Mentre traffico in cucina di buon mattino, sento una notizia assai curiosa: a Umbertide (Perugia) un piccolo cimitero in disuso da decenni è stato acquistato per 14.000 euro da una signora belga, che se l’è aggiudicato all’asta, unica concorrente. Il luogo conserva qualche vestigia dell’antico culto, tra cui una piccola cappella. “La nuova proprietaria dovrà conservare il contesto”. Ignoto lo scopo del particolare e inusitato acquisto. Il cimitero è adiacente al bellissimo santuario di Maria Santissima Assunta di Rasina, risalente al XV-XVI sec. nella Valle del Nicone, pieno di fascino, mistero e storia. Condivisibile la curiosità dei paesani che si chiedono chi sia la nuova proprietaria – la cui identità è tutt’ora ignota – e perché l’abbia fatto. Attualmente il terreno è un boschetto, in un’area abbandonata dagli Anni Sessanta di cui la nuova proprietaria dovrà prendersi cura. Non la conosco, ma mi è simpatica. Ha fatto un’operazione, non per fini economici che le invidio. Intuisco che ami l’arte e sia dotata di grande spiritualità. Mi fa venire in mente I Sepolcri di Ugo Foscolo che ha per tema centrale il culto dei morti e dei sepolcri come simbolo di civiltà. La tomba è il tema principale e l’oggetto con cui si instaura la ‘corrispondenza d’amorosi sensi’. Foscolo ripropone il compianto per i defunti e la compassione come valori della civiltà umana. Mi piace pensare che l’acquirente belga sia una persona compassionevole.
Mese: febbraio 2025
Imprudenza, madre di disgrazie
“L’imprudenza è la madre delle disgrazie” è il modo di dire che più si addice a commentare il fatto letto stamattina sul quotidiano che sintetizzo: 19enne polacco si butta dalla seggiovia con gli sci direttamente sulla neve e filma la bravata. Miracolosamente non si fa male, viene multato con 150 euro, per l’uso scorretto dell’impianto di risalita. È successo a Palafavera (Belluno), il 21 febbraio scorso. Il giovane ha spontaneamente consegnato il video del suo gesto agli agenti che invitano ad adottare un “comportamento prudente e responsabile” durante le attività sciistiche. Suppongo che volesse postare il video sui social. Non so se lo spericolato ragazzo conosca i Promessi Sposi, soprattutto la parte finale dove Renzo e Lucia riflettono sulle esperienze fatte, comprese le disavventure che il compagno si è andato a cercare, concetto che si sposa col detto di apertura. Dati alla mano, la precarietà del vivere è una costante e la signora con la falce miete vittime ovunque, anche tra i giovani. Ma comportarsi in maniera incosciente, per avere dei like sul telefonino mi sembra aberrante, parola che ha un sinonimo in assurdo. Da ultimo, mi spiacerebbe che l’imprudente giovanotto fosse in località turistica montana per una vacanza premio, magari in compagnia dei genitori in baita, al riparo da catastrofici esperimenti. Spesso i genitori sono gli ultimi a conoscere gli eccessi dei figli. Speriamo che l’autore di questa bravata paghi di tasca propria la multa. In fin dei conti neanche troppo salata.
