E(state) a casa

Oggi è l’ultima domenica di primavera. Per la settimana prossima è anticipato il gran caldo: tutto nella norma, purché ci vengano evitati gli effetti collaterali legati all’afa. Dal solleone dovremmo avere imparato a difenderci. D’abitudine io mi sposto di mattina e mi riposo al pomeriggio, al riparo sotto il frondoso glicine o dentro casa, protetta dai due portici, uno a est e l’altro a ovest. Dell’estate mi disturbano i rumori, tipo il rombare dei motorini truccati, l’abbaiare fastidioso di alcuni cani, le tosaerba e le seghe in attività, mentre mi rilassa il ronzio degli insetti laboriosi come i bombi e le api. Il discorso cambia per zanzare e pappataci, al momento poco numerosi. Amando il silenzio, posso contare sulla discreta compagnia degli ospiti del vicino camposanto che talora diventa luogo chiassoso per incontri ravvicinati di scooter e biciclette, sebbene il paese disponga di un campo sportivo. Il rovescio della medaglia stagionale che apprezzo è rappresentato dalla luce, dal caldo, dai colori dei fiori, dalla verdura e dalla frutta che posso gustare a metro zero. Sto vigilando sulla maturazione di lamponi e mirtilli, ma mi dovrò accontentare di qualche albicocca, perché il mio generoso albero quest’anno si riposa. Com’è giusto, d’altronde, visto che c’è un momento per tutto, pausa compresa. Tra i progetti mi a breve termine c’è una puntata alle terme di Bibione con Lucia e Adriana, e imprimere una accelerazione al romanzo iniziato un anno fa. Non sento il bisogno di allontanarmi da casa dove ho tutto ciò che mi serve: spazio, piante e fiori, angoli ombreggiati, gatti (anche quelli dei vicini ), canarini, merli e tortore vaganti. Come ha rilevato Lisa, la mia natura un po’ solare e un po’ lunare ha bisogno di stimoli contrapposti che si armonizzano nel mio habitat. Del resto lo dico nella poesia Il mio eden, a pag. 61 della mia silloge Natura d’oro (disponibile su Amazon) che inizia così: Da piccola sognavo/ una grande casa./Da grande il sogno…

Lingua, biglietto da visita

Di mattina ho la radio accesa, mentre sbrigo un minimo di faccende domestiche, pensando a quale argomento posso trattare nel post odierno: potrebbe essere la Pet economy di cui ho sentito qualcosa mentre facevo colazione coi miei amici gatti… ma poi sento l’intervista radiofonica a Paolo D’Achille, nuovo presidente dell’Accademia della Crusca e ho trovato pane per i miei denti, come si suol dire. Per chi non lo sapesse, lAccademia della Crusca è il più importante centro destinato allo studio e alla conservazione della lingua italiana. È nato nel 1582 a Firenze, con lo scopo di separare il ‘fior di farina’ cioè la buona lingua dalla crusca. L’ Accademia mantiene come insegna il ‘frullone’ (strumento che serviva a separare la farina dalla crusca) e come motto il petrarchesco ‘il più bel fiore ne coglie’, contrassegni esclusivi delle sue pubblicazioni. Dopo questo doveroso ripasso, mi concentro sul contenuto dell’intervista, destinato alla qualità della lingua italiana oggi, definita dal presidente ‘informale’. Non posso che essere d’accordo. Come lui sottolinea, si legge meno, si fa uso di simboli ed emoticon, si dà meno importanza al bel parlare, con gli effetti del caso. Abituati a fare tutto di fretta, tendiamo a sintetizzare anche nella comunicazione che di conseguenza ne risente in qualità. Segno dei tempi, che non sono proprio trasparenti. Beh, per quanto mi riguarda, quando scrivo sento la necessità di essere chiara, senza tuttavia banalizzare l’espressione. Quando capita, attingo più al latino e greco che all’inglese per ‘colorire’ il mio dire, persuasa che la ricchezza della nostra lingua potrebbe stupirci anche di più, se ce ne occupassimo. Mi risulta che l’italiano sia più apprezzato all’estero che in patria, e se mi sbaglio son contenta. Certo la tecnologia con una mano dà e con l’altra toglie, bisogna sapersi adattare ai cambiamenti. Anch’io uso il computer per scrivere, ma formulo i pensieri con la mia testa. Esprimersi, parlare è una facoltà che ci distingue dagli animali, e ogni persona è irripetibile. Come parla e scrive, è il suo biglietto da visita.

