Palio, un evento emozionante 🏇

Palio di Siena, un evento ad alta tensione emotiva. Seguo la diretta su LA7 verso le 19.30 di sabato 16 Agosto, incollata al video e ansiosa per cavalli e cavalieri. Premetto che apprezzo molto il cavallo, animale indomito che invidio per la bellezza, la possenza e l’indole non arrendevole. Invidio mia nipote che ne mantiene uno a distanza. Si chiama Egoist. Certo non è facile tenerlo in casa come un gatto, con cui condivide la ‘personalità’ enigmatica. In testa alle mie preferenze rimane il felino, seguito a ruota dal cavallo. Tornando al Palio, vince la contrada di Valdimontone con il fantino Giuseppe Zedde detto Gingillo e si aggiudica il drappellone di Francesco De Grandi, pittore siciliano, classe 1968. Dopo mezz’ora di schermaglie ai canapi, arriva il momento clou: vedere i cavalli scalpitare gomito a gomito mi trasmette un’emozione altissima, perché temo che qualcuno cada e si azzoppi (e farebbe una brutta fine). Partecipo meno per la sorte dei dieci fantini. Fortunatamente non succede l’incidente. Tra gli spettatori c’è anche la pop star Madonna, credo che il coinvolgimento emotivo sia identico al mio. Sono stata a Siena parecchi anni fa e ne conservo un bel ricordo. Inoltre apprezzo la competizione storica nella forma della giostra equestre che coinvolge le 17 contrade in cui è divisa la città. Se fossi ancora in cattedra, ne farei una palpitante lezione interdisciplinare.

“Volevo un gatto nero…”

Da qualche anno, sul salva schermo del mio tablet d c’è una bella foto di Puma, la gattina nera mancata troppo presto per un problema di cuore. Più volte mi ero detta di cambiarla, ma adesso non ci penso più e mi conforta vederla ogni volta che apro il tablet, il che succede diverse volte al giorno. Del resto sul computer troneggia Sky, che però era tigrato. Il distinguo è d’obbligo, perché oggi è la Giornata Mondiale della valorizzazione del Gatto Nero. Istituita dall’artista americano Wayne H. Morris, mira a sfatare le superstizioni legate ai gatti neri e a promuovere la loro accettazione. Gli Antichi Egizi veneravano i gatti neri come una divinità e ne possedevano molti. Infatti, la gatta nera incarnava Bastet, la dea egizia della fertilità, delle donne e della famiglia. Mi viene in mente la canzoncina “Volevo un gatto nero”, proposta nel 1969 dal Piccolo Coro dell’Antoniano nell’undicesima Edizione dello Zecchino d’Oro. Esemplare un passaggio: Volevo un gatto nero, nero, nero. Mi hai dato un gatto bianco. Ed io non ci sto più. La canzone, classificatasi all’ultimo posto, ha tuttavia venduto più di due milioni e mezzo di dischi. Il significato del gatto nero varia molto a seconda delle culture. In quelle orientali è considerato un portafortuna, mentre in occidente, durante il medioevo era associato alla stregoneria. Per me il nero è simbolo di eleganza, di bellezza, di mistero. ‘Indossato’ dal gatto, è un valore aggiunto. Chiudo con la citazione di Leonardo Da Vinci che non badava certo al colore del manto: “Anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro”.

