In coda al TG1 Mattina il pensiero è dedicato a santa Rita da Cascia che ricorre domani, giorno della sua morte il 22 maggio 1457 (era nata nel 1381 a Roccaporena, frazione del Comune di Cascia). Non sapevo che il suo nome fosse Margherita, cognome Lotti. Beatificata da papa Urbano VIII nel 1626, è stata canonizzata da papa Leone XIII nel 1900. Agostiniana, come il neoeletto papa Leone XIV. Copatrona di Napoli, è considerata la santa degli impossibili, ricordata da papa Francesco come “donna, sposa, madre, vedova e monaca”. Tra i pochi santi sposati (fu sposa e madre prima di prendere i voti) è invocata come protettrice dei matrimoni e delle cause perse. Mia madre le era devota, fors’anche perché era nata appunto il 22 maggio. E poi c’entra la rosa rossa, con le sue spine, simbolo di Rita da Cascia, in ricordo della rosa fiorita sotto la neve che una parente le portò insieme a due fichi, prima della morte. Pertanto, da allora santa Rita è associata alle rose. In omaggio alla santa, domani si benedicono le rose, tradizione religiosa che si svolge in diverse chiese. I fedeli le portano a casa, come segno della protezione di santa Rita. Questa mi è nuova, ma spero che la benedizione si espanda fuori della chiesa e iinondi i giardini, compreso il mio. Non ne ho molte, ma quanto basta per accomoagnarle ad altri fiori recisi per il mio bouquet. La rosa non è il mio fiore preferito, perché appesantita dalla nomea di essere la regina dei fiori, e a me le gerarchie non piacciono. Comunque in giardino ho delle varietà antiche, una profumatissima color ciclamino e una di tonalità gialla, i cui fiori si aprono al mattino e si chiudono la sera. In zona orto – più giardino che orto – c’è la varietà Colombo, a stelo lungo e fiore color corallo. Notevole! 🌹
Mese: Maggio 2025
Fortuna e sfortuna
La parola ‘sorte’ presso gli antichi era sempre accompagnata dall’aggettivo ‘mala’ oppure ‘buona’, a sottolineare la forza imprevedibile e incontrollabile che plasma il destino degli uomini in maniera positiva oppure contraria. Nella mitologia romana e greca viene rappresentata come una figura femminile con in mano il timone della vita e con la sfera, simbolo della mutabilità e dell’incostanza delle cose umane. Il tema del destino è costante in fatti di cronaca, come quello accaduto ieri pomeriggio nel comasco dove è morta un’insegnante in gita con i suoi alunni. Uno dei due pullman sul quale viaggiavano le classi prima e quarta – in tutto 35 bambini – della scuola primaria dell’Istituto Comprensivo di Azzate (Varese) ha tamponato il camion che lo precedeva all’interno di un tunnel: tre feriti e un morto, la maestra Domenica Russo, 43 anni, mamma di un’adolescente. L’insegnante sedeva davanti, accanto all’autista. Nata a Napoli, per anni veva lavorato come assistente sociale. Poi aveva deciso di entrare nel mondo della scuola e per lavoro si era trasferita in provincia di Varese. Di recente era arrivata la nomina alla Scuola elementare Pascoli di Cazzago Brabbia (Varese). Provo una grande pena per questa collega morta in servizio durante un’uscita didattica che doveva essere istruttiva e divertente. La comitiva di alunni e docenti era stata in visita al Museo del cavallo giocattolo di Grandate (Como). Immagino il trauma che accompagnerà i piccoli allievi tutta la vita. Ho insegnato per una trentina d’anni alle medie e ricordo che le uscite didattiche mi procuravano molta ansia, prima e durante, tant’è che cercavo di evitarle. Tenere a bada l’esuberanza degli studenti già in pullman era un impegno notevole, al netto degli imprevisti legati al viaggio e alla visita programmata. Ogni volta accumulavo stress e stanchezza. Nel mio caso, non è successo nulla di grave. Ringrazio la dea fortuna.