Cuore e Giustizia

Leggo un’intervista al Ministro della Giustizia Carlo Nordio sul IL GAZZETTINO di Treviso di ieri: interessante e sorprendente, perché traspare l’uomo più che il politico, ex magistrato e saggista, coinvolto in questi giorni nella Riforma della Giustizia, nodo cruciale. A parte che il ministro è un gigante fisicamente ed è di Treviso (dov’è nato il 6 febbraio 1947), mi sono compiaciuta nel leggere che ama i gatti, come me e che tra le letture preferite pone i Pensieri di Blaise Pascal (Clermont, 19 giugno 1623 – Parigi 19 agosto 1662), mio riferimento culturale privilegiato dai tempi del Liceo quando trascrissi alcuni pensieri su un cartoncino, affisso poi sopra il letto. Mi è rimasto stampato “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Le ragioni del cuore sono uno degli argomenti più famosi della Filosofia. Tema sempre attuale, a mio dire. Tornando a Carlo Nordio, mi ha colpito la sua personale ricetta per la felicità, obiettivo che ritiene sacrosanto: scovare i talenti dentro di sé e coltivarli…magari ignorando l’invidia che ritiene un male sociale. Partendo dal presupposto che ognuno ha delle predisposizioni, concordo che vanno indagate e favorite, cosa che si fa a scuola con le attività di Orientamento in vista della scelta della scuola superiore. Per molti però la ricerca si ferma prima dell’età adulta, forse sopraffatti da necessità contingenti legate al mondo del lavoro, oppure alla creazione di una famiglia. Però la persona è in continuo divenire ed è soprattutto da adulti che serve una spinta per elevarsi: che sia arte, artigianato o volontariato va bene comunque. A proposito di arte, già gli antichi Greci avevano identificato in nove personaggi mitologici femminili le Muse protettrici di altrettanti ambiti espressivi dell’ingegno umano. La cultura da allora si è alquanto ampliata e tutte le branche del sapere hanno un loro protettore che le rappresenta. In assenza, sopperiscono i santi. Quale amante della natura e della poesia, a me sta bene il poverello di Assisi (se a lui non dispiace)

Inaudito!

Ecatombe è parola di origine greca che significa ‘più vittime’, etimologicamente ‘sacrificio di 100 buoi’, come quello offerto da Conone, militare ateniese dopo la vittoriosa battaglia di Cnido, 394 a.C. contro la flotta navale spartana. Quante storie ci restituisce il mare, più tragedie che ritrovamenti. Ecatombe è la parola più adatta per il naufragio avvenuto ieri nell’Egeo di un peschereccio con oltre 700 persone a bordo. Sopravvissuti circa un centinaio, corpi recuperati finora 60, si temono moltissime vittime. Partito dalla Libia e diretto in Italia, è l’ultimo naufragio di migranti tra i più drammatici di sempre, non è una tragedia ma un crimine contro l’umanità titola un articolo online. Al largo di Pylos, nel sud del Peloponneso, un cimitero di cadaveri nel Mar Mediterraneo. Per il Centro Astalli (è la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati): “manca la volontà degli Stati europei di istituire vie d’accesso legali e sicure per chi cerca protezione in Europa”. Non ho il quadro esatto della situazione e mi manca la competenza per prendere posizione. Se tante persone scappano, rischiando la loro pelle e quella dei loro figli, avranno delle buone ragioni. Ecco, mi dispiace assai riportare questi fatti tragici. Oggi è la Giornata Mondiale del Vento e avevo in mente di parlare di questo elemento della natura, protagonista della canzone “Io sono il vento”, interpretata da Arturo Testa che tanto piaceva a mio padre. Ricordo i versi: “Sono la furia che passa e ti porta con sé/Ho attraversato il deserto cercando di te/”, che mi elettrizzavano per l’energia. La considerazione che mi viene da fare è che il mare, il vento… dovrebbero essere degli strumenti per raggiungere il proprio benessere, non certo una tomba dove non si potrà sostare per rendere omaggio al defunto, anzi ai defunti: centinaia di persone, per lo più giovani con un vissuto difficile e presumo doloroso, in cerca di migliori condizioni di vita. Moltissime donne e bambini nella stiva. Inaudito! Non ho altro da aggiungere. 🙏

Che fine ha fatto Kata?