San Rocco e il cane Oreste

Oggi 16 Agosto è San Rocco, uno dei Santi più popolari del Medioevo, protettore dalla peste e da altre malattie contagiose, oltre che patrono di diverse categorie, come assicuratori, viandanti, farmacisti, volontari e anche dei cani. Nato a Montpellier tra il 1345 e il 1350, figlio di un ricco governatore, dopo la morte dei genitori decise di vendere i suoi averi e partì pellegrino verso Roma, dedicandosi alla cura dei malati di peste durante il cammino. In alcune località, come Venezia viene celebrata la festa di San Rocco, ma anche sull’omonimo colle a Possagno, dove ho abitato fino al 2000. Mio padre era nato il 16 Agosto 1922 ed era appassionato di cani, tra le altre cose. Io sto completando un racconto che riguarda principalmente due cani, Rex e Ben, e una decina di altri amici a quattro zampe. Pertanto mi appello al Santo odierno perché li protegga. Suppongo che il prodotto finito sarà disponibile da Ottobre. Per ora anticipo il titolo: Amici Inaspettati e la citazione di Milan Kundera posta all’inizio: “I cani sono il nostro legame con il paradiso. Non conoscono il male, la gelosia o il malcontento. Sedersi con un cane su una collina in un pomeriggio glorioso significa tornare all’Eden”. Tornando al Santo del giorno, nell’iconografia cristiana c’è sempre ai suoi piedi un cagnolino con un pezzo di pane in bocca. Era un bastardini bianco e si chiamava Oreste. Rocco, che curava gli appestati, quando si ammalò a sua volta fu evitato da tutti e avvicinato solo da un cane che lo aiutò a guarire, portandogli per giorni pezzi di pane rubati alla mensa del suo ricco padrone. Il legame tra il santo e il cane è diventato un simbolo potente: simboleggia la fedeltà e la compassione, doni preziosi.

Ferragosto 2025

Dei tre bar dislocati in piazza, uno è super affollato, l’altro è chiuso per ferie, il terzo non tiene i quotidiani. In cartoleria compero la Repubblica e mi dirigo al Montegrappa dove faccio la seconda colazione (la prima alle sei). Almeno oggi non mi litigo il giornale con altri clienti, dato che il quotidiano è mio. Mentre attendo la consumazione, mi soffermo sulla pagina dedicata agli spettacoli, dove riconosco una cantante sotto l’ombrellone: Giuni Russo, prematuramente scomparsa a 53 anni (Palermo, 7 settembre 1951 – Milano,14 settembre 2004). L’articolo, di Gino Castaldo, riporta il titolo “Quella brutta musica che in spiaggia copre il suono del silenzio”; sottolinea come le spiagge italiane siano flagellate da ritmi incessanti e a volume troppo alto “Perché il silenzio fa paura”. Il giornalista ricorda con nostalgia quando nel 1982 Giuni Russo cantava “Un’estate al mare”, firmata fa Franco Battiato e Giusto Pio, che ebbe un successo clamoroso e divenne un tormentone estivo. Nella parte finale del brano, un vocalizzo dell’artista riproduce il verso di un gabbiano. Non si tratta solo di una canzone estiva, in quanto il testo nasconde il desiderio di fuga dalla realtà e di riscatto sociale. In psicologia, il mare è un simbolo potente: può rappresentare la rinascita, l’ignoto e le emozioni intense. Il mare libera la mente. La voce di Giuni, che all’anagrafe si chiamava Giuseppina Romeo possiede un timbro unico e un’estensione vocale di tre ottave: una combinazione miracolosa. Buon Ferragosto a tutti!

Vigilia di Ferragosto

“OK. Per me l’estate è bastata. Possiamo anche finirla qui…??” è il testo che accompagna una vignetta di Schulz con il simpatico Snoopy, occhiali scuri e ombrellone chiuso sottobraccio che lascia la spiaggia. Vigilia di Ferragosto con 18 milioni di italiani in partenza per le ferie nel mese più caldo dell’anno, con temperature bollenti specie al Nord, con Bolzano a 35 gradi. La meta preferita rimane il mare, dove bollenti sono anche i prezzi per il caro spiaggia, e i balneari lamentano un calo di presenze. Certo in questo periodo non mi fa gola, per la folla, il traffico, eccetera. Di indole felina, mi sento a mio agio a casa, con i gatti e la ricerca della tranquillità. Scrivere il post e altro mi dà piacere ogni giorno. Viceversa riordinare è deprimente. Ad esempio, ho dedicato due infuocati pomeriggi a sgomberare il ripostiglio, stanza ‘cieca’ senza finestra. Ho la tendenza a tenere scatole e scatoloni, per offrirli come graditi giacigli ai gatti, senza considerare che rappresentano comunque un ingombro. Qualcuno mi serve per tenerci prodotti da bagno e per capelli che poi dimentico, cosicché per un po’ sono servita. Tra un cesto e un cestino, torna alla luce qualcosa di accantonato: un marsupio che usavo quando portavo in passeggiata Astro, che il Cielo lo abbia in gloria. Era un cane buonissimo, che andava d’accordo con i gatti. Mi ha fatto compagnia per quasi 18 anni. Non lo dimentico, perché un amico a quattro zampe è per sempre, vacanze comprese.

