Giornata festiva, per molti destinata al riposo. Pepita non mi consente di rifare il letto: quando sollevo il copriletto, si tuffa tra i lembi da piegare come se fossero fili d’erba. Le concedo pochi minuti di gioco, perché alle dieci mi incontro con due amiche al bar, per la consegna di Amici Inaspettati, la mia ultima fatica letteraria con protagonisti i cani, Il titolo fa da cerniera all’affetto che lega i quattro zampe alle persone sensibili, che sono menzionate. Come lo sono i protagonisti delle storie, a partire da Rex e Ben, cui si aggiungono nell’ordine: Peggy e Perlina, Orso, Astro, Beppe, Nina, Boby, Tre Palline, Roy, Maya e Rocky. Tra un macchiatone, un orzo e un cappuccino si intrecciano confidenze sugli animali domestici, Lollymi di Pia e la gallina che si accomoda sulle spalle di Franco, marito di Francesca. Alla faccia di chi considera il pennuto simbolo di superficialità. Invece la gallina ha un significato simbolico di protezione, maternità e fecondità che si estende anche alla spiritualità, grazie alla relazione con l’uovo. Umberto Saba ne parla mirabilmente nella poesia A Mia Moglie che ho proposto varie volte ai miei alunni e che consiglio di rileggere.Tutti gli animali ci insegnano qualcosa, senza di loro la vita sarebbe grigia.
Autore: Ada Cusin
Ad ogni stagione il suo fiore 🌸
La “santa dei fiori” è santa Zita da Lucca, una devota cristiana del XIII secolo (1218 – 1278), mentre santa Dorotea (IV sec.) è la patrona dei fiorai; san Fiacrio lo è dei giardinieri. La premessa per dire che c’è qualcosa di miracolo nella natura che regala meraviglie in autunno avanzato. È il caso dell’Amaryllis regalatomi una ventina di giorni: ha emesso dapprima un fiore, poi due, tre ed ora quattro stupende corolle aranciate all’esterno e gialline dentro. Sul lungo stelo svettano come ventagli aperti che non smetto di ammirare. È un po’ una star che fotografo in svariati momenti, sapendo peraltro che la sua vita è breve. Ma gli sono grata di farmi buona compagnia, senza chiedere alcunché in cambio. Ogni tanto una spruzzatina d’acqua alla base, senza esagerare per non accelerarne la sfioritura. Poi custodirò il bulbo con cura, sperando in un’altra nascita il prossimo anno. Anche la natura fa i conti con il riscaldamento globale che merita anch’esso un santo protettore. Sotto la siepe di Fottinie, ieri ho visto una Viola, normale a primavera ma decisamente fuori stagione a metà novembre. Se si è confusa lei, non sorprende che le persone perdano la bussola. Servono correttivi urgenti e duraturi. Ad ogni stagione il suo fiore.
Sindrome di Medea
Sindrome di Medea. In psicanalisi, il desiderio materno di uccidere i propri figli. Il riferimento è all’omonima tragedia greca di Euripide dove Medea, abbandonata dal marito Giasone, per punirlo uccide i figli avuti da lui. La tragedia andò in scena la prima volta ad Atene, alle Grandi Dionisie del 431 a. C. Da allora, purtroppo l’infanticidio si ripete. Il fatto sconvolgente successo a Muggia (Trieste) lo conferma. Olena, ucraina di 55 anni accoltella alla gola il figlio Giovanni, 9 anni “nel timore di non poter più vivere assieme al suo bambino”, scrive Giampaolo Visetti, autore dell’articolo in la Repubblica a pag. 24. Come un pugno sullo stomaco apprendere che gli incontri con la madre – in cura al Centro di salute mentale – fossero stati protetti fino a poco tempo fa. Un epilogo imprevedibile che lascia sconvolti i servizi sociali, il papà del bambino, il sindaco, il parroco di Muggia, la comunità tutta. Me compresa, che a fatica scrivo riguardo questo fatto di terribile cronaca nera. Povero Giovanni che giocava a pallone nei pulcini del Muggia e si preparava per la prima comunione. Pena anche per la madre infanticida. Peraltro non unica… basti pensare ad altri fatti simili recenti, a partire da Cogne in poi. Penso al dramma di Paolo, padre di Giovanni che aveva in affidamento il bambino. La maternità non è tutta rose e fiori e ci sono madri che odiano i figli. Pena e solidarietà con gli uomini, vittime di tragedie opera delle donne.
Gentilezza, questa (quasi) sconosciuta!
