Manuel aveva promesso di portarmi a mangiare il sushi con la mia amica Lucia. Superato brillantemente un esame tosto, è successo. Ha scelto il ristorante giapponese Sakura, perché lo conosce e lo frequenta con soddisfazione. Il locale si trova a Bassano del Grappa – città dei miei studi liceali – e il nome Sakura indica il ciliegio giapponese in fiore, simbolo della fragilità, ma anche della rinascita. In Giappone assistere alla fioritura dei ciliegi è una vera e propria ricorrenza nazionale chiamata ‘Hanami’. A casa ne ho uno che durante la fioritura è una meraviglia. Particolare curioso, Ming, il titolare del Sakura è cinese, nato a Padova e parla in dialetto veneto, il che per me è rassicurante. L’arredamento scuro del locale induce al raccoglimento, ma le vetrate riportano soggetti orientali in piena luce. In uno è ritratta una geisha – artista e intrattenitrice giapponese – che mi riporta al mio costume di carnevale preferito, che soppiantò quello della odiata fatina. Credo che la simpatia per il Paese del sol Levante sia nata allora. Poi da giovane conobbi l’ikebana, l’arte di disporre i fiori recisi in vasi e ne feci un cavallo di battaglia in Geografia durante l’esame orale dei miei studenti di terza media. Per quanto riguarda la dieta, sapevo che alla base dell’alimentazione orientale ci sono il pesce e il riso, alimenti che consumo volentieri. Più volte ho sentito parlare di sushi, ma solo al Sakura ho potuto gustare e apprezzare, su consiglio di Manuel: Futomaki ebiten, Uramaki ebiten, Nigiri, Sashimi e Hosomaki. Una bella full immersion nella gastronomia nipponica. Non sono ancora pronta per il pesce crudo, ma quello in combinazione con il riso e l’alga è veramente ottimo. Sul piatto stretto e lungo mi sono stati serviti otto rotolini, metà dei quali scambiati con quelli ordinati da Lucia. Per imperizia, non ho usato le tradizionali bacchette, però Manuel che ha imparato a usarle a Singapore ci ha fornito le istruzioni. Una bella esperienza per il palato e per apprezzare caratteristiche culturali di un Paese attraente. Ringrazio Manuel, mio ex studente modello diventato ora mio paziente insegnante informatico e risolutore di svariati grovigli casalinghi. Parafrasando il titolo del mio ultimo libro Dove i Germogli diventano Fiori (disponibile su Amazon), un germoglio fiorito bene!
Mese: giugno 2023
Rimettersi in gioco
Non era nelle previsioni che facessi la marmellata – il termine corretto sarebbe composta – con le mie scarse albicocche, dato che l’albero era stato generosissimo di frutti dorati l’estate scorsa. Ma Adriana mi ha offerto di andare a prenderne delle sue, mature al punto giusto e non trattate, così ho fatto incetta. Anzi è stata lei a raccoglierle e a riempire la scatola che mi ero portata dietro. Io intanto mi deliziavo a gustare i polposi frutti arancioni, staccandoli dai rami bassi comodissimi. Per non fare indigestione, ho pensato bene di unire le mie albicocche alle sue, sottoponendole alla solita procedura per la conservazione. Sul tappo dei vasetti poi scrivo ‘apricot’ più corto di albicocche per fare prima. Mentre mi applico, seguo il programma La Vita in diretta e sento che un altro gagliardo studente di 89 anni ha sostenuto l’esame di Maturità per diventare Geometra a Benevento. Si chiama Antonio Pastore, ex vigile del fuoco. In diretta il preside gli comunica il punteggio, 78/100: niente male! Ma è il dietro le quinte che merita una medaglia: la tenacia, la curiosità, l’amore per il sapere e la voglia di mettersi in gioco sempre, in qualunque momento della vita. Un esempio incoraggiante per chi si avvia sulla strada del tramonto che ho intrapreso anch’io. Finora mi tengo occupata facendo ciò che mi piace. Scrivere sul blog di attualità mi costringe a documentarmi su date ed eventi, il che è un allenamento mentale. “Spazi ovunque come il polline dei fiori trasportato dal vento della conoscenza” è il bel paragone che mi regala Pia. Poi rispondo ai commenti, alcuni pubblici e altri privati: una bella compagnia! Ma scrivo anche per mio conto, creando ora una poesia, ora un racconto. Inoltre ho avviato un romanzo, intitolato per ora Legami e ricami, una vicenda privata in parallelo con la guerra in Ucraina. Chissà se riuscirò a finirlo entro l’autunno!
