ADDIO BUCA DELLE LETTERE è il titolo in sovrimpressione che scorre a corredo di un servizio televisivo che mi attrae, tra i croccantini dei gatti e il mio cappuccino. Lo scrittore Diego De Silva dice al riguardo la sua e il collezionista di cartoline Francesco Balducci esibisce alcuni esemplari della sua preziosa raccolta, tra cui una cartolina dipinta a mano. Mi viene in mente la canzone UNA CARTOLINA (del 1966) interpretata da Marisa Sannia (Iglesias, 15.02.1947 – Cagliari, 14.04 2008) cantante diventata apprezzata cantautrice in lingua sarda, mancata troppo presto. Tra l’altro, l’autore del testo è Sergio Endrigo, un altro gigante della bella musica italiana. Tornando al tema del post e a quanto emerso dal servizio, pare che alle rosse cassette postali toccherà la sorte toccata alle cabine telefoniche: un onorato congedo, perché il traffico cartaceo si è notevolmente ridotto, soppiantato dalle mail. Però che bello trovare cartoline dentro i libri di scuola, dei primi alunni, di qualche amico, di familiari che non ci sono più. Non tutto è perduto, perché c’è chi le colleziona ancora, come Martina e chi le spedisce, specie da lontano, come ha fatto Manuel da Singapore la scorsa estate. In una scatola di cartone in cantina sono custodite lettere e cartoline di un mio coetaneo quando lavorava in vari cantieri sparsi per il globo. Quando le riprendo in mano, mi intenerisco. A Natale e a Pasqua, con molto ritardo sulla data di spedizione mi giungono dall’Ungheria gli auguri di Helena, una motociclista amica di mio padre che non ho mai conosciuto personalmente: un anello della catena affettiva che mi sostiene. Oltre alla cartolina, da rilevare che la scrittura delle stesse in corsivo è un dono di sé unico e originale. Rossella personalizza gli auguri in bella grafia, anzi calligrafia: un esempio da seguire.
Mese: gennaio 2024
Inossidabili Anni Sessanta
Costretta a limitare le uscite a causa dell’anca artrosica destra (sinistra operata due anni fa) passo più tempo davanti al televisore. Come succede domenica, durante il programma Domenica in, storico contenitore del pomeriggio festivo. La conduttrice Mara Venier si attribuisce l’appellativo di ‘zia’ che infatti le si addice. Ospiti sono diversi cantanti degli anni Sessanta che sono ovviamente invecchiati, però mantengono entusiasmo e voce inconfondibile. Si esibiscono al microfono Vilma De Angelis (93 anni), Nicola Di Bari (83anni), Tony Dallara (87anni), forse altri che mi sfuggono, accumulati da un talento inossidabile e ancora buona salute. Mi soffermo su Tony Dallara – pseudonimo di Antonio Lardera – perché era molto apprezzato dai miei genitori. Mi piaceva sentirlo cantare ‘Bambina bambina’ (del 1956) con la voce nasale che lo contraddistingue, immaginando che potesse rivolgersi anche a me che allora avevo tre anni (!). Crescendo, sentii e apprezzai altri suoi successi: ‘Ghiaccio bollente’ e ‘Brivido blu’. Nel salotto di Mara ripropone: ‘Romantica’, ‘Ti dirò’… A proposito di ‘Romantica’ scopro che il testo è di Renato Rascel, un altro grande. Versi pieni di poesia, come quelli dell’esordio: Tu sei romantica/Amica delle nuvole/che cercano lassù/ un po’ di sol/come fai tu/, oppure verso la fine: Tu sei la musica/che ispira l’anima/ sei tu il mio angolo/di paradiso/per me/. Non mi stupisce che Tony Dallara si sia dedicato anche alla pittura, perché ‘La musica evoca i colori’ come ha dichiarato e come si desume da un altro verso della canzone: ‘Sono l’ultimo inguaribile malato di poesia’. Insomma, un artista a tutto tondo che si concede al pubblico nel salotto di Mara dopo un grave problema di salute, donandoci altre emozioni.
