Mentre faccio colazione, sul primo canale Susanna Petruni conduce Settegiorni, settimanale di approfondimento politico – parlamentare. Il tema che mi cattura riguarda l’arte di strada, chiamata anche arte urbana che merita più considerazione a livello politico. Cifre alla mano, il Belpaese stanzia solo l’uno per cento contro il tre/quattro di altri Paesi europei. Eppure è un settore da incentivare, anche grazie a scuole specifiche per avvicinare il pubblico all’arte. Il dibattito sulla Manovra 2025 dovrebbe tenerne conto. Rebecca Bottoni, presidente e direttrice artistica del Ferrara Buskers Festival, manager nel settore dell’intrattenimento e degli eventi, al microfono sottolinea l’importanza dell’arte di strada, per contrastare le derive che avviluppano i giovani. Il teatro urbano consente di coniugare magia, meraviglia e sogno. C’è bisogno di scuole per la formazione di artisti che creano bellezza. Anche la televisione può dare una mano, inserendo nei palinsesti programmi ad hoc come “Dalla strada al palco” condotto da Nek che ho visto molto volentieri, dedicato a cantanti, musicisti e artisti di strada. Tempo fa, a Bassano del Grappa ho apprezzato un gruppo di giovani musicisti che si esibivano in Piazza Libertà, durante il mercato del giovedì. In un vicolo laterale un violinista ‘accarezzava’ il suo strumento con magistrale disinvoltura. Adesso che ci penso, erano questi interventi artistici di strada che muovevano le mie gambe. Ho anche scritto un racconto con personaggi che ruotano in questo ambito. Di una cosa sono convinta: chi regala bellezza, a qualsiasi livello e dovunque eserciti è un benefattore dell’animo umano.
Mese: dicembre 2024
“Insostituibili libri di carta”
È proprio vero che “La lingua batte dove il dente duole”. Nel mio caso spiega la propensione a soffermarmi su articoli concernenti l’ambito scolastico. D’altronde sono stata insegnante di Lettere per oltre trent’anni e sono in contatto con colleghe in servizio. L’articolo di Severino Colombo a pag. 43 del Corriere fa proprio al caso mio, condivisibile già dal titolo: “Insostituibili i libri di carta”. In base all’intervista condotta da Epson, leader nel settore delle stampanti in 20 Paesi europei tra insegnanti e genitori con figli tra 8 – 16 anni risulta che il 45 % dei genitori italiani è convinto che l’uso di materiali stampati possa migliorare la capacità di lettura. Il dato mi sembra incoraggiante, anche se inferiore a quello espresso dai genitori europei. Presumo che gli insegnanti siano pienamente d’accordo, favorevoli ad affiancare alla lettura dei testi stampati l’uso di mezzi tecnologici. Pare comunque assodato dagli specialisti del settore che la lettura su carta sia meno stancante di quella su supporto digitale. Io sono in pensione da vari anni, ma raccolgo le lamentele che provengono dagli utenti della scuola, nel verso di un impoverimento delle competenze di base, lettura compresa. Per quanto riguarda il mio ruolo di docente, delle sei ore settimanali di italiano ne dedicavo una alla lettura che in classe terza prevedeva l’adozione di un testo di Narrativa – ora scomparso – che gli studenti portavano al colloquio dell’esame di Licenza. Nella mia libreria in studio, ho almeno una decina di romanzi editi da Salani Narrativa, su fondo blu dedicati a “I grandi protagonisti” oppure a “Vivere oggi”. Ricordo le ore di lettura collettiva – ogni studente leggeva una paginetta prima di passare la parola a un compagno – come piacevoli, rilassanti ed istruttive. Mi auguro anche per loro.
