Festa delle bambole

Oggi in Giappone è la Festa delle bambole (Hina Matsuri) nota anche come Festa delle bambine: prepara all’arrivo della primavera e porta le famiglie a riunirsi per invocare salute, bellezza e amore per le proprie figlie femmine. A tale scopo si espongono per alcuni giorni bambole di ceramica vestite con abiti tradizionali. L’usanza nacque intorno al VII secolo, credendo che le bambole avessero il potere di allontanare spiriti malvagi e malattie. Mi piace la contaminazione tra passato e moderno tipica del Paese del Sol Levante. Lica Gian è la bambola ora più famosa, venduta online e vestita con gli stessi abiti indossati dalla stilista che la veste. Lo scopro seguendo STORIE, settimanale del Tg2 di prima mattina. Questa notizia mi riporta, giocoforza alla mia infanzia quando in realtà ho smesso di giocare a otto anni, con l’arrivo di mia sorella che dovevo accudire (attribuisco a questa circostanza la mia tendenza all’accumulo di oggetti, per una sorta di ‘rimedio’ a quanto non sperimentato). Pertanto non mi sono affezionata alle bambole, salvo una cui avevo dato il nome Emilia, per la simpatia verso una giovane donna che frequentava casa. Però ne ho regalate, anche di colore come mi ha ricordato Marcella. Da adulta, me ne sono fatta regalare una: seduta su una sedia di legno, con cuffietta in testa e vestito color melanzana sembra piuttosto la riproduzione della serena vecchiaia cui aspiro. Il gatto ci gioca e ogni tanto mi trovo per terra una scarpina, un nastro, perfino una mano (chissà che non alluda al decadimento fisico)… la ricompongo e torna a vegliare sul corridoio della zona notte. Del resto, chi l’ha detto che le bambole servono solo alle bambine? Non credo che oggi siano molto appetite come dono, essendosi molto espanso il ruolo della donna. Per fortuna.

Fiori e rinascita

Ho ricevuto un bel mazzo di Giunchiglie gialle, che sono un annuncio di primavera. Col colore luminoso portano una nota di vivacità e di buonumore. È risaputo che mi piace il giallo. In psicologia il giallo è il colore della felicità e della speranza, della positività, dell’energia e dell’ottimismo. Nelle culture orientali indica saggezza. Ad esempio in Cina è stato scelto come colore simbolo dell’imperatore. Più semplicemente, per me rappresenta il ritorno di relazioni positive che riprenderanno quota con la bella stagione. Ringrazio pertanto Lina, con cui condivido l’amore per fiori e gatti di avermi sorpreso con il gradito bouquet. Marzo parte col piede giusto, anche se trattasi di mese ‘pazzerello’. Oggi inizia la primavera meteorologica, mentre per quella astronomica dobbiamo aspettare il 20 marzo, con l’avvento dell’equinozio primaverile. La tendenza meteo per l’inizio di marzo vede perdurare il tempo nuvoloso attuale, ‘a seguito di una certa inerzia nell’atmosfera’. Mi viene in mente un detto popolare, secondo cui ‘Il tempo non si è mai sposato, per questo fa quello che vuole’, per nulla clemente nei confronti dell’istituto del matrimonio, comunque efficace se applicato alle bizzarrie della stagione che ne fa di cotte e di crude. Giallo è anche il nome del gatto di Adriana, di un bel manto rossiccio light, come quello del mio Fiocco che sembra un suo parente stretto. E che dire dei limoni, già protagonisti di un recente post? Credo che l’elenco di prodotti gialli potrebbe allungarsi all’infinito, perciò ritorno ai ‘Narcisi da giardino’, sebbene i Narcisi siano diversi rispetto alle Giunchiglie riguardo al colore, in quanto esistono varietà arancio, rosa, bianche, variegate…e perfino blu! Il colore più conosciuto rimane comunque il giallo. Beneaugurante il significato: Rinascita!