I giorni della merla
È noto che il merlo è un uccello passeriforme della famiglia dei Turdidi, col corpo nero e il becco giallo (il maschio, mentre la femmina è bruno-nerastra). Ignoravo fosse monogamo per tutta la vita e questo dettaglio me lo rende simpatico. Vive in coppie isolate, ma tende a diventare più sociale e a radunarsi in stormi durante le migrazioni. Anni fa, tornando da scuola a piedi, ne ho incrociato uno che zampettava nell’aiuola di un vicino che mi ha suggerito una poesia. Poi i goffi pennuti si sono diradati, forse hanno ‘cambiato aria’. Comunque c’entrano col detto odierno legato ai giorni della merla, ritenuti i più freddi dell’inverno, eccezion fatta per questa fine gennaio inaspettatamente tiepida. Da un bel po’ le stagioni non sono più quelle di una volta, bisogna farsene una ragione. Tornando al merlo, fonte ispiratrice del mio sfogo poetico sento l’esigenza di spiegare il contesto: fine lezioni, ore 13.15 circa, stress alle stelle. Forse avevo fatto cinque ore di fila di lezione, causa supplenza di una collega assente. A primavera avanzata era arrivato in terza un ragazzo problematico di origini brasiliane, bello e incontenibile: non riusciva a stare seduto né zitto. La lezione dipendeva dal suo umore e spesso saltava per i suoi interventi. Mi ero preparata ad accoglierlo, ma la sua disattenzione culturale per attirare l’attenzione era superlativa. Così i nervi erano messi a dura prova e il merlo incrociato per strada al ritorno divenne il mio interlocutore. Riporto i primi versi della poesia che ne scaturì: Merlo dal becco giallo/che zampetti tra viole e pansè/come vorrei essere te… I giorni successivi realizzai dei segnalibri con stampata sul davanti la foto di un merlo e sul retro la poesia che distribuii ai miei studenti, compreso ‘lui’ che ebbe l’impudenza di chiedermi di destinargli parte del diritto d’autore. Un personaggio che mi auguro abbia trovato il posto adeguato alla sua persona.
Lingua italiana
Stamattina verso le nove mi capita di seguire il programma ‘Pronto Soccorso Linguistico’, nel contesto della trasmissione Uno Mattina in Famiglia. Dato che scrivo, è normale che abbia un occhio di riguardo per ciò che c’entra con le parole. Però stamattina c’è qualcosa in più che mi fa piacere: un collegamento con il professor Francesco Sabatini che da casa parla della nascita della grammatica e di Pietro Bembo. A proposito, ad Asolo c’è una via che ricorda questo linguista, autore del trattato in tre libri Gli Asolani, un dialogo sull’amore ambientato ad Asolo nel XV sec. nella corte di Caterina Cornaro. Tornando al collegamento con l’illustre professore e linguista (nato a Pescocostanzo, 19 dicembre 1931), Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, seguito quando era ospite fisso della trasmissione, l’ho visto fisicamente provato, ma sempre lucido nelle sue argomentazioni. Poi la parola è passata al suo successore, Paolo D’Achille, professore di Storia della Lingua Italiana: ha parlato della nascita dei cognomi legata a motivi commerciali e ha spiegato alcuni modi di dire, quali ‘Andare a genio’ e ‘Obtorto collo’ , previo breve sondaggio presso il pubblico. Infine è stata spiegata l’origine francese della parola ‘supplì’ di ambito culinario: si tratta di una crocchetta con riso e vari altri ingredienti. Beh, a mio dire il programma linguistico è molto interessante, niente affatto noioso e meriterebbe tempi più lunghi. Persuasa che la nostra lingua debba essere sostenuta e amata, mi auguro che nelle alte sfere si incentivino iniziative e programmi volti a conservarne la linfa, recuperando il meglio degli scrittori del passato, senza negare la contaminazione con parole straniere. La lingua infatti è un organismo vivo, che si rigenera e si rinnova.