Disavventura… a lieto fine
Mi sono alzata presto, per scrivere. Verso le nove ho fatto una pausa, incerta se prendere l’auto oppure no. Ho deciso di restare in paese e uscire a piedi, dato che oggi è il giorno del mercato locale che la settimana scorsa ha festeggiato il decimo anno: un evento che i commercianti hanno sottolineato, offrendo tramezzini e da bere. Stento a credere che sia già passato un decennio, ma c’è un buon motivo se non frequento più il mercato di Bassano del Grappa che cade pure di giovedì, risparmando tempo e denaro. Ahimè, la parola ‘denaro’ oggi mi ha tenuta in scacco e mi ha fatto passare una brutta mezz’ora. Ecco cosa è successo. Punto al bar per la lettura del quotidiano. E’ più frequentato del solito, come succede il giorno di mercato. Serapia e Ellene mi vengono a salutare prima di congedarsi, gentilezza che apprezzo molto. Poi anche Laura, la signora grande con cui condivido il Corriere (mi ha regalato un vasetto di marmellata di fichi e io le do dato una copia del mio Passato Prossimo). Caricata dallo scambio di emozioni e conclusa la lettura del quotidiano, esco e mi approssimo allo sportello dell’ufficio postale per fare un prelievo: fuori uso, come ieri. Quindi decido di chiedere l’operazione all’interno e poi pagare in anticipo la robusta bolletta del gas, in scadenza tra una decina di giorni, per non dimenticarmela. Concetta, la gentile titolare oggi è supportata da una giovane collega, quindi farò presto. Detto, fatto. Ho ancora tempo per prendere il pane e il pranzo di pesce, rigorosamente cotto perché non ho tempo di stare ai fornelli e devo scrivere il post entro le tredici. La giornata è umida e fredda. Rientro con le dita arrossate e depongo la borsa sul tavolo della cucina, con l’intenzione di sistemare i soldi del prelievo… che non trovo. Apro le tasche interne della borsa, sollevo il fondo, guardo dentro il libretto con la ricevuta delle operazioni fatte: zero! Comincio a sudare, pensando di aver lasciato sbadatamente le banconote sul banco, mentre sistemavo la carta per il prelievo eccetera. Telefono all’ufficio postale, confidando in un miracolo, senza risposta. Trafelata esco e percorro di nuovo la strada fatta circa quaranta minuti prima e sono nuovamente in Posta. Le due impiegate negano di aver trovato dei soldi dimenticati sul banco (a ripensarci questa eventualità fa quasi ridere, di questi tempi buoni per i ladri). Con la coda tra le gambe, non mi resta che tornare a casa, rivalutando le manovre fatte al rientro. Ed ecco l’illuminazione: ho estratto dalla borsa per prima la busta con la bolletta – salata – del gas dove potrei aver custodito i soldi del prelievo richiesto. La prendo e sbircio: ci sono, belli composti come me li aveva consegnati la giovane impiegata. Non sono stata derubata, per fortuna. Non mi era mai capitato di restare vittima della mia distrazione. L’attenzione non è mai troppa, stavolta mi è andata bene.
Il libro, un dono per Natale 🌲
“Un libro sotto l’albero” è un bel titolo per catturare l’attenzione di chi non sa cosa regalare. Lo leggo sul tablet tra le varie proposte che scorrono sotto le dita e mi pare una bella idea prenderlo in considerazione. Però sono in ritardo e non leggo la proposta di selezione dei romanzi da regalare a Natale. Oggi scrivo Pro domo mea, cioè propongo i miei. Oltretutto è la Giornata Internazionale dei Migranti e ho dei titoli che si prestano: Migrante Nuda, Una Foglia Incastonata nel Ghiaccio, Passato Prossimo, disponibili su Amazon oppure presso la sottoscritta (tramite mail adacusin@gmail.com oppure telefono fisso 0423 56 36 02), disponibile per la dedica e l’autografo. Persuasa che il libro è un dono che costa poco ma arricchisce molto, per elaborare le storie contenute nelle suddette opere, mi sono ovviamente documentata, oltre al fatto di avere avuto uno zio materno trasferitosi in Argentina. Distribuisco un po’ di notizie, senza togliere il gusto di scoprire le singole storie. In Migrante Nuda la protagonista è Estella, una giovane ecuadoregna che viene a cercare una vita migliore in Veneto. Sul più bello, subisce un grave incidente. Nel secondo romanzo citato, un emigrante veneto torna dalla California con famiglia al seguito, ma la figlia adolescente Lina ha seri problemi di adattamento. Il primo episodio di Passato Prossimo si intitola “Dal Venezuela a Castelcucco” e non serve che aggiunga altro, per intuire come si snodi la vicenda. Anzi sì, mi sento di raccomandarlo ai Castelcucchesi a cui l’ho dedicato, perché è un omaggio alla vita dinamica del paese negli Anni Trenta. Nella Nota dell’autrice si legge: In sintesi, è uno sguardo sul recente passato – da qui il titolo del romanzo Passato Prossimo – con qualche spruzzata di informazioni qua e là, quando mi sembrava opportuno. Senza alcuna pretesa di completezza, con la speranza di restituire qualcosa in termini di memoria e forse anche di nostalgia.
