Bentornata Noa!

Sono davvero contenta che tra i quattro ostaggi liberati ci sia Noa Argamani, la ragazza israeliana rapita durante il rave in Israele da Hamas e diventata il simbolo del 7 ottobre. Tante volte l’abbiamo vista terrorizzata sulla moto che la portava via, verso l’ignoto. La madre, gravemente ammalata sperava di rivederla. Appena liberata, Noa è corsa al suo capezzale ma ormai la signora è in coma irreversibile per un tumore al cervello: che tristezza! Un altro ostaggio ha potuto riabbracciare i nipoti, ma non il padre, morto di crepacuore durante la sua lunga detenzione. Per dire come la gioia della ritrovata libertà venga ridimensionata dal dolore succeduto al sequestro durante gli otto mesi di detenzione. Nell’operazione condotta dalle forze israeliane che ha portato alla liberazione dei 4 ostaggi, si contano almeno 210 morti ed oltre 400 feriti. Secondo Israele sono ancora 120 gli ostaggi nelle mani di Hamas. Molte migliaia le persone uccise a Gaza durante i mesi di guerra. La parola ‘carneficina’ non è fuori luogo. Più volte ho visto i familiari delle persone rapite protestare per il loro ritorno, interrogandomi sullo stato d’animo degli uni e degli altri. Toccanti anche le foto degli scomparsi, molti dei quali dati per morti. Giunti a questa data, pensavo che il conflitto nel vicino Oriente si sarebbe quantomeno sgonfiato, ma la sequela di attacchi e di vittime dice il contrario. Il ritorno a casa dei quattro liberati è una goccia nell’oceano della speranza. Tra l’altro anche loro non si sentiranno al settimo cielo, pensando ai compagni ancora detenuti da Hamas, non certo in condizioni di ospiti di riguardo. Il racconto che Noa fa della sua prigionia non è neanche drammatico, se corrisponde al vero: “Mai stata nei tunnel, in casa di famiglia benestante”. Apparsa in discrete condizioni dopo la liberazione, sarà da vedere quanto peserà nel suo futuro la privazione della libertà subita. Il che vale anche per tutti gli altri ostaggi che hanno avuto/avranno salva la vita.

Palingenia casa editrice

PALINGENIA, piccola casa editrice indipendente arriverà in libreria il 28 giugno, redazione a Milano e sede legale a Venezia, che è stata la capitale dell’editoria italiana per almeno due secoli, da Aldo Manuzio in poi. La notizia mi attrae per due ragioni: scrivo e cerco una casa editrice che mi adotti; la fine del mese coincide con il terzo anniversario del mio blog verbameaada. Leggo sul tablet la notizia, pubblicata giorni fa dal Corriere che avevo intenzione di riprendere. Le case editrici in Veneto sono parecchie e questo mi pare un segno positivo; incoraggiante che aumentino, con proposte accattivanti. Nel mio caso, potrebbe interessarmi la collana di narrativa italiana, “I campi (o I campielli), con riferimento ai campi del sapere e alle piazze veneziane. Per ora i titoli in programma sono una decina, ma il progetto è di raddoppiarli entro l’anno prossimo. La parola “palingenesi’ significa rinascita/rigenerazione e contiene già l’intento della casa editrice che ha come simbolo la palingenia, una sorta di piccola libellula che simbolicamente intende “volare tra il passato e il presente, tra la letteratura e la saggistica, tra autori italiani e autori stranieri”. Beh, non so se potrò interessare alla nuova casa editrice. Scrivo autonomamente da una quindicina d’anni, il mio genere è la Narrativa realistica, con predilezione per i risvolti psicologici dei personaggi, ma senza voli pindarici. Un mio convincimento è che al mondo c’è posto per tutti e che non si può piacere a tutti. Io scrivo perché mi è congeniale e comunicare mi libera. Ciò detto, il simbolo dell’insetto acquatico, la palingenia può rappresentare anche me che volteggio tra una e l’altra delle mie tredici opere letterarie finora neonate. Incrocio le dita. Auguri alla neonata casa editrice.