Oggi pizza, anzi archeopizza!
È stata scoperta l’antenata della pizza, sulla parete di un’antica casa pompeiana. Si tratta di un affresco di duemila anni fa, riemerso nel sito archeologico durante gli scavi a Pompei. Dall’intervista al direttore, l’archeologo italo-tedesco Gabriel Zuchtriegel apprendo che tra gli ingredienti ci sono chicchi di melagrane (non mozzarella e pomodori che arriveranno dopo la scoperta dell’America), il che stuzzica il mio interesse perché ho scritto di recente un racconto intitolato Melagrane. Un po’ in controtendenza con il resto dei connazionali, non vado pazza per la pizza – patrimonio dell’umanità dal 2017 – che comunque ogni tanto consumo nella versione più semplice. Ammetto che la migliore in assoluto l’ho gustata a Torre dell’Orso, frazione di Melendugno in provincia di Lecce, diversi anni fa, in compagnia di Liliana, durante un soggiorno premio per la vincita di un concorso letterario, da usufruire in bassa stagione. Prendere o lasciare. Lezioni finite, ma non ancora in vacanza. Non avevo in quell’anno una terza che sosteneva gli esami, tuttavia dovevo rimanere a disposizione. Il preside mi chiese di non informare i colleghi della vincita e mi concesse il permesso. Al ritorno, ricambiai a mio modo, restituendo la disponibilità. Adesso che ci penso fu allora che scrissi la poesia Salento che si trova a pag.7 della mia opera Natura d’oro, disponibile su Amazon. Riporto le strofe centrali: Oleandri odorosi e rosati/si concedono flessuosi/all’abbraccio del grecale./Amiche del sole, le cicale/friniscono impazzite/nel mezzogiorno assolato. Ah, ‘Nostalgia canaglia’, ripeto con Al Bano. Tornando a Pompei, ebbi la fortuna di visitarla da studente liceale e ne riportai uno stupore duraturo che si rinnova quando viene data notizia di ulteriori meraviglie che mi fanno fantasticare sulla vita del passato. Pompei era un centro turistico privilegiato per i Romani che erano dei buongustai. Analizzare la composizione dell’affresco è una conferma. Vuoi vedere che il meglio del menù odierno lo avevano già scoperto loro?
Turismo (poco) consapevole
A proposito di arte, di cui ho scritto ieri spiace tanto che ci sia gente che la calpesta, per protagonismo o grettezza d’animo. Mi riferisco al turista che ha sfregiato il Colosseo, incidendo su una parete con le chiavi dell’auto il suo nome e quello della fidanzata, pratica che ragazzi innamorati trasferivano anni fa sui tronchi degli alberi. Meno male che qualcuno ha ripreso la scena col telefonino, rendendo virale lo sfregio. Dubito che l’autore – che rischia grosso – ami la storia e meno che mai l’arte. Può essere che ami la fidanzata, ma non aveva un modo più civile e privato per testimoniarle il suo sentimento? E lei dove era mentre lui si impegnava nell’offesa al famoso monumento che ci rappresenta nel mondo? Non intendo scadere nella retorica, però il turismo consapevole è poco praticato. Non so se l’effetto pandemia abbia scatenato istinti repressi, ma sono sempre più cauta negli spostamenti, percepisco un andazzo poco rassicurante. A fronte di certi comportamenti, vedrei bene rafforzare i controlli e contenere gli ingressi dei turisti non solo nelle città d’arte, ma anche nei borghi disseminati lungo lo stivale. Risale all’agosto 2020 il disdicevole fatto successo al Museo Gypsotheca di Possagno, dove un turista, incautamente sedutosi sul piedistallo del modello in gesso di Paolina Borghese (capolavoro del Canova del 1804) le aveva rotto le dita di un piede. Temo che qualcosa di analogo sia successo un po’ dappertutto, ma non è il caso di dire “Mal comune mezzo gaudio”. Noi italiani siamo depositari di ben 58 siti UNESCO inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità e la cosa ci dovrebbe inorgoglire, però non succede a tutti. Dubito che c’entri il covid, tirato in ballo da più parti perché qualcuno durante la pandemia si è anche migliorato, investendo in talento e cultura. Non vedrei male attivare corsi di Cittadinanza/Educazione Civica per tutte le età e a tempo indeterminato.