Un filo di seta tra passato e presente
Un filo di seta collega passato e presente: è il leit motiv dell’allevamento di bachi da seta di Mattia Morbidoni, chiaravallese e Diletta Doffo, giovane sarta anconetana. Il bachicoltore cita anche l’ottavo canto del Paradiso di Dante, dove il Poeta dice: “Come animal di sua seta fasciato” per dare una veste pregiata all’artigianato creativo, nel solco della tradizione. Vedo il servizio mentre faccio colazione, poco prima delle sette ed emerge un ricordo dell’infanzia: i miei nonni materni Giacomo e Adelaide allevavano bachi da seta a Pravisdomini, allora in provincia di Udine, successivamente Pordenone. Ero molto piccola, sui cinque anni, forse meno. Credo di aver provato qualcosa tra il disgusto e lo stupore, nel vedere i bachi grassocci muoversi sulle foglie di gelso. La nonna parlava dei ‘cavalieri’ ovvero i bachi da seta che venivano allevati nel granaio, ma ci ho messo un po’ a capire. Fino agli Anni Cinquanta era consuetudine nelle campagne coltivare bachi da seta. In Veneto c’erano 40.000 aziende agricole che allevavano bachi da seta, integrando il magro reddito di contadini e mezzadri. Dopo il boom economico degli Anni Sessanta, con le fibre sintetiche la musica è cambiata. Bravo il giovane Mattia che si è messo in gioco, affascinato dal “tesoro nel bozzolo”. Oggi coltiva cinque varietà di bachi che devono essere nutriti cinque/sei volte a notte. Lui si occupa della prima parte della filiera, poi subentra la collega che si occupa del filato e della produzione tessile. Giovani industriosi che hanno obiettivi da raggiungere, rispettivamente “specializzarmi sempre di più con varie tipologie di baco da seta, per preservare la biodiversità ” e “produrre una collezione di capi made in Marche con seta made in Marche”. E bravi giovani, hanno trovato la quadra tra ieri e oggi.
Domenica ‘dolce’ e spirituale
Terza domenica di Maggio. Me la prendo con calma e con dolcezza: decido di fare i muffin con le fragole e procedo. In sottofondo l’audio della televisione in cucina mi aggiorna. In diretta il TG1 trasmette la messa d’inizio pontificato di Papa Leone XIV che seguo ‘di profilo’, mentre setaccio farina e monto le uova. Il nuovo pontefice ha ripristinato il latino, in omaggio alla tradizione e questo non mi dispiace, avendo fatto studi classici. L’occasione consente di recuperare alcune nozioni e di apprenderne altre. Ad esempio, scopro che la ‘ferula’ è un bastone liturgico usato nelle cerimonie religiose. L’anello del pescatore: simbolo del potere spirituale del pontefice, Prevost lo riceve dalle mani del cardinale Luis Antonio Tagles. Chiamato anche anello piscatorio – perché Pietro è l’apostolo pescatore – o anello papale, è una delle insegne del papa che la riceve durante la messa di inizio del suo pontificato e la indossa all’anulare della mano destra. Sento a tratti l’omelia di Leone XIV con l’accorato invito all’unità: “Sono stato scelto per l’unità” in un tempo di fratture e guerre. Non a caso il suo motto è In Illo uno unum/Nell’unico Cristo siamo uno che riprende le parole di Sant’Agostino, per spiegare che “Sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno”. Al momento delle offerte, sento leggere in cinese. Un occhio ai muffin che si gonfiano in forno. Il tempo vola. Alle undici i dolcetti sono pronti. La cerimonia si protrae e mi distraggo un po’. La benedizione arriva poco dopo mezzogiorno. Segue l’incontro del Papa con 156 delegazioni straniere, anche di religione musulmana. La strada del pontificato è lunga e tortuosa. Auguri Papa Leone!
