Pomeriggio di maggio sospeso (ieri) tra la pioggia che forse arriva forse no, e un assopimento travolgente. Fiocco, il gatto più energetico che abbia avuto sonnecchia sul tappeto dell’ingresso, mentre i canarini si limitano a cinguettare. Manca il sole, grande stimolatore di buonumore. Sotto il portico, mi concedo qualche riflessione possibilmente positiva. Ho trovato: lunedì prossimo ho la visita di controllo con il chirurgo che mi ha inserito la protesi all’anca destra – gelosa della sinistra – come dice il collega Max, dopo trenta mesi dal precedente intervento di artoprotesi. Adesso sono una donna “bionica”, secondo la spiritosa affermazione di un’amica. Nell’immaginario scientifico, uomo bionico è un essere al confine tra uomo e macchina. Personalmente mi basta che la robotica e la perizia del chirurgo mi abbiano restituito il piacere di camminare senza dolore e di tornare alla normalità in tempi brevi, ovverosia dopo un mese. I quattro mesi di sofferta limitazione – che a me sono parsi lunghissimi – hanno impedito al mio corpo di cercare un. adattamento, così il recupero è avvenuto alle svelte. Da una settimana esco in macchina e sto per completare le sedute di fisioterapia. Tornerò a rimettermi ai fornelli, perché a tutt’oggi mi giovo del servizio fornito dai volontari ‘pasti a domicilio’. Approfitto anzi per ringraziare la schiera di brave persone che mi hanno sostenuta ed aiutata a vario titolo durante questo mese di convalescenza. È confortante constatare di abitare in una zona – la Pedemontana del Grappa – ricca di associazioni e strutture attente ai bisogni dei più fragili. Lunga vita al volontariato.
Autore: Ada Cusin
Urge miracolo
Di prima mattina l’attualità incalza, con prevalenza di notizie out. Il TG1 Mattina trasmette il servizio “Dandora, la vita nella grande discarica”. Dandora è una località nei pressi di Nairobi (Kenia), nota soprattutto come la più grande discarica a cielo aperto del Paese. Composta da oltre 2,5 chilometri quadrati di terreno ricoperto da scarti di ogni genere, accoglie quotidianamente 850 tonnellate di rifiuti che la rendono una bomba ecologica. Ciò nonostante è la prima e unica fonte di entrata economica di chi vive nelle baraccopoli circostanti, 10.000 persone di cui più della metà sono bambini, anche in età prescolare, portati dai genitori in discarica a raccogliere rifiuti. Gang criminali controllano il lavoro, compensato a 15 scellini per chilo di rifiuti, meno di 10 centesimi di euro. Diversi minorenni sono orfani e lavorano per mantenersi. Un 15enne intervistato mantiene i suoi tre fratelli più piccoli. Stento a credere che siamo nel terzo millennio. Se cambio canale, è protagonista la guerra a Gaza, oppure in Ucraina. Stesso giorno, 13 maggio 1981 avvenne l’attentato a Giovanni Paolo II. Sono frastornata, alla ricerca di una buona notizia. “Anche in mezzo alla guerra c’è una speranza segno di vita” sono le parole del patriarca di Gerusalemme alla consegna del Premio Cultura Cattolica al Teatro Remondini di Bassano del Grappa, lo scorso 2 maggio. Mi ha girato il video Paola, cara compagna di Liceo, sposata con un arabo. Vive da tempo a Nazareth e torna saltuariamente a Bassano, paese natale. Mi ha stupito quando, in uno scambio di battute mi ha detto che in Israele sono abituati alla guerra. Ecco, questo proprio non lo posso accettare: abituarsi allo sfruttamento minorile, ai conflitti, agli attentati…al male dilagante. Urge un cambio di rotta. Anzi, un miracolo.
Ciao mamme! 💖
I piccoli garofani bianchi di mia madre sono in piena fioritura e diffondono un intenso profumo anche a distanza. Lei è mancata molti anni fa, ma i garofani continuano a farmi compagnia, accarezzandomi l’anima. Mi piace associare un fiore alla figura materna, soprattutto oggi che è la festa della mamma che si celebra dal 1959. Si tratta di una ricorrenza mobile, dato che la data non è sempre la stessa. Fu il presidente americano Wilson nel 1914 a rendere la manifestazione pubblica, in onore delle madri di tutti i soldati, decidendo che il giorno dei festeggiamenti sarebbe stato la seconda domenica di maggio. In realtà l’idea di celebrare la maternità era venuta ad una femminista e pacifista americana nel maggio 1870, Jiulia Ward Home, spalleggiata pochi anni dopo da un’altra donna, Anna M. Jarvis che scelse, come simbolo della festa il fiore preferito della madre: il garofano bianco! Non lo sapevo, il collegamento con i garofanini di mia mamma Giovanna mi commuove.Tralascio le citazioni pro mamma che trovo troppo mielose, mentre mi toccano alcune intense poesie come quella di Ungaretti, intitolata appunto La madre dove il poeta immagina di incontrarla nel momento della sua morte, mediatrice tra terreno e divino: “In ginocchio, decisa,/sarai una statua davanti all’Eterno,/… Ricorderai d’avermi atteso tanto,/e avrai negli occhi un rapido sospiro.” Sulla stessa linea, a mio dire il la poesia di Papa Karol Wojtyla dedicata alla madre che si apre coi seguenti versi: “Sulla tua tomba bianca/sbocciano i fiori bianchi della vita” dove i fiori sono l’anello di congiunzione con l’infinito. Ritornando coi piedi per terra, rinnovo gli auguri alle mamme che conosco e anche a quelle che non ci sono più fisicamente, ma continuano a vivere nel nostro ricordo e a infonderci luce.
