Il 18 luglio 1918 nasceva a Mvezo Nelson Mandela, defunto presidente del Sudafrica che ha vissuto 27 anni in prigione per i diritti umani, l’uguaglianza e la promozione di una cultura di pace. Oggi è la Giornata internazionale di Nelson Mandela, istituita dalle Nazioni Unite nel 2009 in onore del primo presidente di colore, democraticamente eletto in Sudafrica nel 1994. Soprannominato ‘Madiba’ – dal nome del clan da cui è venuto – ha governato il Paese dal 1994 al 1999 quando abbandonò la vita politica, continuando ad impegnarsi nel sostegno per le organizzazioni che lottano per i diritti. È morto a 95 anni a Johannesburg, il 5 dicembre 2013. Al suo impegno politico si deve la fine dell’Apartheid e la nascita del nuovo Sudafrica ‘arcobaleno’ dove bianchi e neri possono godere degli stessi diritti. Aveva 71anni quando gli venne conferito il Nobel per la Pace nel 1993. Nel privato, si è sposato tre volte ed ha avuto sei figli, una articolata vita affettiva subordinata però all’impegno politico. Ho visto e rivisto il film Invictus – L’invincibile del 2009, diretto da Clint Eastwood con Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela che suggerisce una riflessione sul tema del razzismo. Interessante sapere che il titolo del film riprende quello della poesia di William Ernest Henley, che Mandela leggeva nei suoi anni di prigionia, per resistere ai soprusi quotidiani. Tra le frasi che pronuncia nel film, merita ricordare le seguenti che si commentano da sole: Io sono il padrone del mio destino. Il capitano della mia anima. Oppure: Un vincitore è solo un sognatore che non si è mai arreso. Da ultimo: Una buona testa ed un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. Grande lezione, grandissimo uomo.
Autore: Ada Cusin
Dalida…e basta
Che emozione vedere e sentire Dalida, pseudonimo di Iolanda Cristina Gigliotti (Il Cairo, 17 gennaio 1933 – Parigi, 3 maggio 1986) durante il programma televisivo Techetechetè, sabato sera verso le ventuno, in un’orario in cui di solito il televisore è spento. Meno male che l’archivio della Rai ci regala di queste sorprese: sempre apprezzata la cantante Dalida, di un fascino malinconico e di una bellezza statuaria. È tra gli artisti di maggior successo della storia della musica italiana, con circa 140 milioni di dischi venduti. Oltretutto la sento interpretare un pezzo che non mi ricordavo e che oggi risulta profetico: ‘NEL 2023’, cioè adesso nell’anno in corso. Non conosco l’autore del testo che impone una riflessione sul nostro tempo e quello che verrà dopo. Grazie alla ricerca della mia amica Lucia, apprendo che il testo è di Daniele Pace. Il brano americano che in origine si chiamava “In the year 2525” è cantato da Zager e Evans. Scritto da Rick Evans nel 1964, esce nel ’68 ed entra al n. 95 in America a giugno, ma è già al primo posto il 12 luglio, scalzando dal podio Elvis Presley, i Beatles e Steve Wonder. Tutt’altro che una canzonetta, personalmente mi fa venire i brividi. Riporto solo qualche verso, lasciando al lettore scoprire questo gioiello in musica. Adesso io mi domando se,/nell’uomo ancora esisterà/tutto quello che adesso ha/Nel 2023 io non ci sarò più/ma tu mi cercherai/nell’infinito//. Ecco, non so cosa provasse Dalida mentre interpretava questa canzone. Forse non immaginava che anch’io mi sarei connessa con lei, sperando di incontrarla nell’infinito. La sua storia umana mi ricorda quella di Mia Martini, un’altra grandissima interprete, sfortunata in amore come lei. Non so quanto la fama sia stata invasiva e pervasiva nella vita di queste due artiste, che meritano di non essere dimenticate.
