Aggiornamento su Rex

Giovedì scorso avevo dedicato il post a Rex, giunto dal Kazakistan dopo un lungo viaggio e sbarcato a Venezia con Flavio, il suo salvatore. Dopo una settimana urge un aggiornamento che sono lieta di dare sotto una buona stella: Rex sta benissimo ed è felice. Del resto Flavio afferma che: “Lui è nato felice, è un cane felice”. Me lo confermano i video che mi inoltra e i messaggi di Tania, la persona che lo ha preso in custodia: “Rex è veramente un cane di una bontà unica”. Chissà cosa ci direbbe del suoi primi quattro anni di vita trascorsi sulla strada, bisognoso di cibo e di carezze che adesso non gli mancano perché sa farsi voler bene da tutti. In pochi giorni ha imparato a stare dentro casa, è stato dal veterinario, dalla toelettatrice uscendone col pelo accorciato e profumato, ringiovanito! Ma la notizia più bella è racchiusa nella didascalia dell’ultimo video ricevuto da Flavio: “Sta imparando a giocare con i giochi” dove vedo Rex che mordicchia un oggetto di plastica che ha due palline alle estremità, in sottofondo si sente la musica di un trasmettitore. Nella comfort zone noto un radiatore con sotto tre paia di scarpe, segno che ci abitano altre persone, immagino. Se è così, tanto di guadagnato per Rex che avrà solo l’imbarazzo della scelta da chi farsi coccolare. E lui ricambierà alla grande, ne sono sicura. Desidero anch’io conoscerlo e non sono la sola. Spero a primavera di fare una spedizione con le amiche che hanno condiviso la sua sorte per accarezzarlo di persona. Sempre che nel mentre non diventi famoso, cosa che non gli auguro, eccettuata la popolarità virtuale.

“Morti e risorti nel giro di poche ore”

Martedì, Cosenza: neonata rapita da finta infermiera. Succedono dei fatti che hanno dell’incredibile: come si fa a rapire una neonata, spacciandola per propria? E come se non bastasse, vestirla d’azzurro e festeggiarla come se fosse un maschietto? Per diluire lo sgomento, dico subito che è finita bene, grazie alle forze dell’ordine e alla dedizione dei cittadini di Cosenza. Anche la Premier Giorgia Meloni si è complimentata per il felice esito del sequestro, durato tre interminabili ore. Voglio sperare che la piccola Sofia non porterà i segni del trambusto subìto nel suo primo giorno di vita, sebbene la psicoterapia Maria Rita Parsi abbia detto che l’imprinting con l’esterno avvenga già prima della nascita. Auguro a Valeria, la madre di metabolizzare in fretta il dramma, per evitare ricadute negative sulla piccina, strappata dalle sue braccia con l’inganno dalla finta infermiera, Rosa Vespa, 51enne di Cosenza sposata a un senegalese – forse nigeriano – di 43 anni. Lei architetto e lui mediatore culturale. Incredibile quanto successo alla clinica privata Sacro Cuore di Cosenza l’altro ieri, dove la finta madre cercava un maschietto da esibire come suo, dato che ne aveva annunciato sui social la nascita e si apprestava a festeggiarlo, con tanto di parenti e amici. Pare che fingere la gravidanza non sia poi così difficile, ma mi turba di più il pensiero di calarsi in panni altrui. Che madre sarebbe stata questa donna ‘ammalata di maternità’ se Sofia non fosse stata ritrovata? E che ‘fine’ avrebbe fatto la vera madre che dice: “Siamo morti e risorti nel giro di poche ore”? E pensare che una adozione e/o un affido avrebbero fatto felice uno dei tanti bambini in attesa di una famiglia. Chiudo con una citazione di Confucio: La vita è davvero semplice, ma noi insistiamo per renderla complicata.