Giornata Mondiale della Gentilezza, la migliore arma di distinzione dalla massa. Il fiore simbolo è il Caprifoglio, ma il simbolo ufficiale è il Gelsominino giallo che rappresenta l’eleganza e la benevolenza, mentre il colore associato a questa virtù è il viola, caro anche a Eleonora Duse. Tra i vari messaggi che accompagnano i saluti mattutini, prelevo il pensiero di Esopo: “Per quanto piccolo, nessun atto di gentilezza è sprecato” e su questo non ci piove. Ho proposto Esopo (VI sex. a.C.) a scuola, in parallelo con Fedro (I sec. d.C.) in quando sono considerati i maggiori favolisti della storia. Le loro favole, attraverso una narrazione piacevole con protagonisti gli animali si concludono con una morale destinata agli uomini. Il che significa che allora come ora non è facile praticare i buoni comportamenti e relative virtù. La Gentilezza è piuttosto in disuso, anche se conosco persone che la praticano, massimo quelle che stanno in una mano. Personalmente diffido delle persone gentili di facciata, sorriso a 32 denti, ma poca spontaneità. “Il lupo travestito da pecora” di Esopo la dice lunga al riguardo. Chi lavora a contatto con il pubblico dovrebbe imporsi di essere gentile, anche se può essere stressante in certi contesti e capita di vedere le persone sbagliate nel posto sbagliato. Un corso sulla Gentilezza non sarebbe male, prima di intraprendere una professione, in tutti gli ambiti. Anche ricorrere ai rinforzi, quando serve.
“La poesia è un ponte tra il quotidiano e l’eterno”
Lo spazio dedicato alle lettere dei lettori talvolta allarga l’anima. È il caso della lettrice Eva Borra Nesi che scrive per congratularsi con il programma del mattino Radio Norba che propone la lettura di una poetessa sconosciuta ai radioamatori, “Un momento sospeso, dove il tempo si ferma per ascoltare”. Le liriche del mattino consentono di iniziare la giornata col piede giusto, perché “La poesia è un ponte tra il quotidiano e l’eterno, crea il silenzio e la voce interiore”. La lettera è uno scrigno di belle parole che condivido. Anch’io scrivo poesie e non avrei saputo esprimere meglio l’importanza che attribuisco a questa forma di espressione. Le parole sono il mio pane quotidiano, scrivere mi dà soddisfazione, sia in prosa che in poesia. Raggiungo il top quando ciò che metto nero su bianco diventa arcobaleno nell’interpretazione di un altro artista. Come si evince dalla copertina della mia ultima opera Amici Inaspettati dove Noè Zardo anticipa con leggiadria la storia di amicizia tra cani e umani. Ammetto che mi lusinga essere chiamata Poetessa, anche se non ho nessuna patente in tal senso. L’artista non cerca un premio materiale, ma la considerazione del pubblico, attraverso la condivisione ed anche la critica costruttiva. E siccome viviamo tempi difficili, mi piace chiudere con la frase del pittore e scultore francese Georges Braque (Argenteuil, 13 maggio 1882 – Parigi, 31 agosto 1963): “L’arte è una ferita trasformata in luce”.
Mimmo, delfino solitario
Simpatica la storia di “Mimmo, il delfino che ama Venezia”, letta stamattina in Cronache sul CORRIERE DELLA SERA a pag.27. In realtà “Dallo scorso giugno vive tra i canali, senza paura né voglia di andarsene”scrive Vera Mantengoli, creando apprensione tra chi vorrebbe fosse riportato in mare, per non incorrere in qualche incidente, dato che “C’è chi ha già rischiato di andargli addosso per un selfie”. Mimmo è un animale selvatico che vive in zone costiere. È arrivato a Venezia, probabilmente attratto dall’abbondanza di cibo: branzini, orate e cefali, di cui si nutre. È da solo, ma è normale che “Gli individui giovani come lui possano spingersi a fare esplorazioni in solitaria”(Carlotta Lombardo). Mimmo mi è simpatico anche per la sua indipendenza. Curioso, oggi 11 Novembre è la Giornata Mondiale dei Single, chissà se Mimmo la festeggia! I veterinari del Cert di Padova lo stanno monitorando, preoccupati che il cetaceo non faccia una brutta fine. Infatti a Venezia pare esplosa la “Mimmo mania” per la voglia di vederlo spuntare dall’acqua e magari saltare tra un vaporetto e una gondola. Beh, Mimmo è avvertito. Se i curiosi esagerano, la colonia di tursiopi lungo la costa lo aspetta. 🐬
“Un sogno per domani” (film)
Non rinuncio al mio riposino pomeridiano nemmeno alla domenica, anche se c’è il sole e ci starebbe una passeggiata. Del resto sono uscita in mattinata e mi sono piacevolmente imbattuta nella banda musicale e in un folto corteo di motociclisti. Sto per spegnere il televisore posizionato sul quarto canale quando parte la sigla dei “bellissimi”, film selezionati per un pubblico esigente, suppongo. Il film proposto è intitolato “Un sogno per domani”, del 2001, genere drammatico, tratto da un romanzo di Catherine Ryan Hude. Mi attrae dalle prime immagini, perché ambientato in una scuola media, classe seconda, la più difficile del triennio, in base alla mia esperienza. Quindi pane per i miei denti, anche se siamo a Las Vegas. D’altronde l’adolescenza è un’età difficile a qualunque latitudine. L’insegnante di Scienze sociali Eugene Simonet assegna ai ragazzi un insolito compito: trovare un modo per cambiare il mondo, innescando una sorta di catena della bontà. Trevor lo prende sul serio, iniziando a bonificare a casa sua, dove Arlene, la madre è una cameriera ex alcolizzata. Come anche la nonna, mentre il padre è un violento. Tra insegnante e allievo si crea una complicità che darà buoni frutti. Ma non è previsto il lieto fine. Infatti Trevor viene accoltellato mentre tenta di difendere un compagno dall’aggressione di alcuni bulli. Mi pongo due domande: Trevor è andato oltre con il suo tentativo di cambiare le cose? È utile contenersi anche nel fare il bene? Mi sembra un tema interessante, interpretato da un ottimo cast.
