Maria Grazia è il nome dato alla neonata abbandonata nella culla termica di una chiesa a Bari. Don Antonio Ruccia, parroco di San Giovanni Battista l’ha trovata alle 7.15 quando è squillato il cellulare attivato automaticamente dalla ‘culla per la vita’ dotata di sensori. Quando un neonato viene posto sopra la culla, il peso attiva un allarme, in questo caso sul telefono di don Antonio che ha immediatamente allertato il 118. Lui stesso ha proposto il nome per la piccola che “gode di buone condizioni di salute”, rassicura il sacerdote che vedo giustamente emozionato in tivù. Maria Grazia pesa 3 chili e 400 grammi. Per certi versi sembra una storia fatta apposta per Natale quando si rinnova il miracolo della nascita di Gesù. Immagino il dietro le quinte di questo evento che ha portato la madre di Maria Grazia a disfarsene, e mi interrogo sulle ragioni di questo abbandono, riguardo al quale la donna potrebbe ricredersi. Non so dove potrebbe collocarsi il lieto fine, a Maria Grazia poteva andare peggio. Mi ha colpito il manifesto appeso all’ingresso del Reparto di Neonatologia del Policlinico di Bari dove in rosso, a caratteri cubitali si legge: “Nessun bambino è un errore” che ritengo appropriato e incoraggiante per le potenziali madri in difficoltà. La storia, per ora a lieto fine mi procura un misto di sollievo e di ansia, soprattutto disagio. Essendo madre, d’istinto trovo inconcepibile privarsi di un figlio, per quanto il ventaglio delle motivazioni per ‘cederlo’ ad altri che se ne occuperanno sia meno peggio dell’abbandono o della soppressione. Molti bambini durante questo turbolento Natale saranno senza famiglia. Pace e Amore sono i doni più grandi, da qualunque fonte arrivino.
Categoria: Attualità
Ancora una!
Nel discorso alle Alte Cariche dello Stato il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella afferma: “in particolare scuote le nostre coscienze – ed è intollerabile – la violenza degli uomini sulle donne”. Avrei preferito silenziare questo argomento, che purtroppo si è ripetuto in un paese vicino al mio: Riese Pio X che al nome del paese ha aggiunto quello dell’illustre cittadino (Riese, 2.06.1835 – Roma, 20.08.1914) non solo divenuto papa nel 1903 ma anche canonizzato il 29 maggio 1954. Giusto un paio di mesi fa, dal 17 al 22 ottobre si è svolta la ‘peregrinatio’ dell’urna con il corpo del santo. Il paese torna alla ribalta per un ennesimo femminicidio: Vanessa Ballan, 27 anni, incinta di tre mesi e madre di un bimbo di quattro anni è stata uccisa in casa con sette coltellate da Bujar Fandaj, 41anni, imbianchino kosovaro con cui aveva avuto una relazione e che aveva denunciato per stalking lo scorso ottobre. Martano, il procuratore capo di Treviso dice: “La valutazione fatta era di non urgenza, cosa purtroppo che si è rivelata infondata”. Non si è ancora spenta – ed è giusto così – l’eco sulla morte di Giulia Cecchettin che dobbiamo registrare un altro femminicidio. Il mio primo pensiero va al bimbo privato della mamma, poi al compagno e ai familiari di Vanessa. Ma sento di dovere esprimere un pensiero di solidarietà verso le forze dell’ordine, sottodimensionate e criticate. A parte l’abitudine di interrogarsi sempre se il fatto potesse essere evitato, perché non concentrarsi sulle responsabilità dell’autore che l’ha pensato e messo in atto? Vanessa aveva fatto ciò che consente la legge per difendersi e lui, fingendo remissione sembrava aver messo una pietra sopra alla storia sentimentale conclusa. In un video postato dice di essere stato educato dalla madre come una persona gentile. Infatti, assassino lo è diventato per sua scelta!