Pistacchio che bontà
Oggi, 26 febbraio è la Giornata Mondiale del Pistacchio, chiamato anche ‘Oro Verde’, simbolo della città di Bronte e del suo territorio, le pendici dell’Etna, suo habitat d’eccellenza. È uno degli ingredienti più versatili e apprezzati in cucina che non ha controindicazioni ed anzi ptotegge la salute cardiovascolare, utile contro l’ipercolesterolemia e con effetti antiinfiammatori. La pianta è originaria del bacino del Mediterraneo (Persia, Turchia); il frutto era noto e coltivato dagli antichi Ebrei e già allora ritenuto prezioso. Preziosissimo per la cucina italiana, personalmente ne faccio un consumo moderato perché non sono attratta dalla frutta secca. Però non manca in occasioni speciali ed anche per realizzare ricette particolari, tipo il pesto con i pistacchi, le linguine con crema di pistacchi, oppure al limone con gamberi e pistacchi. Però è soprattutto in pasticceria che il pistacchio è valorizzato. Non a caso, uno dei gusti più diffusi e apprezzati nel nostro Paese è proprio il pistacchio. Ho ancora davanti agli occhi i panettoni dello scorso Natale con svariati ripieni, compreso questo di cui parlo. Anche il colore non è male, un verde intenso, dovuto all’alto contenuto di clorofilla. Si abbina bene a colori vivaci, come l’arancione, il rosso è il blu. Se abbinato a colori neutri, come marrone, grigio e viola esalta la sua natura complementare. Tra le tonalità di verde – che non è il mio colore preferito – sono affezionata al verde salvia. Ma dopo questa carrellata sul pistacchio, ci aggiungo quest’altro verde. Con l’intenzione di valorizzarlo di più anche in cucina.
Un umanoide in cucina
Un umanoide in cucina? Mi andrebbe benissimo, ma non potrei permettermelo, circa 16.000 dollari il robot G1 della cinese Unitree (più economico un umano vero). Sento al telegiornale un servizio dedicato agli ‘umanoidi’ dotati addirittura di pelle e muscoli. Roba da non credere. Nel 2025 arriveranno quelli domestici. Per la cronaca, il primo robot umanoide è stato costruito in Giappone nel 1973 e sapeva solo camminare in modo semi-statico. Oggi ogni campo del vivere moderno ha a che fare con l’automazione. Cito solo l’ambito ospedaliero, dato che sono stata operata ‘in robotica’ all’anca, lo scorso aprile dal dottor Giovanni Grano, con esito più che soddisfacente. Per robot industriali, la Cina batte tutti e l’Italia è al sesto posto con 11.500 robot, più di Taiwan e della Francia. L’industria manifatturiera italiana risulta essere tra le più automatizzate, ma anche la vita di tutti i giorni ne trarrà beneficio. Però si profila anche il rovescio della medaglia, se succederà che entro il 2040 ci sarà il 25 % in meno dei posti di lavoro. Ogni rivoluzione ha la sua contropartita: il danno o il beneficio non va attribuito alla macchina in sé, ma all’uso che se ne fa. Questo era ciò che dicevo ai miei allievi quando parlavo della Rivoluzione Industriale che ebbe anche i suoi detrattori: l’operaio Ned Ludd reagì violentemente all’introduzione delle macchine nell’industria e da lui derivò il movimento del luddismo che venne represso duramente con 17 operai condannati a morte. Io sono per la moderazione, la famosa aurea mediocritas dei Latini, bendisposta a godere del progresso, purché non diventi invasivo. Non è una scelta di comodo, ma di equidistanza tra due estremità. In cucina ci sto da sola. Non vorrei che un robot mi preparasse il pranzo. Piuttosto vado al ristorante (gestito da persone che conosco). .