Prete in prima linea

Caivano, minacce della camorra a don Patriciello. Il servizio su 1mattina mi ripropone la figura e l’opera di don Maurizio che non mi è sconosciuto. “La camorra impedisce alle persone di andare a messa”. I fenomeni criminali condizionano la socialità in un territorio dove predomina la droga. A Vibo Valenzia tentano di avvelenare il religioso, mettendo varichina nel calice per la messa. Eppure don Maurizio ha fiducia nei giovani e ringrazia la premier Giorgia Meloni che gli ha fatto visita lo scorso dicembre, dichiarando: “Su Caivano non mollo, le cose possono cambiare”. Non ho molta dimestichezza con i preti, ma mi piacciono quelli combattenti. Provo a immaginare la frustrazione di don Patriciello nel vedere la chiesa vuota, mi rattrista vedere che gli mettono di continuo il bastone tra le ruote. E temo per il suo futuro, pensando ad altri colleghi d’intralcio alla malavita tolti di mezzo. Una bomba carta gli era stata lanciata contro, per la sua attività anticamorristica. E lui aveva benedetto i ‘fratelli’ in carcere. Certo la sua tempra è notevole, mi auguro anche la buona sorte. Preti in prima linea, come le Forze dell’ordine, come i Medici nei Pronto soccorso, come i Docenti sbeffeggiati dagli studenti…e la lista potrebbe allungarsi. Sono disorientata e impotente. Consapevole di vivere in un momento di particolare fragilità sociale e politica, stento a mantenere la visione del ‘bicchiere mezzo pieno’. Per contrastare il disagio, cerco nutrimento nella bellezza delle persone in gamba e nelle sorprese della natura, sempre un passo avanti. Da ragazza conobbi e frequentai un cappellano sullo stile di don Maurizio, per fortuna sua non oggetto di attenzioni malavitose. Mi fece da psicologo e da amico, sempre sorridente difronte alle difficoltà. Lo ricordo con simpatia e gratitudine. 🙏

Lunedì in rosa 🌸

Il vecchio albicocco – messo a dimora nel 2000 – ha cacciato fuori il primo fiore! Me ne sono accorta per caso, spalancando il balcone della camera a sud, sul lato della casa che è un po’ orto e un po’ boschetto. Quindi è vivo e mi darà la soddisfazione di vederlo riempirsi di petali rosati e poi di gustare i dorati frutti. Pertanto la settimana inizia con una nota positiva, sebbene il lunedì sia per molti un giorno di faticosa ripresa. Non per me, che ho anticipato la spesa ieri in compagnia di mio figlio che ha fatto da autista. Però dopo devo andare in posta per pagare la bolletta del gas metano… l’altra faccia della medaglia. Ma ritorno sul rosa del fiore di albicocco, messaggero di primavera. Noto che nei paraggi del garage, in una grande fioriera una pianta grassa di cui mi sfugge il nome ha emesso spighe di fiori a campanella, ovviamente rosa. Grazie al contributo di Serapia, scopro che trattasi di Bergenia. Deduco che il rosa sia un colore che appartiene alla bella stagione. Io da piccola ne ero ossessionata, perché mia madre mi vestiva sempre di questo colore, sostenendo che era intonato con la mia carnagione e i miei capelli castani. Sarà, o meglio sarà stato ma solo di recente l’ho introdotto nel mio guardaroba. Magari col tempo i gusti cambiano. Per il momento stravedo per i fiori dell’albicocco e del melo, quando potrò fotografarli. A proposito, ieri il melo ha subito una drastica potatura che gli ha conferito un’insolita forma ad ombrello, per evitare che i rami trasbordino dal vicino con scarico di foglie e futuri frutti. Non avendo esperienza in coltura di piante, in origine è stato piantumato troppo vicino alla rete divisoria. Spero che il melo non me ne voglia. Col vicino ho rimediato, donandogli vasetti di confettura fatta in casa. Se non piove, i prossimi giorni andrò in perlustrazione a caccia di nuovi fiori da fotografare.

La classe non è acqua

Conosco due pittori, padre e figlio da non molto, ma quanto basta per avere la conferma che l’arte salva. Pio, il padre merita una tela solo a guardarlo: lunga barba bianca, radi capelli lunghi, occhi cerulei rivolti al tempo che fugge. Noè, figlio secondogenito di quattro condivide con il padre l’amore per il pennello. Pio è reduce da un problema di salute che lo ha trattenuto in ospedale per un po’, ma ha festeggiato a casa il suo 89esimo compleanno. Mi aggiorna sulle sue condizioni la figlia Marta, diventata mia amica. Tutto sembra filare liscio, però riadattarsi alla quotidianità richiede tempi lunghi, nonostante la cura e la dedizione profusi dai familiari. Ma ecco la svolta: Noè porta al padre una piccola tela dove l’anziano genitore potrà muovere la mano d’artista, imprimendo segni ed emozioni. Potrebbe anche non succedere, non si crea a comando. Invece l’intuizione è giusta, la vocazione a dipingere ha il sopravvento sulle limitazioni del quotidiano e l’artista ritorna protagonista. Ecco, non so cosa Pio imprimerà sulla tela donatagli dal figlio: volti, fiori oppure paesaggi. Mi piace pensare che insieme si stanno scambiando linfa, che la comunicazione artistica funziona più delle parole. D’altronde non è un caso se la pittura è una poesia muta (pensiero dell’immenso Leonardo Da Vinci). Guarda caso, il figlio è anche poeta e questo lo avvicina al mio sentire. Del resto, per gli Antichi Greci le nove Muse protettrici delle Arti e della Cultura erano sorelle. Questo mi suggerisce l’idea che l’humus conti parecchio e che non sia ininfluente il terreno Dove i Germogli diventano Fiori per dirla con il titolo della mia ultima creatura letteraria che reca in copertina un dipinto di Noè. Quando si dice “La classe non è acqua”.