Panettone o Pandoro?
Premetto che non compero panettone né pandoro, e spero che non mi arrivino in regalo perché sono allergica agli emulsionanti che mi provocano disturbi intestinali. Naturalmente non rinuncio al dolce natalizio che preferisco farmi da me, magari optando per dei muffin decorati con stelline di zucchero. Inoltre mi sono proposta di dimagrire durante le imminenti festività, sia perché non ho in programma cenoni da condividere, sia per una scelta controcorrente in linea col mio spirito anticonvenzionale. Ciò detto, colgo con la coda dell’occhio, passando davanti al televisore che accendo prima di stendermi sulla poltrona relax – con stufa accesa e gatti sornioni – l’argomento della discussione durante il programma ‘Stasera Italia’ di rete 4: “Il pandoro della Ferragni diventa un caso politico”. Per dovere di cronaca, non conosco granché la signora bionda: so che maneggia molto bene i social ed è la consorte di Fedez (di cui so quasi zero e mi sta bene così). Le è stata comminata una super multa, per “pratica commerciale scorretta” durante la promozione del pandoro Balocco. Lei prova ad ‘addolcire’ la sanzione, donando un milione di euro: lo dice in tono dimesso, senza trucco o quasi e senza abito di scena. Agli ospiti del programma prossimi a commuoversi, Maurizio Belpietro ricorda che il ‘ravvedimento’ è giunto dopo quattro giorni dalla maxi ammenda e che l’influencer conosce molto bene i meccanismi dei social che possono scaraventarti dalle stelle alle stalle. Sono portata a credere che le sue siano lacrime di coccodrillo e se mi sbaglio mi scuso. Personalmente preferisco la generosità riservata, per non dire nascosta. Peraltro è vero che “errare humanum est”. Peccato che un dolce prodotto diventi protagonista di sospette operazioni commerciali. Ovviamente, non è colpa del pandoro!
Medicina narrativa
Domenica tranquilla. Vado a fare la seconda colazione al bar, dove trovo Il Corriere che di domenica ha l’allegato Salute. Il titolo dell’articolo di Elena Meli mi cattura: “Raccontarsi per curarsi meglio”, seguito nella pagina successiva dal Dossier “Quello che può ‘fare’ la medicina narrativa”. Sullo stesso tema l’editoriale di Luigi Ripamonti: Scrivere per ‘essere Salute’. La Medicina Narrativa nasce negli Stati Uniti alla fine degli Anni Novanta e viene consacrata in Italia dall’istituto di Sanità nel 2014. Prende in considerazione per la cura gli aspetti personali del malato, attraverso ciò che i professionisti praticano quotidianamente: leggere, scrivere, raccontare, ascoltare storie di malattia: quindi la storia del paziente come parte centrale del percorso di cura. Ad essere sincera, non mi pare neanche una novità, se penso al colloquio personale tra medico e paziente quando il professionista fa l’anamnesi classica. Comunque chiederò lumi alla mia dottoressa la prossima volta che andrò in ambulatorio. Curiosando sul web, vedo che sull’argomento è stato scritto parecchio, anche dalla grande Rita Levi Montalcini nel suo “Elogio dell’imperfezione” che rileggerò senz’altro. In sostanza, attraverso colloqui liberi tra medico e paziente, ma anche attraverso pratiche di scrittura si concretizza il ‘fare medicina’ predisponendo alla diagnosi e alla cura. Beh, la medicina non è il mio campo ma ho sempre sostenuto che esprimersi – a voce e/o per scritto – sia un potente mezzo di relazione, un ponte verso le persone, un’auto cura nel mio caso. Non per nulla il mio stimato prof di liceo Contro Armando, quando gli telefonavo non mancava simpaticamente di dirmi: “Cusin, per te scrivere è una malattia!” cui io rispondevo serena: “Ma è anche la mia cura!”