Il Papa e gli artisti
Il Papa ha ricevuto gli artisti nella Cappella Sistina, circa 200 persone di varie nazioni che operano in ambiti espressivi differenti ai quali si è rivolto usando parole incoraggianti, tra cui: “Siete come i profeti… L’armonia abiti di più il nostro mondo, siete miei alleati… Anche i poveri hanno bisogno della bellezza… Aiutateci a intravedere la bellezza che salva e non dimenticate i poveri… Siete alleati del sogno creativo di Dio “. Parole bellissime pronunciate da un’autorità religiosa che è anche un uomo sensibile all’arte. Da buon argentino, è un estimatore del tango. “Ascolto musica, mi piacciono i classici e anche il tango” aveva confidato a Fabio Fazio in collegamento da Casa Santa Marta durante la trasmissione Che Tempo Che Fa, aggiungendo di averlo ballato da giovane, perché Un portegno che non balla il tango non è un portegno (portegno è chi abita Buenos Aires, la città del porto). Da ragazza ho ballato il tango, ero anche piuttosto brava. Mi piaceva la passione che esprime questa danza, che era la mia preferita tra quelle della categoria ‘liscio’. Ho anche vinto un paio di gare e considero la danza una forma d’arte. Da bambina avrei voluto fare la ballerina, sogno rimasto nel cassetto…ma uscito da un’altra parte. Tutto ciò che serve a esprimersi e a comunicare, assecondando un talento è arte, dalla più semplice a quella più complessa: canto, danza, pittura, scultura, poesia, ricamo, recitazione…sono altrettanti biglietti da visita della propria peculiarità. Conosco qualche artista tra i duecento invitati e ignoro i criteri della scelta. Forse qualcuno si sarà sentito escluso. Suppongo se ne sia occupata una commissione apposita. Comunque è importante che l’evento sia avvenuto e trovo le parole del Santo Padre molto appropriate. Non so se ci sia un santo protettore delle arti, devo verificare. Gli antichi Greci avevano le Muse, nove figure mitologiche che presiedevano altrettanti ambiti specifici. La bellezza, comunque rappresentata è un dono che eleva il corpo e lo spirito.
Fiori, uno spettacolo!
Al calar del sole, ieri sera ho raccolto le rose, esplose col caldo, varietà Columbus, – nome che da solo mi fa viaggiare per mari – di un bel colore arancione. Il gatto mi è venuto dietro e ha annusato le spighe di lavanda: ne ho raccolte cinque che ho unito alle rose in un bouquet estivo incoraggiante che ho fotografato. Stamattina noto che è sbocciata la rosa rossa innestata da mio figlio su un lungo ramo che oltrepassa la siepe, quasi volesse prendere il largo. È attorniata da tre boccioli. Colgo un messaggio incoraggiante di resistenza. Si merita una poesia, intanto la immortalo. Fotografare i fiori è un altro piacere a metro zero che mi concedo, poi inoltro lo scatto ai miei contatti. Per dirla tutta, il mio rapporto con i fiori è più profondo perché ci parlo e in qualche modo mi rispondono, non a parole ovviamente. Sto facendo esperienza con le piante d’appartamento: ho fatto tre talee di ficus elastica dalla pianta madre che Lara, la mia amica parrucchiera ha in salone. Le tengo sott’occhio da due settimane, bagnandole in continuazione e forse stanno radicando. Se l’esperimento avrà buon seguito…nella prossima vita aprirò una fioreria, oppure un vivaio! Neanche farlo a posta, Corriere Salute odierno apre con il titolo: “Piante d’appartamento per stare meglio (grazie al loro microbioma)”, seguito dal Dossier Tantissimi benefici dal “verde” in casa. Letture che sono un valore aggiunto alla mia convinzione che piante e fiori sono un bene di Dio, anche se riprodotti artigianalmente. La nonna di una mia alunna aveva realizzato un bouquet di fiori di carta che conservo in studio. E Sara per il mio compleanno ha ricamato all’uncinetto una cornicetta bordata di fiori con il mio nome al centro. Adesso che ci penso, ho chiamato una mia mostra di foto-poesia FIORI COLORI EMOZIONI, che rende l’idea di quanto i fiori significhino per me: uno spettacolo!
