. Forse mi occuperò anche di orto a chilometro zero, complici pomodori e melanzane che dal vaso alla tavola sono un piacere. Sintetizzando, la mia casa è il mio eden.

Don Patriciello, un prete di periferia

Lunedì mattina destinato alla spesa, come da prassi a Fonte. Prima però mi fermo al bar Milady dove l’ordinazione avviene tramite un colpo d’occhio di Diego, perché sono una cliente affezionata e abitudinaria. Il cappuccino arriva con il decoro di un fiore sulla schiuma, ed è un peccato rovinarlo: verso lo zucchero a pioggia leggera e mescolo sul bordo della tazza, così da gustarmelo ancora qualche attimo. Un piccola gesto che mi bendispone alla lettura che si concentra su un altro gesto, purtroppo minaccioso ai danni di don Maurizio Patriciello, 70 anni, parroco di Caivano (Napoli), il “prete della Terra dei fuochi”. Vittorio De Luca, pregiudicato 75enne con problemi psichici ha consegnato un proiettile calibro 9 al prete anti-camorra, impegnato nella celebrazione dell’eucarestia nella chiesa di San Paolo Apostolo. Il titolo dell’articolo sintetizza il pensiero del celebrante: “Ho avuto paura per tutti i bambini. Tornano a sparare perché lo Stato c’è” e non ha dato l’impressione di arretrare. Anzi, don Maurizio ha più volte ringraziato il governo che “si sta impegnando come non era mai successo” ed ha scritto un post sui suoi social, invitando gli autori di due recenti “stese” a desistere. La parola stesa significa atto di violenza e intimidazione tipico della camorra e della criminalità organizzata. Alla domanda del giornalista su chi deve impegnarsi per salvare il Parco Verde – hinterland napoletano – don Maurizio risponde: “Tutti.Tutti noi. Nessuno può tirare i remi in barca o mettersi alla finestra a guardare”. Lunga vita a don Patriciello!

Il meglio deve ancora arrivare

Ultima domenica di Settembre, oggi trovo lo spunto per il post nell’ultima pagina del Corriere, nella Controcopertina, che titola: Al netto di cataclismi bellici (oggi preoccupanti) e sanitari (ricordate il Covid?), la sfida riguarda “4 i”: invecchiamento, immigrazione, impatto ambientale, innovazione. Ecco come potrebbe finire. I suddetti argomenti saranno oggetto di attenzione al PIANETA TERRA FESTIVAL, in programma dal 2 al 5 ottobre p.v. a Lucca, diretto dal professor Stefano Mancuso. Giunto alla quarta edizione, il festival si concentra su temi legati alla sostenibilità. Io non mi occupo di Scienza, ma posso dire qualcosa sul primo argomento, dato che sono serenamente in pensione dal 2015. Ho superato i 70 anni e mi considero una “giovane anziana”. Oggi il requisito anagrafico richiesto per la pensione di vecchiaia (con almeno 20 anni di contributi versati) è di 67 anni. Al di là dei numeri e delle varianti che influiscono sull’uscita di scena lavorativa – non ultimo lo stato psico/fisico – intendo dire la mia riguardo il periodo benedetto della pensione, che può essere vissuto come una stagione speciale, pur di arrivarci preparati. La sottoscritta si era preparata eccome alla pensione. Ricordo che pensavo al blog – mio intrattenimento quotidiano- a come farlo e gestirlo. Ai miei colleghi avevo donato un Diario dell’ultimo anno di servizio, sottotitolato Di buon grado me ne vado. Non tutti vanno in pensione a cuor leggero, pensando di non aver altro da dare o da ricevere. Ma si sbagliano, perché il meglio deve ancora avvenire!