Andrea, animalista generoso
Andrea Cisternino, ex fotografo romano ha fondato una decina di anni fa a nord di Kiev un rifugio – Rifugio Italia KJ42 – per centinaia di animali maltrattati che non ha abbandonato nonostante la guerra in corso. Autore del libro fotografico: “Randagi: storie di uomini e animali”, schierato con le associazioni animaliste più povere in Italia, Ucraina e Spagna si dedica con amore ai suoi protetti a quattro zampe di tutte le specie. La moglie Vada Shalutko ha riparato all’estero, ma lui non ha voluto lasciare i suoi animali. La situazione peggiore, segnalata mesi fa dall’appello della moglie: “Circondato dai russi senza acqua né cibo” è ora superata, ma immagino che questo animalista ogni giorno debba superare svariate difficoltà. Ne parla stamattina un breve servizio in coda al telegiornale mattutino. Il nome di Andrea Cisternino non mi è nuovo, ma approfondisco la notizia perché ammiro lo spirito di servizio a favore di creature sfortunate e inermi, molte morte d’infarto a causa dei bombardamenti bellici. Trovo lodevole occuparsi degli animali abbandonati, maltrattati e/o in difficoltà perché le creature condividono con noi il soggiorno su questa terra. Il patrono d’Italia, san Francesco d’Assisi lo scrisse già tanti secoli fa nella bellissima preghiera di Fratello Sole o Cantico delle Creature. La guerra è un flagello planetario che danneggia vite e ambiente, ma anche dove non parlano le armi, gli animali sono talvolta maltrattati, sfruttati in combattimenti o abbandonati perché d’impiccio magari a festeggiamenti in occasione delle festività di fine anno. Voglio sperare che la coscienza animalista alberghi in molte persone e che nessuno si privi dell’amore incondizionato di un cane, di un gatto…perfino di un maialino. E che pecore e agnelli, banditi dalle tavole ci facciamo compagnia dal presepe.
Nobel per la Pace 2023
Domenica 10 dicembre era la Giornata Mondiale dei diritti umani. Il Nobel per la Pace, assegnato a Narges Mohammadi in carcere in Iran è stato ritirato dal marito e dai figli gemelli Kiana e Ali di 17 anni. Durante la cerimonia per la consegna del premio al municipio di Oslo, tra i due ragazzi campeggia una eloquente sedia vuota, sormontata dal ritratto di Narges, simbolo di tutte le ingiustizie contro le donne. Narges, 51anni, detenuta dal 2021 nel carcere di Evin si batte contro il regime tirannico e misogino dell’Iran. I figli – esiliati in Francia dal 2015 – si sono detti “estremamente preoccupati” per la sua salute, dopo che lei ha intrapreso uno sciopero della fame. Hanno letto in francese il discorso della madre trasmesso dalla cella, dove l’attivista descrive una Repubblica islamica “sostanzialmente estranea al suo popolo”. I gemelli non vedono la madre da sette anni e non possono parlarle da circa 21 mesi. Lei, arrestata 13 volte, condannata cinque volte a 31anni di prigione e 154 frustate, ha trascorso gran parte degli ultimi due decenni dentro e fuori dal carcere. Soffre di problemi cardiaci e polmonari. Non è la prima e non sarà l’ultima, p?urtroppo! Mi chiedo quale forza la sostenga nella battaglia, come riesca a tenere a bada la nostalgia per i figli… come loro vivano senza la condivisione della quotidianità con la madre. Saranno dotati per forza di resistenza non comune. A proposito di diritti, considerato che sono minorenni avrebbero tutto il diritto di godere del rapporto genitoriale. Sembra che viviamo in un mondo che si è molto incattivito e dove il male prodotto dall’uomo riempie ogni giorno i giornali. Se non ci fossero pilastri di umanità come Narges, potremmo credere che il male – peraltro sempre esistito – abbia preso il sopravvento. Onore a Narges e a tutte le altre! 💐
