Festa- morte, tragico connubio

Non si può morire durante una festa di Laurea o peggio, per una festa di Laurea. Mi riferisco al tragico fatto accaduto venerdì notte a Bagheria (Palermo) dove la ventenne Simona Cinà è morta in circostanze da chiarire durante la festa nella piscina di una villa affittata per la circostanza. Domani l’autopsia sul corpo della giovane potrà chiarire le cause del decesso. Per ora prevale il giallo. La cosa che mi disturba maggiormente è la commistione festa – morte. Penso alla mia festa di Laurea tanti anni fa, con i parenti lontani invitati a cena in una trattoria a due passi da casa. Quasi due anni fa ho partecipato a quella gioiosa di Manuel, mi pare organizzata dalla Pro Loco, con nonna Gina fatta ‘scorazzare’ sulla sedia a rotelle. Uno spasso. C’era da bere, da mangiare, da cantare, da ballare… come da tradizione. Senza effetti collaterali negativi o funesti. Nel caso di Simona, mi auguro che si tratti di sfortuna e che il decesso non sia da attribuire a comportamenti sconsiderati. Penso ai genitori della. persona laureata, agli invitati alla festa trasformatasi in un evento tragico, ai genitori di Simona. La precarietà è sempre dietro l’angolo, per tutte le età. Però noi non ci pensiamo. Spesso la vita è paragonata a un viaggio, con destinazione comune, ma uscita che non ci è dato conoscere. Per non avvilirmi, chiudo con le parole confortanti della canzone “Che sia benedetta” di Fiorella Mannoia che canta: “Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta”.

Albicocco o Armellino?

I gatti si scelgono il padrone. E le piante? La domanda mi sorge spontanea, perché nello spazio adibito a giardino sono cresciuti spontaneamente un Fico, un Ciliegio e un Armellino che in questi giorni è ricco di piccoli e gustosi frutti gialli. Essendosi piazzato tra la siepe di fottinie che bordano il confine, i rami più lunghi spaziano sul marciapiede, rilasciando le piccole gemme che vado a raccogliere, prima che incauti pedoni le calpestino. Dato che la raccolta è abbondante, ipotizzo che dovrò trasferirmi ai fornelli per farne prelibata marmellata. Un ricordo d’infanzia mi restituisce il sapore di frutti simili che gustavo dalla zia Primina a Pravisdomini, paese natale di mia mamma Giovanna, una squisitezza che si scioglieva in bocca più gradita delle caramelle. Certo la zia ci aggiungeva la simpatia e l’orgoglio della padrona di casa che si compiaceva di offrire frutti sul posto, cogliendoli direttamente dall’albero. Il Prunus Armeniaca, parente dell’albicocco appartiene alla famiglia delle Rosacee. È una pianta antichissima, che risale a circa 5000 anni fa, proveniente dalla Cina nord – orientale. In alcune province del Veneto, come a Treviso viene chiamato in dialetto ‘armellino’ che significa ‘albicocco’. Avendo in giardino sia l’Albicocco che l’Armellino, riconosco che non sono proprio identici, ma entrambi regalano frutti deliziosi.

Scrittori d’estate

Il venerdì di Repubblica in corso ha una copertina in tema con il periodo, per molti di ferie: una sedia difronte al mare, un cappello e un libro aperto. Il commento non è proprio lusinghiero: “Quando le vacanze erano intelligenti” con le domande: “E oggi? Dove vanno, e che cosa fanno, gli scrittori d’estate?”; all’interno un reportage di Brunella Schisa con un articolo di Nicola Mirenzi. Siccome scrivo, mi ritengo una scrittrice, anche senza santi in paradiso. Intanto rispondo per me: D’estate scrivo, mi sposto q.b. dedicandomi a gatti e fiori che mi rilassano e favoriscono la vena poetica. Piuttosto che evadere, sento il bisogno di ritirarmi in quanto l’eccesso di folla mi preoccupa, sia al mare che in montagna. Mettermi in viaggio poi sarebbe un extra stress perché non ho un buon rapporto col volante. Sto bene a casa mia, dove ho ciò che mi serve. Ma non è sempre stato così. Dal reportage emerge che “Le vacanze non sono più quelle di una volta. E nemmeno gli scrittori” nel senso che adesso gli scrittori le fanno lontano dal mondo editoriale, per stare un po’ alla larga dal proprio ambiente di lavoro “pagato sempre meno” dice Elena Stancanelli. Invece è diffuso il Festival Letterario, una forma di promozione culturale per un rapporto diretto con il lettore, più che con gli altri scrittori oppure i critici. In sintesi, in un mondo che cambia, sono cambiate anche le vacanze degli scrittori. Finita l’epoca dei circoli letterari, ognuno procede per conto suo. Cicerone direbbe: Oh tempora, oh mores!