Risottino alla zucca, by Manuel

Al bar, i quotidiani locali sono impegnati, così prelevo una rivista da una pila sistemata in uno scanso e mi ritiro a leggere nella saletta adiacente, dove Emma mi porta la consumazione. Nel settimanale femminile iO Donna mi cattura l’articolo di Stefania Berbenni: “Caccia alle (nostre) emozioni” che leggo con interesse. Le parole chiave sono: arte esperienziale, cinema immersivo, turismo con percorsi gourmet… strategie usate dal marketing per vendere, considerando che: “C’è una solitudine fredda, ognuno con i propri device/congegni”. Siamo travolti dal digitale e il marketing diventa esperienziale. I settori più coinvolti sono il turismo e la ristorazione dove si offre al cliente non solo il prodotto finito, ma lo si coinvolge anche nella realizzazione. Collego subito l’articolo con il breve video che mi ha inoltrato Manuel: una tazza stracolma di cubetti di zucca, vicino ad un tagliere verde dove presumo sia stato tagliato l’ortaggio invernale. Nell’audio successivamente inoltrato Manuel spiega: “Ho imbastito un risotto per me e altre quattro persone”: un libanese, un aborigeno dell’Australia dell’ovest, due ragazze dell’ostello “che hanno ripulito la pentola”. Conosco le abilità di Manuel e la sua capacità di spendersi per fare bene le cose. Ha avuto un maestro nel padre Enzo e l’esperienza di studente universitario a Cesena lo ha abilitato anche ai fornelli. Quindi non mi stupisco che sia andata a finire come confida: “È stato un bel momento conviviale. Ho saputo il giorno dopo che praticamente non si è parlato quasi d’altro all’interno dell’ostello del mio risotto. Per la cronaca, era un risottino di zucca”. Questo lo avevo capito. Non mi sorprendo del successo. Complimenti allo chef, ragazzo multitasking! 👨‍🍳

Bentornate Emily, Doron e Romi

Novanta detenuti palestinesi rilasciati da Israele per la restituzione di Emily, Doron e Romi dopo 15 mesi di detenzione. Lo scambio avviene nel primo giorno di tregua a Gaza, sperando che tenga. Nel prosieguo verranno rilasciati altri 30 ostaggi, di cui 8 deceduti. Esplode la gioia nella piazza degli ostaggi di Tel Aviv, da mesi in attesa di una buona notizia. La lavagna luminosa scandisce: “Sono passati 470 giorni, 10 ore, 42 minuti e 10 secondi dal 7 ottobre”, quindici mesi di atrocità e di orrori. Il conflitto ha fatto 46.000 morti a Gaza. Nella Striscia da più di un anno manca tutto, perfino l’acqua da bere. Stento a credere di vivere nel terzo millennio, ma le tracce della violenza entrano in casa dal video: interi edifici sono stati ridotti in macerie, le strade sono diventate irriconoscibili. A migliaia sono in marcia tra lutti e macerie. Secondo l’ONU serviranno 14 anni per rimuoverle, macerie che custodiscono 10.000 corpi. Posso solo lontanamente immaginare cosa significhi tornare a casa dopo essere stati privati della Libertà. Le tre giovani donne – 31, 28 e 24 anni – rapite il 7 ottobre hanno ricevuto quella che la stampa israeliana definisce una “borsa ricordo della prigionia” contenente foto di Gaza, immagini e un certificato di rilascio, un dono che mi sembra beffardo. Una di loro è uscita con due dita mutilate e la madre ha detto: “La nostra Dodo inizia una lunga strada per recuperare”. Chissà se mai potrà recuperare quello che le è stato tolto. Il ritorno alla vita normale non sarà semplice né indolore. Un abbraccio cosmico a loro, nella giornata mondiale degli abbracci.