Letture in vacanza
La copertina del settimanale il venerdì di Repubblica di questa settimana inneggia a un hobby praticato soprattutto in ferie: la lettura. Sul fondo verde chiaro campeggia un volume color mattone bordato di giallo che ha per titolo IL MIO LIBRO PER L’ESTATE, con sotto i consigli (che si trovano all’interno) di una trentina di persone, una super-babele da cui scegliere cosa mettere in valigia, come enuncia il sottotitolo dell’articolo interno di Corrado Augias LEGGO DUNQUE VIAGGIO. A mio dire azzeccato il titolo, perché leggere consente di fare un viaggio interiore anche restando a casa. Pia, una mia affezionata lettrice mi ha girato il pensiero di Mason Cooly che calza a pennello: Leggere ci dà un posto dove andare anche quando dobbiamo rimanere dove siamo! Ho letto l’articolo e pure i consigli. Dato che “i buoni libri come i buoni abiti devono essere su misura”, in base ai miei gusti mi procurerò i seguenti: MALEDETTE. LE DONNE NEL MITO, di Francesca Ghedini, Marsilio, 16 euro e LEZIONI DI FELICITÀ, di Ilaria Gaspari, Einaudi, 13 euro. Non potrò leggere molto, perché devo scrivere: mi sono imposta di portare a conclusione entro l’autunno la storia iniziata un anno fa. Nessuno mi corre dietro, non scrivo su commissione. Però tirarla per le lunghe complica il lavoro, perché perdo i contatti con i personaggi e con gli eventi. Ammetto che il progetto cui sto lavorando non è semplice, tuttavia mi impegno per dare alle stampe qualcosa che faccia riflettere, senza annoiare. Tornando alla lettura e ai casi miei, a chi ama le storie semplici ambientate nei paraggi, oppure la poesia accompagnata dalla fotografia, mi permetto di raccomandare alcuni miei lavori, disponibili su Amazon: PASSATO PROSSIMO, TEMPO CHE TORNA, DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, NATURA D’ORO. Consapevole che è un consiglio ‘Pro domo mea’, cerco di promuovermi con le mie forze, non avendo santi in paradiso. Per chi lo desidera, sono a disposizione per apporre autografo e dedica. Buone vacanze e Buona Lettura! 📚
Il caldo non perdona
Dopo Cerbero arriva l’anticiclone Caronte: previste temperature record in tutta Italia. Dubito che i nomi dati agli eventi favoriscano la lettura, o rilettura dell’Inferno dantesco, sebbene rendano l’idea di qualcosa di insopportabile. L’ ondata di caldo africano promette temperature eccezionali. Mi difendo stando in casa e se proprio devo uscire, lo faccio di mattina presto. Questa settimana ho già rinunciato a una puntata a Bibione e a malincuore declino un invito a pranzo fuori casa. Non essendo evergreen, accetto i limiti dell’età e mi proteggo di conseguenza, viaggiando con la mente in buona compagnia delle mie colleghe-amiche che ringrazio: Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. A proposito, ricordo a chi volesse leggerci l’indirizzo da digitare: sixrododactilos.wordpress.com Certo non invidio i ciclisti che nel fine settimana arrancano sull’asfalto bollente. Giusto domani è prevista in paese la gara ciclistica 9° TR. HOTEL MONTEGRAPPA RISERVATA AGLI ATLETI VENETI che coinvolge anche i GIOVANISSIMI di primo pomeriggio: non vorrei essere nei loro panni, e meno che mai in quelli dei genitori, se li spronano a cotal fatica. Ammetto di essere condizionata per un fatto successo in famiglia molto tempo fa: sui 10 anni, mia sorella Lina con tuta e caschetto faceva felice mio padre, pedalando sulle due ruote e partecipò anche a qualche gara… finché non venne colpita per lo sforzo e forse altro da un grave attacco di asma che richiese l’intervento ospedaliero a Padova. Fine della storia. Da allora mai più bicicletta e ambizione ridimensionata paterna di avere un campione in casa. Col tempo anagrafico tutto assume una coloritura più soft. È il tempo meteorologico che si aggrava e non perdona.