Scrivere, esercizio di libertà
Mi attraggono le parole. Non a caso il blog su cui scrivo quotidianamente da quasi tre anni (nato a fine giugno 2021) si chiama Verbamea (= parole mie) e Verbanostra (= parole nostre) il blog parallelo, in condivisione con le ‘sei dita’ di Francesca, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Leggo sul quotidiano la Repubblica di ieri un paio di articoli che mi consentono di dire qualcosa a riguardo. Dall’intervista ad Alessandro Michele, autore del libro “Noi siamo le cose che ci circondano” riporto la risposta alla domanda Com’è stato esprimersi con la scrittura? “Penso che le parole siano l’unica religione che ci tiene ancora liberi, per questo spero che ciò che ho scritto risulti vero e autentico”. È anche il mio pensiero. Il libro sarà presentato oggi al Salone del Libro di Torino, dove c’è anche il mio romanzo Passato Prossimo. Io non sono importante da essere intervistata, ma credo di allinearmi al pensiero espresso da Michele, una delle voci più influenti della moda. Al Salone del Libro arriva per la prima volta dopo l’attentato anche lo scrittore Salman Rushdie, autore di Knife. A parte la sua tirata d’orecchi alla Meloni che ha denunciato Saviano, mi interessa il suo punto di vista sulla scrittura che può essere catarsi, ma anche vendetta. Lascio al lettore la soddisfazione di leggersi l’intero servizio di Sara Strippoli a pag. 33. Adesso è tempo che dica la mia. A parte il pensiero di Platone a riguardo, in ambito psicanalitico e psicoterapeutico, la catarsi è la liberazione da un trauma o un conflitto interiore, la ‘purificazione’ di corpo e anima, ma non voglio sconfinare in un terreno che non mi appartiene. Mi limito a dire che per me scrivere è la terapia alla ‘malattia’ di esprimermi, quindi una sorta di ossigenazione che mi fa stare bene. E che i lettori nutrono con il loro contributo.
Prendere le distanze dal male
Non vorrei parlare di un altro fatto di cronaca nera…ma devo fornire almeno dei dati per inquadrare l’episodio e poi spostarmi sul carattere, veramente ammirevole di una persona coinvolta. Succede a Varese: Marco Manfrinati, ex avvocato 38enne, accusato di stalking, un figlio conteso, uccide il suocero e accoltella l’ex moglie, Lavinia Limido, 37 anni, ora in terapia intensiva. Il padre di lei era sceso in strada, per difendere la figlia. Pare che l’aggressore soffrisse di disturbi psichici e ne era stata segnalata più volte la pericolosità. Già sentito, purtroppo in casi simili. Ciò che mi colpisce è l’intervista concessa dalla vedova, avvocato civilista e trasmessa durante il programma Diario del giorno, al termine della quale chiede al conduttore di non dire che l’assassino ha rovinato una famiglia, perché Fabio Limido, il marito ha fatto il suo dovere, correndo in soccorso della figlia aggredita. Poi nomina anche il Paradiso, destinazione che il consorte si è meritato con il suo atto di coraggio. Insomma, anziché imprecare contro il genero assassino o la malasorte, con un autocontrollo invidiabile guarda oltre e trova parole di omaggio per il compagno che le è stato tolto. Questa reazione inusuale mi fa pensare alle donne guerriere, alle Amazzoni, alle donne famose che si sono distinte in ambiti riservati ai maschi, tipo Anita Garibaldi, ma anche a tante sconosciute che hanno fronteggiato tragedie immani, in guerra e in pace. Insomma, la signora Marta, a fronte della figlia sfregiata e del marito ucciso, riesce a prendere le distanze dal male che le è piombato addosso e protegge l’immagine del marito, campione di amore paterno. “So che il suo sacrificio non è stato vano, perché ha salvato mia figlia e il bambino”. .