“Est modus in rebus”
“Est modus in rebus” (ci vuole misura nelle cose) è una celebre citazione che si trova nelle Satire del poeta latino Orazio (Venosa, 8.12.65 a.C. – Roma, 27.11.8. a.C), quello del “Carpe diem” (vivi alla giornata), per intenderci. Mi serve come premessa – e anche come personale commento – alla notizia sentita durante il telegiornale delle 7.20 stamattina: In Giappone si sta diffondendo una generazione silenziosa. Detta così sembra un dato positivo, ma la spiegazione evidenzia ansia dei giovani, difficoltà di comunicazione, disconnessione… comportamenti riconducibili all’uso esagerato del cellulare. La giornalista chiede allo specialista in collegamento se il fenomeno si possa diffondere anche da noi e come contenerlo. Sono note delle affinità tra Italia e Paese del sol Levante, che io trovo assai affascinante per il connubio tra antico e moderno; mi sorprende una risposta – del tutto disattesa dai grandi – di non dare il cellulare in mano ai figli prima della terza media. Caspita, siamo molto anticipati, se lo regaliamo già per la Comunione e/o Cresima, come mi scrivevano nel compito i miei ex alunni anni fa. Nel mentre temo che le cose siano anche peggiorate. Altro da evitare: usare lo smartphone durante il “convivio” del pranzo o della cena, oppure camminando per strada, con la testa abbassata sullo schermo, anziché sui pedoni e sulla viabilità. “O tempora o mores!” (o tempi o costumi) direbbe Cicerone che io traduco liberamente in “Buona educazione dove sei?”. L’ esercizio della virtù faceva acqua anche allora e sembra che il tempo trascorso – in bene e male – non sia servito granché. Mi verrebbe da fare un’altra famosa citazione sulla storia, ma la lascio immaginare al lettore. Concludo con un augurio: niente tecnologia sotto l’albero. Magari un manuale di galateo oppure un classico, sempre attuale.
Un fiore falciato…
Carissima Giulia, quante volte ti ho vista spingere il carrello e poi salirci sopra contenta, oppure passare l’asciugamano sui capelli di tua sorella, abbracciare l’albero e dondolarti sull’altalena: indossi un vestito rosso con le alette sulle maniche molto simile a quello che indossavo io quando sostenni l’esame di maturità, tanti anni fa. Mi sono rivista nelle tue esplosioni di gioia, ho intuito i tuoi sogni, rivissuto le emozioni precedenti la laurea a un soffio da te: una giovanissima dottoressa in Ingegneria biomedica! Poi una disegnatrice di fumetti e poi chissà quant’altro. La tua sorte richiama quella di Valeria Solesin, altra bellissima e promettente ragazza veneta, emigrata in Francia per il dottorando in Demografia alla Sorbona, morta il 13 novembre 2015 nell’attentato al Bataclan di Parigi. Le hanno dedicato un ponte a Venezia. Anche a te dedicheranno qualcosa di importante, perché sei entrata nel cuore di tutti. Anche se la tua vita è stata troppo breve, come un fiore falciato nel suo tempo migliore, il sorriso che diffondi continuerà a farci compagnia e a ricordarci che la ricchezza interiore non muore. Nessuno ti potrà più fare del male. Dall’empireo, sede dei beati tu Giulia continuerai a riversare su di noi effluvi di bellezza, bontà e generosità. Grazie, splendida ragazza! Saluta Valeria e tutte le donne vittime di violenza. Ti tengo nel mio ❤️
Quante disabilità