Casa, dolce casa
Parva sed apta mihi (piccola ma adatta a me) è una citazione dalle Satire di Quinto Orazio Flacco riferita alla sua casa, ma è anche l’iscrizione posta sulla facciata della propria casa da Ludovico Ariosto nel 1525 quando si stabilì a Ferrara, di ritorno dalla Garfagnana dove era governatore. L’ ho presa alla larga per rendere omaggio alla mia casa (che non è parva/piccola ma piuttosto lata/vasta) dove mi sono trasferita 23 anni fa come oggi, il 24 giugno del 2000 da Possagno, dove occupavo un appartamento in affitto (lo dico anche nell’episodio Traslochi, a pag.39 del mio ultimo lavoro Dove i Germogli diventano Fiori, disponibile su Amazon). L’ evento va sottolineato perché prendevo possesso di un bene immobile importante, frutto dell’impegno economico di tre persone: la sottoscritta, mia madre e il padre di Saul. L’investimento non era nei miei progetti, tanto che ho vissuto piacevolmente in affitto per vent’anni, ma si è delineato opportuno con la nascita di mio figlio, che lo erediterà. Ho affrontato un mutuo di 15 anni e all’inizio è stata dura, anche perché le spese di manutenzione si sono rivelate una novità impegnativa. Ricordo – ora con un sorriso – che contavo le monetine, sperando mi bastassero fino al successivo stipendio, peraltro gravato dalla detrazione del quinto, oltre che dalla rata del mutuo, prelievo percepito come una lunga malattia. Adesso mi sto godendo un benessere che non è solo materiale, perché frutto del sacrificio e della convergenza di un trio affiatato. Col senno di poi, credo che ho anche rischiato, ma si sa “Chi non rischia non rosica”. Adesso la mia casa è il mio rifugio, il mio porto di quiete, il mio eden. Non pensavo mi ci sarei affezionata, ma è successo e me ne occupo in prima persona, sentendomi domina/padrona di casa…regina! Non c’è che dire: il latino aiuta parecchio a sottolineare l’importanza del ruolo della casa, come bene materiale e sede degli affetti.
La lingua batte dove il dente duole
Sarà che “La lingua batte dove il dente duole” ma anche stamattina mi sento di dare spazio come insegnante, se pure in pensione a una notizia che riguarda la scuola, o meglio la gestione di certe problematiche. Mi riferisco al fatto già diffuso dal telegiornale, di cui stamane sono zeppi i quotidiani: la promozione a pieni voti, con nove in condotta dei due studenti del primo anno dell’istituto tecnico di Rovigo che lo scorso ottobre spararono pallini di carta con una pistola ad aria compressa contro l’insegnante di Scienze, girando un video durante la bravata, poi postato e divenuto virale. Non ho parole, pare neanche il Ministro dell’Istruzione e del Merito. La collega, Maria Cristina Finatti dice: “Mi sento abbandonata: è uno schiaffo morale. Sarà la legge a dare loro una lezione”. Lo spero vivamente e non vorrei fare parte del Consiglio di Classe che ha operato, presumo ignorando la necessità di un’adeguata punizione a scopo riflessivo. Leggo che la classe con i due baldi studenti fu tolta subito all’insegnante oggetto di cyberbullismo, ma la bravata non può essere sottaciuta come se nulla fosse. Di questo passo temo succederà quello che è già avvenuto nella Sanità: fuga dalla scuola! Mi amareggia assai pensare allo spreco di risorse perpetrate e a quante energie vengono messe in campo dagli insegnanti motivati che si fanno in quattro per risolvere quotidiani problemi che sarebbero in capo ad altri, genitori compresi. Non a caso mi torna in mente Gianna, collega e coetanea, prossima alla pensione, colta da infarto la sera prima di un’uscita didattica sul monte Grappa, programmata per il 4 maggio 2014. Era talmente presa dal suo servizio che non ascoltava i segnali che le dava il corpo affaticato, sempre in prima linea a risolvere problemi didattici e di altra natura. Si meriterebbe una medaglia, un riconoscimento… l’intestazione della scuola dove ha dato il meglio di sé per vari decenni. A quanto pare, il bene non fa storia. Ma il male fa notizia.