Arte salvifica

Un paio di giorni fa, precisamente venerdì durante la trasmissione Geo viene data la notizia di uno straordinario rinvenimento artistico a Rimini, città che mi è cara per diversi motivi. Lo storico e critico d’arte Alessandro Giovanardi racconta il ritrovamento di alcuni affreschi trecenteschi di scuola giottesca rinvenuti qualche mese fa nella chiesa di Santa Croce a Villa Verucchio, in provincia di Rimini. La scoperta “che fa tremare i polsi” si deve alla curiosità di Frate Federico, impegnato in piccoli interventi sopra al coro ligneo. Incuriosito, lega il cellulare a un filo e lo cala nella fessura tra il coro e il muro con la telecamera accesa e cattura l’immagine di un’antica pittura medievale del Cristo in Pietà, custodita in una nicchia. Gli esperti stabiliscono che l’opera è di Pietro da Rimini ed è uno dei più importanti rinvenimenti della storia dell’arte medievale. Intraprendenza di Frate Federico e fortuna hanno reso possibile la scoperta. Sullo stesso luogo circola una leggenda francescana: il chiostro della chiesa conventuale è dominato da un cipresso monumentale che si dice sia nato dal bordone (grosso e lungo bastone usato dai pellegrini) piantato a terra dal santo di Assisi, fermatosi qui a riposare e a pregare: un miracolo anch’esso di madre natura. Insomma, tra gli affreschi riscoperti e il cipresso gigantesco ci sarebbe materiale per scrivere un romanzo che la curiosità di Frate Federico rende intrigante. Che ci sia bellezza nascosta ovunque è incoraggiante, nel paese chiamato, non a caso il Belpaese. Sono 59 (da settembre 2023) i siti italiani patrimonio dell’umanità UNESCO e nessun altro paese al mondo ne ha altrettanti. Questo dato è motivo di orgoglio e fonte cui attingere per ossigenarci.

Lingua e cultura greca

[ ] Giornata Mondiale della Lingua Greca. Numerose iniziative a Torino, tra cui una caccia al tesoro e un reading di poesia contemporanea ispirata all’esperienza umana e artistica di Maria Callas. Mi piacerebbe riscontrare iniziative simili anche in Veneto perché la nostra cultura è greco-latina e dobbiamo molto alla civiltà ellenica. Studente di Liceo Classico negli Anni Settanta, devo al percorso di studi la mia formazione mentale ed umana su cui ho costruito quella professionale. Sintetizzando, avere approcciato la storia e la letteratura greca mi ha consentito di apprezzare valori quali la democrazia, l’amicizia, la tenacia, l’amore per il bello declinato in tutte le forme artistiche. A scuola avevo più dimestichezza con il greco che il latino, tanto che dopo la maturità acquistai un corso di greco moderno, con l’intenzione di andare in Grecia. Cosa che feci da adulta, durante una crociera in compagnia di mia mamma che rimane il viaggio più lungo effettuato. Mi resta il rimpianto di non averlo ripetuto, come desideravo per soggiornare in una delle isole greche senza fretta, assorbendone colori e umori mediterranei. Comunque credo che un po’ di Grecia alberghi dentro di me e quando capita rimedio all’assenza fisica con foto, video e quant’altro. In biblioteca a Bassano sulla destra dopo l’ingresso c’è la sala di lettura chiamata ‘Emeroteca’ dalla parola greca “emera” che significa oggi, più “teca” che sta per scrigno/deposito, quindi spazio destinato alla lettura dei quotidiani. Anzi, Emera è un personaggio della mitologia greca, la divinità primordiale che rappresenta il giorno. Mi piace il legame che c’è tra la nostra lingua e il greco. Molte altre parole, specie in campo medico-sanitario sono derivate, oppure create su base greca. Non voglio appesantire, lasciando al lettore curioso fare eventuali scoperte. Per oggi… buongiorno, anzi kalimera!

La Rosa dell’Istria (film)