Bambini ucraini rapiti

[ ] Di male in peggio Ero in quarta o quinta elementare quando sentii per la prima volta parlare di rapimento di persone, in relazione al “Ratto delle Sabine”, fra gli episodi più antichi della storia di Roma, avvolto nella leggenda. Sicuramente il maestro Enrico Cumial – cui ho dedicato Dove i Germogli diventano Fiori – edulcorò la storia che dovette sembrarmi condita dall’amore, dato che era una necessità per i romani procurarsi delle donne per la procreazione. Anche Plutarco era di questo avviso. Ma dalla nascita di Roma, 21.04.753 a.C. ne è passata di acqua sotto i ponti. Per questo mi scandalizza la parola rapimento, specie se a danno di minori. 20.000 bambini ucraini sono stati deportati in Russia e Bielorussia durante la guerra. Una Ong ucraina denuncia che bambini ucraini deportati in Russia sono disponibili per adozione o affido, consultando un catalogo online. Quindi, bambini rapiti messi in vendita. Vorrei fosse una fake news, tanto è agghiacciante! Il ratto delle Sabine hu al confronto mi sembra una bazzecola. Dei 314 bambini ucraini deportati, 148 sono stati inseriti nei database di adozioni russe, con 42 già adottati o simil. La Russia nega. Non è nota la sorte dei bambini oggetto di compravendita.

Mia, una grande artista

D’estate, la televisione offre la possibilità di vedere in replica programmi trasmessi in precedenza. È il caso di “Io sono Mia”, film biografico del 2019 sulla cantante Mia Martini, all’anagrafe Domenica Rita Adriana Bertè. Nata a Bagnara Calabra il 20.09.1947 e morta a Cardano al Campo (Varese) il 12.05.1995, a 47 anni, in circostanze non del tutto chiarite, ufficialmente per arresto cardiaco. A trent’anni dalla morte, sentire questa artista anche nella mirabile interpretazione di Serena Rossi mi commuove. Condivido chi ha scritto: “Mia Martini non è stata soltanto una cantante. È stata una confessione in musica”. Paragonata spesso alla cantante americana Aretha Franklin per la potenza e l’espressività della voce, sul palco era dotata di carisma, ovvero sapeva trasmettere emozioni intense attraverso un’interpretazione viscerale. Contagiata dal canto fin da bambina, formidabile la scena iniziale del film con il padre – era professore e preside – che bruscamente le toglie dalle mani la spazzola usata come microfono. La canzone Padre davvero (1971) è una sintesi struggente degli ostacoli affrontati con il genitore che la voleva diversa, a modo suo. Da adulta è stata oggetto di invidia e maldicenze che ne hanno compromesso la carriera. Con la sorella Loredana, pure cantante ha realizzato un’intesa professionale, nonostante un rapporto conflittuale. Fidanzata per dieci anni con il cantautore Ivano Fossati, amica di Renato Zero ed altri artisti. Nel 1977 collabora con Charles Aznavour, un altro grande. Nel privato era fragile e malinconica. Restano brani indimenticabili: Minuetto (1973), E non finisce mica il cielo (1984), Almeno tu nell’universo (1989), Gli uomini non cambiano (1992). Quando la sento cantare, vorrei abbracciarla e dirle grazie!