Non è mai troppo tardi
Ci sono delle notizie che a sentirle fanno bene, specie se hanno per protagonista una persona anziana. Mi riferisco alla signora Imelda Starnini che sta sostenendo l’esame di maturità a Città di Castello, insieme con i giovani maturandi che potrebbero essere suoi nipoti, perché la signora ha la bellezza di 90 anni (compiuti lo scorso 3 febbraio). Avrebbe voluto fare la maestra e le è toccato fare la bidella, senza perdere il desiderio di apprendere e di mettersi in gioco: invidiabile, eccezionale! Non so quale traccia abbia scelto per elaborare il suo compito di Italiano, ma di certo lei incarna l’attesa di cui parla una delle tracce: “Elogio dell’attesa nell’era di WhatsApp”, la più gettonata dagli studenti. Un esempio a non arrendersi mai e a coltivare desideri sempre, salute permettendo, senza farsi condizionare dall’età avanzata o da opinioni contrarie. Fa tenerezza vederla seduta sul banco in compagnia dei 18enni, col dizionario sottomano e, presumo la stessa ansia dei ragazzi che tra l’altro incoraggia, dicendo: “Forza ragazzi in bocca al lupo a tutti. Senza sacrifici non si ottiene niente e a questa età ho deciso di rimettermi in gioco”. Diplomarsi e diventare maestra almeno sulla carta corona un sogno coltivato tutta la vita. E mai accantonato. Imelda è un ottimo esempio di tenacia e di amore per il sapere. Del resto, per mantenersi in buona salute e non cadere vittime di solitudine e/o di pensieri negativi, gli specialisti raccomandano di allenare sia il corpo che la mente. Imelda l’ha messo in pratica alla grande. I miei sinceri complimenti…e un pizzico di cordiale invidia.
Estate e progetti
Siamo ufficialmente in estate, giunta attesa e con tutte le carte in regola: caldo anzitutto, preannunciato intenso e luce massima proprio oggi, il giorno più lungo dell’anno con oltre 15 ore di luce (che da domani inizieranno gradualmente a diminuire). Ho prelevato da un cassetto un ventaglio, che avevo acquistato in Sicilia, durante una sosta della crociera fatta nel 2007. È molto bello, di colore bianco panna, sembra ricamato. È un simbolo dell’estate, tenuto da conto in riguardo di quel viaggio speciale che mi restituisce ancora delle emozioni. In casa ho il climatizzatore che uso eventualmente come umidificatore nelle giornate torride. Ma in linea di massima preferisco evitare, anche perché il rumore delle ventole infastidisce i tre gatti. Preferisco tenere aperte delle finestre, abbassare le tende da sole e accostare il portoncino nelle ore centrali. Tornando al ventaglio, è un oggetto che mi piace anche per la forma che ricorda il rododactilo, fiore simbolo del nuovo blog Verba Nostra. Si tratta di un fiore a cinque petali, che Sara ha scoperto e disegnato nel logo del gruppo, aggiungendoci un petalo, dato che il neonato blog VERBA NOSTRA è composto da sei donne scrittrici. Pronostico estivo: coltivare questo neonato gruppo/blog letterario, in contemporanea con l’amicizia creatasi tra noi che siamo: Francesca, Ada, Sara, Valentina, Veronica, Elisa. Credo di essere tendenzialmente pigra, anche se mi piace camminare, senza esagerare dopo l’intervento all’anca. Faccio pure qualche giretto in bicicletta, sul piano, senza affaticarmi. Ma la cosa che faccio più volentieri è scrivere, corrispondendo con una decina di affezionati che rispondono in privato o sul blog VERBA MEA ai miei post quotidiani, donne e uomini che ringrazio: Lucia, Pia, Vilma, Antonietta, Novella, Marta e Marta, Adriana e Adriana… Giancarlo, Ivano, Gianfranco, Manuel. Più siamo, più compagnia ci facciamo. Buona estate ai lettori e ai commentatori! 📖🏖️