Fiori e Paesi

D’abitudine, leggo il settimanale all’incontrario, cominciando dall’ultima pagina, forse per assecondare una nota anticonvenzionale che mi attribuisco. Alle dieci di ogni sabato sono a Possagno da Lara, la mia parrucchiera di fiducia ormai da decenni. Mi precede una cliente abituale che legge il settimanale OGGI prima di me. Quando arrivo me lo passa, sapendo che lo cerco tra gli altri settimanali a disposizione. Dopo il lavaggio dei lunghi capelli, rimango sotto il casco circa quaranta minuti che mi consentono di sfogliare tutte le pagine, soffermandomi su quelle che mi interessano di più, specie le Rubriche di Don Antonio Mazzi e di Luigi Garlando. Per ultima rimane LA POSTA DEI LETTORI, cui risponde il direttore Andrea Biavardi. È con grande meraviglia che tra le Lettere del N°30 spicca la foto di Castelcucco dove abito, con il girasole in bella vista, inviata giorni prima in redazione. Questo l’antefatto: la giornalista Antonella Arcomano mi contatta e mi chiede l’indirizzo per spedirmi una copia omaggio, per avere segnalato un disguido. Mi confida che in passato ha abitato ad Asolo, poco distante da Castelcucco. Per ricambiare, le invio una foto del mio paese, pensando che sia finita là. Invece no, il direttore Andrea Biavardi apprezza lo scatto, con richiesta di pubblicarlo. Sono lusingata e incredula. Girasole e Castelcucco in bella vista. La foto risale a qualche giugno fa: stavo per uscire, poco prima delle otto quando fui attratta dalla visione del fiore che segue il sole, interposto tra casa mia e la chiesa parrocchiale sullo sfondo. Impossible non immortalarlo. Grazie al direttore e alla giornalista di avere pubblicato l’immagine, diffondendo la serena bellezza del mio paese.

Tempo e umore a sbalzi

La settimana è partita malaccio. Lunedì pioggia e vento, martedì così così. Faccio un giretto per il giardino dove l’erba cresce indisturbata, quest’anno anche con strani fiorellini gialli che sembrano ranuncoli. È sbocciata una rosa rossa con tre boccioli laterali che è un amore. Le mele, ancora piccole si stanno ingrossando, mentre i melograni si stanno indorando e al tramonto fanno proprio un bel vedere. Delle tortore si rispondono, dei cani abbaiano. Alto nel cielo sfreccia un aereo. Nel prosieguo della settimana, si alternano sole e pioggia. Sono cadute delle foglie di fico, forse indizi d’autunno. Le piume di canarino impigliate tra le maglie della voliera segnalano un repentino cambio di temperatura. Non siamo ancora nel cuore dell’estate ‘canonica” e giungono segnali del cambio stagionale. Mah, è tutto ribaltato. Faccio una vendemmia di prugne, perché la pianta quest’anno ha dato il meglio di sé, incredibilmente, tanto che mio figlio vociferava di tagliarla. Viceversa, ieri sera si è munito di scala ed ha raccolto dai rami più alti i succosi frutti viola. Con le prugne di metà settimana ho fatto circa tre chili di marmellata (per i pignoli “composta”) che donerò a chi apprezza il lavoro artigianale, gratificante e impegnivo. Mentre scrivo, è nuvoloso, circa venti gradi buoni, niente frinire di cicale come era successo giovedì verso mezzogiorno. Può darsi che il tempo cambi, strada facendo. Come l’umore, costretto a sbalzi.