“Viva la Vita” contro la guerra
Terzo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, attualità dolorosa che mi opprime. Rubo le parole di un lettore che scrive alla rubrica PER POSTA di Michele Serra nel settimanale il venerdì: “…forse stiamo assistendo, consapevoli o meno, a una mutazione genetica della specie Homo sapiens sapiens in Homo sapiens malvagius” a sostegno della tesi che le lezioni della storia malvagia sono penetrate nel Dna di milioni di individui. Nella risposta il direttore della rubrica sottolinea che: “Abbiamo cercato di emanciparci dalla cultura tribale originaria” ottenendo conquiste frutto di una innegabile evoluzione, anche se “è sempre stato così”, riguardo all’odio di fondo. Per uscire definitivamente “dalle spelonche dalle quali proveniamo” non rimane che la fiducia, per meglio dire la speranza che, prima o poi, il bene prevalga sul male. Nel mito del vaso di Pandora, la speranza è l’ultima ad uscire, da cui l’espressione latina “Spes Ultima Dea”, da intendersi spes come risorsa. San Paolo va oltre, coniando il detto: “Spes contra spem” = la speranza contro ogni speranza che io semplifico in essere speranzosi per iniettare speranza. A occhio e croce, non ci vuole tanto per comprendere come il dilagare del male sia un problema atavico. I soldati russi e ucraini morti nel conflitto tutt’ora in corso sono moltissimi, difficile considerare attendibili le cifre che giungono da ambe le parti. Invece la distruzione prodotta dall’apparato militare entra dal video nelle nostre case. Ed è solo uno dei 56 conflitti che coinvolgono, più o meno direttamente 92 Paesi nel pianeta. Cifre da brivido. Avrei bisogno di una terapia di speranza a lungo termine. Intanto ascolto il brano di Francesco Gabbani: “Viva la vita”. 🍀
Topo Gigio, una boccata di ossigeno
Oggi è domenica, intendo stare sul leggero. Olly, il giovane vincitore del festival sanremese non parteciperà all’Eurovision Song Contest a Basilea il prossimo maggio dove andrà Lucio Corsi, il secondo classificato. Il brano “Volevo essere un duro” ha ricevuto il premio della critica “Mia Martini”, grandissima interprete il cui ricordo mi strugge. Però voglio soffermarmi su Topo Gigio che ha cantato con il toscano “Volare/Nel blu dipinto di blu” durante la serata delle cover ed è stato un momento poetico. Il pupazzo creato da Maria Perego nel 1959, conosciuto in molti Paesi del mondo è più vivo che mai. Mi sono interrogata su chi gli dia la voce ed ho fatto una breve ricerca. Si sono alternati nel tempo: Domenico Modugno (1959 – 1960), Peppino Mazzullo (1961 – 2006), Davide Garbolino (2005 – 2009), Leo Valli (dal 2000) Claudio Moneta. La cosa stupefacente è che Peppino/Giuseppe Mazzullo (Messina, 6 giugno 1926), a 99 anni lo ‘interpreta’ ancora, come ho visto in una recente intervista al telegiornale. Il maestro vive tra le colline di Messina, dove si è ritirato dopo la pensione. Attore e doppiatore italiano, deve la notorietà alla voce dolce e alla risata contagiosa date al pupazzetto che ha accompagnato l’infanzia di numerose generazioni. Lui stesso racconta con emozione com’è nata la voce di Topo Gigio e la sua “strapazzami di coccole”. I miei complimenti al venerando doppiatore, ma anche a Lucio, giovane e originale cantautore che ha duettato con lui. Una boccata di ossigeno.