Alba cercasi
“L’indifferenza è la più perniciosa delle colpe”: è un passaggio del discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante la diretta dal Quirinale, per la Giornata della Memoria. Durante la cerimonia, il capo dello stato sottolinea l’importanza della cultura e dell’istruzione, “in un’epoca travagliata come la nostra” che sembra abbia scordato le tragedie del passato. Iniziativa lodevole ricordare ciò che è stato, non solo nell’inferno della Shoah, ma anche i molti che si sono adoperati per proteggere i propri simili, rischiando la vita. Sentire menzionare i ‘Giusti’ allarga il cuore; d’altra parte si arranca a cercarne tra le persone in carne e ossa, dopo l’attacco del 7 ottobre, come se la categoria si fosse estinta. La guerra in corso in Israele, Ucraina e altrove replica le brutture che speravamo archiviate. È risaputo che il bene non fa clamore. In un momento frastornato come l’attuale è difficile orientarsi, ed anche orientare. La cultura potrebbe fare di più, gli intellettuali dovrebbero prevalere sui politicanti, la solidarietà potrebbe scalzare l’indifferenza. Voglio sperare che ci siano ancora le persone per bene, quelle che non blaterano e operano in silenzio, sebbene screditate. Sul piatto della bilancia i media pesano, l’intelligenza artificiale avanza, allettante e provocatoria. Il futuro è fosco, il presente non è roseo. Sarebbe gradita un’alba/aurora (l’aurora è appena prima dell’alba) rasserenante, anche in versione boreale. Ma preferirei quella ‘dalle dita rosate’ di greca memoria. Volesse il Cielo che fosse l’ultima fase del crepuscolo esistenziale!
Limoni e Poesia
Non sono esperta di agrumi, ma ieri ho provato una grande soddisfazione a raccogliere i primi frutti della mia pianta di limoni, che dopo vari anni di ‘sterilità’ mi ha regalato un abbondante raccolto. I frutti sono piuttosto piccoli ma per me un concentrato del colore preferito…e di vitamina C. Premetto che la pianta, regalata a mio figlio, era stata trascurata e sembrava destinata al riposo. Ma in fioritura attirava gli insetti, distribuendo il delizioso profumo delle zagare. Ceduta alle mie cure, mi sono informata da Matteo – che tiene un banco di semi al mercato locale – sul tipo di intervento da attuare, per restituirle vigore: ‘lupini’ è stata la sua risposta che mi ha riportato a una famosa novella del Verga. I lupini sono un legume antichissimo con proprietà nutrizionali eccezionali. Compero i semi di lupini e seguo le indicazioni di Matteo. Scopro così che macinati sono un eccellente fertilizzante per gli agrumi e la mia pianta si trasforma quasi in un albero, tanto che acquisto un carrello per spostarla dal garage – dove sta d’inverno sotto una finestra – e fuori. Ieri la raccolta di metà frutti che ho immortalato e inviato ai miei contatti. Si meriterebbe una poesia. Mi sovviene che nella raccolta ‘Ossi di seppia’ di Eugenio Montale, scrittore considerato da universitaria, c’è la poesia ‘I limoni’, una delle prime scritte dall’autore, che andrò a rivedere perché non mi ricordo granché, ma mi piace pensare che la pianta profumata abbia toccato le corde del poeta genovese, Nobel per la letteratura nel 1975, che definisce i limoni: ‘le trombe d’oro della solarità’. Non mi stupisce che sia stato inebriato dai profumi e dai colori della Liguria, conosciuta durante viaggi effettuati in passato. Limoni e Poesia è una bella accoppiata.