Autismo e Inclusione

Al sabato vado di fretta. Alle 14 posto la mia riflessione quotidiana, cui penso dalla sera o al massimo di primo mattino. Se le cose vanno diversamente, spero di trovare qualche notizia interessante, spulciando dai giornali della parrucchiera Lara che ha in consegna la mia testa per circa un paio d’ore o più, se si aggiunge il ritocco della ricrescita come oggi. Con un po’ di tensione sfoglio il settimanale Oggi, mentre il casco fa il suo dovere. Ogni tanto Lara mi lancia un’occhiata per vedere se ho trovato ciò che mi serve. Dopotutto lei è in parte coinvolta, perché legge sempre i miei post. Mentre mi toglie i bigodini, comincio a sentire un certo languorino: sarebbe ora di pranzo e questo influenza la mia scelta che cade su un articolo che ha per protagonista la pizza, quella preparata nel locale di Nico Accantora e servita dai suoi prodi collaboratori, ragazzi affetti da autismo, rinati dopo essere stati assunti. Nato nel 2016 a Monza da un’idea del signor Nico, il progetto si propone come modello di inclusione sociale e consente a diversi ragazzi autistici di guadagnare dignità e autonomia attraverso il lavoro. La pizza, il prodotto italiano più esportato al mondo riesce ad esportare anche l’inclusione sociale dei ragazzi che a breve approderanno in America e potranno parlare all’Assemblea delle Nazioni Unite. Questo sì che è un bel riscatto dall’isolamento e dall’emarginazione! Sul grembiule rosso indossato dai camerieri sono stampate frasi che invitano all’inclusione. Anche il Presidente Sergio Mattarella è stato un ospite gradito del ristorante dove gli è stata servita una pizza tricolore. Immagino che i clienti non mancheranno, anzi aumenteranno a dismisura. Potenzialmente mi annovero tra questi. Lara ha completato l’opera e ora posso andare a pranzo.

La Lunga Notte delle Chiese

Sento riproporre un’iniziativa di cui avevo sentito parlare l’altr’anno. Si chiama ‘La Lunga Notte delle Chiese’ avviata nel 2016 dall’associazione di promozione sociale ‘BellunoLaNotte’, con la collaborazione di diocesi, parrocchie e altre associazioni. Praticamente una notte bianca a base di concerti, visite guidate, letture, eventi in luoghi di culto. Ingresso libero a tutti, religiosi e non, per partecipare ad un evento suggestivo in chiave spirituale. Il tema di questa nona edizione è “Trovami” che suona come un invito. Mi pare una bella cosa la fusione di musica, arte, cultura nell’ambito delle chiese, che sono già di per sé un concentrato di bellezza. Gli eventi sono gratuiti, a ingresso libero, aperti a tutti. Come una visita al museo, gratis e senza prenotare. Il programma delle iniziative è online, andrò a documentarmi. In un momento di incertezza generale e di disaffezione dai valori, lo ritengo un ponte di elevazione morale e spirituale. Non frequento molto i luoghi di culto, ma li ritengo un ottimo contenitore di ‘anime’. Vicino a casa mia c’è la bellissima chiesetta di santa Lucia, tante volte fotografata dove d’estate si tengono dei concerti di musica classica. Sarebbe un extra gradito che potesse essere utilizzata anche per altri spettacoli culturali, come accadeva prima della pandemia. Percepisco che il quadro si sia alquanto complicato da allora, tuttavia un rilancio transculturale sarebbe gradito e apprezzato, anche per fare da contraltare a tanti incontri a tema gastronomico. Lieta di abitare a quattro passi da un gioiello architettonico, mi accorderò con Lucia per farci una visita serale: lei canterà e io leggerò una poesia, dando il nostro contributo alla odierna notte bianca.