Il Vesuvio… e La Ginestra

Il Vesuvio continua a bruciare. Il sospetto è che ci sia la mano dei piromani, come del resto era successo nel 2017 quando furono distrutti 3000 ettari di parco e macchia mediterranea. Attualmente, diversi ettari ingoiati dalle fiamme; il fronte del fuoco, alimentato dal vento e dalle alte temperature si è allargato a tre chilometri. Decretato lo “stato di mobilitazione”. Mi chiedo come mi comporterei se vivessi là. Un conto è prendere atto e abituarsi all’ordinaria attività che caratterizza da decenni il Vesuvio, un conto scoprire che è opera di individui che non amano la natura e nemmeno chi ci abita.A pagina 20 del Corriere odierno leggo: “Incendio sul Vesuvio, ancora tre fronti attivi”. Un recente rapporto di Legambiente Campana aggiorna sulla superficie andata in fumo in soli sette mesi: 851 roghi hanno fatto piazza pulita di 56.263 ettari di suolo, pari a 78.800 campi da calcio. Numeri da brivido! Gli incendi estivi riguardano anche altre nazioni, ad esempio Grecia e Spagna, ma pure l’Amazzonia. Almeno il 50 % è attribuibile al “fattore umano”, direttamente o indirettamente. Quando si verificano per mano dell’uomo c’è veramente da piangere, perché la Terra che ci ospita viene profanata. Quando Giacomo Leopardi soggiorna a Napoli, nel 1836 compone la poesia “La Ginestra”, fiore che cresce sulla lava del Vesuvio chiamato ‘il vulcano’ e che simboleggia la resistenza contro le avversità della natura. Scritta poco prima di morire, è considerato il testamento poetico e filosofico dell’autore. Chissà se i piromani la conoscono.

Hikmet e il mare

Nei messaggi illustrati che mi arrivano di mattina c’è spesso il mare: ovvio, siamo in estate e molte persone lo scelgono come luogo della vacanza. Oggi, 10 Agosto è San Lorenzo, data legata ai sogni e alle stelle cadenti. Ritrovo questi due elementi nella poesia di Nazim Hikmet, che leggo sul tablet e riporto: Il più bello dei mari Il più bello dei mari/è quello che non navigammo./Il più bello dei nostri figli/non è ancora cresciuto./I più belli dei nostri giorni/non li abbiamo ancora vissuti./E quello/che vorrei dirti di più bello/non te l’ho ancora detto.// Dato che è domenica e che ritengo la poesia un bene dell’anima, ne azzardo una spiegazione, peraltro superflua perché il testo è di una semplicità spiazzante. Il mare è metafora della vita, simbolo di avventura e ignoto. Il valore sta nell’attesa del fururo, oltre le difficoltà e il tempo. Due parole sull’autore (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca, 3 giugno 1963). Anche il nonno paterno scriveva poesie in lingua ottomana. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico” è uno dei poeti più amati e conosciuti in Europa, tradotto in più di 50 lingue. Condannato a 28 anni di reclusione per avere “incitato alla ribellione” gli studenti delle scuole militari, negli Anni 50/60 divenne un simbolo della detenzione politica, durante la quale scrivere divenne la sua forma di resistenza. Fu liberato nel 1950, dopo 12 anni di durissima prigionia, grazie a un’amnistia generale. L’ho conosciuto da adulta, perché al Liceo abbondavano i classici. Ma il panorama letterario è cosmopolita e infinito. Come il mare.

“Meno alcol, meno rischi di cancro”

Provo simpatia per Silvio Garattini, che tiene la rubrica “L’armadietto delle medicine” sul settimanale OGGI, simpatia che estendo a tutte le persone invecchiate bene. l’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo, con un’età media di quasi 47 anni, la più alta nell’Unione Europea. Gli ultraottantenni sono circa 5 milioni con il 10 % degli uomini che arriva a 90 anni. Silvio Garattini, oncologo, farmacologo e ricercatore italiano (Bergamo, 12 novembre 1928) ne ha 96, a novembre 97 portati benissimo. Non prende farmaci, se non strettamente necessari, mangia poco e cammina molto. Di recente ha pubblicato FARMACI. Luci e ombre. Certo la longevità è un privilegio, se ci si arriva in salute, ma anche frutto di disciplina e scelte precise. Nella rubrica citata, il professore sostiene che basta anche un bicchiere per farsi del male. “L’utilizzo dell’alcol indipendentemente dal fatto che si tratti di birra, vino o superalcolici è associato a un aumento anche del tumore del pancreas”. Questa sua convinzione, legata a una ricerca condotta su un vasto campione di partecipanti europei ed extraeuropei non piacerà a chi consuma e vende le suddette sostanze. Credo di essere astemia, perciò per me ‘piove sul bagnato’. Siccome è un mio obiettivo invecchiare bene, seguirò almeno in parte le sue indicazioni (esclusi 5 km di passeggiata al giorno, con le mie anche rifatte), confidando in una buona stella.