La sparizione di Kata/Kataleya, la bimba di cinque anni scomparsa nel quartiere fiorentino di Novoli sabato verso le 15 mi fa pensare alla sparizione di Angela Celentano, avvenuta il 10 agosto 1996 e ancora irrisolta. Mi auguro che per la piccola di origine peruviana, la vicenda si chiuda presto e bene. La mamma Katherine Alvarez per esigenze di lavoro l’aveva affidata allo zio che l’ha persa di vista durante la custodia. Si sospetta che sia stata rapita dal racket degli affitti. Un litigio per la stanza occupata dentro l’hotel Astor con un’altra famiglia di peruviani che vive nel medesimo stabile potrebbe essere la causa della scomparsa di Kata. Se fosse così, una guerra fra poveri. Il padre della piccola, Miguel Angel Romero Chicillo è in prigione, la madre è stata portata in ospedale dopo aver ingerito candeggina. Indagini sono in corso a 360 gradi. Su tutto questo orrore, il sorriso della bambina; due codini ai lati della testa le incorniciano il volto radioso. Chissà che pensi di essere protagonista di un gioco. Immagino lo stato della madre, perché era capitato anche a me, circa trent’anni fa di ‘perdere’ mio figlio per un paio d’ore. Ne ho già parlato. Estate, eravamo a Lignano. Passeggiata nei pressi della suggestiva Terrazza a mare, caldo pomeriggio. Alla rotonda ci fermiamo in uno dei bar che le fanno corona. Difronte c’è un bazar: mi viene l’idea di acquistare delle cartoline, farò in un un attimo. Intanto Saul è seduto e mangia un gelato. Detto, fatto. Quando esco, non lo vedo più. Lo chiamo, lo cerco nei paraggi: sparito! Angoscia dice poco. Mi rivolgo anche a un vigile in servizio. Ripeto tutto il percorso che eravamo soliti fare insieme, circa 300 metri, senza esito. Dopo un paio d’ore riappare miracolosamente per mano di un ragazzino che intendeva aiutarlo a cercarmi…mentre io cercavo disperatamente lui. Motivo della svista? Una coppa di gelato servita ad un altro tavolo lo aveva distratto, e lui aveva lasciato il suo posto per seguirla! Raccontata dopo trent’anni e risoltasi dopo un paio d’ore fa quasi sorridere. Un’angoscia indescrivibile, mai dimenticata. Coraggio, Khaterine!

“Che fantastica vita”

Il CORRIERE DELLA SERA di lunedì 12 giugno, a pag. 32 propone IL COLLOQUIO con Johnny Dorelli, pseudonimo di Giorgio Domenico Guidi, cantante e attore che ho molto apprezzato quand’era in piena attività. Nell’arco della sua carriera ha spaziato in vari campi dello spettacolo. Classe 1937 (nasce a Meda il 20 febbraio 1937) la sua ultima apparizione televisiva risale al 2018, nel programma di Fabio Fazio. L’articolo, frutto dell’intervista è di Walter Veltroni, che ho conosciuto come scrittore attraverso il romanzo “Ciao”. L’artista racconta la sua vita da quando sbarcò bambino in America, al seguito del padre tenore, e questo non è un particolare da poco. Infatti lì imparò la musica e cominciò a cantare, vincendo vari concorsi canori. Il cavallo di battaglia era “Maria Marì”, che il piccolo Johnny – che era milanese – cantava in napoletano e, nella parte finale, in americano. Il seguito è tutta una escalation, sul palco, alla radio e al cinema. “Ora, a ottantasei anni, mi riposo, guardo il mondo non ho nessun rimpianto” (parole sue). Interessante anche la vita privata di questo artista che ha avuto tre figli da tre donne diverse. Gli viene riconosciuta la gentilezza come caratteristica principale, virtù in via di estinzione dice l’autore dell’articolo, insieme con il senso dell’umorismo e l’autoironia. Beh, una bella vita e una luminosa carriera direi. Di lui cantante ho impresso il meraviglioso pezzo “L’immensità”, scritta da Don Backy che risento talvolta, mentre come attore lo ricordo grande interprete nella commedia musicale “Aggiungi un posto a tavola”. Ha scritto la sua autobiografia, accattivante già dal titolo: “Che fantastica vita”, scritta con Pier Luigi Vercesi. Il motivo lo dichiara lui stesso: Ho sentito il desiderio di parlare. Di raccontare qualcosa. Però ho detto solo la verità, non ho inventato nulla. Alla fine mi sono pure divertito”. Praticamente un collega!