Digressione cromatica

Bello il tramonto (ieri sera), finalmente senza pioggia! Il sole fa capolino dalle nuvole, viene e va a suo piacimento. Sento un uccello cantare sul tiglio e un bombo ronzare affaccendato tra i fiori. A tratti cadono dei petali della Rosa antica rampicante che si è trasferita sul tetto, colorando di giallo il porfido grigio. Le Ortensie in vaso detengono il primato del colore, perché offrono una gamma che va dal rosa al viola, passando attraverso l’azzurro. Sta fiorendo anche l’Ortensia bianca, regalatami da Lisa e Roberta l’anno scorso: il capolino chiuso è verdino, ma una volta schiuso offre il suo colore originario: tra un po’ sarà uno spettacolo! Per me il colore non è secondario, tant’è che ho il soggiorno di cinque tinte: giallo, celeste, marrone, grigio, bianco. Ricordo che i primi giorni di scuola, quelli dedicati all’accoglienza degli alunni, erano destinati anche alla formazione delle classi prime, tramite la scelta di colori in base ai quali emergeva la ‘compatibilità’ o meno col compagno di banco. Strategia peraltro accantonata durante la pandemia e il distanziamento. Comunque alla domanda quale è il tuo colore preferito rispondevano tutti, anche i più restii a parlare. La pubblicità sa bene come sfruttare questo elemento, tant’è che la psicologia dei colori influenza il consumatore: il blu è il più utilizzato dalle aziende perché trasmette un senso di sicurezza e affidabilità (pensate alle confezioni di un noto marchio di pasta), ma c’è l’aggancio anche per gli altri colori. Il rosso vivo e il verde smeraldo pare siano i due colori portafortuna dell’anno in corso. A livello individuale, ognuno ha i suoi gusti. Ribadisco i miei: giallo e celeste, ma apprezzo anche gli altri. Insomma, le mie apprezzate Ortensie mi hanno consentito una…digressione cromatica rilassante.

“La vita non è uno scherzo”

Nazim Hickmed moriva a Mosca il 3 giugno 1963, lontano dalla sua Turchia dove era nato il 15 gennaio 1902. Nel 1948 aveva scritto in carcere (condannato per la sua opposizione al regime di Kemal Ataturk e per propaganda comunista) una delle sue poesie più famose, Alla vita che è un ammonimento a non sprecarla. Mi scorre sul tablet e non posso ignorarla perché mi sembra adatta da accostare a fatti di attualità gravati spesso da leggerezza e superficialità. Senza contare la precarietà del vivere che è una costante e ci mette molto di suo. Mi piange il cuore per Sofia, la bimba di 18 mesi investita nel parcheggio dell’asilo a Brescia dall’auto di una nonna che andava a prelevare il nipote e sono angosciata per Patrizia, Bianca e Cristian, i tre giovani amici abbracciati prima di essere investiti e travolti dalla furia del Natisone in Friuli. Le indagini faranno il loro corso in entrambe le drammatiche circostanze. Personalmente credo che siamo fortunati ad essere vivi e la poesia del poeta turco mi suona come una preghiera laica, di cui riporto la prima strofa a beneficio di una riflessione comune sull’irripetibile dono che dobbiamo gestire al meglio. La vita non è uno scherzo./Prendila sul serio/come fa lo scoiattolo, ad esempio,/senza aspettarti nulla/dal di fuori o nell’aldilà./Non avrai altro da fare che vivere./ Sullo stesso tema mi torna in mente la bellissima canzone interpretata da Shirley Bassey La Vita/This Is My Life, il cui ritornello si sente ogni tanto come sottofondo alla reclame di un prodotto: Ah…la vita/Più bello della vita/Non c’è niente/E forse tanta gente/Non lo sa non lo sa/Ah…la vita/Che cosa di più vero/Esiste al mondo/E non ce ne accorgiamo/Quasi mai quasi mai/Quasi mai…mai/. A nome delle vittime della fatalità e/o della sottovalutazione del pericolo, ritengo sia doveroso alzare l’asticella della responsabilità perché, come dice Nazim Hickmed “La vita non è uno scherzo’ e “Più bello della vita non c’è niente”, come canta Shirley Bassey.