Decimo post a 4 mani: Chatswood
Sto dividendo la scatoletta dell’umido in tre per i miei gatti che hanno già divorato i croccantini, quando sento una chiamata sul tablet, insolita per le otto e mezza di mattina: è Manuel e mi affretto a rispondere. A Sydney è tardo pomeriggio, fa caldo/umido e scende una fastidiosa pioggerella. Cammina per mezz’ora fino al centro del sobborgo di Chatswood, importante polo residenziale e commerciale molto animato, prevalentemente composto da asiatici. Dove lavora è più su, verso nord, 15 minuti di treno. Dalla voce cinguettante intuisco che è contento. Adesso non vive più nell’ostello – moderatamente costoso – ma in una casa grande, con giovani di varie nazionalità: Bangladesh, Cile, Filippine. Divide la camera con un ragazzo giapponese (che per dormire vuole la lucetta di cortesia). La cucina è grande e attrezzata. Al momento di lavare i piatti però, il lavello si riempiva e nessuno si offriva per sgomberarlo. Così il padrone di casa ha imposto a ognuno di comprarsi – e suppongo lavarsi – le proprie stoviglie. Ben fatto, a mio dire. Nel tour della casa che mi invia, mi presenta le stanze: in camera, occupa i due ultimi cassetti della cassettiera, un armadio dove ha appeso il suo vestiario, il letto dove riposerà di botto, quando farà il turno di sera che termina alle 23 australiane. Poi ha 15 minuti di treno e la passeggiata di ritorno a piedi. Conosco il suo numero di scarpe e la sua tenacia: so che ce la farà. Fino ad agosto, poi tornerà. La cosa più ‘preziosa” e interessante che mi invia è la busta paga, ovviamente in inglese: Pay Slip (slip mi ricorda qualcosa di intimo) For Munaron Manuel (è lui!), Pay Period From 10/2/25 To 16/2/25, scorro verso Net Pay/Paga netta che non svelo, per motivi di privacy, ma sono certa che Manuel si è guadagnato onorevolmente quanto dovuto. So come lavora, meriterebbe il doppio del normale perché lo fa con il cuore. Lo immagino parlare disinvoltamente in inglese, mentre nel video si esprime in dialetto: qua ghe se el me vestiario, qua se dove che sta che altro toso, qua ghe se na specie de saeotin… A un certo punto, vedo un piccolo tegame sul pavimento di legno e Manuel spiega, in decoroso italiano: Ah, la pentolina perché a quanto pare ogni tanto c’è un’infiltrazione! Poi mi dà la buonanotte con una tazza di camomilla in mano: capelli lunghi ondulati, pizzetto, sguardo un po’ affaticato che si apre in un sereno sorriso. Un ragazzo d’oro.
Tra un mese, primavera
Dopo giornate di freddo intenso, considerare che tra un mese giusto sarà primavera mi rincuora. Veramente l’equinozio di primavera – che non è un evento preciso – nel nostro emisfero si verifica il giorno prima, il 20 marzo. Ma tant’è: la nuova stagione si sarà già avviata e potremo contare su giornate più lunghe e temperatura gradevole. Sono in comunicazione con Flavio, il salvatore di Rex, rientrato ad Aksaj, nel Kazakistan occidentale dove ieri la temperatura era meno 23, ma percepita 32 per l’aria sferzante che solleva la neve. Condizioni proibitive che rendono l’inverno inimmaginabile. Per forza che a primavera, quando il tempo cambia in meglio, i Kazaki fanno cinque giorni di festa, dal venerdì al martedì. Per loro è la festa più importante dell’anno che inaugura un cambio di vita. Le ragazze si fanno le trecce e indossano i costumi tradizionali. Si friggono i baursak, sorta di frittelle facilmente reperibili nelle panetterie del Kazakistan e del Kirghizistan. La pallina fritta, o pane dell’ospitalità simbolo del sole adorna la bandiera del Kazakistan, segno di vita e di rinascita. Beh, fatti i raffronti geografici mi accontento di cogliere i segni della prossima primavera nel mio ambiente: sulle collinette esposte a sud ho adocchiato qualche primula, in giardino occhieggiano le pratoline, i canarini maschi cantano, il tramonto arriva più tardi, nelle ore centrali soleggiate si sta fuori volentieri. Mio figlio ha cominciato a potare albicocco e rose, e altri lavori sono in attesa. Al mercato ho comperato vari bulbi di gladioli, gigli e dalie da interrare. Pregusto la fioritura dei tulipani a breve. La bella stagione mi consentirà di trascorrere parecchio tempo fuori, sotto il portico, oppure sotto il gazebo rustico avvolto dal glicine. Il tempo dell’attesa sarà ripagato dal risveglio della natura e dall’innalzamento dell’umore.