Oggi… Mitologia

Ricordate le Muse? Le nove divinità femminili della mitologia greca. Erano tutte sorelle, figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria) e loro guida era Apollo. L’importanza delle Muse nella religione greca era elevata, in quanto rappresentavano l’ideale supremo dell’arte. Possono fregiarsi dell’appellativo di ‘Olimpiche’ come il padre stesso degli dei, la cui casa è l’Olimpo, abitando loro sui monti, vicino alle sorgenti sacre. (dettaglio: Il monte Olimpo, a nord della Grecia, tra la Tessaglia e la Macedonia, per l’importanza naturale e culturale, nel 1981 è stato dichiarato Riserva della Biosfera dell’UNESCO). Per motivi letterari, mi sto occupando della più giovane delle sorelle, Calliope, musa della poesia – in particolare di quella epica – cuggonosciuta anche come la Musa di Omero. Tra le Muse nominate per scritto, Calliope è dipinta come la più importante. Ma è doveroso ricordare tutti i nomi, come si trovano per la prima volta in Esiodo (che forse li ha inventati): Clio, Urania, Melpomene, Talia, Tersicore, Erato, Calliope, Euterpe e Polinnia. Per gli antichi greci erano le custodi della cultura e delle arti. Grazie al loro canto, permettevano ai grandi avvenimenti di non venire dimenticati. Ognuna presiedeva un ambito artistico, come di seguito: Clio, ispiratrice della storia; Urania è la patrona dell’astronomia; Melpomene presiede alla tragedia; Talia è la musa della poesia pastorale e della commedia; Tersicore, la musa della danza; Erato, la musa della poesia d’amore; Calliope, come già ricordato è la musa della poesia epica; Euterpe è la protettrice della poesia lirica; Polinnia presiede alla geometria e all’oratoria. Tornando a Calliope, è la madre di Orfeo, il poeta per eccellenza, la personificazione del canto. Per ogni poeta, sia greco sia latino, oppure più moderno (lo fanno Dante e Foscolo) divenne quasi un obbligo iniziare la propria opera artistica con un’invocazione alle dee delle arti, che infondevano ispirazione e forza alla composizione nascente. Prossimamente lo farò anch’io.

Proposte rivitalizzanti

Il sabato mattina mi assento da casa. È un’abitudine che mantengo da quando sono in pensione. Ho appuntamento fisso con Lara, la mia parrucchiera che fa parte dei miei contatti speciali. I capelli lunghi sono esigenti, esigono attenzioni particolari, ma poi non ci penso più per tutta la settimana. Torno verso mezzogiorno, di solito affamata perché prima non riesco a infilarci la puntata al bar con annessa lettura del quotidiano. Accendo il televisore sul primo canale dove prendo atto di una iniziativa a carattere culturale-religioso che trovo interessante: la “Lunga notte delle chiese” in città e sul territorio, venerdì 9 giugno a Padova, per il quinto anno. Partecipazione gratuita, su prenotazione che vede alternarsi un programma musicale e uno teatrale, dal tardo pomeriggio fino alle 24, con la proposta “In cerca di armonie” nella chiesa di San Gaetano, dove già la parola armonie fa intuire parecchio. Bene ha fatto la diocesi di Padova per favorire l’incontro tra momenti artistici, culturali e religiosi. Ritengo che le chiese sarebbero frequentate anche da chi non è praticante, se l’invito fosse esteso a tutti, indipendentemente dal credo. Mi viene in mente il fortunato film ambientato in un convento americano dove la finta suora, interpretata dall’esuberante Whoopi Golberg riesce a riempire la chiesa con il coro delle sorelle/attrici. Si tratta di una commedia musicale, del 1992 che ebbe un enorme successo, grazie anche al messaggio innovativo. Ritengo che sarebbe arricchente per lo spirito di chiunque sentirsi invitato a un banchetto culturale nel luogo dello spirito. D’altronde le chiese racchiudono dei patrimoni d’arte per dipinti e sculture. Inserirci altre espressioni artistiche, quali la poesia, il teatro, la musica (diversa da quella religiosa che già c’è) ed altre manifestazioni dell’ingegno non può che vitalizzare l’anima.