Papa Bergoglio autore

Ho terminato la lettura di LIFE, autobiografia di Papa Francesco in collaborazione con il vaticanista Fabio Marchese Ragona. Il sottotitolo La mia storia nella Storia introduce il contenuto della narrazione, distribuito in XIV capitoli per un totale di 329 pagine che non sono affatto un mattone. La parte del vaticanista è scritta in corsivo ed è marginale, a mio dire rispetto a quella raccontata dall’illustre autore che non condiziona il mio modesto parere. La prima considerazione che mi viene da fare è che il Pontefice sia riuscito a dedicarsi a questa impresa letteraria, nonostante i molteplici impegni che derivano dal suo ruolo. Ma è Lui stesso che chiarisce: “Perché soprattutto i più giovani possano ascoltare la voce di un anziano e possano riflettere su ciò che ha vissuto il nostro pianeta, per non ripetere più gli errori del passato”. Infatti il racconto abbraccia un periodo che va dalla Seconda guerra mondiale alla pandemia di Covid-19, durante il quale Bergoglio si sofferma sui momenti cruciali vissuti da protagonista. Essendo lui argentino, percepisco un coinvolgimento particolare quando parla dei ‘cartoneros’ del suo Paese. Ma ho letto con vivo interesse anche il cap. XII dedicato alle dimissioni di Benedetto XVI e alla sua elezione al soglio pontificio nel marzo 2013. Nelle prime pagine descrive con affettuosa ammirazione nonna Rosa che insegna al piccolo Jorge a pregare. Certo il dietro le quinte era molto positivo e nel corso della vita Mario Bergoglio ne ha conosciute di persone importanti, ma anche emarginate che ha aiutato in vari modi. Nell’ultimo capitolo, intitolato “Una storia ancora da scrivere” accenna soltanto ai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, perché “le cose sono in divenire…ma ogni giorno ho implorato al Signore il dono della pace”. La parola pace, che Papa Francesco nomina spesso dovrebbe finalmente entrare nel vocabolario dei grandi che invece la ignorano.

Giornata Mondiale della bicicletta

Vorrei fare uscire dal garage la bicicletta, anche per verificare la mia stabilità dopo l’intervento e la fisioterapia. Ma come si fa con questo tempo che definire ballerino è un eufemismo? Chiederò a Pia, amante delle due ruote come si regola. In casa ho la cyclette e la mini-byke, ma non è la stessa cosa! Anche fare poche centinaia di metri pedalando mi consente di osservare, sentire, spaziare con la mente. Oggi 3 Giugno è la Giornata Mondiale della bicicletta, istituita dall’ONU nel 2018 per promuovere l’utilizzo di un mezzo di locomozione sostenibile, sano e alla portata di tutti. Non tutti però la usano con prudenza e certi ciclisti del weekend mettono a rischio la loro incolumità e quella del malcapitato autista costretto a stare in coda al gruppetto sparpagliato sulla carreggiata. Più che pedalare, a me piace camminare ma non disdegno entrambe le attività, se il tempo è clemente. Ho qualche foto che documenta le mie passeggiate sulle due ruote: niente di eccezionale, ma un senso liberatorio che aumenta con l’intensità dell’aria sul volto. La bici è datata e ha cambiato colore nel tempo, passando dal rosa al blu elettrico. Sul cestino davanti ci metto il marsupio, mentre trent’anni fa ci accomodavo mio figlio. Anche Saul da ragazzo ha pedalato parecchio su un paio di bici… finché le ha collocate in cantina. I gusti cambiano, ma nel mio caso non è stato un abbandono, anzi direi che c’è un ritorno nostalgico, considerato che non monto in sella dallo scorso novembre. Per fortuna Castelcucco dove abito offre bei paesaggi tra i colli da esplorare a piedi e/o in bicicletta. Appena il tempo si sistema, mi riprometto di fare qualche giretto senza stancarmi, magari mettendo nel cestino la macchina fotografica.