“C’è chi mi voleva morto…”
Il Papa che scherza sulla sua salute è molto umano. Ricoverato da sette giorni al Policlinico Gemelli per una polmonite bilaterale su una bronchite asmatica, Papa Francesco non ha perso il proverbiale ottimismo, recepito anche dalla Premier Giorgia Meloni, andata ieri a fargli visita. Sento la rassegna stampa mattutina e mi strappa un sorriso quanto dice il Santo Padre: “C’è chi mi voleva morto e pensava già al Conclave, ma sto bene”. Le sue condizioni cliniche sono stazionarie, in lieve miglioramento. Il malato riposa e legge quotidiani. Non è una novità che Papa Francesco sia circondato da nemici, dentro e fuori casa. Non so se ci sia una vera e propria congiura contro il pontefice, di sicuro il suo ruolo fa gola a molti detrattori. Non sono una vaticanista. Dal punto di vista religioso, mi considero laica e Papa Bergoglio mi piace per diversi motivi: è diretto, umile, nato in Argentina da emigranti piemontesi, ama il tango, fa telefonate inattese, scrive libri e viaggia molto, nonostante gli acciacchi e l’età avanzata, 88 anni. Durante il suo pontificato, ha compiuto 47 viaggi apostolici in 66 diverse nazioni, senza contare le visite pastorali ‘in casa’. Il 26 dicembre 2024, giorno di Santo Stefano, Papa Francesco ha aperto la Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia, evento impensabile nella storia dei precedenti giubilei. A mio dire, è il Papa giusto per i nostri giorni, senza paludamenti e svenevolezze da monarca. Che incorra talvolta in errori – mi riferisco alla frase shock contro i gay nei seminari -:me lo rende ancora più umano. Gli auguro di rimetterersi in salute e di continuare a stupirci con i fatti e con le parole. Lunga vita a Papa Francesco!
5 anni fa, di questi giorni
Preferirei scrivere un pezzo leggero, ma non posso sottrarmi dal ricordare un evento che ci ha sconvolto, a livello individuale e planetario. Il 23 gennaio 2020 inizia il primo lockdown di massa della storia a Wuhan (Cina). Era di questi giorni, cinque anni fa quando venne identificato in Italia il “paziente zero”, un 38enne di Cologno. Nel giro di tre giorni si arriva a 325 casi confermati. E’ l’inizio della prima devastante ondata per l’Italia, cui si tenta di porre rimedio con il lockdown nazionale a partire da domenica 8 marzo. L’11 marzo2020 l’OMS dichiara lo stato di pandemia, sappiamo com’è andata. Bisognerà attendere il 14 dicembre 2020 perché venga approvato il primo vaccino contro Covid-19 e l’inizio del contrasto al contagio. L’Istituto Fondazione Veronesi riassume il primo anno di pandemia in 10 date da ricordare. La fine dell’emergenza sanitaria, scoppiata poco più di tre anni prima sarà dichiarata dall’OMS il 5 maggio 2023, con la precisazione che “non è più un’emergenza globale” ma il virus resta una minaccia alla salute, e alla parola ‘salute’ aggiungerei i due aggettivi ‘fisica’ e ‘psichica’. E’ disponibile sul web una tabella riassuntiva dei casi e dei morti in Europa. Mi permetto una considerazione personale, senza entrare nel merito della gestione dell’evento. Mi sono sottoposta al vaccino anti covid con titubanza e fiducia di fare la cosa giusta, mentre il pensiero andava alle migliaia di vittime. Molti si sono salvati, altri hanno combattuto con gli effetti del vaccino e qualcuno è mancato proprio a causa del vaccino. La scienza non ha la sfera di cristallo e l’essere umano è mortale. Sposterei l’attenzione su chi resta e sull’opportunità di valorizzare ogni attimo della vita. A livello di relazione, prevale l’isolamento – soprattutto di giovani e anziani – che non è una bella cosa. Forse dobbiamo ancora guarire del tutto da un brutto momento che ci ha privato di persone e di emozioni. Ce la faremo, se c’è la volontà di andare oltre.