Peonie di Maggio
Prima delle otto, stamattina la temperatura era di 12 (dodici) gradi, a Maggio inoltrato. Sono disorientata, con le prove a portata di mano delle conseguenze della perturbazione metereologica: alla base del ciliegio c’è una moria di piccoli frutti abortiti dalla pianta madre, a causa delle frequenti piogge. Come l’anno scorso, anche quest’anno dovrò accontentarmi del ricordo che i polposi frutti mi hanno donato nel passato. Per consolarmi della perdita in casa, domenica 26 Maggio farò una capatina alla 33esima Mostra della Ciliegia di Maser (tempo permettendo) nella storica Villa Barbaro. Poca soddisfazione anche dalle fragole che risultano al palato annacquate. Nei supermercati, i rincari per frutta e verdura sono tangibili. Per il settore fiori, sto tenendo d’occhio un gruppo di Peonie a lato dell’ingresso che finalmente si sono sviluppate, dopo averle cambiate di posto: almeno una ventina di boccioli rosa svettano, appoggiandosi alla griglia di sostegno condivisa con una Rosa antica, anch’essa tardiva. Un prossimo violento acquazzone potrebbe sgualcirle, prima ancora che si aprano del tutto. Il nome della Peonia deriva da Peone, il medico greco degli dei. Secondo la leggenda, Peone utilizzò il fiore per guarire una ferita di Plutone e per ringraziarlo, il dio gli fece dono dell’immortalità, trasformandolo nel fiore della Peonia. In Giappone il fiore è simbolo di lunga vita. Nel buddismo è sinonimo di dolcezza, perché ovunque il giovane Buddha metteva piede, le Peonie fiorivano. Chiamata anche “la regina d’Oiente” o “rosa d’Oiente”, è fiore molto apprezzato nella cultura orientale, soprattutto in Cina. Suppongo che anche dal fiorista i rincari siano un dato di fatto. l’Italia importa fiori da diversi Paesi, soprattutto dall’Olanda, un centro nevralgico per il commercio di fiori recisi a livello mondiale. Io non rinuncio ai miei bouquet casalinghi che compongo con fatica in questo periodo. Ma quando ci riesco, ammetto che è una grande soddisfazione distribuire per casa elementi di bellezza, profumo e discrezione. 🌺
17esimo post a quattro mani: con maschera e boccaglio al Reef
All’esame di terza media, per Educazione artistica avevo fatto un disegno che rappresentava il fondo del mare come me lo immaginavo. Tramite vocale, Manuel mi informa che lui lo ha visto davvero, il fondo del mare-oceano, con una varietà di pesci coloratissimi. Resto senza fiato dalla meraviglia che mi trasmette, raccontandomi la terza giornata del suo tour alle Fiji. La chiusura del suo narrare la dice lunga: “Mi ritengo molto soddisfatto”. Mi concentro sul pezzo forte: con maschera e boccaglio – che Manuel non ha mai usato, perciò beve tanta acqua salata – esplora un pezzo di Barriera Corallina (Reef) popolata da un’infinità di pesci coloratissimi e di coralli. “I colori dei pesci sono una cosa fenomenale, alcuni sembravano un fotomontaggio, una piccola manta che è un arcobaleno di colori, pesci di tutte le forme misure e colori, uno con delle pinne lunghe che sembravano delle vele, dei mini anemoni, qua e là, tra il verde e il celestino. Ho visto anche alcuni coralli, non rossi, tra il blu e il celeste, alcuni che viravano al giallo-arancione… belli belli belli”. Sono senza fiato per questo tuffo sott’acqua. Una volta che il nostro esploratore subacqueo viene ripescato dal barchino, ritorna in porto, prende la corriera e raggiunge l’ostello/albergo, dove il ragazzo alla reception gli consiglia un piatto… di pesce, con crema di cocco che Manuel definisce “Una cosa buona buona buona veramente”. Che dire, sono senza parole per lo stupore e l’ammirazione. Oggi è venerdì, giornata di pesce. Mi preparo la trota al cartoccio, pensando alle meraviglie del mare/oceano.
