Premio Strega 2023

LXXVII Premio Strega 2023: vince Ada d’Adamo con il libro d’esordio COME D’ARIA (Elliot), vittoria postuma dato che l’autrice abruzzese è deceduta il primo aprile, a 55 anni, due giorni dopo l’annuncio della sua inclusione nella dozzina semifinalista dello Strega. Il titolo è un gioco di parole che nasce dal nome della figlia Daria. Nel libro la scrittrice racconta la nascita e i primi anni di vita della figlia, nata nel 2005, affetta da una grave malformazione congenita ed anche della sua malattia. Dato il contenuto duro, per ora non ho voglia di leggerlo, ma sono contenta che le parole della scrittrice continuino a farci compagnia. Mi auguro che per lei sia stato liberatorio mettere nero su bianco il suo dramma quotidiano, diventato doppio con la scoperta del cancro (nel 2017 le era stato diagnosticato un tumore metastatico alla mammella) ed il timore di perdere il contatto fisico con la figlia, a causa delle cure debilitanti. Ada riflette sulla beffa di avere una figlia che non controlla i suoi movimenti, mentre lei è nata per danzare (laureata in Discipline dello Spettacolo e diplomata all’Accademia Nazionale di Danza). Dettaglio: il libro era stato rifiutato da diverse case editrici. Mi colpisce il pensiero di un genitore riguardo la situazione di Ada: “I genitori dei figli (sani) non sanno niente” e lei precisa: “Quando hai un figlio disabile cammini al posto suo, vedi al posto suo…diventi le sue mani e i suoi occhi”. In sintesi, un libro testamento che potrà fare da guida ad altri genitori che convivono con la disabilità. Per tutti gli altri un monito a godersi il ruolo genitoriale in contesti normali, senza lamentarsi per le inevitabili difficoltà di quello che è ritenuto “Il mestiere più difficile del mondo”.

Teatro attivo

Mi trovo in cucina per non so quale impiccio e accendo il televisore, mentre è in corso la trasmissione Tutto il bello che c’è Tg2: mi colpisce un progetto di inclusione sociale e lavorativa che c’entra con il teatro, dal titolo accattivante “Medea in sartoria”, del gruppo “Le Donne del Muro Alto 2023”. Le parole “Medea” e “muro” bastano per incuriosirmi e indago. “Le Donne del Muro Alto” è un progetto nato nel 2013 all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, a cura della regista Francesca Tricarico, una compagnia teatrale fondata e portata avanti con ex detenute che ritrovano la libertà nel teatro. “Medea in sartoria” è il nuovo spettacolo che racconta la storia di donne all’interno di una sartoria clandestina. Un lavoro che parte dai grandi classici e che consente alle donne – altre Medee – di parlare dei loro problemi. Ti dà la possibilità di rinascere, di sentirti una donna libera è l’opinione di una delle attrici coinvolte. Lo spettacolo è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e interpretato per la prima volta, lo scorso maggio alla Camera dei Deputati. Medea è una tragedia di Euripide, andata in scena per la prima volta ad Atene nel 431 a. C. Moglie ripudiata di Giasone, si vendica compiendo una strage: tra le vittime anche i suoi figli, per impedire al marito la possibilità di una discendenza. Dramma della gelosia e della vendetta, purtroppo copiato nella realtà troppe volte. Quanto al muro, ho subito pensato al carcere, avendo tra le mie conoscenze una collega che ci ha lavorato. Trovo importante portare l’arte dovunque, a maggior ragione dove può essere strumento di autoanalisi e superamento di inciampi nel percorso della vita. Calarsi nei panni degli altri, anche in quelli stretti può aiutare a comprendere. La regista ha avuto un’ottima idea, direi costruttiva e salvifica. Le auguro di essere copiata.