Petrarca al Tar
È inevitabile che presti attenzione agli articoli che riguardano la scuola, essendo stata la scuola il mio ambiente di lavoro. Qualcuno può considerarla deformazione professionale e non mi disturba. Pur non essendo nostalgica, continuo a nutrirmi di ciò che ruota attorno a “Dove i Germogli diventano Fiori” per citare il titolo del mio ultimo impegno letterario (disponibile su Amazon). Sta di fatto che stamattina, durante la lettura del CORRIERE DELLA SERA, a pag. 20 mi attrae l’articolo Quei versi di Petrarca che bloccano il Tar (e la cattedra dei prof) di cui sintetizzo il contenuto: cinque candidate bocciate al concorso ricorrono al Tar per “Domanda equivoca”. La 31esima domanda della prova scritta del concorso 2020, svolto a marzo 2022, in riferimento alla Canzone del Petrarca “Chiare, fresche et dolci acque” chiedeva qual è la seconda parte della strofa: Qual fiore cadea sul lembo oppure qual su le trecce bionde. A parte che mi sembra un cavillo, tornata a casa dal bar ho ripreso in mano l’antologia della letteratura italiana e mi sono riletta il componimento ritenuto ai vertici della poesia mondiale, dove il poeta immagina Laura in mezzo a una pioggia di fiori. Che poi questa donna sia veramente esistita oppure creata dalla fantasia del poeta non sposta di una virgola lo stupore che producono i versi. Mi immedesimo nelle colleghe del concorso e rispondo che, secondo i miei calcoli, la risposta è Qual fiore cadea sul lembo dato che è il verso n.7, giusto a metà della strofa che ne contiene 13. Però è peccato fare questi conticini che distraggono dall’alta poesia, soffusa di dolcezza e malinconia del Petrarca che osserva il mondo non più attraverso la lente della religione – come fa l’uomo medioevale – ma obiettivamente, con i suoi interessi e i suoi valori. Riporto tutta la strofa, a beneficio dei lettori. Da’ be’ rami scendea/(dolce ne la memoria)/una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;/et ella si sedea/umìle in tanta gloria,/coverta già de’ l’amoroso nembo./Qual fior cadea sul lembo,/qual su le trecce bionde,/ch’oro forbito e perle/eran quel dì a vederle;/qual si posava in terra e qual su l’onde;/qual con un vago errore/girando parea dir: – Qui regna Amore -.
La Venere degli stracci
Non sapevo nulla riguardo La Venere degli Stracci, opera di Michelangelo Pistoletto risalente al 1967: è stata incendiata a Napoli, in piazza Municipio dove era stata inaugurata due settimane fa, il 28 giugno scorso. Autore dello sfregio, non una delle tante baby gang che imperversano nel centro cittadino, ma un clochard italiano 32enne, incastrato dalle telecamere mentre alle 5.30 del mattino arriva a piedi in piazza Municipio, estrae un accendino e dà fuoco ai vestiti. Chissà cosa gli dava fastidio. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi riferisce ai giornalisti il succo del discorso avuto con l’artista: “Mi ha detto che, alla fine, anche questo atto violento dev’essere interpretato da noi come un momento di rigenerazione”. Simbolo dell’Arte Povera, l’opera simboleggia gli scarti o i rifiuti che la Venere ha il potere di rigenerare. Lo stesso artista, pittore e scultore piemontese 90enne (Biella, 25 giugno 1933) durante l’inaugurazione aveva chiarito che: “La Venere che viene dalla storia della bellezza rigenera questi stracci, che di colpo diventano opera d’arte e ritornano a vivere”.Quindi bellezza e miseria dell’esistenza possono essere stimolo di connessione e di rigenerazione. Ma dall’altra parte deve esserci apertura a comprendere e a farsi plasmare che l’autore del rogo, al momento del gesto evidentemente non possedeva. A parer mio, provocare una riflessione attraverso l’arte, che sia povera, concettuale o quant’altro è lodevole, perché l’arte è di tutti e se ha un obiettivo sociale tanto meglio. La modalità di portarla fuori dai musei può infastidire, ma può funzionare. Del resto, alla base del movimento artistico chiamato “Arte Povera”, fondato dal maestro biellese nel 1960, l’arte è utilizzata come strumento di promozione sociale. Ottimo obiettivo, lungo una strada tortuosa e in salita.