Francesca e Giovanni
Esce oggi 15 maggio il film biografico “Francesca e Giovanni una storia d’amore e di mafia” di Ricky Tognazzi e Simona Izzo. L’ho sentito ieri per televisione e se posso lo vedo. La vicenda dell’attentato di Capaci è stata raccontata più volte, ma in questo ultimo prodotto, prevale l’aspetto amoroso tra i due magistrati: lei, Francesca Morvillo, sostituto procuratore al Tribunale per i minori di Palermo, lui Giovanni Falcone, giovane giudice istruttore trasferito da poco nella stessa città. Il 23 maggio 1992 l’attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto da Cosa Nostra nei pressi di Capaci tolse la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Tra otto giorni ricorre l’anniversario, quindi il film esce a proposito. Al di là del valore artistico – su cui al momento non ho elementi per esprimermi – credo che serva a mantenere la memoria di ciò che è accaduto, con l’auspicio che non abbia mai più a ripetersi. Impossibile non legare la figura del magistrato a quella dell’amico Paolo Borsellino, di cui ho parlato in un post giorni fa, dopo aver letto il libro dedicatogli dalla moglie Agnese. Qualunque iniziativa volta a sensibilizzare sul tema della giustizia è apprezzabile, al netto del successo editoriale o di pubblico. D’altronde il cinema è considerato la settima arte, capace di combinare narrazione e movimento. Il film d’impegno civile, come suppongo sia questo analizza la realtà, fornendo diversi punti di vista. Mi auguro che questa opera abbia tutti i numeri per raccogliere consensi. Se al centro è stata posta la storia d’amore tra Francesca e Giovanni, ben venga perché l’amore nella vita di chiunque, importante o meno non è un optional. Chi ha operato bene ed è morto per mano violenta, ha passato il testimone perché il messaggio si rinnovi.
16esimo post a quattro mani: Viti Levu (isole Fiji)
Bella sorpresa ricevere oggi il seguito della vacanza che Manuel sta godendo alle Fiji, 320 isole di cui un centinaio abitate. Lui si trova a Viti Levu che significa ‘La grande Fiji” perché è appunto la più grande e popolosa. Premetto che se ieri la sua narrazione era scarsa di fotografie, oggi mi invia delle foto ‘paradisiache’ compreso uno scatto fatto a lui che sembra di un altro pianeta, con collana di fiori “profumatissimi” al collo, copricapo leggero in riva all’oceano solitario di cui mi manda un ‘sonoro’ strepitoso. Questo dettaglio per me che amo i fiori, i colori e il mare basta da solo a fare il viaggio che ripercorro grazie a lui. “Acqua cristallina, a dir poco meravigliosa veramente, sarei rimasto lì ore, ore intere”. Che invidia! Un signore col taxi preleva in ostello lui e un altro ragazzo dalla Svizzera e li porta in un villaggio tipico di circa 300 anime dove “si aiutano l’uno con l’altro” e sono accolti con tutti gli onori “con tanto di ghirlanda di fiori”. Danzano e li fanno danzare. Bevono la Kava, bevanda tradizionale delle Isole del Pacifico, ottenuta polverizzando le radici della pianta Piper methysticum “un po’ pizzichina sulla lingua ma non malvagia”. Assistono alla dimostrazione “Molto bella ed emozionante” di come gli abitanti del villaggio creano articoli di terracotta, souvenir per i turisti. Segue visita ad un altro villaggio dove due ragazzini simpatici “Ci hanno fatto da guida attraverso la foresta verso la cascata dove abbiamo fatto il bagno”. Mentre Manuel racconta, immagino le emozioni provate e quanta umanità trasferirà nel suo cassetto dei ricordi. Naturale che dica “Alla fine della giornata un po’ lunga, sono abbastanza cotto”. Ma non è finita, perché “Mi resta da organizzare per domani cosa fare”. Cordialmente lo invidio e attendo aggiornamento.