Domenica 3 dicembre 2023, Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, istituita dall’ Onu nel 1992. Lo sapevo da qualche giorno, ma non pensavo di scriverci il post, data la delicatezza dell’argomento e la mia incompetenza a considerarlo. Poi mi arriva sul tablet l’annuncio della Mostra “Art Inclusive” a Villa Marini Ribelli a San Zenone degli Ezzelini e trovo la mia chiave di scrittura: l’arte come terapia. Da sabato 2 dicembre per cinque settimane nei fine settimana e il mercoledì su prenotazione, si possono ammirare 100 opere di artisti in difficoltà mentale che “sanno come valicare i confini del nostro universo, esplorandone un altro”. I materiali utilizzati sono diversi: fotografia, mandala, polaroid, olio su tela, mosaici, acquerello, collage, tempera, sculture. Considero l’iniziativa lodevole perché credo alla funzione terapeutica dell’arte, in qualunque modo l’artista si esprima. Mi vengono in mente Van Gogh per la pittura e Alda Merini per la poesia, entrambi alle prese con disturbi della psiche. Rivisitando il mio passato di insegnante, ho avuto diversi alunni con certificazione di handicap e devo dire che non mi hanno mai dato grossi problemi di comportamento, viceversa frequenti da parte dei cosiddetti ‘normali’. Ricordo con simpatia Monica, un’alunna con sindrome di down che aveva il banco attaccato alla cattedra che non disturbava affatto, mentre un paio di maschi erano ingestibili in classe per provocazioni e intemperanze. Uno bestemmiava di brutto. Convocata la madre, temendo una sua reazione alla notifica dello sproloquio del figlio…ammise tranquillamente che succedeva anche a casa. Tale a casa, tale a scuola. Per restare in tema, il maleducato è uno a cui manca (handicap in inglese) il rispetto per sé e per gli altri. Nessuno escluso.
Festa di laurea
La festa di laurea per Manuel è uno spasso. Presenti una quarantina di persone, dai 9 mesi della piccola Rebecca ai 93 anni della nonna Gina. Papà Enzo e mamma Nadia sono presi dalle vivande del catering che arrivano a ondate e sono distribuite sui tavoli dell’ampia sala che gli Alpini di Borso mettono a disposizione per ricorrenze e festeggiamenti vari. Ambiente riscaldato e abbellito da decorazioni prodotte dalle donne del paese. C’è anche una pedana con strumentazioni musicali. Manuel mi ha consigliato di indossare scarpe comode perché ci sarà da ballare. Si sarà riferito ai giovani, penso. Invece no! Dopo gli antipasti e altre cibarie sfiziose, il “Dottor Muna” (diminutivo del cognome Munaron e spavaldamente allusivo) invita gli astanti a radunarsi in cerchio per fare il “Ballo del cavallo”, ovverosia la “Vinchia di Bellaria” che lui ha imparato a Cesena, andando a ballare con gli anziani. Giuro che sono tornata con lo spirito all’asilo, trovandomi in coppia con giovanotti diversi e bendisposti a cambiare dama ad ogni giro. In pratica, la ‘vinchia’ è un ballo popolare in cerchio che prevede lo scambio di un posto dei ballerini in senso antiorario e il ballo termina quando ogni uomo ha ballato con tutte le donne. Più facile a dirsi che a farsi: l’allegra confusione creatasi tra gli inesperti ha messo il pepe al girotondo. A proposito di giri, che dire di quelli che Moreno fa fare a Gina divertita sulla carrozzella? Passando dalla danza al canto, Lucia prende il microfono e magistralmente canta ‘Il mondo’ mentre io leggo un ‘Omaggio’ a Manuel, ricordando alcuni suoi interventi risolutori a casa mia, dalla soffitta al garage, passando per lo studio. Come intermezzo tra un momento e l’altro, gli amici intonano la scanzonata “Dottore, dottore…eccetera”. La parte più ‘nobile’ del parlato se la assume Nadia, leggendo l’ultima parte della tesi, riservata ai Ringraziamenti, tantissimi ed estesi al popoloso mondo di buoni contatti del figlio, inclusa Divina Provvidenza e l’Angelo Custode. Ad averne di giovani così! Che la Provvidenza ce li conservi!