Fasciata nelle bende
Trovo di pessimo gusto infierire sulle disgrazie altrui, come fanno alcuni ‘leoni da tastiera’ a danno di Ottavia Piana, la speleologa bresciana 32enne, caduta e precipitata per 8 metri in una grotta da oltre due giorni e mezzo. Per lei è il secondo incidente nello stesso luogo, l’Abisso di Bueno Fonteno, e la parola ‘abisso’ dovrebbe già di per sé suggerire l’idea della grotta dove la giovane esplorava nuovi cunicoli per un progetto di mappatura. Rimasta ferita dopo la caduta da una parete rocciosa, le sue condizioni sono stabili, è “vigile e collaborativa” costantemente seguita da un medico e un infermiere, ma l’uscita dal tunnel è prevista alla volta di giovedì perché “Le tempistiche di movimento sono scandite da un’ora e mezza di trasporto e un’ora di pausa per fornire assistenza sanitaria all’infortunata”. Ed è qui che vorrei spostare l’attenzione, sulle 5 squadre di Soccorso Alpino e Speleologico formate da 126 tecnici impegnati nelle varie operazioni lungo tutto il percorso della grotta. Vedo le prime immagini del trasporto in barella e mi tornano alla mente quelle di altri salvataggi tentati e non risoltisi positivamente. Non mi stupirei che Ottavia cambiasse lavoro, per il trauma riportato a livello fisico e di più psicologico. Comprensibile che abbia detto: “Non ci torno più”. È evidente che non è scesa nelle viscere della terra – insieme con dei colleghi – per farsi un giretto, ma per motivi esplorativo-scientifici. Casomai è vittima della ricerca, come lo sono state molte persone nel passato, riabilitate post mortem. Lasciamola in pace e non aumentiamo il livello delle sue ferite.
Natale si avvicina
Terza domenica d’avvento (ieri), giornata molto fredda, parzialmente soleggiata. Di mattina non mi muovo e di pomeriggio viene a trovarmi mio figlio. Di sera è prevista l’accensione dell’albero in piazza, in programma domenica scorsa ma rinviata a causa del maltempo. Decido di uscire, attratta dalla bellissima luna in cielo. Il percorso da fare è breve e mi vesto bene. Alle 18 gli alunni delle elementari sono sul palco allestito dinanzi all’ufficio postale, dove splende la scritta ‘Auguri’. Hanno il copricapo rosso con il pompon che fa allegria. Sicuramente ci sono le maestre, ma non le vedo mentre noto in fondo al palco il sindaco Paolo Mares con la striscia tricolore e il berretto natalizio. La piazza è gremita e gli scolaretti iniziano a cantare vigorosi. Due bracieri diffondono lingue di calore e dopo sarà offerta la cioccolata calda, imbattibile con la temperatura rigida. Scambio due parole con Antonella, la vice sindaca e poi giro i tacchi, perché l’età mi ha resa più prudente riguardo la salute. Partecipo idealmente all’accensione dell’albero. Poi scrivo la poesia che condivido con i miei lettori e donerò a breve ai miei amici Un Altro Natale Col prossimo Natale/voglio augurare/l’essenza della festa: meno decori, più calore./ La neve sui monti,/un fiore rosso sul balcone/avranno pure ragione/di indicare cosa fare./ Il Fico ha perso le foglie/però l’Osmanto è in fiore,/gioia e dolore tramano/nel nostro quotidiano./ Non ci abbattiamo/se il maltempo prevarrà./ Sarà l’occasione per fare/una buona riflessione.//
Sant’Adelaide, 16 dicembre