Comunque l’estate c’è
Il Gladiolo è un altro bellissimo fiore estivo. Per fortuna, a casa mia alcuni sono sbocciati ed altri lo stanno per fare, mentre l’estate scorsa il miracolo non si è avverato, causa la siccità. Mi stupiscono i tre fiori emersi dalla base del Ciliegio, dove avevo sistemato dei sassi per impedire ai gatti di andare a dissotterrarli. Evidentemente hanno trovato la strada per uscire allo scoperto e la loro resilienza è per me un monito. Oltretutto sono gialli, un colore che mi stimola e mi rincuora. Invece sono blu su fondo verde quelli dipinti sulle tende della mia camera, a sottolineare la predilezione per questo fiore elegante, originario dell’Africa e del nostro Mediterraneo. Simbolo di virilità e di vigore, sembra che diversi secoli fa le donne più giovani lo utilizzassero per adornare le vesti e i capelli. La forza di carattere è rappresentata anche dal nome ‘gladio’ che in latino significa spada. Le sue foglie infatti hanno la forma di una spada e per questo motivo è associato alla forza. Come l’Ortensia è privo di profumo, ma per me non è una limitazione. Osservandolo, ieri mi è venuto di buttar giù due versi che lo vedono apripista di una poesia estiva che trascrivo così, tanto per sopportare il caldo. COMUNQUE L’ESTATE C’È Vorrei essere un gladiolo variegato/verso l’alto proiettato,/incurante dell’estate afosa./Anche una mora gustosa,/nascosta tra il fogliame dell’orto/in apparenza morto/con la scorsa siccità/ed ora straripante/di lavanda e pomodori/tesori della natura sorprendente./ Non oso lamentarmi di niente,/salvo mosche, zanzare e tanto rumore/che non fa proprio bene al cuore./Comunque l’estate c’è:/prendiamola com’è!//.
Operazione Ortensie
Stamattina mi dedico alla raccolta delle Ortensie da seccare, per farne mazzetti da regalare oppure bouquet da godere nella stagione invernale. Ne ho tre bei cespugli a lato della cucina, di vari colori, ombreggiate dal fico piazzatosi spontaneamente al centro dell’aiuola per proteggerle dai raggi del sole, cocente in questi giorni. Un bellissimo esemplare di colore bianco, dono delle mie amiche Lisa e Roberta, interrato davanti all’appartamento contiguo al mio sta cambiando colore e vira verso il rosa. È risaputo che la composizione del terreno influisce sul colore del fiore e io accetto di buon grado ciò che la natura decide. Ho già espresso la mia simpatia per l’Ortensia che oltre alla bellezza ha la capacità di vivere a lungo. La fioritura avviene di solito a giugno e si protrae per tutta l’estate. Se il capolino (corimbo) rimane sulla pianta cambia colore, reinventandosi nell’aspetto: anche seccato ha il suo fascino, tant’è che si trova in composizioni floreali, abbinato ad altri fiori. Infatti è una pianta ornamentale molto colorata. Io prediligo i capolini dai colori intensi, perciò mi sono documentata su come procedere per mantenerli tali anche dopo recisi. Raccolti a gruppi di tre e privati delle foglie, li ho appeso a testa in giù in cantina, al riparo dalla luce e dal calore dove andrò a recuperarli tra qualche settimana, per avvolgerli in un bel nastro e dargli degna destinazione finale. Nel mentre mi godo la vista di quelli recisi e messi in vaso cui manca solo il profumo, ma per me è addirittura meglio, dato che il mio olfatto è insofferente agli odori intensi (non me ne voglia il gelsomino). La pianta sarebbe simbolo di solitudine, che per me è uno stato di raccoglimento creativo, quindi positivo. Ma simboleggia anche la nascita di un amore o il ritorno di uno passato. Beh, allora sto messa bene e qualcosa succederà grazie alle Ortensie disseminate per tutta la casa.