Sentirsi in vacanza

Rombo di aereo lontano nel cielo e frinire delle cicale nel campo vicino casa: di primo pomeriggio è una meraviglia, nel breve silenzio della pausa meridiana. Un leggero stormire di fronde impedisce di cadere nelle braccia di Morfeo (il sonno). Noto con soddisfazione che stanno per sbocciare due Gladioli rosa nella striscia di terra davanti al portico a ovest, segno che qualche bulbo estivo non si è seccato, come l’anno scorso. Ne vedo abbozzato un altro, presumibilmente giallo, ai piedi del Ciliegio giapponese. Nell’aiuola metallica a nord, da ieri sta regalando maestosi fiori a campana un Lilium gigante: impossibile non fotografarlo, per avere un documento di tanta bellezza quando sfiorirà. L’abbaiare incerto di un cane rompe il silenzio, interrotto ieri dal trambusto di un trattore sul campo dove la terra è stata rivoltata. Mi sento in vacanza quando sto bene con me stessa e con gli altri. Mi chiedo quante persone abbiano sospeso la quotidianità per andare in vacanza, dentro e fuori lo stivale. Ne conosco alcune che si portano dietro un fardello di cose e di abitudini, per cui al ritorno sono più stanche di prima. Io non faccio testo perché mi muovo q.b. – come nelle ricette – e possibilmente non da sola, per non annoiarmi. L’ultimo soggiorno al mare, di una settimana scarsa, per recuperare la voce con le cure fatte alle Therme di Bibione risale al 2015, anno della pensione. Poi non ho replicato perché non c’è stato più bisogno di abusare delle corde vocali come succedeva in classe e mi sono data ai viaggetti in giornata e alla scrittura creativa. Quindi il mio obiettivo è cercare di sentirmi in vacanza, più che andare in vacanza, stato di benessere che mi viene da dentro, più che da servizi fuori. Però non nego gli extra culturali, specie se a chilometro zero come il Concerto della Società Filarmonica di Crespano (dove ho insegnato una decina d’anni) che stasera si esibisce in piazza a Castelcucco. Buona musica dunque, Giove pluvio permettendo.

A testa alta

Sul quotidiano mi cattura un titolo che mi riporta a un’iniziativa scolastica giusto di un decennio fa: “E’ libero l’uomo che sfregiò Lucia Annibali con l’acido. È stato espulso dall’Italia”. I fatti sono noti, ma sintetizzo: Pesaro, 2013. Lucia Annibali (Urbino, 18 settembre 1977, laurea in Giurisprudenza) viene colpita in volto dall’acido che la sfigura, per mano di Rubin Talaban, il sicario pagato dal suo ex fidanzato (che sarà poi condannato a 20 anni di carcere) che non accettava la fine della loro storia. L’ anno dopo il fattaccio, Rizzoli pubblica il libro “Io ci sono. La mia storia di (non) amore”, scritto a quattro mani dalla Annibali con la giornalista Giusi Fasano. Mi incuriosisce, lo compero e lo leggo con trasporto. Poi mi viene l’idea di leggerne qualche stralcio in classe ai miei studenti di terza media, durante l’ora di Cittadinanza. La proposta viene accettata e si genera un utile scambio di idee ed emozioni tra maschi e femmine. Qualcuno propone di scrivere una lettera alla vittima di tale oltraggio che viene firmata da tutti i componenti della classe. Da qualche parte ne conservo la copia. Per me una soddisfazione, destinata ad aumentare quando riceviamo la risposta della Annibali che ci ringrazia con un biglietto manoscritto denso di simpatia. Se cercassi nei cassetti della scrivania, oppure nella borsa di cuoio dove mettevo il materiale didattico credo che la busta di un tenue rosa mi verrebbe tra le mani. Forse lo farò. Mi interessa sottolineare il fatto che la sfortunata protagonista della grave aggressione è viva e vegeta, ha subito molte operazioni per dare al volto un aspetto gradevole, ha sopportato dolore e privazioni. Ma non si è arresa. Ex parlamentare, vive tra Roma e Firenze. Fa la ‘difensora civica’ e ha ripreso coraggiosamente in mano la sua vita. Può andare ovunque a testa alta. Il sicario, ottenuto lo sconto di pena è tornato in Albania, mentre il mandante Luca Varani deve scontare ancora un bel po’ di anni (speriamo).