Carenza di medici

Non so se il proverbio “Le ore del mattino hanno l’oro in bocca” sia applicabile anche alle notizie di primo mattino. Nel mio caso potrei dire di sì, perché sono più ricettiva appena sveglia. Come succede verso le sette, durante la trasmissione Tg1 estate. Mi colpisce la frase: “Se senti dolore sei vivo. Se senti il dolore degli altri, sei umano” attribuita a Lev Tolstoj e citata dal medico intervistato stamattina dalla conduttrice Micaela Palmieri sulla professione medica e l’addio al numero chiuso per chi voglia intraprenderla. In Italia c’è carenza di personale medico e infermieristico: mancano più di 5.500 medici di famglia; in Calabria sono stati assunti ben 400 medici cubani, per garantire l’erogazione dei servizi sanitari. La scelta ha suscitato dibattiti e riflessioni. D’altro canto, giovani professionisti italiani rispondono alla richiesta di Paesi occidentali come Lussemburgo e Paesi Bassi che offrono stipendi elevati. Altri Paesi europei vivono la carenza di medici: Regno Unito, Francia, Germania, Svizzera… quindi il problema è allargato. Non so come stiano effettivamente le cose. Da parte mia, cerco di mantenermi in salute ed evito di ricorrere al medico per motivi banali. In passato mi è capitato di aspettare anche tre ore per una ricetta, e non è stato piacevole. Sento ciò che succede nei Pronto Soccorso, spesso sovraffollati perché certi pazienti ci ricorrono con troppa disinvoltura. Leggo nel quotidiano LA TRIBUNA l’articolo “Via al reclutamento di medici esteri non ancora riconosciuti”, per carenza di personale nella sanità. L’intervento, operativo già durante l’emergenza pandemica potrà estendersi fino al 2027. Incrocio le dita e spero di mantenermi in salute.

Addio all’operaio poeta

[ ] Addio all’operaio poeta… Così esordisce il titolo dell’articolo che il Gazzettino odierno dedica a Alberto Albanese, mancato l’altro ieri all’età di 88 anni (ne avrebbe compiuti 89 il 12 agosto). “Pur avendo conseguito la sola licenza elementare, si è sempre dilettato con le parole”. Basta questo per considerarlo un grande vecchio, un artista. La sua produzione poetica è espressa soprattutto in dialetto. Socio fondatore con il padre e il fratello del circolo di poesia “El Sil”, è stato ideatore e segretario del Premio letterario San Paolo, concorso nazionale nato a Treviso nel 1977 per dare voce a nuovi scrittori, a tutt’oggi vetrina culturale importante della città. Le poesie scritte in lingua italiana sono state pubblicate nel 1956 ne “Il Vittorioso”. La figlia Laura lo ricorda così: “Era buono come il pane…le sue poesie in dialetto veneto sono lo specchio più fedele di un animo genuino che aveva nella sua terra radici profonde”. Sottolineo il suo attaccamento al dialetto, una scelta che profuma di radici, specie dopo l’esperienza di emigrante fatta a solo vent’anni in Svizzera, a Neuchatel per trovare lavoro. Il mio prof di Liceo mi definiva “cultrice del dialetto” perché lo usavo dal posto con le compagne, alternandolo però con l’italiano quando ero alla cattedra. Lo parlo infatti volentieri, ma lo trovo difficile da usare nello scritto. Apprezzo pertanto chi lo fa o lo ha fatto, per comunicare emozioni. Cerco e trovo sul web la poesia “Un fià de la me tera” sul radicchio rosso tardivo di Treviso, di cui riporto la parte finale: Me tegneva compagnia/me confortava ‘l cuor,/me dava contentessa/aver nel me disnar/un bel piatel/de radici trevisani:/un fià de la me tera.//

Quando è troppo, è troppo

Coprifuoco contro la maleducazione. Antonino De Lorenzo, sindaco di Praia a Mare, comune in provincia di Cosenza vieta ai minori di 14 anni di andare in giro da soli dalla mezzanotte alle 7 del mattino, segnalando “Troppi atti di vandalismo e caos con monopattini”. Il divieto prevede multe di 100 euro per ogni minore trovato a scorazzare dopo l’orario consentito e di 250 euro per ogni adulto responsabile che non controlla le azioni del minore. Il provvedimento resterà in vigore fino alla fine di settembre. Sono senza parole nel constatare che debba essere il primo cittadino a porre rimedio là dove sarebbe competenza dei genitori che volentieri se ne lavano le mani. Il sindaco è nato il 3 ottobre 1976 quindi è probabile che abbia figli, Praia a Mare conta 6300 abitanti che d’estate aumentano. Presumibilmente visitano il Castello Normanno, il Santuario della Madonna della Grotta, la Fontana Monumentale, la Grotta Azzurra, eccetera. Dato il caldo che assilla il Meridione, suppongo che abitanti e turisti si muovano alla sera, anzi a tarda sera. Ma la vigilanza dei minori non deve fare capo al sindaco, che avrà ben altre gatte da pelare. Ritengo il suo provvedimento adeguato e coraggioso, nel senso che dovrebbe consentire un’opportuna autocritica agli adulti responsabili dei minori. Anzi, escludendo i 15/16/17enni dal provvedimento, lascia una parte del malcostume operante, con possibile ampliamento del fenomeno, riscontrabilile purtroppo in molte città Italiane, a qualunque latitudine.