Fiera del Libro
• Oggi giovedì 9 Maggio apertura del Salone Internazionale del Libro di Torino, fino a lunedì 13: ci sarò anch’io, rappresentata dalla mia spalla Elisa Simeoni che presenterà il mio libro Passato Prossimo, secondo gli orari concessi ai numerosi autori che si sono ‘autopubblicati’. Elisa sarà presente, salvo contrattempi come segue: giovedì, ore 12.30 – 13.30, sabato ore 16.30 – 18.30, domenica ore 10.30 – 11.30, e 12.30 – 13.30, lunedì tutto il giorno. Mi auguro che sarà un’esperienza interessante per lei, che ama scrivere e un’opportunità per la mia opera di essere vista, letta e magari apprezzata. Certo è una carta che ci giochiamo in oltre duecento autori senza editore. Mi auguro che qualcuno bene intenzionato si faccia vivo. Il mio romanzo non ha le caratteristiche del best seller, ma a suo tempo ha superato la valutazione della commissione selezionatrice delle opere. Si tratta della ricostruzione fedele della comunità trevigiana dove abito negli Anni Settanta, con una rosa di interviste finali a persone testimoni del passato, non così lontano da impedire un approccio nostalgico. Ne consiglio la lettura a chi non dispiace rivisitare il dietro le quinte della nostra epoca, magari recuperando qualche elemento sociale positivo. La narrazione è fluida e la trama coinvolgente. Una considerazione extra sulla copertina dove un Cedro simbolo di amicizia e di longevità vigila sul paesaggio agreste. L’albero è di per sé simbolo di vita: il Cedro, citato più volte nella Bibbia come simbolo di forza e di regalità aggiunge qualcosa in più. Pertanto lo considero beneaugurante. Cari lettori, se avete parenti o conoscenti a Torino, invitateli a fare un giro al Salone Internazionale del Libro, Padiglione 2, Stand F 103. Grazie mille!
Amore e Memoria
Gino Cecchettin, papà di Giulia è ospite della trasmissione di Bianca Berlinguer “È sempre Cartabianca”, andata in onda ieri sera. Mauro Corona, scrittore, alpinista e scultore del legno discute con la conduttrice sui temi scottanti che gli propone. Il pretesto è offerto dal libro Cara Giulia.Quello che ho imparato da mia figlia, di cui è autore il padre della sfortunata ragazza che il 5 Maggio avrebbe compiuto 23 anni. Gino Cecchettin conferma di essere una persona profonda e saggia che convive col ricordo della figlia drammaticamente scomparsa. A proposito della memoria, Mauro Corona, invitato ad intervenire dice che il ricordo è il sentimento più forte dopo l’amore. È un’affermazione che trovo convincente. In questo caso doloroso, mi auguro sia anche terapeutico. D’altronde il libro, edito da Rizzoli è parte di un progetto più ampio a sostegno delle vittime di violenza di genere. L’ho cercato sul web dove è disponibile la lettura delle prime pagine: una toccante lettera del padre che ipotizza quella che doveva essere la settimana perfetta con l’imminente laurea della figlia. Tra l’altro, confida che si era fatto tatuare – prima volta nella vita – una rosa con impressa sullo stelo la lettera emme, iniziale di Monica, la moglie scomparsa un anno prima. Quest’uomo, vedovo della consorte e della figlia è da ammirare e da sostenere. Capisco perché ha scritto il libro: per omaggiare Giulia e per continuare a tenerla dentro di sé. Lei sarebbe fiera del suo grande papà, come spero lo saranno i fratelli Davide ed Elena, forse soverchiati dal rumore attorno alla tragica vicenda. Di sicuro il sorriso di Giulia continuerà a farci compagnia per molto tempo ancora, facendo germogliare in altri le qualità che sprigionava.
Una bella storia
Per fortuna una bella storia che mi distrae dall’abbondanza di brutte notizie imperanti: Imprenditore friulano lascia l’azienda ai dipendenti. Piero Pittaro, titolare dell’azienda vinicola Vigneti Pittaro, mancato a 89 anni lo scorso marzo ha lasciato in eredità a nove fidati collaboratori il frutto del lavoro di una vita, iniziato negli Anni Settanta. Sposato, padre di una figlia e nonno speriamo che le sue volontà vengano rispettate. Il prodotto si materializza in 300.000 bottiglie di vino all’anno, di cui 100.000 di spumante vendute in Europa, Stati Uniti e Singapore. Immagino un bel rapporto creatosi tra titolare e dipendenti, una sorta di famiglia dove tutti collaborano: un sogno che raramente si realizza. Ripeteva spesso in friulano “Lascerò tutto a voi” espressione ritenuta eccessiva e che invece denota una grande coerenza. Ho cercato la foto di questo signore sul web: una lo ritrae nella vigna con un bel grappolo d’uva nera tra le mani. Ha uno sguardo mite, di brava persona. La simpatia nasce spontanea, oltre al fatto che anche mia mamma era friulana. Fanno da contrappunto a questa bella storia, vicende di contrasti e talvolta soprusi in ambito lavorativo che non richiedono neanche tanta immaginazione. Il comportamento del signor Piero è esemplare. Do per scontato che gli eredi da lui nominati – tutte persone della zona di Codroipo – siano all’altezza. I nove premiati si impegnano a portare avanti il nome dell’azienda come merita e a costituire una società secondo i termini di legge dove tutti conserveranno gli incarichi precedenti. “Era fatto così, premiava i più meritevoli” ha titolato il quotidiano la Repubblica. Tanto di cappello!