Independence Day

Oggi martedì 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, la festa preferita dagli Americani. In America è l’Independence Day perché sancisce la conquista dell’indipendenza delle 13 colonie inglesi nei confronti della madrepatria Gran Bretagna, il 4 luglio 1776. Thomas Jefferson scrisse la Dichiarazione di Indipendenza Americana che il Congresso degli Stati Uniti approvò. La Dichiarazione tutela la libertà di parola, la libertà di religione, il diritto di detenere e portare armi (!), la libertà di riunione e il diritto di petizione. I diritti umani sono classificati in civili, politici e sociali. Tra questi ultimi trovano posto il diritto all’istruzione, all’abitazione, a un tenore di vita adeguato, alla salute e il diritto alla scienza e alla cultura. Qua mi fermo, perché non intendo farne una lezione. Tuttavia mi preme sottolineare che lo spirito è lo stesso della nostra Costituzione. Sulla parola indipendenza è stato scritto parecchio, giustamente perché è strettamente legata alla dimensione civica in ambito sociale. Però per me ha una valenza pure in ambito privato, perfino sentimentale. Provo a spiegarmi. Per sicurezza ho controllato il significato: ‘libertà da uno stato di soggezione anche economica (dalla famiglia o da altri), o una condizione non subordinata e comunque autonoma.’ L’indipendenza fisica ed economica sono chiare. Più complesso è avere e coltivare una indipendenza di pensiero, specie in una realtà pervasa dal convenzionale e spesso dall’opportunismo. Tra gli aforismi ho trovato una frase che rende l’idea: “Quando si comincia a pensare con la propria testa, si resta subito soli”. Personalmente non mi dispiace andare controcorrente, dopo aver molto ponderato da che parte stare, e sovente mi trovo equidistante dagli estremi. In ambito sentimentale, conosco persone che si sono rovinate la vita, per non aver saputo/voluto sganciarsi da rapporti affettivi pesanti, per la paura di trovarsi isolate. Ma la leggerezza è la via per l’indipendenza. Buon 4 luglio ai frequentatori del blog!

Educazione transgenerazionale

Corso di ‘giustizia riparativa’: non ne avevo mai sentito parlare e meno che mai per delle persone anziane. Nel caso specifico, una coppia di 78 e 75 anni – rispettivamente lui e lei – di Spresiano (TV) ha vessato la nipote con insulti e atti di violenza fisica perpetrati durante la convivenza con la giovane e la di lei madre, anzi ragazza madre. Temo che la precisazione serva a immaginare la situazione di degrado in cui è maturata la vicenda, ‘sfuggita’ ai servizi sociali. Denunciati infine dalla nipote, i nonni aggressivi sono stati condannati per maltrattamenti a tre anni, poi ridotti a due con sospensione della pena e obbligo di seguire un corso ‘di umanizzazione ‘. Non è mai troppo tardi anche in questo caso. Mi spiace parlarne, perché ho un ottimo concetto delle persone anziane, eccettuate le minoranze controcorrente. Non mi sono goduta i nonni, mancati troppo presto; ho conosciuto solo Adelaide, la nonna materna passata a miglior vita quando avevo dodici anni, una figura a metà strada tra una dea e una fata sofferente (in un paio di giorni perse due figlie giovanette, a causa del tifo). Le ho dedicato un racconto tra i miei primi scritti, nella raccolta Note di vita, opera esaurita. Ho trovato altre persone ‘grandi’ di riferimento, per lo stile di vita e per lo spessore morale. Ne ho parlato nella mia prima opera C’era una volta l’ostetrica condotta con sottotitolo piccole storie di donne grandi, anche questa esaurita, ma non il ricordo e la traccia lasciata dalle protagoniste. Poi è stata la volta dei miei due insegnanti: quello delle elementari e delle superiori, protagonisti del mio ultimo e penultimo lavoro (disponibili su Amazon). Per me l’anziano è un patrimonio e non riuscirei a scrivere un’opera con un senior negativo. In caso di ravvedimento però, potrei ripensarci.