Anche i santi aiutano

Conosco diverse persone di nome Marta, una delle quali è diventata mamma per la seconda volta pochi giorni fa: a lei doppi auguri. Marta è uno dei nomi femminili più antichi, portato in Italia da oltre 61.500 persone. Deriva dall’aramaico “marta” che significa “padrona” o “signora”. Marta Piva era una cara collega mancata troppo presto. È anche il secondo nome della mia amica Lucia, e il nome ‘parallelo’ di Martina che giusto ieri sera mi informava che santa Marta è la protettrice delle ‘massaie’, sollevando dei dubbi sull’uso corrente di questo sostantivo. La cosa mi ha incuriosito e mi sono documentata. Il sinonimo più comune di massaia, termine effettivamente in disuso è casalinga o donna di casa, cioè di persona che come occupazione esclusiva o principale cura l’andamento della propria casa. In questi termini non mi si addice, perché la mia occupazione principale è un’altra. Magari sono massaia in qualche circostanza, tipo quando faccio i muffin o la marmellata. Comunque santa Marta di Betania, sorella di Maria e di Lazzaro è la protettrice di casalinghe, domestiche, albergatori, osti e cuoche, padroni di casa, ospizi: praticamente tutta la ristorazione. La figura di Santa Marta è associata alla vita attiva e all’ospitalità. Per questo molte congregazioni femminili e chiese sono intitolate a lei. In alcune località, come il paese di Marta (VT), Santa Marta è anche la patrona e viene festeggiata con particolari celebrazioni. Io mi limito a fare gli auguro di Buon Onomastico alle varie Marta che conosco. 🌻

Un regalo della Natura

Di lunedì, opto per la dolcezza. L’occasione mi viene offerta dalle prugne, raccolte ieri pomeriggio con soddisfazione da mio figlio… e un po’ di ansia da parte mia. Infatti, essendosi la pianta allungata oltre il tetto, è stato necessario utilizzare la scala allungabile e raggiungere i rami più alti. Da lassù, muovendosi con cautela Saul ha riempito mezza borsa di plastica, di quelle in uso nei supermercati per alcuni chili di frutti viola destinati probabilmente a diventare confettura. Cosa facevo io? Stavo ai piedi della scale, a fare da contrappeso per la sua discesa. La cosa curiosa è che la pianta quest’anno ha prodotto in abbondanza, cosa che non era successa gli anni precedenti. Forse ha subodorato l’intenzione di toglierla di mezzo, se improduttiva. Un prugno inizia a fruttificare generalmente dopo 2 – 5 anni dalla messa a dimora, a seconda della varietà e delle cure ricevute. Escludo che il mio sia stato oggetto di attenzioni, quindi il raccolto per me è un regalo della natura. Il pruno europeo, chiamato anche prugno o susino, è una pianta che appartiene alla famiglia delle Rosaceae. Venendo alle proprietà del frutto, esso contiene le vitamine A, B1, B2, C e alcuni sali minerali: potassio, fosforo, calcio e magnesio. La differenza tra prugne e susine è principalmente lessicale, legata allo stato di conservazione del frutto. Quando è fresco, viene comunemente chiamato susina, mentre quando è essiccato, viene chiamato prugna. Mi dissocio un po’ da questa spiegazione, perché ho una pianta di susine varietà goccia d’oro che sono abbastanza diverse dalle prugne: rotonde anziché ovali, polpa molto succosa, colore simile. Comunque, frutti estivi prelibati entrambi che mi diletto a fotografare e a gustare.