Oggi Oroscopo
Stamattina oroscopo, argomento futile per me – con tutto il rispetto per chi ci crede – che mi intriga per l’uso di certe parole e la voce maschile suadente di chi declina i vari segni zodiacali che scorrono su LA7 ripetuti e a velocità sostenuta. Il primo segno è l’Ariete, il mio di cui riesco a fatica a registrare le ‘previsioni’ riguardo Soldi (00), Amore (0000), Lavoro (000). Non so se quest’ultima voce si possa estendere anche a chi è in pensione come la sottoscritta. Pazienza. Il Segno favorevole al mio è lo Scorpione, mentre quello sfavorevole è il Toro. Starò in campana! Più delle previsioni, che mi lasciano tiepida mi interessa l’uso studiato di alcune parole ed espressioni positive che vengono distribuite durante la presentazione dei segni: pazienza, incastro, capacità empatica, verve comunicativa, determinazione, estroversione… contrapposte a instabilità, introversione…e un invito: “La vostra felicità è trovare voi stessi, non cancellare l’altro”, da estendere a tutti i segni. Non so chi ci sia dietro alla stesura delle quotidiane previsioni, ma non mi stupirei se fosse utilizzato qualche psicologo che riesce a distribuire ‘ad arte’ qualche pillola di incoraggiamento. Il mio spirito felino mi spinge a verificare l’indomani se la previsione ci aveva azzeccato, come se si trattasse di un gioco a tempo. Comunque apprezzo la ricerca di parole appropriate per infondere fiducia e l’invito a cercarla dentro di sé, all’incirca come dice l’antica massima moraleggiante attribuita all’autore romano Appio Claudio Cieco che la usò nelle sue Sententiae: “Ciascuno è artefice dell propria sorte”. Secondo Einstein il destino esiste e cambia in base al modo in cui ci muoviamo. Il contrario di destino è libertà, libera scelta, libero arbitrio. Personalmente ritengo che il destino sia per buona parte nelle nostre mani.
L’ostetrica
Il 5 Maggio si celebra la Giornata Internazionale dell’Ostetrica. Non lo sapevo e il pensiero mi riporta a mia madre Giovanna Stefani in Cusin, classe 1923 che esercitò questa professione per buona parte della sua vita. Io sono la seconda di tre figlie femmine e, a differenza delle mie sorelle infermiere, ho seguito tutt’altra strada professionale. Però ho dedicato a mia madre il libro C’era una volta l’ostetrica condotta (1953 – 1963) con sottotitolo Piccole storie di donne grandi dove sono protagoniste una quindicina di partorienti assistite da lei, ostetrica condotta di Cavaso e Possagno. Sono affezionata al libro, perché è stato il primo dato alle stampe e presentato alla comunità nel 2008, un anno dopo la sua morte. In copertina una bella foto in bianco e nero, scattata da mio padre nel 1957: io bambina sorridente sul sedile posteriore della lambretta che mamma sta per avviare. Una foto simbolo del viaggio della vita che inizia con il lieto evento. Le protagoniste dei racconti sono preziose presenze, di poca scienza e molta coscienza, avvicinate da me per simpatia e conoscenza diretta. Molte non ci sono più ma rimane la loro testimonianza: Gilda, Gentile, Bianca, Gigeta, Camilla, Maria, Sunta, Pineta, Biancarosa, Germana, Margherita, Irene, Romilda. Prima dell’ospedalizzazione del parto, le donne partorivano a casa e mia mamma correva da una puerpera all’altra senza risparmiarsi. Poi si era dovuta adattare ad un ridimensionamento del ruolo che si esercitava – come oggi – in ambiente ospedaliero, per garantire assistenza alla madre e al figlio in caso di urgenza. La nascita è un evento straordinario che merita tutte le attenzioni, a scapito però della naturalezza. Rimane il ruolo speciale di chi accoglie la vita.