Quando mi trovo alle strette e non ho l’argomento giusto da considerare nel post quotidiano, mi rivolgo ai santi, nel senso che consulto il calendario che qualche idea me la dà. In passato ci ho cercato i nomi da dare ai personaggi dei miei racconti. Oggi sul calendario è indicata la terza domenica d’avvento, anche se Google mi dice che sarebbe san Valeriano, vescovo e martire in Africa. Vedo che domani è santa Adelaide (nata nel 931 e morta il 16 dicembre 999 nel convento di Selz in Alsazia), nome di origine germanica che significa “figlia nobile”. Da Adelaide derivano anche i nomi Adele e Adelina. L’onomastico si festeggia il 16 dicembre, in ricordo di sant’Adelaide, regina d’Italia moglie di Lotario II, poi imperatrice come moglie di Ottone I di Sassonia e infine reggente del Sacro Romano Impero. Si chiamava Adelaide anche la mia nonna materna, di cognome Valle in Stefani. Avrei ereditato il suo nome, che mi piace più del mio, se non fosse morta per tifo prima di lei la figlia Ada, in concomitanza con l’altra figlia Lina che ha trasmesso il nome a mia sorella. Una volta facevano così, per omaggiare le persone care defunte. Adesso è tutto un altro paio di maniche. Mia nonna era ieratica nell’aspetto: riservata, chiusa nel dolore indicibile di aver perso due figlie giovanissime e belle. Sempre vestita di nero con i capelli lunghi raccolti in chignon dietro la nuca. Le piaceva leggere e credo di avere ereditato da lei la mia attitudine a scrivere. Le ho dedicato il racconto Sosta verdazzurra ambientato a Lignano. Abitava a Pravisdomini, a circa una quarantina di chilometri dal mare. Mancata quando ero adolescente, me la ricordo abbastanza bene. Tornando al significato del nome, per me la sua era un’ammirevole nobiltà d’animo. 🙏
Una causa di ‘Forum’
Revoca dell’amministratore di sostegno per Mario, arzillo signore anziano che vuole godersi il tempo che gli resta, senza la limitazione imposta dai figli. Il programma “Forum” va in onda, sia su Canale 5 che su Rete 4 da quasi quarant’anni – ha debuttato il 29 settembre 1985 – ed è uno dei pilastri delle reti Mediaset. Io lo seguo da molto tempo, so che spesso i protagonisti sono impersonati da attori e che certe cause sono studiate a tavolino. Ciò non sminuisce la mia curiosità e l’interesse per situazioni conflittuali cui potrei attingere anche per scrivere. Infine trovo garbata la conduttrice, Barbara Palombelli, al timone del programma dal 2013 e simpatici i giudici che si alternano nelle sentenze. Nel caso ieri in discussione, Mario ultraottantenne benestante chiede alla giudice la revoca dell’ amministratore di sostegno nella figura del figlio, perché lui se ne era andato alla chetichella mesi prima in India, senza dare dettagli. Il figlio non aveva gradito e si era successivamente preoccupato, perché il padre aveva comprato una ‘crosta’ per un’opera d’arte. Palese il timore che il capitale rimanente venisse sperperato. Durante il dibattito, l’arzillo signore informa: di avere aperto libretti di risparmio a favore dei quattro nipoti, di voler intestare la casa ai due figli maschi e infine di voler godere dei suoi soldi senza controllo. Il pubblico è dalla sua parte. Appurate le sue buone condizioni psico-fisiche, la sentenza gli ha dato pienamente ragione. Ho una grande ammirazione per chi combatte anche in tarda età per l’autonomia e l’indipendenza persino affettiva, quando i bastoni tra le ruote vengono dai familiari affamati di danaro. Non a caso, i ‘ritorni affettivi’ si verificano in procinto dell’eredità del ‘de cuius’. Lunga vita a chi si sottra all’inganno.