Una fuoriclasse

Ho visto ieri sera sul primo canale il film biografico Sulle Ali della Musica, una produzione Belgio/Olanda del 2018, su Antonia Brico, prima donna a dirigere un’orchestra sinfonica e ad affermarsi a livello internazionale. Avevo letto di recente sul quotidiano riguardo questa donna talentuosa, con l’intenzione – poi sfumata – di dedicarle un post. La visione del film mi consente di rimediare. Nasce a Rotterdam il 26 giugno 1902 da madre olandese single, che si trova per strada dopo aver scoperto di essere incinta. Viene data in adozione a una famiglia che si trasferisce in California e le cambia addirittura il nome, ribattezzandola Wilhelmina Wolthuis. Cresce in un ambiente poco amorevole e ostile. A 10 anni mette per la prima volta le mani su un pianoforte…come rimedio al vizio di mangiarsi le unghie, modo con cui esprime il disagio. Ma il suo sogno non è quello di diventare una pianista, bensì dirigere un’orchestra. Si laurea nel 1923, ottenendo un secondo diploma all’Accademia Statale di Musica di Berlino come direttrice d’orchestra. Però detta così non rende minimamente il travaglio subìto da una donna di talento costretta a farsi strada in un mondo artistico prevenuto e maschilista. Contro l’ostruzionismo del suo ambiente, fonda nella sua Denver un’orchestra tutta al femminile. Per me l’orchestra è il più grande degli strumenti. Per un musicista significa quello che per un pittore è la tavolozza (parole sue). Antonia ha aperto una strada che sembrava totalmente preclusa alle donne. Oggi possiamo contare diverse direttrici d’orchestra, ma ce ne vorrebbero di più. Onore e gloria alle donne tenaci, capaci e coraggiose di tutti i tempi!

Benvenuto luglio

Ciao luglio… che devi il tuo nome al mitico Gaio Giulio Cesare, ti presenti meglio rispetto al tuo omonimo dell’anno scorso quando si boccheggiava per il caldo e la siccità. Stanotte ha piovuto e stamattina non guasta la manica lunga, mentre scrivo sotto il portico con gradevole temperatura di 19 gradi alle otto. Tutto benessere, finché dura… Si sa che rappresenti il cuore dell’estate quando molti respirano vacanza. Ad esempio studenti e professori. Licenziati quelli delle medie, adesso tocca ai maturandi, ma prima o dopo il cerchio si chiude, con buona pace di ciò che l’anno scolastico ha lasciato. Anche gli insegnanti vanno/andranno in vacanza ed io mi unisco al coro deigli Evviva per solidarietà e per condivisione. L’ elenco completo dei colleghi cui augurare buone vacanze, dal Veneto alla Sardegna sarebbe lungo, perciò mi limito ai docenti più ‘vicini’: Massimiliano, Adriana, Rossella, Paola, Valentina, Veronica, Lisa, Antonio … con estensione ovviamente a quelli che sono in pensione. So che non saranno tutte rose e fiori, sono abbastanza navigata da metterlo in conto… però, caro Luglio potresti fare il miracolo di restituire la piccola Kata ai suoi genitori. Per non parlare della guerra alle porte di casa che sta diventando una malattia cronica ingravescente. Purtroppo le disgrazie accadute non si possono rimediare, ma se distribuisci a pioggia un surplus di buonsenso, attenzione e prudenza si potranno limitare ulteriori danni. Da parte mia, mi tengo stretto quello che ho: salute, libertà, hobbies e buoni contatti. Se farai il bravo, può essere che ti dedichi una poesia! Calorosi Saluti!