Green School/Scuola Sostenibile

Per me la settimana parte con l’acceleratore: non riesco a sganciarmi dal mercato del lunedì a Fonte, che poi è una scusa per altre piccole tappe. Basta un imprevisto e rientro a casa con l’ansia di scrivere il post per le quattordici. In più oggi ho appuntamento dal dentista, per un controllo alle 11.30, che slitta alle 12 per un’emergenza. Nell’attesa forzata prendo una rivista dal tavolinetto. Non mi interessano i motori e prelevo Vanity di due mesi fa che all’interno ha un articolo di Laura Fiengo accattivante: Coltivare LA MENTE (ma anche IL RISO). Data l’ora, a ridosso del mezzogiorno immagino si parli di cucina e di risotto che a me piace molto. Invece no, si parla di scuola, per la precisione di GREEN SCHOOL a Bali. I fondatori sono una coppia di visionari John Hardy, canadese e Cynthia, americana che utilizzano l’ambiente naturale come apprendimento. Gli edifici sono costruiti interamente di bambù e legno “non chiusi e non aperti” per sfruttare l’areazione naturale. In pratica, la scuola di suo è già un’opera d’arte in un enorme giardino tropicale. Nel 2010 Angela Domenici si è trasferita a Bali dall’Australia per consentire al figlio Luca di studiare alla Green School, allora aperta da due anni in un paesaggio idilliaco lungo il fiume Ayung. L’idea di costruire architetture bamboo-based si è rivelata vincente, perché oggi vanta alberghi e abitazioni in tutta l’Asia. Come insegnante, trovo positiva l’idea di utilizzare l’ambiente naturale come apprendimento. Chissà se il Ministro della iIstruzione e del Merito Valditara ci ha fatto un pensierino. Vero che il Belpaese ha una forma lunga e svariati paesaggi da Nord a Sud e vedrei complessa l’esportazione del progetto pionieristico. In una delle didascalie a corredo delle foto che accompagnano l’articolo si legge: “Ogni classe ha il suo campo di riso di cui si occupa dalla semina all’irrigazione fino alla raccolta”. Quindi il riso come cereale c’entra. L’assistente alla poltrona mi chiama: è arrivato il mio turno. Mi piacerebbe conoscere il parere di colleghe e non sul progetto di imparare nella natura a diventare cittadini di un Pianeta migliore.

Ottavo post a 4 mani: Non c’è rosa senza spina

Quando mi arrivano notizie da Manuel mi ricarico, anche se in questa fase del soggiorno australiano non sprigionano buonumore. Me lo confida in un lungo audio dove riconosce di aver fatto un visto ‘sbagliato’ che impone di cambiare lavoro dopo sei mesi. Pertanto non è attrattivo per chi è intenzionato ad assumere per periodi lunghi, e non per pochi mesi. Inoltre in Australia è adesso periodo di ferie come da noi in Agosto, con assunzioni ferme. Nel settore alberghiero ci sono più possibilità, ma cinesi e indiani preferiscono assumere connazionali, mentre nella ristorazione italiana “la manovalanza è tutta straniera”. Dopo essere stato gradito ospite di vari cugini e aver visto meraviglie, adesso Manuel vive una fase di umore calante. “Sono un po’ con le mani in mano, non sono abituato, ho voglia di far qualcosa, mi struggo per questo e non me la sto godendo”. Ma la curiosità lo sostiene, consapevole che l’esperienza in corso è unica e irripetibile. Attualmente si trova a Sydney, soggiorna in un ostello per non approfittare dell’ospitalità dei parenti. Ha fatto un salto al Royal Botanic Garden di Sydney. In linea con il momento grigio – tra l’altro piove – mi manda la foto di una infiorescenza con questa didascalia: “Questo è il fiore più puzzolente al mondo. Torno a vederlo i prossimi giorni. Sono curioso di vederlo e sentirlo” con due emoticon esplicative. Per me amante dei fiori questa è una novità: il mio ex alunno Ingegnere elettronico mi istruisce e mi insegna che nel mondo variegato dei fiori ci sono anche quelli ‘diversamente profumati’. Si tratta del Titan Arum o Amorphophallus Titanium: ha la spiga di fiori più grande e puzzolente del mondo, fiorisce solo per 24 ore, una volta ogni pochi anni… e sta per sbocciare in diretta dalla serra più antica del Nuovo Galles del Sud. Troppo invitante l’evento: ci andrei anch’io, tappandomi il naso! Presente nelle foreste pluviali della parte occidentale di Sumatra, la pianta ‘del fiore cadavere’ è in via di estinzione. È nota per l’odore di carne putrida e in via di putrefazione che circonda i fiori quando sbocciano. Di dimensioni impressionanti, il fiore può raggiungere un’altezza di 3 metri e la pianta può pesare fino a 75 chili. Meglio la lavanda per rilassare le narici, ma quanto a magnificenza l’aro titano o aro gigante non ha eguali. Beato chi può assistere alla sua fioritura dal vivo! Grazie Manuel di raccontarcela.