Tempo di Ortensie

Le Ortensie stanno prendendo colore. Nel giro di pochi giorni si sono vestite di vari toni: un cespuglio è sul rosa, un altro azzurro e quello che mi piace di più è variegato, multicolor. Sono posizionate a lato della cucina, così quando esco le noto. Si sono espanse parecchio; il gruppo di testa si è infilato tra le tavolette della recinzione cosicché quando entro con l’auto sono costretta a sfiorarle. Ieri ho tagliato le più espanse e ne ho fatto un bouquet che mi godo in casa. L’ Ortensia è un fiore che prediligo, anche se priva di profumo, anzi questo per me è un valore aggiunto perché le note intense mi danno fastidio. È il caso del Gelsomino: gradevole all’inizio della fioritura diventa però pesante dopo quando il profumo iniziale si trasforma in afrore. E io sono circondata dai Gelsomini dei vicini. Tornando all’Ortensia, mi attrae la sua capacità di cambiare colore, di virare da una tonalità all’altra. So che dipende dalla composizione del terreno, che si può modificare correggendone il ph, ma a me piace vedere come se la cava la pianta di suo, mischiando le tonalità. Praticamente la considero un buon esempio di ‘resilienza’, visto che deve usare ciò che ha…tra i piedi, ovverosia tra le radici, per darsi un aspetto attraente. Niente maquillage esterno, tutta creatività sua. Inoltre i fiori durano a lungo, se non recisi. E una volta seccatisi, possono fare compagnia ancora, da soli oppure in composizione con altri vegetali. Infatti ho dei capolini in studio da un bel po’ e non intendo privarmene perché sono vecchi. Chiudo con due parole sul nome femminile Ortensia: è un nome gentilizio latino che deriva da Hortensia, il cui significato è ‘coltivatrice di orti/di giardini’. L’onomastico cade l’11 di gennaio. Niente male portare il nome di un fiore così bello. Dovrò usarlo in uno dei miei racconti.

Hobby e hobbies

Ho vissuto vent’anni in appartamento e da oltre vent’anni vivo in una casa di proprietà, dove posso dedicarmi ai fiori e anche a qualche esperimento orticolo. Confermo che coltivare l’orto è ‘svago’ da pensionati che non avrei potuto permettermi quando insegnavo, avendo compiti e verifiche da correggere a casa e frequenti riunioni pomeridiane. Adesso potrei, ma coltivo più volentieri l’hobby della scrittura, com’è noto a chi mi conosce e poi mi occupo di piante e fiori, che necessitano di cure continue. Ad esempio, la pianta di limoni che sono riuscita a far rinascere grazie ai lupini, è stata colpita dalla cocciniglia che non sapevo manco cosa fosse. Per evitare di somministrarle un prodotto chimico per risolvere il problema, ho cercato informazioni sul web, che ho trovato in una soluzione di acqua e alcool da spruzzare sulle foglie e sui rami (provvisti anche di acuminate spine). Con un pennello da tinta per capelli in una mano e spruzzino nell’altra mi sono dedicata al trattamento per una buona mezz’ora. Quando sono rientrata in casa, sapevo di alcool e mi pizzicavano le dita. Poco male, ho visto segnati molti limoncini e mi auguro di assistere al seguito della fioritura. Però oggi ho scritto poco, anche se cerco di mantenere il ritmo quotidiano del post. A mio dire, dovrei fare molto di più, non avendo che da servire gatti e canarini… però è anche vero che sono sola ad occuparmi di tutto, con orgoglio e un pizzico di fastidio. Vabbè, non si può avere tutto dalla vita, comodo e a portata di mano. Del resto mi attribuisco uno spirito felino e mi piace anche stare da sola. Il bar, anzi i bar – sono tre – è a un tiro di schioppo e quando voglio evadere dal mio eden (cui dedico una poesia a pag. 61 nella Silloge di fotografia e poesia Natura d’oro, disponibile su Amazon) basta che mi chiuda la porta alle spalle e faccia quattro passi salutari.