Fiori e germogli

Manuel aveva promesso di portarmi a mangiare il sushi con la mia amica Lucia. Superato brillantemente un esame tosto, è successo. Ha scelto il ristorante giapponese Sakura, perché lo conosce e lo frequenta con soddisfazione. Il locale si trova a Bassano del Grappa – città dei miei studi liceali – e il nome Sakura indica il ciliegio giapponese in fiore, simbolo della fragilità, ma anche della rinascita. In Giappone assistere alla fioritura dei ciliegi è una vera e propria ricorrenza nazionale chiamata ‘Hanami’. A casa ne ho uno che durante la fioritura è una meraviglia. Particolare curioso, Ming, il titolare del Sakura è cinese, nato a Padova e parla in dialetto veneto, il che per me è rassicurante. L’arredamento scuro del locale induce al raccoglimento, ma le vetrate riportano soggetti orientali in piena luce. In uno è ritratta una geisha – artista e intrattenitrice giapponese – che mi riporta al mio costume di carnevale preferito, che soppiantò quello della odiata fatina. Credo che la simpatia per il Paese del sol Levante sia nata allora. Poi da giovane conobbi l’ikebana, l’arte di disporre i fiori recisi in vasi e ne feci un cavallo di battaglia in Geografia durante l’esame orale dei miei studenti di terza media. Per quanto riguarda la dieta, sapevo che alla base dell’alimentazione orientale ci sono il pesce e il riso, alimenti che consumo volentieri. Più volte ho sentito parlare di sushi, ma solo al Sakura ho potuto gustare e apprezzare, su consiglio di Manuel: Futomaki ebiten, Uramaki ebiten, Nigiri, Sashimi e Hosomaki. Una bella full immersion nella gastronomia nipponica. Non sono ancora pronta per il pesce crudo, ma quello in combinazione con il riso e l’alga è veramente ottimo. Sul piatto stretto e lungo mi sono stati serviti otto rotolini, metà dei quali scambiati con quelli ordinati da Lucia. Per imperizia, non ho usato le tradizionali bacchette, però Manuel che ha imparato a usarle a Singapore ci ha fornito le istruzioni. Una bella esperienza per il palato e per apprezzare caratteristiche culturali di un Paese attraente. Ringrazio Manuel, mio ex studente modello diventato ora mio paziente insegnante informatico e risolutore di svariati grovigli casalinghi. Parafrasando il titolo del mio ultimo libro Dove i Germogli diventano Fiori (disponibile su Amazon), un germoglio fiorito bene!

Rimettersi in gioco

Non era nelle previsioni che facessi la marmellata – il termine corretto sarebbe composta – con le mie scarse albicocche, dato che l’albero era stato generosissimo di frutti dorati l’estate scorsa. Ma Adriana mi ha offerto di andare a prenderne delle sue, mature al punto giusto e non trattate, così ho fatto incetta. Anzi è stata lei a raccoglierle e a riempire la scatola che mi ero portata dietro. Io intanto mi deliziavo a gustare i polposi frutti arancioni, staccandoli dai rami bassi comodissimi. Per non fare indigestione, ho pensato bene di unire le mie albicocche alle sue, sottoponendole alla solita procedura per la conservazione. Sul tappo dei vasetti poi scrivo ‘apricot’ più corto di albicocche per fare prima. Mentre mi applico, seguo il programma La Vita in diretta e sento che un altro gagliardo studente di 89 anni ha sostenuto l’esame di Maturità per diventare Geometra a Benevento. Si chiama Antonio Pastore, ex vigile del fuoco. In diretta il preside gli comunica il punteggio, 78/100: niente male! Ma è il dietro le quinte che merita una medaglia: la tenacia, la curiosità, l’amore per il sapere e la voglia di mettersi in gioco sempre, in qualunque momento della vita. Un esempio incoraggiante per chi si avvia sulla strada del tramonto che ho intrapreso anch’io. Finora mi tengo occupata facendo ciò che mi piace. Scrivere sul blog di attualità mi costringe a documentarmi su date ed eventi, il che è un allenamento mentale. “Spazi ovunque come il polline dei fiori trasportato dal vento della conoscenza” è il bel paragone che mi regala Pia. Poi rispondo ai commenti, alcuni pubblici e altri privati: una bella compagnia! Ma scrivo anche per mio conto, creando ora una poesia, ora un racconto. Inoltre ho avviato un romanzo, intitolato per ora Legami e ricami, una vicenda privata in parallelo con la guerra in Ucraina. Chissà se riuscirò a finirlo entro l’autunno!