Una bella storia

Verso le sedici l’orizzonte comincia a indorarsi ed è un momento di autentica bellezza, per chi può indirizzare lo sguardo al cielo in una giornata fredda e serena. A completare la meraviglia mi giunge un vocale di Flavio da Francoforte, accompagnato dalle foto scattate all’amico a quattro zampe in aeroporto. “È stata dura ma ce l’ho fatta”. Circa dodici ore di volo, più altre due per sbrigare tutte le pratiche. Rex pesa 18 chili e spostarsi in autobus col trasportino/one per cambiare terminal non dev’essere una passeggiata. Meno male che qualcuno lo aiuta. A controllare il trasportino arriva un ispettore tedesco super precisino che riserva al povero Rex – presumo stressato dal viaggio – un’ispezione certosina, palpandolo dappertutto. Flavio interviene per rassicurarlo: “Guarda che la pistola non ce l’ha!”. Non so se ridere o piangere, sono commossa. Chissà cosa mi direbbe il cane se potesse parlare. Comunque parlano i suoi occhi, come osserva il suo salvatore, come si fa accarezzare. Era un cane di strada kazako e ora appartiene a Flavio che lo ha ‘adottato’ e gli offre una seconda vita, sicuramente meno dura e triste. Certo Ben, l’altro cagnone di Flavio, amorevolmente accudito da sua sorella Mariuccia, mia amica non gli farà le feste, ma i protagonisti umani di questa storia sanno come muoversi. Io che sono amante dei gatti e non propriamente cinofila, ritengo che ci siano gli elementi per imbastirci una bella storia. Senza conoscere direttamente nessuno dei due, la loro vicenda ha già avuto effetti positivi sulla mia quotidianità. Mentre scrivo (ieri sera) Flavio, il perito minerario che da trent’anni lavora all’estero e Rex, il cane ‘nomade” che lo ha scelto come ‘padrone’ stanno per tornare insieme a Venezia, naturalmente Rex nella stiva. In serata, verso le diciannove ricevo da Mariuccia diretta a Belluno, destinazione definitiva il messaggio: “Siamo tutti e quattro in macchina. Rex non si sente. È come un angioletto”. Alle nove di oggi leggo il confortante messaggio: “Rex è tranquillissimo e bellissimo. Ha dormito in giardino senza problemi, stamattina piccola passeggiata”. Mi sento sollevata. Complimenti a tutti gli attori di questa bella storia che merita di essere divulgata.

Flavio e Rex, una bella storia

Oggi dedico il post a Rex e Flavio che stanotte lasceranno il Kazakistan per venire a Belluno dove Flavio è ‘di casa’ ma il cane no. Strade ghiacciate e freddo intenso là, neve e freddo qua, ma il calore del cuore sopra ogni cosa. L’amicizia creatasi tra i due è così commovente che merita il post. Vorrei raccontare la loro storia in un romanzo. Sintetizzo quanto finora so: il cane kazako vive per strada, sulla neve. L’inverno laggiù è rigidissimo, la temperatura scende anche a meno trenta. Il pelo lungo colore melange lo protegge ben poco. Ha problemi a una zampa. Malconcio e sopraffatto da cani più prestanti, Rex ha bisogno più di carezze che di cibo. Flavio se ne rende conto: gli parla, lo incontra durante il percorso casa – lavoro e gli porta da mangiare. Lo toglie dalla strada e lo consegna ad un canile che però non è la soluzione migliore. Lui è perito minerario, unico italiano con responsabilità dirigenziali tra 150 dipendenti di un’impresa petrolifera. Dedica al cane ritagli di tempo e due passeggiate al giorno. Strafelice – per inciso oggi sul calendario è San Felice – Rex lo ripaga con abbracci e linguate calorose. Intanto Flavio progetta di portarlo in Italia, per garantirgli un futuro migliore. Il grande salto sta per compiersi, tutto è pronto per l’imbarco: visite, accertamenti, microchip, documenti e il trasportino. Il cane non più di strada sta per affrontare un viaggio in aereo lungo e misterioso che lo porterà a Francoforte, e poi a Venezia entro domani sera. Comprensibile la preoccupazione del ‘padrone’, ansioso che l’impresa si risolva presto e bene. Tutti e due ne hanno affrontate tante in questi ultimi mesi: veterinario, alloggio, anche una momentanea sparizione. Comunque vada, Rex troverà ad accoglierlo un posto meno rigido e potrà contare sull’amicizia incondizionata di Flavio. Una storia così fa bene al cuore. Buon volo a entrambi. Presto: bentornato Flavio, bene arrivato Rex!