15esimo post a quattro mani: Nadi e Fiji
Manuel non conosce tempi morti. Domenica ha lavorato tutto il giorno e stamattina mi manda un vocale dall’aeroporto di Sydney – precisamente da Kingsford Smith – in attesa che aprano il ‘gate’. Dove cavolo starà andando? Poco dopo mi arriva la risposta: “Appena arrivato a Nadi, alle Fiji, adesso sto aspettando il controllo passaporti”. Nadi mi ricorda il nome della mamma, Nadia… ma le Fiji dove stanno? Le cerco e le trovo a Nord-Est dell’Australia, “Nel Pacifico” precisa lui che evidentemente usufruisce di un permesso lungo, dato che rientrerà a Sydney venerdì sera e riprenderà a lavorare sabato. Quindi, calcolando partenza e arrivo, una vacanza di cinque giorni in mezzo a bellezze naturali mozzafiato, tra l’altro indotta da motivi assicurativi che lui stesso spiega: “Sono in Australia da più di sei mesi, per cui o facevo domanda per un’assicurazione sanitaria privata, però mi costava e non pochi soldi… oppure dovevo uscire e rientrare dall’Australia per avere altri sei mesi di copertura”. Manuel ha deciso per la seconda opzione. Ed eccolo… in mezzo all’Oceano Pacifico.! Mi invia anche delle foto, ma con le signore dell’agenzia e io preferisco quelle d’ambiente. Primo resoconto. Si fa sei chilometri a piedi “un po’ in mezzo al niente”per arrivare al centro di Nadi dove la gente saluta con “Pula/Buongiorno” ed è molto cordiale. Variante: “Il compare del signore che ha bottega seduto sulla sedia mi chiede se fumo erba”. Risposta negativa e prosegue verso il tempio induista “Bello, coloratissimo, ma mi sono beccato il restauro”. Poi tocca a un ristorante indiano vegetariano “dove ho mangiato da gran signore per l’equivalente di sei euro”. A questo punto mi informa di salsine, polpettine, spezie… che mi fanno venire l’acquolina in bocca. Un giretto al mercato dell’artigianato locale dove sono tutti contenti a sentire parlare dell’Italia. Quindi mette piede nell’agenzia turistica per prenotare un viaggio in una spiaggia delle Fiji, con successiva visita a un villaggio nell’entroterra e a una delle cascate più famose dell’isola “Dove faremo – lui e un altro dell’ostello – anche il bagno volendo, sperando che sia caldo, ci conto molto”. Il racconto prosegue con la visita al mercato ortofrutticolo dove “Sono tutti sereni, sorridenti, cordiali”. Del tutto giustificato che Manuel sia allegro e soddisfatto del suo viaggio. Io mi godo sullo schermo le foto dei bellissimi posti e condivido l’emozione che trasmette. Però non vedo l’ora che ritorni!
Germogli e Valori
Nella luce dorata del tramonto i Geranei mi sembrano ancora più belli. Li ho rinvasati ieri pomeriggio, perché in tre settimane sono cresciuti parecchio, intendo quelli comperati di recente: uno viola, uno rosa carico e uno rosso corallo. Quelli che hanno superato l’inverno si stanno riprendendo. Mi piace osservare l’evoluzione dei fiori, partendo dai germogli. La parola germoglio mi è cara, tant’è che fa parte del titolo del mio penultimo libro Dove i Germogli diventano Fiori. Ma un altro motivo più recente me la rende speciale. Ho letto il libro ‘Ti racconterò tutte le storie che potrò’, di Agnese Borsellino, dedicato al marito Paolo, ucciso con i poliziotti della scorta il 19 luglio 1992 a Palermo. Scritto insieme con Salvo Palazzolo, è il racconto toccante della moglie che ricorda momenti trascorsi con l’uomo della sua vita, innamorato della famiglia e del suo lavoro. Spesso si rivolge a lui, come se fosse ancora vivo, mettendo in luce aspetti privati del suo compagno. “Mentre sorgeva il sole lui si accorgeva di un nuovo germoglio nelle piante sistemate con cura sul balcone della nostra casa di via Cilea. Sorrideva, rideva anche di gusto. E accarezzava i nuovi germogli”. Agnese Piraino Borsellino è morta nel 2013, a causa della leucemia. Una donna straordinaria, accanto a un uomo fuori del comune che tuttavia si comportava come una persona comune, in grado di apprezzare le piccole gioie della vita, perché Paolo diceva “In ciascuno di noi alberga il fanciullino di pascoliana memoria”. Ecco, che un uomo ami i fiori è già singolare, ma che consideri i germogli appartiene a un’altra specie. D’altronde tutta la vita del magistrato, pur breve e spezzata testimonia quali fossero i suoi valori. Naturale che Agnese aspettasse di “vederlo spuntare da un momento all’altro, con la tua bicicletta, il pane nel cestino e il braccio destro in alto mentre fai il segno di vittoria con la mano”. Voglio sperare che tanti germogli continuino a sbocciare nel nome di chi ha amato la vita e l’ha drammaticamente persa.