Precarietà
Mi colpisce molto la testimonianza di un anziano sopravvissuto al terribile incendio avvenuto nella “Casa per Coniugi” a Milano dove sono morte sei persone, il quale confida al microfono: “Non mi fa paura morire, ma come morire”. Tra l’altro il signore è solo, senza parenti e non deambula. Deve la salvezza a un vigile del fuoco che lo ha portato in braccio fuori dall’inferno. Intuisco il legittimo timore del signore e concordo con lui. Peccato che il ‘come’ uscire di scena non possiamo deciderlo noi. Certamente non se lo aspettavano le tre persone prese di mira dalla giovane tedesca che le ha centrate mentre stavano passeggiando sul marciapiede a Santo Stefano in Cadore, dove oggi è giornata di lutto cittadino per il piccolo Mattia, il padre Marco Antoniello e la ancora giovane nonna 62enne Mariagrazia Zuin. Sono desolata e preoccupata. L’estate è foriera di morte laddove le persone cercano di ricaricarsi dallo stress quotidiano od anche di essere accudite in strutture che sostituiscono la famiglia, dissoltasi nel tempo oppure mai avuta per circostanze impedienti la propria volontà: la guerra, per dirne una. La precarietà è incombente e non sarebbe male considerarla un compagno di viaggio in tutte le stagioni e a tutte le età. Non per abbattersi, ma per vivere in consapevolezza e magari con gusto il tempo che ci è concesso di vivere sulla terra. Un pensiero di Joan Baez, riportato in altri post invita a concentrarsi sul come possiamo vivere, dato che non ci è concesso sapere quanto e nemmeno quando uscire di scena. Riflettere sui fatti di cronaca nera, al di là dell’informazione stimola la nostra riflessione per evitare comportamenti pericolosi nostri e altrui. Se non possiamo modificare l’esterno, almeno diventiamo più consapevoli.
Veronica…e veronica
Nel giorno festivo evito di parlare di cose tristi, perciò mi butto sui fiori, anzi un piccolo fiore azzurro che conoscevo come “Occhi della Madonna”, il cui nome vero è Veronica, confuso con il genere Myosotis. Fiore probabilmente dedicato a Santa Veronica, protettrice della Francia. Oggi 9 luglio santa Veronica: perciò auguri a tutte le Veronica e soprattutto a una mia giovane amica che collabora con le altre ‘dita rosate’ scrivendo sul neonato blog Verba Nostra, dove potrete leggere Il carciofo di mezza estate, un suo accattivante racconto a puntate. Al blog si accede digitando sixrododactilos.wordpress.com Secondo la tradizione cristiana, la pia donna Veronica deterse il volto di Gesù che trasportava la croce durante il calvario. È la protettrice di ricamatrici, lavandaie, mercanti di lino, fotografi, informatici (questo non lo capisco). Tornando al piccolo fiore, mi è sempre piaciuto per il colore e per la vitalità che gli consente di apparire presto, a fine inverno e di adattarsi ad ambienti inospitali, tipo le pietre dove l’ho fotografato. Adesso che ci penso, posso mettermi sotto la protezione di santa Veronica quando fotografo, cosa che succede spesso, soprattutto in questo periodo. Il colore celeste poi è il mio preferito, insieme con il giallo. Di celeste è parzialmente tinteggiata la mia casa, il che avrà pure un significato. Da piccola ho invidiato mia sorella maggiore che aveva gli occhi azzurri come mio padre, peculiarità che mia madre esaltava, vestendola spesso nei toni dell’azzurro, riservando a me con gli occhi castani l’odiato rosa. Da adulta mi sono presa la rivincita, inserendo nell’arredamento e nell’abbigliamento questo colore rilassante che piace assai anche ai poeti. E si fa blu celeste,/questo giorno/per riversare/nei tuoi occhi/la carezza del cielo/.(Fabrizio Caramagna)