Saul e Lara
Oggi 25 gennaio, il calendario ricorda la conversione di San Paolo Apostolo, ex Saulo di Tarso divenuto Paulo ed infine Paolo. Ho dato il nome Saul a mio figlio, dopo aver valutato bene il significato, la musicalità, chi lo aveva portato…e quant’altro perché ritengo, come ha scritto qualcuno che il nome sia il dono più bello che la madre può dare, dopo la vita. Non mi dilungo sugli agganci culturali, che ci sono e mi sta bene che fosse anche il nome di San Paolo prima della conversione sulla via di Damasco, tanto che per me oggi è quasi l’onomastico di mio figlio Saul…che da ragazzino voleva chiamarsi Jonathan (credo uno dei Power Rangers). Da una ricorrenza a un’altra, oggi è il compleanno di una cara persona, cui faccio auguri di cuore: Lara, la mia parrucchiera che da quarant’anni si occupa della mia chioma e non solo. Veniva a mettermi i bigodini a domicilio quando mio figlio era di pochi mesi e non me la sentivo di lasciarlo alla babysitter per andare a farmi la piega. Da grandicello la cosa è cambiata e ho ripreso l’appuntamento settimanale in salone, dove la sosta è tempo di cura del capo, ma anche di confidenze e di relax. Lei sa che mi piacciono i capelli ondulati e che sono conservatrice in fatto di capigliatura: mi asseconda e non mi forza a cambiare. Alla mia età, cerco un’immagine che mi rispecchi e mi dia sicurezza. Così quando torno a casa, sono soddisfatta e con il cuore leggero. La nostra è un’amicizia su base professionale, diversificatasi per una condivisione di emozioni e di idee. Del resto Lara a ragione può contare su una clientela affezionata che le riserva stima e continuità di lavoro. In conclusione, questa data stende sul mio privato una ventata di bellezza e di stabilità. Augurissimi 💐
Educare ed Istruire
Oggi 24 gennaio Giornata Internazionale dell’ Educazione, istituita nel 2018 dalle Nazioni Unite e celebrata per la prima volta il 24 gennaio 2019. Un abbraccio virtuale ai docenti in servizio, sulle cui spalle grava il peso di prevenire gli incidenti legati ai conflitti interpersonali e oltre. Ciò detto per coinvolgimento professionale, è risaputo che la scuola non è l’unica entità educante e nemmeno la prima. Mi sono concessa una rapida pausa al bar dove leggo un articolo sul quotidiano disponibile la Tribuna piuttosto allarmante: violenza sabato sera in centro a Montebelluna, dove tre bulle picchiano una 15enne, provocandole contusioni e altro, con due settimane di prognosi. Il padre della ragazza ha sporto denuncia e si interroga sui motivi di tanta brutalità. Immagino la scena: il gruppo di ragazze presumibilmente alterate da sostanze che alle nove di sera puntano una quasi coetanea, sola, con l’intento di rubarle qualcosa oppure di vendicarsi per qualcosa. Da genitore di un figlio adulto, mi ricordo l’ansia con cui aspettavo che rientrasse la sera del sabato, da lui sempre rispedita al mittente, ritenendola eccessiva. Tuttora mi rimprovera di essere troppo ansiosa – critica che ritengo esagerata – ma credo sia connaturata al ruolo genitoriale. Mi considero fortunata a non avere un figlio/a adolescente, dati i tempi turbolenti ed anche di essere in pensione, perché il rapporto docenti-genitori non è proprio idilliaco. ‘Deriva educativa’ è un’espressione che ho sentito spesso ultimamente, in relazione alle problematiche scolastiche e non solo. Per il capo dello stato Sergio Mattarella, l’istruzione è la chiave per garantire libertà e pace. Istruzione ed educazione sono pertanto le facce della stessa medaglia, cui dobbiamo concorrere tutti.