‘Non è mai troppo tardi’

Che personaggio e che bella persona il Maestro Alberto Manzi (Roma, 3.11.1924 – Pitigliano, 4.12.1997). Gli dedica un servizio il programma ‘A Sua Immagine’ in questa domenica importante che ricorda il 78esimo compleanno della Repubblica Italiana. La trasmissione condotta da Manzi Non è mai troppo tardi, in onda dal 1959 al 1968 consentì a circa un milione di italiani di emanciparsi culturalmente, conseguendo la licenza elementare. Fu il primo esperimento di educazione a distanza fornito dalla televisione pubblica, con un metodo educativo accattivante che combinava parole e disegno. Il Maestro aveva insegnato precedentemente nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma a circa 90 ragazzi minorenni (a 18 anni passavano al Regina Coeli) in un’enorme stanza adibita ad ‘aula’ senza banchi, sedie, libri: esperienza che deve essere stata fondamentale per il futuro del maestro, pedagogista, conduttore televisivo e anche scrittore. Tra le diverse opere di Narrativa: La luna nelle baracche e Orzowei. Fu anche sindaco di Pitigliano, comune toscano in provincia di Grosseto. Durante il servizio, il figlio Massimo Manzi parla del padre, sottolineandone le doti morali che raccomandava in casa e a scuola: “Siate sempre padroni del vostro senso critico, e nessuno potrà farvi sottomettere. Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o addomesticare come vorrebbe”. Provo emozione ed ammirazione per un tale insegnante, la cui eredità è ancora attuale. Sentirlo presentare le varie lettere dell’alfabeto mentre disegna velocemente delle figure alla lavagna da uno schermo in bianco e nero ha un valore didattico e umano notevole. Tanta acqua è passata sotto i ponti da allora, ma ritengo che la sua testimonianza possa ancora fare scuola.

Giugno, cosa ci porti?

Primo giugno! Alle dodici, sotto il portico a casa mia sono diciotto gradi, più nuvoloso che no, ma finora non piove. Pare che dovremo aspettare altri dieci giorni per percepire l’estate, dovremo farcene una ragione. Cos’altro potremmo fare noi, comuni mortali per invertire la rotta? Entro il 2050 la UE dovrebbe conseguire l’obiettivo della ‘neutralità climatica’ riducendo di almeno il 55% le emissioni di gas serra. Il cambiamento climatico sta fornendo il conto del disinteresse verso l’ambiente che ci ospita, dove sovente l’uomo fa danni inenarrabili. Le stagioni si sono mischiate e nella stessa giornata può fare caldo, oppure farci mantenere indumenti invernali. Comunque mi aggrappo al detto del Dalailama: “Scegliamo di essere ottimisti. Ci si sente meglio”. Il nome giugno deriva dal latino Iunius, derivato di Iuno (Giunone), la dea romana cui era dedicato, moglie di Giove, quindi la più importante divinità femminile. Tradizionalmente, il mese di giugno coincideva con la fioritura e la raccolta di prodotti, perciò associato al periodo dei matrimoni. Giugno infatti è il mese dedicato a Giunone, dea del matrimonio e protettrice dello Stato (magari sarà bene ricordarlo domani 2 giugno, festa della Repubblica). Secondo Ovidio invece, il nome giugno deriva da “iuniores” ed è dedicato ai giovani. Comunque sia, a dare il nome ai mesi fu Numa Pompilio, il secondo re di Roma che introdusse i 12 mesi per sincronizzare il calendario lunare con quello solare (Secondo la tradizione, Romolo aveva stabilito che l’anno avesse 10 mesi). Adesso torno coi piedi per terra e mi auguro che il mese appena iniziato porti: sole, caldo, passeggiate, mare, fiori, frutti da gustare come una bella fetta di cocomero o un drink dissetante. Incrociamo le dita e vediamo che succede…