In prima serata, su Rai 1 vedo il film storico La Rosa dell’Istria. In primis mi ha attratto il titolo, riferito all’ambientazione tra Slovenia ed Italia, dove molti profughi furono costretti all’esodo dalla politica di ‘pulizia etnica’ di Tito. Poi l’ho collegato alla canzone 1947 di Sergio Endrigo che parla dello sradicamento dalla propria terra di migliaia di persone, tra cui il cantante-poeta che a 14 anni dovette abbandonare con la famiglia la natìa Pola, passata alla Jugoslavia per gli esiti della sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale. Una canzone contro la guerra e i suoi danni nefasti che induce l’artista a invidiare la stabilità dell’albero: “Come vorrei essere un albero che sa/dove nasce e dove morirà”, testo struggente che introduce un argomento drammatico per molto tempo sottaciuto. Il film La Rosa dell’Istria lo ripropone, attraverso le vicende della famiglia Braico, ed è liberamente ispirato al romanzo ‘Chi ha paura dell’uomo nero?’ di Graziella Fiorentin. Maddalena sogna di diventare pittrice, ma è contrastata dal padre medico-operaio che alla fine riconoscerà all’arte il merito di testimoniare gli eventi. La trama considera l’esodo istriano dei cittadini italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia, a mio dire con apprezzabili risultati, sebbene certa critica lo definisca un prodotto ‘patinato’. L’ argomento è stato tenuto nascosto per tanto tempo e parlarne è comunque positivo. Se insegnassi ancora, lo proporrei agli studenti di terza media perché si facessero un’idea dei fatti realmente accaduti, ma soprattutto della sofferenza, del disagio, delle fratture inferte alle persone private della propria identità per vicende belliche. Ancora attuale il messaggio di Papa Pio XII, alla vigilia della seconda guerra mondiale: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.

Candelora 2024

Non lo sapevo: in alcune zone d’Italia l’albero di Natale viene riposto il 2 febbraio, oggi, festa della Candelora che nella religione cattolica celebra la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione di Maria. Poiché cade tra solstizio d’inverno ed equinozio di primavera, si pone anche come festa di mezzo inverno. L’antico proverbio popolare, riferito al rituale della Candelora fu introdotto da Papa Gelasio I intorno al 474 d.C. in sostituzione della cerimonia pagana dei Lupercali, riti in onore del dio Fauno (nella accezione di Luperco), protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi. Non sono un’esperta del mondo contadino, il mio amico Piero saprebbe dire al riguardo molte cose interessanti. Io mi limito a fare un paio di considerazioni legate al tempo che è un enigma e da come si palesa, si potrà preventivare il seguito: “Se c’è sole a Candelora, dell’inverno semo fora, se piove o tira vento nell’inverno semo dentro”. Mi attrae di più il riferimento alla/e candela/e che simboleggiano la luce di Cristo. La cerimonia delle candele potrebbe derivare dall’antico uso romano di accendere torce in onore di Giunone Februata. Le candele benedette in chiesa durante la messa vengono conservate in casa e accese in occasioni particolari. Purtroppo non ho quelle consacrate, ma qualcosa rimedio tra i residui natalizi (chissà che funzioni lo stesso) per propiziarmi luce e serenità. In conclusione, ovunque mi giri, rilevo le connessioni tra cultura romana e religione cristiana, un ottimo terreno cui attingere e ristorarsi. Il tempo oggi è bello: cielo terso e temperatura rigida. Mi godo quello che c’è e per il resto vedremo. Nel mentre, buona Candelora! 🕯️

Addio buca delle lettere

ADDIO BUCA DELLE LETTERE è il titolo in sovrimpressione che scorre a corredo di un servizio televisivo che mi attrae, tra i croccantini dei gatti e il mio cappuccino. Lo scrittore Diego De Silva dice al riguardo la sua e il collezionista di cartoline Francesco Balducci esibisce alcuni esemplari della sua preziosa raccolta, tra cui una cartolina dipinta a mano. Mi viene in mente la canzone UNA CARTOLINA (del 1966) interpretata da Marisa Sannia (Iglesias, 15.02.1947 – Cagliari, 14.04 2008) cantante diventata apprezzata cantautrice in lingua sarda, mancata troppo presto. Tra l’altro, l’autore del testo è Sergio Endrigo, un altro gigante della bella musica italiana. Tornando al tema del post e a quanto emerso dal servizio, pare che alle rosse cassette postali toccherà la sorte toccata alle cabine telefoniche: un onorato congedo, perché il traffico cartaceo si è notevolmente ridotto, soppiantato dalle mail. Però che bello trovare cartoline dentro i libri di scuola, dei primi alunni, di qualche amico, di familiari che non ci sono più. Non tutto è perduto, perché c’è chi le colleziona ancora, come Martina e chi le spedisce, specie da lontano, come ha fatto Manuel da Singapore la scorsa estate. In una scatola di cartone in cantina sono custodite lettere e cartoline di un mio coetaneo quando lavorava in vari cantieri sparsi per il globo. Quando le riprendo in mano, mi intenerisco. A Natale e a Pasqua, con molto ritardo sulla data di spedizione mi giungono dall’Ungheria gli auguri di Helena, una motociclista amica di mio padre che non ho mai conosciuto personalmente: un anello della catena affettiva che mi sostiene. Oltre alla cartolina, da rilevare che la scrittura delle stesse in corsivo è un dono di sé unico e originale. Rossella personalizza gli auguri in bella grafia, anzi calligrafia: un esempio da seguire.