La ruga che avanza

Tardo pomeriggio di domenica. Lucia è venuta a trovarmi e si è appena congedata. Fa freddo e penso che per cena mi andrebbe bene il purè con il cotechino sopravvissuto alle feste che estraggo dal freezer. Metto a bollire le patate e mentre aspetto accendo il televisore: sta per andare in onda il Tg2 Dossier sulla vecchiaia ‘La ruga che non c’era”. Dopo un attimo di esitazione decido di fermarmi in cucina, anche se non è il luogo della casa che preferisco. Dopotutto può interessarmi, dato che sto percorrendo l’ultimo tratto del viaggio, sebbene mi consideri a tutt’oggi una giovane anziana. Mentre la pentola con le patate borbotta, sento le testimonianze di diversi anziani. La psicoterapeuta Alessandra Perilli intervistata sul tema afferma: “La giovinezza è un fatto mentale” e il medico estetista Maurizio Valeriani, docente di chirurgia plastica si esprime con estrema prudenza riguardo gli interventi per ringiovanire il corpo. Le rughe non spaventano tutti. Per l’artista Leopoldo Mastelloni, 79 anni: “La vecchiaia è brutta per gli altri” quelli che sono disumanizzati. Itala Palmera, 87 anni, figlia di un militare, recita Odi et amo di Catullo e la spaventa “la guerra e il dolore fisico”. Secondo Monsignor Vincenzo Paglia, 79 anni, la società è costituita dai rappresentanti di quattro età: bambini, giovani, adulti e anziani che convivono in un palazzo immaginario, privo di scale e ascensore. Gerardo Bellanti, pensionato e chitarrista racconta al microfono la sua vecchiaia creativa: con l’amico sassofonista Francesco Cimino suona nelle case di riposo perché: “Vale quello che sei oggi, bisogna essere accesi dentro, e aver speranza nella vita comunque vada”. Ritorna l’arte come terapia personale e da offrire agli altri, in tutte le declinazioni. Sottoscrivo. 🍀

Disavventura felina

Sono ancora frastornata: Pepita è ritornata, ma Grey non la riconosce più! Ieri sera dopo cena, come consuetudine chiamo i tre amici felini a raccolta e non fanno storie, causa il freddo. Entra subito Grey, la più anziana – va per i dieci anni – poi Fiocco, il temperamentoso, ma non la più affettuosa, Pepe – finché il sesso era incerto – poi Pepa al femminile e infine Pepita, una cosa preziosa qual è la pepita d’oro. Bianca e grigia, la micia – tre anni a maggio – non è particolarmente bella, ma convengo con chi dice che: “La bellezza è uno stato mentale. Quando sei felice la trovi ovunque” e la gattina mi fa felice. Lei non viene in braccio, né si acciambella sulle gambe, ma si posiziona direttamente sotto il collo e i suoi baffi mi sfiorano le labbra. Dovrei impedirglielo perché sono allergica al pelo del gatto e Pepita lo ha parecchio lungo. Con un guanto apposito la spazzolo, ma tampono soltanto il problema che condivido con mio figlio. Ritorno alla storia: dopo averla chiamata senza esito almeno una ventina di volte, mi rassegno e vado a letto, sperando che si faccia viva di mattina. Cosa che non succede. Per non lasciare nulla di intentato, scendo in cantina, nell’ipotesi che mi sia venuta dietro senza accorgermene, dato che è anche molto silenziosa. La chiamo: nulla! Poi sollevo lo sguardo verso le finestrelle in ribalta chiamate ‘bocca del lupo’ in corrispondenza dell’ingresso e la vedo: sembra una piccola statua, rassegnata e incapace di uscire. Come abbia fatto ad entrarci, rimane un mistero! Forse si è arrampicata da dentro per uscire dalla cantina, incapace di fare lo stesso all’incontrario. Apro la finestrella, la libero e la porto in casa. Colpo di scena: Grey non la riconosce e le soffia contro. Aver trascorso la notte nella ‘bocca del lupo’ forse l’ha privata dell’odore familiare. Deduco che la prigionia non piace neanche ai gatti.