Scrivere a mano
Scrivere a mano ci dice chi siamo: sembra uno slogan pensato ad hoc per la odierna Giornata nazionale della scrittura a mano o HandWriting Day, istituita nel 1977 in America e dedicata all’arte della calligrafia. Sarà contenta la mia amica Rossella che ha seguito un corso di quest’arte e pure la sua amica Lurdes. Anch’io sono lieta che tra tante giornate, ci sia spazio per la comunicazione scritta, oggi sempre più digitale e meno affidata a carta e penna. Io stessa uso la tastiera per postare nel mio blog e scrivo al pc romanzi e racconti, per ovvie ragioni di tempo e chiarezza. Tra parentesi, nei concorsi letterari rifiutano il manoscritto, e immagino perché. Però le mie poesie nascono dalla matita su carta anche di emergenza – per fermare l’attimo creativo – e uso il retro degli scontrini per appuntare ciò che devo comperare. Quindi non ho rinunciato alla scrittura a mano, a favore della quale ho scritto che: “Le parole hanno sempre un senso, anche se a volte bisogna cercarlo oltre le righe. Dietro la scrittura delle singole lettere ci sono le emozioni, espresse dal tratto lieve o intenso. La comunicazione è un gioco di squadra tra chi scrive/parla e chi legge/ascolta”. La mia non è una calligrafia nel senso di bella scrittura, ma una grafia che denota temperamento, fatta di lettere appuntite e impresse con tensione. Quando scrivo qualche dedica o un biglietto speciale, cerco di controllare la mano per lasciare uno scritto che parli di me e che sia intelligibile. Nel tempo la firma su è un po’ modificata: la A di Ada una volta era ad arco, mentre ora assomiglia alla Torre Eiffel: chissà cosa vorrà dire! La sigla che apponevo sui compiti a scuola è invece rimasta identica: una C ondulata che si allunga in una A a triangolo. Interessante questo guardarsi dentro attraverso i segni della scrittura, la più grande tra le invenzioni.
Scrittura manuale
Scrivere a mano ci dice chi siamo: sembra uno slogan pensato ad hoc per la odierna Giornata nazionale della scrittura a mano o HandWriting Day, istituita nel 1977 in America e dedicata all’arte della calligrafia. Sarà contenta la mia amica Rossella che ha seguito un corso di quest’arte e pure la sua amica Lurdes. Anch’io sono lieta che tra tante giornate, ci sia spazio per la comunicazione scritta, oggi sempre più digitale e meno affidata a carta e penna. Io stessa uso la tastiera per postare nel mio blog e scrivo al pc romanzi e racconti, per ovvie ragioni di tempo e chiarezza. Tra parentesi, nei concorsi letterari rifiutano il manoscritto, e immagino perché. Però le mie poesie nascono dalla matita su carta anche di emergenza – per fermare l’attimo creativo – e uso il retro degli scontrini per appuntare ciò che devo comperare. Quindi non ho rinunciato alla scrittura a mano, a favore della quale ho scritto che: “Le parole hanno sempre un senso, anche se a volte bisogna cercarlo oltre le righe. Dietro la scrittura delle singole lettere ci sono le emozioni, espresse dal tratto lieve o intenso. La comunicazione è un gioco di squadra tra chi scrive/parla e chi legge/ascolta”. La mia non è una calligrafia nel senso di bella scrittura, ma una grafia che denota temperamento, fatta di lettere appuntite e impresse con tensione. Quando scrivo qualche dedica o un biglietto speciale, cerco di controllare la mano per lasciare uno scritto che parli di me e che sia intelligibile. Nel tempo la firma su è un po’ modificata: la A di Ada una volta era ad arco, mentre ora assomiglia alla Torre Eiffel: chissà cosa vorrà dire! La sigla che apponevo sui compiti a scuola è invece rimasta identica: una C ondulata che si allunga in una A a triangolo. Interessante questo guardarsi dentro attraverso i segni della scrittura, la più grande tra le invenzioni.