Quarto post… a 4 mani (Copacabana)
Ieri mattina Manuel mi ha fatto una videochiamata, graditissima! Qua erano le dieci e mezza; a Copacabana, sobborgo di Sydney dove si trova attualmente circa le venti e trenta. Qua è quasi inverno e là quasi estate. Lo vedo con camicia azzurra e capelli sciolti, dove tenta di intrufolarsi una zanzara che allontana con un colpo di gomito. Sorride sempre, mentre racconta un po’ delle sue giornate australiane e mi dà ragguagli sulla ‘passeggiata’ fatta il giorno prima col cugino, parola che ho virgolettato perchè non ha nulla da spartire con le nostre passeggiate. Dalle foto che mi ha inviato, credo che abbia fatto quattro passi in paradiso. Inoltratosi in una sorta di bosco con piante altissime, il canto delle cicale “Non come le nostre, ma molto più grandi era tanto assordante da stordire”. Tutto laggiù è extra large, anche i ragni che è meglio evitare, specie quello che chiamano “funnel web spider, fa le ragnatele a imbuto e non è esattamente troppo simpatico”. Poi ha raggiunto l’oceano, che là chiamano “Mar di Tasmania” e mi ha inviato un video con il rumore delle onde che si disfano sulla riva piuttosto rocciosa che sabbiosa. Zero turisti, ignoro se arriveranno. Nell’insieme mi sembra un paesaggio marino incontaminato. Il suo peregrinare in Australia è benedetto da un cospicuo numero di cugini paterni e materni che se lo contendono. Non mi stupisce, date le doti umane e le abilità che possiede. Approfitto per dire che ieri l’altro – faccio confusione a far corrispondere il nostro orologio con quello australiano, più avanti di dieci ore – si è collegato da remoto e mi ha aggiustato un problemino sul portatile da cui sto scrivendo: un genio informatico! Non farà fatica a farsi apprezzare, gli auguro di trovare il lavoro giusto nell’ambito della sua Laurea in Ingegneria elettronica. Però il mio cuore spera che gli basti un anno di esperienza in fondo al mondo, per tornare sui nostri passi. Comunque si farà vedere per la Laurea di Gaia, la sorella, presumibilmente il prossimo settembre. Allora la festa sarà doppia, anzi multipla!
Un triste record
Rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): un italiano su tre è analfabeta. Lo sento prima delle nove – ieri mattina – mentre mi sto pettinando e resto basìta: possibile? Spero che sia un dato difettoso per eccesso. Massimiliano Ossini, il conduttore televisivo del programma raccoglie il pensiero – per nulla rassicurante – di una studiosa intervistata. Stamattina durante il tg1, la conduttrice Maria Soave intervista sullo stesso argomento Claudio Giovanardi, accademico della Crusca che parla di analfabetismo funzionale, diverso dall’analfabetismo strumentale di chi non sa leggere e scrivere. In Italia, ultima tra i Paesi industrializzati c’è poca attenzione per la cultura permanente, a differenza dei Paesi nordici. Significa che un italiano su tre, nella fascia 16 – 65 anni comprende solo testi brevi, calano competenze alfabetiche e matematiche. Il nostro Belpaese ha il patrimonio culturale più grande del mondo e il livello culturale degli italiani tra i più bassi. Qualcosa deve essere andato storto. Ripenso alle lamentele delle mie colleghe della scuola media riguardo gli apprendimenti superficiali degli alunni e al ruolo delle famiglie magari generose di soldi, ma scarse di ascolto e dialogo. Forse per questo la Mostra del Libro non è più in auge. Eppure lettura e comprensione del testo sono alla base di ogni apprendimento. Preciso: ascoltare, parlare, leggere e scrivere sono gli obiettivi della scuola media. Lo dico da ex insegnante – in pensione dal 2015 – e da autrice di 13 opere finora prodotte, molte custodite invendute a casa. Mi conforta il pensiero illuminante di Gianni che lavora in una rinomata Libreria di Castelfranco Veneto: “Vendere un libro è un’opera d’arte”. Figuriamoci leggerlo.