Peppe Vessicchio, un Maestro e un Signore 🎵
Ci sono persone che dallo schermo entrano in casa e diventano familiari, come Peppe Vessicchio, direttore d’orchestra e non solo, mancato improvvisamente ieri a 69 anni (Napoli, 17 marzo 1956). L’ho sentito nel tardo pomeriggio e ci sono rimasta male. Lo sguardo dolce, la barba e i capelli bianchi erano una sua caratteristica. Ma poi c’era il “maestro” di Sanremo, il compositore, l’arrangiatore e perfino lo scrittore. Infatti leggo che la settimana scorsa era uscito il suo libro per ragazzi su Mozart, “Bravo bravissimo” che avrebbe dovuto presentare a “Che tempo che fa” con Fabio Fazio. Cosa straordinaria, si era occupato degli effetti della musica sulla crescita di frutta e verdura ed aveva scritto il libro “La musica fa crescere i pomodori”. Beh, mi spiace non averlo conosciuto di persona, perché dev’essere stato uno spasso! Del resto sono molti gli amici e gli ammiratori che lo ricordano, compresa la Presidente Giorgia Meloni. Causa della morte la polmonite interstiziale, che aveva colpito anche mia madre nel lontano 2007. “L’interstiziale è difficile da auscultare, il medico nel 50% dei casi può non riconoscerne i suoni. Dopo 3 o 4 giorni la situazione si aggrava” (Margherita De Bac). Una carriera brillante, una persona talentuosa, una vita spezzata all’improvviso. Adesso parlerà per sempre la sua Musica.
Una storia esemplare
Leggo con commozione la pagina di Cronaca in la Repubblica di ieri che titola: “Io, laureato in medicina dopo il dramma ai Murazzi non sono mai stato solo”, di Cristina Palazzo. Mauro Glorioso, 23 anni, colpito da una bicicletta elettrica il 20 gennaio 2023 lanciata dai Murazzi del Po di Torino da cinque ragazzi (tre allora minorenni) rimase ferito gravemente e da allora è tetraplegico. Nonostante il dramma vissuto, ha reagito: si è laureato in medicina e pensa alla specializzazione. “La speranza c’è anche nei momenti più bui. Di chi mi ha ridotto così non voglio dire niente, mi sono distaccato. Voglio pensare al futuro”. Vederlo in carrozzina con la corona in testa è disarmante, perché adattarsi alla condizione di disabilità per una stupida bravata presuppone una tenacia da leone. Per inciso, agli autori maggiorenni del folle gesto sono stati inflitti 16 e 14 anni di carcere, agli altri pene tra i 6 e i 9 anni. Alla domanda della giornalista che il giorno della laurea gli chiede come sta, risponde: “Sono felice, ma non è l’unico giorno bello di questi anni. L’essere umano riesce ad adattarsi a tutto. Anche nei momenti peggiori si può intravedere la speranza. Poi la felicità la cosa più difficile che esista”. Grande Mauro Glorioso, perfino il cognome gli calza a pennello!
Stufa e ‘larin’
Ho acceso la stufa. Un po’ più tardi rispetto agli anni passati, forse per un tentativo di prolungare la bella stagione. Comunque da un paio di settimane, alla sera funzionano i termosifoni e quando mi distendo sulla poltrona relax uso una copertina termica su cui si accomodano Grey e Pepita, così ce la godiamo in tre. In camera ho un cronotermostato che temevo fosse bloccato, ma con la bassa temperatura notturna si è ‘aggiustato’, regalandomi il teporino assai gradito alle ossa. Però riconosco che il calore della stufa è tutta un’altra cosa. Vedere la legna ardere e sentire l’odore spandersi per le stanze è un valore aggiunto. La mia è una stufa in maiolica refrattaria di colore beige, regalo di mia mamma per l’ingresso nella casa nuova (che risale al giugno 2000). Riconosco che riscaldarsi con la legna conferisce all’ambiente un’atmosfera intima, che rinvia al passato. Ricordo il ‘larin’ della nonna materna Adelaide che in dialetto significa focolare, riferito al luogo di ritrovo della casa dove si accendeva il fuoco. Scopro che il termine ha anche un altro significato: rinvia a Lar, una città persiana e alla moneta utilizzata – un tondino d’argento di circa 10 cm – nelle aree dell’Oceano Indiano. Mi tornano alla mente i Lari, gli spiriti protettori della casa e i Penati, protettori della famiglia nel culto romano. Ovverosia le anime degli antenati defunti che vegliavano – e spero continuino a vegliare – su di noi. 🙏
