Durante un’intervista sento Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo parlare dei caschi blu della cultura, operanti in Italia e all’estero. Mi informo: il 31 marzo scorso l’Italia ha infatti istituito con decreto ministeriale i caschi blu della cultura, una unità specializzata da esperti civili e militari, a difesa del patrimonio culturale e per contrastare il traffico illecito di opere d’arte. In realtà l’idea era stata lanciata sette anni fa dallo stesso ministro, quando in Iraq e Siria siti storici erano minacciati dal vandalismo dell’ISIS. Mi pare un’ottima idea, considerata anche l’eccellenza dell’Italia in questo ambito. La Task Force potrà intervenire all’estero, per la difesa del patrimonio culturale dai danni derivanti da svariati motivi, guerra compresa. Potrà operare su invito dell’UNESCO come concordato nel corso dell’ultimo G20 Cultura. Al di là del protocollo ufficiale, mi piace pensare al fermento che si genera attorno alle opere d’arte in zone di crisi: carabinieri, storici dell’arte, studiosi e restauratori…coinvolti nella stessa opera di salvataggio culturale, laddove la cultura è il cuore pulsante di un Paese. Mi attrae tanto questo argomento che vorrei imbastirci attorno una storia, breve o lunga ancora non so, ma con l’obiettivo di affermare la convinzione personale che attraverso le varie espressioni artistiche si trasmette la sensibilità di una nazione. Senza contare che visitare musei, mostre e luoghi d’arte è come andare a nozze con gli artisti, esperienza sospesa durante il lungo lockdown. Da oggi, primo maggio, le mascherine vengono accantonate – non tolte di mezzo – e si riprende la strada maestra verso una normalità consapevole, ricca di bellezza da riscoprire e da conoscere.
